La caduta dell’Impero americano

recensione del film:
LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO

Titolo originale:
La Chute de l’Empire Américain

Regia:
Denys Arcand

Principali interpreti:
Alexandre Landry, Maripier Morin, Remy Girard, Louis Morissette, Maxim Roy, Pierre Curzi, Vincent Leclerc, Yan England, Anoulith Sintharaphone, Florence Longpré – 127 min. – Canada 2018.

Ritorna sugli schermi Denys Arcand, il grande regista del Canada francofono che ha lasciato nella mia memoria cinefila almeno due film molto amati: Il declino dell’impero americano (1986) e Le invasioni barbariche (2003), connotati entrambi dalla più acuta e corrosiva analisi, fra il serio e il faceto, delle finte trasgressioni degli intellettuali snob e anti-americani che meditano sul disincanto del dopo ’68.

L’Impero americano, il grande nemico di sempre, il cui egemone edonismo era stato oggetto di sarcastica irrisione in quegli indimenticabili film, ritorna, fin dal titolo, in quest’opera, nella quale sembra in via di rapida estinzione.
I nostri giorni, infatti, non sono più i tempi dell’edonismo: troppi i delusi rimasti soli a pagare le antiche follie, troppi anche i poveri, i disoccupati, gli emarginati; troppi i dolori e le sofferenze nel Quebec (e non solo) di oggi, in cui vive, frustrato e rassegnato Pierre-Paul Daoust (Alexandre Landry), il protagonista del film, giovane di intelligenza e cultura superiore alla media, brillantemente laureato in filosofia e in possesso di un altrettanto brillante dottorato post-laurea.

Povera, et nuda vai, Filosofia,
Dice la turba al vil guadagno intesa

Il nostro filosofo aveva misurato sulla propria esperienza quotidiana la verità eterna dei versi petrarcheschi: era stato costretto a sbarcare il lunario consegnando pacchi; era diventato l’onesto fattorino di una ditta di trasporti e si era convinto che il successo arridesse ormai solo agli imbecilli privi di cultura. Quel poco che gli restava del suo magro guadagno gli serviva per soccorrere i più poveri di lui, gli anziani soli e in miseria, gli homeless che lo stimavano, e che, diversamente da lui, apprezzavano i soldi.
Il suo sogno, un po’ bizzarro, di dedicarsi completamente alla causa nobile della lotta alla povertà aveva acquistato, improvvisamente e per puro caso, inaspettata concretezza.
Era accaduto infatti che, mentre si accingeva a consegnare un plico al supermercato, Pierrre-Paul fortunosamente si fosse trovato al centro di una guerra fra banditi rivali che si contendevano, a colpi d’arma da fuoco, l’enorme quantità di banconote, stipate in due borsoni lasciati cadere a terra nel parcheggio, dopo essersi colpiti a morte. Un segno del fato, per Pierre-Paul che non si era posto il problema della liceità morale di rubare ai ladri e aveva caricato i borsoni sul furgone della ditta trasportandoli a casa propria, intenzionato ad attuare il proprio piano di giustizia sociale.
Per lui, che poco conosceva i meccanismi dell’economia, occorrevano consulenti affidabili ed esperti: li avrebbe trovati nelle persone di Me Wilbrod Taschereau (Pierre Curzì), presidente di una banca etica, realisticamente disponibile…per fini morali, s’intende, alla ripulitura del denaro sporco, e di Sylvain Bigras  (Rémy Girard), malfattore espertissimo ed ex galeotto che in carcere si era laureato in Economia, disciplina utilissima (ben più della Filosofia) anche per gli affari ispirati ai più puri intendimenti.

L’accoppiata delle due vecchie volpi è preceduta dall’irrompere di un personaggio che racchiude il senso del film: Camille (Maripier Morin), meravigliosa escort che per sedurre Pierre-Paul e altri intellettuali frustrati, si fa chiamare Aspasia e cita Racine. Il loro ruolo decisivo solleva più di un dubbio sulla reale caduta dell’impero, che si ricostruisce, infatti, ancora una volta, sull’inganno, mantenendo il potere di un tempo, con una maggiore forza seduttiva, allontanando i propositi di palingenesi degli idealisti alla Pierre-Paul: non cambieranno il mondo, ma si sentiranno in pace con se stessi e la loro coscienza!

 

 

Quasi un teorema graffiante e impietoso: il vecchio Arcand ha colpito ancora facendoci anche amaramente divertire, con questo film consigliabile, interpretato dai magnifici Remy Girard e Pierre Curzì, i suoi invecchiati attori-feticcio.

 

fa freddo in Quebec (Monsieur Lazhar)

recensione del film:
MONSIEUR LAZHAR

Titolo originale:
Bachir Lazhar

Regia:
Philippe Falardeau

Principali interpreti:
Fellag, Sophie Nélisse, Danielle Proulx, Jules Philip, Émilien Néron, Brigitte Poupart, Francine Ruel, Louis Champagne – 94 min. – Canada 2011.
I

Fa freddo davanti alla scuola, dove attendono di entrare, come ogni mattina, i ragazzi che affollano il cortile. E’ un freddo acuto e pungente, la neve gelata per terra, come al solito in Quebec. Come ogni giorno, uno di loro, a turno, precederà gli altri, per portare il latte in classe: tocca a Simon, questa volta, che sta scherzando con Alice e se ne è quasi dimenticato. Quando cercherà di entrare in classe, col suo carico di latte, scoprirà, con orrore e terrore, che Martine, la maestra amata, si è impiccata. Da questa scena prende l’avvio uno dei film più interessanti di questo inizio di stagione: Monsieur Lazhar. Bashir Lazhar è fuggito dall’Algeria, dove hanno trovato una morte terribile sua moglie e i suoi figli, per mano degli integralisti islamici; ha chiesto asilo politico al tribunale di Montréal e ora ottiene di poter insegnare sulla cattedra di Martine, che altri insegnanti rifiutano. Il suo è un compito difficilissimo: gli alunni sono ancora sotto choc, né a molto servono gli accorgimenti premurosi della scuola, perché le cose tornino alla normalità, neppure gli incontri con la psicologa: nessun bambino può accettare la morte improvvisa di una persona molto amata; molti hanno incubi ricorrenti; qualcuno non riesce più a dormire; altri non si perdonano piccoli misfatti, probabili marachelle che alimentano un senso di colpa davvero angoscioso.
Il maestro e i suoi bambini tentano di percorrere insieme la strada tutta in salita dell’elaborazione dei rispettivi dolorosissimi lutti.
L’impresa di Bashir si presenta subito difficile, per molte ragioni: la scuola del Quebec è molto in linea con la più recente sperimentazione pedagogica, del tutto sconosciuta al volonteroso maestro, che ignora, per esempio, che il soggetto di una proposizione si debba chiamare G.N. (Gruppo Nominale), o che i dettati siano fuori moda, specie se ricavati da passi di Balzac, o che i piccoli non muoiano dalla voglia di vedere Molière, o che i banchi non debbano essere allineati in file, come piace a lui.
Ben presto, però, ci accorgiamo che i problemi diventeranno molto seri: Bashir è un uomo che vuole un rapporto diretto, fatto di parole schiette e anche di fisicità, con i suoi alunni: li sgrida, se necessario, ricorre a qualche affettuoso scapellotto o a qualche carezza di incoraggiamento, ciò che è pienamente accettato dai bambini, che sanno valutare quello che è giusto, ma fortemente riprovato dagli altri insegnanti e dai genitori in modo particolare, alcuni dei quali lo invitano spocchiosamente ad occuparsi solo dell’istruzione dei loro pargoli, visto che l’educazione è compito loro. Non è solo una diversa visione pedagogica, ma una diversa Weltanschauung, una visione del mondo che, per lui, uomo ricco di umanità solare e calda, risulta incomprensibile. Si vedano, a questo proposito, le tremende scene dei giudici di Montréal, che lo interrogano sul suo passato in Algeria, freddi e insensibili davanti al suo dolore vero e pudico, o la stessa scena finale del film, quasi un invito allo spettatore, perché si fermi a meditare sulla nostra asettica cosiddetta “civiltà occidentale” e sul prezzo umano che tutti noi stiamo pagando. Eccezionale la qualità della recitazione di tutti gli attori, in modo particolare dei bambini, magnifica la regia di Philippe Falardeau.