L’infanzia di un capo

recensione del film:
L’INFANZIA DI UN CAPO

Titolo originale:
The Childhood of a Leader

Regia:
Brady Corbet

Principali interpreti:
Tom Sweet, Robert Pattinson, Bérénice Bejo, Stacy Martin, Liam Cunningham, Sophie Curtis, Rebecca Dayan, Caroline Boulton, Luca Bercovici, Michael Epp, Roderick Hill, Scott Alexander Young, Jeremy Wheeler, Patrick McCullough, Andrew Osterreicher, Jacques Boudet – 113 min. – Francia 2015.

Questo singolare film è l’opera prima, molto promettente, di Brady Corbet, cineasta con pedigree di tutto rispetto come attore cinematografico (dal remake americano di  Haneke – Funny Games – a Lars von Trier – Melancholia – a Gregg Araki – Mysterious Skin-), nonché  televisivo (Law & Order). Presentato a Venezia due anni fa, il film ottenne un prestigioso riconoscimento per la migliore opera prima; ora finalmente lo vediamo anche nelle nostre sale. Al centro del film è l’infanzia del piccolo Prescott (Tom Sweet), figlio di un importante diplomatico americano, in servizio a Parigi al termine della Prima guerra mondiale, impegnato a condurre, per conto del presidente Wilson, le trattative di pace fra gli stati belligeranti, in vista del  trattato di Versailles. Su questo sfondo storico, evocato anche attraverso l’utilizzo molto pertinente di abbondante materiale fotografico e cinematografico di repertorio, si svolge il drammatico percorso di formazione in tre atti (tre scatti d’ira, dice il regista) del bambino, il cui angelico aspetto non riesce a celare i problemi che oscuramente ne turbano la serenità. Qualche breve accenno, nel corso del film, ci permette di accostare il comportamento talvolta crudele di Prescott alla deprivazione affettiva che aveva accompagnato la sua infanzia: era troppo preso dalla propria missione politica quel padre (Liam Cunningham), così come era troppo attenta all’osservanza astratta dei precetti religiosi quella madre (Bérénice Bejo), ciò che aveva spinto il piccino fra le braccia dell’anziana governante, l’unica persona capace di offrirgli l’affettuosa tenerezza di cui aveva bisogno. Molto spesso, però, Prescott era stato così gratuitamente provocatorio o così spropositatamente violento da lasciarci il dubbio che l’oscurità del suo cuore fosse invece un aspetto connotativo del suo carattere bizzarro. In ogni caso la durezza della sua formazione parrebbe la spiegazione del suo futuro da leader politico tirannico e malvagio come quelli che avevano infestato, con la loro presenza, l’Europa nel Novecento, dopo la prima guerra mondiale. Questo determinismo psicologico mi è parso l’aspetto forse meno convincente del film, che ha però grandi pregi: una straordinaria fluidità narrativa, sempre molto tesa e avvincente, sottolineata dal magnifico e martellante accompagnamento musicale; una meticolosa ricostruzione ambientale; la sobrietà del racconto, durissimo e scarno; l’eccellenza dell’interpretazione degli attori; la nitidezza delle immagini sul fondo cupo delle dimore dell’epoca, appena fuori Parigi e a Versailles, luogo di una cena assai poco festosa.
Il buio, la notte, l’oscurità connotano l’intera pellicola e diventano quasi equivalenti, sul piano simbolico, delle difficoltà angosciose del piccolo Prescott e di quelle, non meno dolorose, dei suoi genitori incapaci di comprendere. Da vedere!

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Frantz

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recensione del film:
FRANTZ

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Pierre Niney, Paula Beer, Ernst Stötzner, Marie Gruber, Johann von Bülow, Anton von Lucke, Cyrielle Clair, Alice de Lencquesaing – 113 min. – Francia 2016.

Due brevi premesse:
eviterò, per quanto possibile, qualsiasi anticipazione sugli sviluppi della vicenda, perché l’effetto sorpresa, al termine dei molti depistaggi intenzionalmente disseminati nel corso del film, è fondamentale per comprenderlo e apprezzarlo;
– credo che per capire bene le ragioni dei depistaggi di Ozon sarebbe utile ripensare al complesso gioco dei rapporti fra realtà e finzione che lo stesso regista mette in scena e teorizza nel corso di quel film, cosparso di trappole per lo spettatore, che porta il titolo italiano Nella casa (2012)*.

Siamo in una località tedesca nel 1919, all’indomani della bruciante sconfitta della Germania dopo la Prima guerra mondiale. La pesantezza dell’umiliazione subita si unisce al dolore per la perdita dei figli: il lutto è in tutte le famiglie del villaggio; la birreria, per molti anziani, costituisce il luogo dell’aggregazione possibile dove, magari, coltivare accesi propositi revanscisti.
Una giovane donna, Anna (Paula Beer), ha perso il proprio fidanzato, Frantz, caduto, come si apprende nel corso del film, in una trincea nei pressi della Marna. Ora Anna vive con i genitori di lui, gli Hoffmeister, ovvero il medico Hans (Ernst) e la moglie Magda (Marie Gruber) che l’hanno accolta come una figlia: anche lei, come loro, è legata profondamente al ricordo di quel giovane speciale che la guerra si era portato via. Frantz infatti era un giovane pacifista per educazione familiare, colto e cosmopolita, violinista di valore; per rispetto della sua memoria Anna rinnovava ogni giorno i fiori freschi al cimitero. Qualcun altro, da qualche tempo, quotidianamente stava portando fiori su quella tomba: era il parigino Adrien Rivoire (Pierre Niney), che aveva già tentato, invano in quanto francese, di farsi ricevere da Hans per parlargli del figlio. Anna, ritenendo che probabilmente Adrien avesse conosciuto Frantz durante il suo lungo soggiorno parigino prima della guerra, aveva convinto Hans ad accoglierlo e ad ascoltarlo. Ne era nata, a poco a poco, un’amicizia profonda: Frantz veniva costantemente fatto rivivere attraverso il ricordo doloroso di Adrien che evocava l’antica conoscenza parigina, le visite al Louvre, le soste davanti alla pittura di Manet, la sua passione per il violino… Tutti nella famiglia Hoffmeister, la stessa Anna, erano incantati alle sue parole, commossi per il pudico imbarazzo che le accompagnava e sembravano aver ritrovato un po’ di serenità.
Il soggiorno nel piccolo paese, per Adrien, non era facile, tuttavia: l’odio anti-francese era troppo diffuso e stava diventando aggressivo, ciò che lo avrebbe indotto a tornare in Francia, dopo aver lasciato una lettera di spiegazioni, finita tra le mani di Anna. Da questo momento si avviano gli importanti sviluppi del film, sui quali, come ho già detto, non rivelerò alcunché. Vorrei precisare, però, che tutto quello che lo spettatore immagina, per quanto smaliziato e conoscitore di Ozon, non corrisponde al gioco intrecciato degli eventi e dei personaggi, poiché come ho già detto, il regista ci porta volentieri su false piste, mantenendo viva la nostra attenzione fino all’ultima scena. Chi sia davvero Adrien, che cosa faccia nella vita, come abbia conosciuto Frantz, quale sia il suo futuro in Francia, lo scopriremo un po’ alla volta, con Anna, l’unico personaggio che alla fine del film avrà completa coscienza di tutto ciò che era accaduto e che di conseguenza potrà decidere liberamente di sé.
Il film, un vero racconto di formazione per Anna, narra in modo equilibrato e lineare una storia a tratti assai difficile, condotta con tecnica narrativa attentissima, così da mantenere vivo e teso l’interesse in sala per circa due ore, lasciando qualche spazio alle morbidezze del mélo. Il regista utilizza un raffinato e bellissimo bianco e nero, ravvivato a tratti da un tenue colore di forte impatto emotivo. La ricostruzione storica e sociale è molto scrupolosa, ma non neutra, perché avviene dal punto di vista tedesco di Anna, che, non diversamente dagli Hoffmeister, continua a coltivare quegli ideali di pace e di dialogo che le avevano reso caro Frantz.  Questo le avrebbe permesso di percepire la pericolosità dei fermenti nazionalistici presenti nella Germania sconfitta e umiliata dopo Versailles, e di scegliere per il proprio futuro. Nella grandissima recitazione di tutti gli attori, si segnalano quelle superbe di lei, Paula Beer (che per questo ha ricevuto il premio Mastroianni a Venezia dove il film è stato presentato in concorso), e di Adrien, credibilissimo nel suo tormento e nella sua pietà. Da vedere sicuramente.


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*se, comprensibilmente, i miei lettori non hanno voglia di leggere quella mia vecchia recensione, mi perdonino, allora, l’auto-citazione:
“Le correzioni di Germain (è il professore protagonista del film) si spostano dal piano formale (come si potrebbe raccontare meglio ciò che si è osservato) a quello più sostanziale (come si potrebbe costruire meglio il racconto, spostando situazioni e personaggi, non tanto secondo verità o verosimiglianza, ma secondo l’invenzione e l’immaginazione dello scrittore). Nella pellicola di Ozon, che tali correzioni mette in scena per noi, pertanto, compaiono, diventando film esse stesse, le diverse infinite possibilità che dall’osservazione della realtà si aprono non solo alla scrittura, ma anche al fare cinema: in una parola alla creazione artistica.”

soldati… (Torneranno i prati)

Schermata 2014-11-15 a 15.17.20recensione del film:
TORNERANNO I PRATI

Regia:
Ermanno Olmi

Principali interpreti:
Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti, Andrea Benetti, Carlo Stefani, Niccolò Tredese, Franz Stefani, Andrea Frigo, Igor Pistollato
– 80 minuti – Italia 2014

Ispirandosi ai racconti di guerra del grande Federico De Roberto, compresi sotto il titolo La paura, quest’ultimo lavoro di Ermanno Olmi si colloca, secondo me molto opportunamente, fra le riflessioni, i dibattiti e le manifestazioni che si sono svolte per il centenario dallo scoppio della prima guerra mondiale in Europa (1914), che precede di un anno l’entrata in guerra del nostro paese a fianco delle potenze dell’Intesa. In un piccolo film di soli 80 minuti, il regista ci fa vivere il dolore e l’angoscia di quella guerra orribile che già nel 1914 era stata, principalmente, guerra di trincea, e che questo carattere aveva mantenuto anche sul fronte italiano, poiché sugli altipiani delle colline carsiche si erano attestate le nostre truppe e lì erano state scavate le trincee che a queste davano rifugio: nelle trincee si dormiva, si distribuiva la posta (quanto attesa!), si mangiava, ci si ammalava, si veniva curati alla meglio e, soprattutto si moriva. In un bellissimo bianco e nero, il regista ci racconta la nostalgia, il dolore e l’angoscia claustrofobica dentro ai cunicoli in cui vivevano i soldati; la sporcizia e le malattie, nonché le mitragliate che li decimavano, non appena tentassero qualche sortita all’aria aperta. Non mancano nel film gli accenni agli ordini irresponsabili e disumani degli alti comandi militari, che, impartiti per conquistare pochi metri di terreno, esponevano a morte sicura i militari costretti all’obbedienza, dai giovani ufficiali, che talvolta tentavano a loro rischio di ribellarsi per salvaguardare le vite dei giovani a loro affidati, ai soldati, che, uno dopo l’altro venivano fatti uscire dalla trincea e cadevano falciati dai colpi di mitra. Ai morti, crivellati di colpi, si aggiungevano numerosi suicidi o molti casi di autolesionismo, estremo e disperato gesto per sottrarsi al tremendo macello. I prati certamente sarebbero rifioriti nel bellissimo paesaggio del fronte ma, a chi, dopo questa guerra, li avrebbe rivisti in pieno rigoglio, il film vuole ricordare il dolore e le sofferenze costati a troppi giovani caduti. Olmi ci aveva già raccontato, in passato l’orrore della guerra, quando nel 2001 aveva girato il bellissimo film Il mestiere delle armi, narrandoci una guerra diversa ma non meno crudele: quella dei capitani di ventura e delle truppe mercenarie al loro seguito. Allora egli aveva capovolto il tradizionale giudizio storico-letterario, da Petrarca a Machiavelli, circa l’inaffidabilità di quei combattenti, raccontando la vita e la morte atroce di Giovanni dalle Bande nere, tradito dai Signori di Ferrara, per i quali stava prestando servizio. Questo vecchio film, introvabile attualmente su DVD, costituisce, insieme a questo, oggi sugli schermi, un indispensabile contributo alla cultura di pace di cui tutti noi, spero, sentiamo la necessità.