Mal di pietre

recensione del film:

MAL DI PIETRE

Titolo originale:
Mal de Pierres

Regia:
Nicole Garcia

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Louis Garrel, Alex Brendemühl, Brigitte Roüan, Victoire Du Bois, Aloïse Sauvage, Daniel Para, Sören Rochefort, Camilo Acosta Mendoza – 16 min. – Francia 2016.

Provenza – Anni ’50
Sullo sfondo suggestivo dell’abbazia di Sénanque e dei campi di lavanda che la circondano, aveva vissuto la propria adolescenza tormentata Gabrielle (Marion Cotillard). Ai mutamenti del corpo e alla tempesta ormonale conseguente, la giovane aveva reagito cercando di dissimulare debolmente le prepotenti pulsioni sessuali sotto il velo dell’amore passionale, alimentato dalle letture romanzesche consigliate dall’insegnante-bibliotecario locale, colui che sarebbe diventato la futura vittima della sua esuberanza amorosa. Durante una festa sociale, infatti, costui se ne era arrivato accompagnato dalla moglie incinta ed era stato pubblicamente aggredito da Gabriella, le cui escandescenze erano da tempo oggetto delle preoccupazioni dei suoi genitori, ricchi possidenti agrari. La giovane fu messa davanti all’alternativa: o un matrimonio al più presto, con l’onesto operaio José Rabascal (Alex Brendemühl), un esule catalano dopo la vittoria franchista del 1939, che ne apprezzava da tempo grazia e bellezza, oppure il manicomio per il resto dei suoi giorni, unico rimedio praticato nei casi in cui la vivacità sessuale femminile si fosse fosse spinta in modo imbarazzante troppo oltre l’accettabile, secondo le convenzioni del tempo. Gabrielle, pertanto, era diventata moglie di un marito non voluto, che avrebbe a lungo respinto, il quale aveva accondisceso al rapporto asimmetrico con lei, nella speranza di riuscire, col suo comportamento paziente e devoto, a far breccia prima o poi nel suo cuore.

In un lussuoso sanatorio svizzero dove la donna era stata ricoverata per curarsi dei calcoli renali (il mal di pietre) di cui soffriva e che le impedivano di diventare madre, sarebbe avvenuto, però, l’incontro fatale e imprevedibile con André (Louis Garrel), un ufficiale dell’esercito francese in Indocina, ferito a morte e circondato dall’aura fascinosa dell’eroe “bello di fama e di sventura”.
Nel folle amore passionale per lui, Gabrielle, del tutto priva del senso della realtà, sembrava aver trovato, finalmente, la risposta alle proprie ossessioni, ma si era trattato di una risposta dissociata e allucinatoria, di cui, solo molto più tardi avrebbe avuto piena coscienza.

Rifacendosi al romanzo italiano omonimo della scrittrice sarda Milena Agus (2002), la regista Nicole Garcia sembra aver soddisfatto pienamente le attese della sua ispiratrice; non altrettanto si può affermare per il pubblico cinefilo di Cannes, che lo scorso anno espresse il proprio dissenso, anche con molto clamore, rispetto a questa pellicola lacrimosa, che offre davvero poche occasioni di empatia con la protagonista della storia. Gabrielle, infatti, nonostante l’ottima e misurata interpretazione della bravissima Marion Cotillard, non riesce a catalizzare attorno a sé molto altro che la pena e il disagio che si prova generalmente nei confronti di chi è incapace di qualsiasi approccio razionale col mondo. Personalmente, pur ritenendo che la prima parte del film presenti una buona ricostruzione del milieu, legato ai pregiudizi largamente presenti nelle campagne non solo francesi, che si alimentavano della secolare diffidenza nei confronti della sessualità femminile, il film mi è sembrato degno di nota solo per le bellissime immagini della lavanda e dell’abbazia di Sénanque, poiché evoca nel mio cuore luoghi a cui sono affettivamente molto legata. Questa, però, è un’altra storia!

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Carol

 

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recensione del film:
CAROL

Regia:
Todd Haynes

Principali interpreti:
Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Jake Lacy, Sarah Paulson – 118 min. – Gran Bretagna, USA 2015.

Agli inizi degli anni ’50, gli effetti della guerra fredda si facevano sentire ovunque negli Stati Uniti, dove una pesante cappa di intolleranza sospettosa sembrava soffocare l’America della libertà e dei diritti individuali. La “caccia alle streghe”maccartista avrebbe messo in forse, di lì a poco, i principi stessi della democrazia in quel paese, ma già nei primi anni del decennio tra il 1950 e il 1960 i cittadini che non si adeguavano ai modelli di comportamento ritenuti socialmente accettabili erano considerati ribelli da tenere d’occhio, permeabili alle suggestioni del comunismo, se non addirittura colpevoli di una qualche collusione col nemico.

Usciva in quel clima, nel 1952, il romanzo The Price of Salt, nel quale la scrittrice Patricia Highsmith (già nota ai lettori americani), celandosi prudentemente dietro lo pseudonimo di Claire Morgan, aveva raccontato una storia d’amore fra due donne, dalla quale il regista Todd Haynes ha ricavato questo film, presentandolo all’ultimo festival cinematografico di Cannes e sfiorando la Palma d’oro*.

Ambientandola nel 1951, Haynes racconta, con grande finezza analitica, la complessa vicenda dell’amore fra Carol, ricca e bella donna dell’alta borghesia, e Therese, giovanissima aspirante fotografa, che, per il momento,  in attesa di tempi migliori, si accontentava di vivere in un modesto appartamento newyorkese, sbarcando il lunario con lavoretti occasionali. In prossimità del Natale aveva trovato un lavoro precario da venditrice di giocattoli in un grande magazzino: lì era avvenuto l’incontro casuale con Carol, in cerca di un regalo per la sua bambina. La simpatia fra le due era stata immediata, ma non esclusivamente erotica: Carol  era intenerita dalla freschezza ingenua di Therese, a sua volta incantata dal fascino signorile della bella donna elegante, inarrivabile modello, ai suoi occhi, di raffinatezza e di lusso, indizi di una provenienza sociale preclusa a una giovinetta nelle sue condizioni. Entrambe, in verità, erano molto più infelici di quanto apparisse: Carol aveva sposato un uomo che sembrava amarla tanto da accettarne i tradimenti, alla condizione che non insidiassero l’unità familiare di facciata; Therese si era promessa a un giovane che sognava di relegarla nel ruolo dell’angelo del focolare, ignorandone sogni e aspirazioni professionali. L’amore tra loro, dunque, oltre a rispondere al profondo bisogno reciproco di accettare, riconoscendola, la propria diversità sessuale, contiene anche altri elementi: la tenerezza dolce, quasi materna di Carol, e la fascinazione quasi incredula di Therese, ammessa finalmente nei “piani alti”:  le si aprono le suites più prestigiose degli alberghi, i ristoranti più esclusivi, cioè gli ambienti fino a quel momento irraggiungibili, ma mai esclusi dai propri orizzonti.
La loro storia d’amore è però fortemente minacciata: la richiesta di divorzio, presentata dal marito di Carol per colpa grave e acclarata immoralità, le avrebbe sicuramente tolto la figlioletta adorata, ciò che l’aveva indotta a rompere un legame rischioso per sé, ma doloroso per entrambe, nella convinzione che Therese, giovane e dunque in grado di reagire, avrebbe presto ricuperato, insieme alla propria libertà, la possibilità di orientare diversamente il proprio futuro sentimentale. Siamo alle prime scene del film: tutto ciò che segue procede dal flusso dei ricordi di Therese, che ripercorre a ritroso la propria storia d’amore secondo un procedere emotivo ed evocativo dei momenti lieti e di quelli più dolorosi, nei quali la realtà crudele del pregiudizio sociale e del maschilismo più ottuso aveva avuto la meglio sul diritto alla felicità.

Il racconto è condotto con estrema e raffinata eleganza dall’ottimo regista, che ricostruisce con scrupolo attento, anche nei particolari più minuti, gli ambienti sociali e le atmosfere degli anni ’50, che vengono restituiti anche attraverso la bellissima fotografia leggermente seppiata, come appena ingiallita dal tempo. Allo stesso modo, le scene d’amore, quasi caste, sono rappresentate secondo la sensibilità diffusa all’epoca, assai poco incline ad accettare l’esibizione senza pudori della sessualità. Il film si mantiene dunque all’interno di un tempo soggettivo, scandito dalla memoria e dalle associazioni, sottolineato da una malinconica ed elegiaca tristezza, in cui lacrime e pioggia, memorie e rimpianti si confondono e si alternano non diacronicamente. Questa parte del film ampia e lenta (giustamente) mi ha pienamente convinta. Meno convincente, almeno secondo me, il finale, che inserisce nell’equilibrio narrativo quasi perfetto fino a quel momento un che di dolciastro, che mi è sembrato stonato e del tutto “fuori registro”.  In ogni caso, film da vedere, apprezzabile e alquanto insolito. Ottima e molto intelligente l’interpretazione delle due protagoniste: Kate Blanchett nella parte di Carol e Rooney Mara in quella di Therese, acconciata e truccata alla Audrey Hepburn, la grandissima interprete, insieme a ShirleyMacLaine, di uno dei primi film (1961) che con molta cautela aveva trattato il tema dell’omosessualità femminile: il drammatico Quelle due diretto da William Wyler.

*Il romanzo ora, anche nella traduzione italiana, ha ritrovato il nome vero dell’autrice, nonché ovviamente il giusto titolo: Carol.