Nostalgia della luce

 

recensione del film:
NOSTALGIA DELLA LUCE

Titolo originale:
Nostalgia de la luz

Regia:
Patricio Guzmán.

Documentario

– 90 min. – Francia, Germania, Cile, Spagna, USA 2010.

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Il deserto di Atacama, a cinquemila metri di altitudine nel Cile andino, si presenta come un luogo privilegiato per gli astronomi: l’eccezionale secchezza dell’atmosfera e l’ampiezza dell’orizzonte non sono sfuggite agli scienziati di tutto il mondo che lì, infatti, hanno fatto sorgere il più grande osservatorio astrofisico della Terra, un telescopio a 5065 metri sul livello del mare.
Il documentario si apre sullo scenario affascinante dell’universo come appare agli studiosi e anche ai visitatori che cercano non solo emozioni, ma anche risposte alla loro (e alla nostra) ricerca del “senso” di quell’avventura straordinaria che è l’esistenza umana dentro l’immensità spazio-temporale che gli studi astronomici evidenziano.
Poco lontano dall’osservatorio era stato costruito nel secolo XIX un villaggio (fu fatto distruggere da Pinochet dopo la sconfitta elettorale del 1988) per i lavoratori delle miniere di salnitro, che lì vivevano con le loro famiglie in condizioni di semischiavitù: formalmente liberi, ma impossibilitati a fuggire, per l’illimitata vastità del deserto. Ora, relativamente prossimi al villaggio, fervono studi archeologici molto importanti, poiché riportano alla luce le tracce di antiche civiltà estinte, della loro vita quotidiana, della loro arte, dei manufatti e dei graffiti rupestri dei pastori, che ovunque affiorano e che a loro volta pongono al visitatore le stesse domande di senso.
La nostra mente di spettatori affascinati corre ai grandi poeti, al loro interrogarsi sulla inesorabile fine dell’uomo, alle “morte stagioni”, alle eterne domande alla luna poste dall’umile pastore errante, come dall’aristocratico Bruto, sul senso dell’affanno e del dolore che tutti conosciamo.
Nell’immenso deserto di Atacama, altre e più recenti tracce di vita e di storia vengono affannosamete ricercate dai parenti delle vittime di Pinochet, il sanguinario dittatore che perseguitò e fece sparire migliaia di oppositori dal 1973 al 1988, cercando di distruggere prove e identità. In quegli anni bui della storia cilena, scienza e ricerche archeologiche erano state abbandonate, ma quel villaggio dei minatori venne cintato, per impedire ogni fuga, con filo elettrico spinato, e fu utilizzato come campo di concentramento dei prigionieri politici, molti dei quali vennero uccisi senza processo e senza alcuna pietà. Non lontano da quel meraviglioso spazio di studio e di ricerca, sono ancora, dunque, identificabili i poveri resti di alcuni degli assassinati da quel regime feroce di militari senza onore, per la riconoscibilità dei quali, talvolta è sufficiente rinvenire un piccolo oggetto, una scarpa, un calzino, i frammenti di un abito…: lì, in quella incessante ricerca è racchiuso il senso della vita dei parenti disperati che non si rassegnano e che tentano di sottrarre al tempo almeno la loro memoria. Questo bellissimo documentario è l’opera impegnata e impegnativa di un grande regista cileno, Patricio Guzmán, esule in Francia, ora cittadino francese, che aveva reso nel 2010 questo struggente omaggio al proprio paese. Il film è passato come una meteora nella sala torinese del cinema Massimo (Museo del cinema), ma è presente, dal gennaio di quest’anno, come DVD. Da vedere sicuramente!

“principio delle cose che sono è l’illimitato … da cui le cose che sono hanno la generazione e anche il dissolvimento secondo la necessità. Infatti esse pagano l’una all’altra la pena e l’espiazione dell’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo” (Anassimandro)
 

Le ragioni del no (No-I giorni dell’arcobaleno)

Schermata 05-2456428 alle 23.25.49recensione del film:

NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO

Titolo originale:

No

Regia:

Pablo Larrain

Principali interpreti:

Gael García Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers, Luis Gnecco, Marcial Tagle  -110 min. – Cile 2012. –

Questo è il terzo film di Pablo Larrain sulla tragedia cilena del secolo scorso: con Tony Manero e Post Mortem il regista aveva raccontato, attraverso immagini dai toni cupi e molto drammatici, il golpe del generale Pinochet (11 settembre 1973), nonché la cruenta repressione militare che aveva spazzato via i partiti della sinistra e costretto all’esilio molti intellettuali e artisti prestigiosi. Con quest’ultimo suo lavoro Larrain ci racconta la fine, dopo quasi vent’anni, del regime golpista e l’inizio del cambiamento democratico in Cile. La sconfitta della feroce dittatura militare fu dovuta alla vittoria dei NO al referendum del 5 ottobre 1988, con il quale Pinochet chiedeva al popolo cileno l’autorizzazione a prolungare per altri otto anni il proprio mandato presidenziale. La vittoria dei SI era largamente prevedibile avendo la dittatura, col terrore, eliminato qualsiasi forma di opposizione, ed esercitato, perciò, il controllo delle fonti di informazione più diffuse nel paese: radio, televisione, giornali. Difficile, poi, immaginare una larga partecipazione al voto: certo, avrebbero votato gli elettori dei ceti medi, che in passato, in maggioranza, si erano opposti ad Allende e avevano appoggiato il golpe, beneficiando del tumultuoso sviluppo economico liberista voluto da Pinochet e sostenuto dal governo americano di Nixon. I poveri, invece, enormemente aumentati di numero per le privatizzazioni selvagge, ma privi di riferimenti politici, erano orientati a non votare, anche perché questa sembrava essere una delle scelte prospettate da alcuni oppositori, divisi come non mai al loro interno, quasi polverizzati e incerti sul da farsi in futuro. Grazie all’intuizione di René Saavedra, giovane pubblicitario deciso a sfruttare anche i pochi minuti assegnati, in notturna, dalla televisione di stato, per pochi giorni, al Comitato per il NO fu possibile convincere anche i più sfiduciati a capovolgere, col loro voto, il pronostico sfavorevole. La campagna elettorale che aveva in mente Saavedra puntava soprattutto a trasmettere un messaggio positivo e di speranza; un messaggio semplice e allegro che comunicasse la voglia di vivere liberi, in pace e di voltare pagina. L’arcobaleno, il logo connotativo della battaglia per il NO sui volantini, sulle magliette, sullo sfondo delle trasmissioni televisive, diventando simbolico della pluralità delle opinioni, proponeva anche alla sinistra una sfida politica: continuare a coltivare il dolore, nella purezza settaria dell’isolamento, oppure aprirsi alla società in una prospettiva di alleanze per cambiare? Non fu facile per il giovane René far accettare la sua campagna elettorale a molti membri del Comitato: i lutti, le umiliazioni, le torture e le ingiustizie subite ancora bruciavano sulla pelle di troppe persone, che avrebbero preferito trasformare le trasmissioni di propaganda in trasmissioni di denuncia dei crimini della giunta militare, anche nella convinzione che il referendum fosse, per la dittatura, il modo di legittimarsi davanti all’opinione pubblica internazionale. Quanto efficace, però, fosse il semplice messaggio di Saavedra fu subito chiaro al regime, che tentò con le violente intimidazioni, con le minacce e successivamente nascondendo i risultati del voto, di rovesciare il verdetto popolare, senza successo, però, perché l’aria nuova della libertà fu gradita anche dai militari, che abbandonando Pinochet, gli impedirono di reprimere, nuovamente nel sangue, la festosa gioia del popolo cileno per la vittoria democratica.*


Il film è molto bello, interessante ed emozionante in ogni momento della proiezione. E’ soprattutto un film di riflessione politica sulle ragioni del consenso e sulle alleanze necessarie per ottenerlo in situazione difficilissima, anche se, a quanto vedo, molti, sul web, lo intendono come film che dimostra l’importanza eccessiva della televisione nella comunicazione politica. Mi pare che qui non sia in discussione il mezzo, ma il messaggio: per questa ragione la pellicola potrebbe diventare oggetto di utile meditazione anche da parte della frammentatissima sinistra del nostro paese. E’ ben diretto da Larrain, che inserisce nella narrazione parecchi spezzoni di documenti d’epoca, come aveva fatto nei due precedenti suoi film ed è, inoltre, molto ben interpretato dai suoi attori, fra i quali troviamo ancora il grande Alfredo Castro, anche qui nella odiosa parte del sostenitore del regime.

*Di recente alcuni documenti, che proverebbero essere stata questa l’intenzione di Pinochet, sono stati pubblicati dalla National Security Archives. Chi volesse approfondire potrebbe trovare su questo sito le notizie che lo interessano.