Medea

Schermata 2016-04-08 alle 23.44.20recensione del film:
MEDEA

Regia:
Pier Paolo Pasolini

Principali interpreti:
Massimo Girotti, Maria Callas, Giuseppe Gentile, Margareth Clementi, Laurent Terzieff, Sergio Tramonti, Piera Degli Esposti – 118 min. – Italia 1969

Ho rivisto questo vecchio lavoro di Pier Paolo Pasolini, incuriosita dal post del blog di Teresa Antolin (Alla ricerca di Luchino Visconti) che me lo ha indirettamente ricordato. Non sapevo che nel 1953 Luchino Visconti avesse portato sulla scena teatrale questa tragedia di Euripide, conferendole attraverso l’ambientazione (insolita, allora, per una tragedia classica) un che di “realistico” grazie al quale  la Grecia antica poteva essere “vista come una terra dall’arcaica civiltà pastorale“. Questo aveva fatto scattare nella mia mente l’associazione col film di Pasolini di cui era rimasta nella mia memoria (oltre che la bellissima e intensa interpretazione di Maria Callas) soprattutto l’arcaica ambientazione pastorale, che Pasolini presentava sullo sfondo suggestivo delle antichissime abitazioni della Cappadocia.
Il tempo aveva cancellato dalla mia mente ogni altro ricordo di questo film, finito ingiustamente nel dimenticatoio anche di critici assai illustri, probabilmente perché oscurato dai grandi capolavori del primo periodo e dalla grandezza delle opere successive. Eppure più di una ragione consiglierebbe di rivederlo, riconsiderandone la singolare bellezza, che va oltre la splendida fotografia dei diversi luoghi: dalla laguna di Grado, con i suoi capanni dal tetto di paglia, alle abitazioni primitive della Cappadocia, al Campo dei miracoli di Pisa.
Alle diverse località, infatti, il regista fa corrispondere le svolte antropologiche più importanti della storia dell’uomo: dalla vita ferina dello “stato di natura”, tempo del “sacro”, quando gli uomini non percepivano la natura come altro da sé, all’agricoltura, momento del primo distacco cosciente fra sé e il mondo, alla razionalità della vita delle città: quelle della Grecia antica, così come Pisa (l’accostamento è geniale!), le città marinare nelle quali avviene la totale separazione fra l’uomo e la natura, fra  razionalità e “barbarie” , fra le conoscenze profonde, scandite da riti oscuri e anche feroci, ma accettati festosamente in piena innocenza, alla freddezza della scienza, fatta di numeri aridi, al servizio del guadagno e del potere. L’immagine significativa che accompagna lo sviluppo del film fin dalle prime scene è quella del Centauro Chirone (Laurent Terzieff), per metà uomo e per metà cavallo, che a poco a poco perde definitivamente l’aspetto animale e si trasforma compiutamente in uomo: allusiva della lunga strada percorsa dall’umanità, ma anche del nostro individuale processo di “incivilimento”, quando, diventando adulti, ci separiamo definitivamente dalle nostre origini oscure per vivere nella piena consapevolezza della morte e del dolore, dell’insensatezza, cioè, dell’esistere che ci condanna alla solitudine, dopo che sono venuti meno i riferimenti pre-razionali che davano un senso alla vita. Questo è anche il significato delle parole disperate di Medea, nel momento dell’approdo all’isola di Iolco, di cui coglie l’origine artificiale, priva di qualsiasi riferimento “sacrale” (non religioso, però) capace di stabilire il giusto legame fra gli abitanti e la loro terra. 
La voce di  Chirone, dunque, ci aiuta a comprendere l’interpretazione pasoliniana della tragedia antica di Medea e di Giasone, del Vello d’oro che lei, per amore, gli aveva permesso di portare via dalla Colchide, e della fine del rapporto d’amore che li aveva legati.

Il re di Corinto, Creonte (Massimo Girotti), infatti, aveva promesso a Giasone (Giuseppe Gentile) il proprio regno in cambio del matrimonio con Glauce (Margareth Clémenti), la sua giovanissima figliola. Giasone, dunque si accingeva a ripudiare Medea (Maria Callas), che pure gli aveva dato due figli, dopo lunghi anni di convivenza serena.
Ispirandosi a grandi linee al racconto di Euripide, il film narra la feroce volontà di rivalsa di Medea determinante per lo sviluppo sanguinoso della tragedia sulla quale non mi soffermerò oltre, ritenendola assai nota ai miei lettori. Se qualcuno, però, non la conoscesse, qui può trovarne un breve riepilogo.

 

 

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le ultime ore (Pasolini)

Schermata 09-2456929 alle 18.06.28recensione del film:

PASOLINI

Regia:
Abel Ferrara

Principali interpreti:

Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Adriana Asti, Maria de Medeiros, Roberto Zibetti, Andrea Bosca, Giada Colagrande, Francesco Siciliano, Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Fabrizio Gifuni, Chiara Caselli – 86 min. Belgio, Italia, Francia 2014.

Abel Ferrara tenta di ricostruire i fatti che hanno preceduto il drammatico epilogo della vita di Pasolini, non per arrivare a una verità diversa da quella del processo contro il suo assassino, ma per ricordare, piuttosto, attraverso la rievocazione di quelle ultime ore, chi era l’intellettuale che fu barbaramente massacrato a Ostia nell’orribile notte del 2 novembre 1975. Ne emerge un ritratto incompleto, ma abbastanza interessante, soprattutto per il modo del racconto, sorta di collage di eventi reali, ricordi, progetti per il futuro, quali avrebbero potuto affacciarsi, verosimilmente, alla mente dello scrittore (così Pasolini voleva essere definito), attraverso un ininterrotto flusso di coscienza. Si alternano, perciò, le immagini della quotidianità, ricostruita con cura rispettosa (il ritorno dalla Svezia, gli affetti familiari, gli appuntamenti, le interviste, gli amici, il lavoro e le ricerche notturne dei ragazzi di vita) a quelle oniriche, che rimandano alla creazione visionaria delle ultime opere, sia quelle già terminate, come Salò o le 120 giornate di Sodoma, sia quelle rimaste incompiute, ma da tempo iniziate, come il romanzo Petrolio, sia, infine, quelle rimaste allo stato di bozza, come il film Porno-Teo Kolossal, che avrebbe dovuto essere interpretato da Eduardo De Filippo. Di Petrolio, scritto impegnativo e politicamente assai scottante, il regista offre alcune letture, affiancandole alle inquietanti immagini dello sterminato deserto del Senegal e dell’incidente aereo dal quale si era fortunosamente salvato Andrea Fago. Merita un discorso a sé, invece, il tentativo del regista di realizzare un pezzo del film Porno-Teo Kolossal, rimasto allo stato di bozza: Epifanio, che avrebbe dovuto essere interpretato da Eduardo, è invece interpretato da un Ninetto Davoli un po’ troppo tondeggiante e misticheggiante; mentre l’angelo che lo accompagna sulla scala che porta al Paradiso (e che avrebbe dovuto essere Ninetto Davoli) è Riccardo Scamarcio. Siamo nel mondo della finzione, perciò questo curioso scambio sarebbe accettabile se le facce fossero quelle giuste, ciò che non mi è sembrato del tutto vero.

Squarci di attualità, evocazioni del passato, visioni del futuro: va dato atto al regista, di aver incrociato in modo efficace il fluire di questi diversi momenti, ricostruendo con credibilità non solo l’ambiente in cui maturarono le opere di Pasolini, ma anche la figura di lui, almeno dal punto di vista psicologico. Si avverte invece la mancanza di un approfondimento della complessità del suo pensiero: le posizioni culturali e politiche che emergono dal film sono quelle, notissime, dell’ultima intervista, per altro incompleta, a Furio Colombo, e soprattutto della “lectio facilior” che ne è seguita: certo il regista non è necessariamente né un filosofo, né uno studioso, ma forse potrebbe contribuire, anche solo col guizzo di un’intuizione originale, al dibattito ormai imminente sulla figura di questo nostro grande intellettuale (il prossimo anno sarà il quarantesimo dalla sua morte), ciò che non è avvenuto.
Sono molto belle invece le fotografie scure di una Roma notturna lontana dal cliché della città turistica, in cui si aggirava il poeta alla ricerca non solo di avventure erotiche, ma della conferma che il mondo dei ragazzi poveri, sottoproletari di borgata, potesse costituire il vero riferimento alternativo al dilagare dell’omologazione consumistica, grazie al suo vitalismo sano e genuino. Da uno di questi giovani, a cui si era avvicinato con molta fiduciosa ingenuità e con umana simpatia (bellissimo, sotto questo aspetto, il racconto della cena in trattoria), sarebbe arrivata, purtroppo, la delusione più amara, quasi a confermare gli oscuri presentimenti dell’ultima intervista.
Ottima l’interpretazione di Willem Dafoe, somigliantissimo e perfettamente calato nel personaggio; buona quella di Maria de Medeiros, nei panni di Laura Betti; nella norma quella degli altri attori, con una Adriana Asti dallo sguardo un po’ troppo fisso, nei panni della madre.