Il misantropo (Molière in bicicletta)

Schermata 12-2456640 alle 23.17.10recensione del film
MOLIÈRE IN BICICLETTA

Titolo originale:
Alceste à bicyclette

Regia.
Philippe Le Guay

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa, Laurie Bordesoules, Camille Japy – 104 min. – Francia 2013

Serge, anziano attore cinematografico (Fabrice Luchini), aveva deciso da tempo di abbandonare le scene e anche la vita che aveva condotto per lungo tempo, ritirandosi a Le Ré, un’isoletta dell’Atlantico, non lontana da La Rochelle, a cui è collegata da un bel ponte autostradale. Conducendo una vita molto sobria, era riuscito a sopravvivere nella casa ereditata, riducendo al minimo i propri rapporti sociali, ignorando quasi totalmente il consorzio umano e “civile” e dedicando il proprio tempo quasi completamente alla pittura e alla lettura. In modo particolare, egli continuava a rileggere il suo amato Molière, “il più grande scrittore francese” del quale apprezzava soprattutto Le Misantrope, cioè l’opera teatrale più complessa, quella che, fin dalla sua pubblicazione, aveva acceso grandi discussioni fra gli intellettuali *. La predilezione di Serge indicava forse la propria identificazione con Alceste, l’eroe che aveva scelto l’isolamento quando gli erano diventati insopportabili i vizi della società in cui era costretto a vivere, oppure nascondeva la segreta voglia di recitarne la parte, una volta o l’altra nella vita?
Sicuramente Serge ignorava che qualcun altro avesse pensato di riportarlo sulla scena, almeno per il teatro: il suo ex collega e amico Gauthier Valence, popolarissimo per essere il personaggio più importante di un serial televisivo, lo aveva raggiunto, infatti, a Le Ré per offrirgli una parte nel Misantrope.
La proposta era dapprima stata rifiutata; in seguito Serge, che adorava Alceste, aveva accettato, a patto però di recitare proprio quella parte, la più interessante e impegnativa, sospesa com’è fra dramma e comicità: per questa ragione era entrato in competizione con Gauthier, che aveva individuato in quel ruolo un passaggio decisivo per la sua futura carriera.

Il contrasto iniziale determina, pertanto, durante le prove, uno scontro continuo, condotto con decisione a suon di versi alessandrini **, senza escludere però il ricorso ad altre aggressioni e colpi bassi, soprattutto da parte di Gauthier, ma, verrebbe da dire, “secondo copione”, poiché entrambi mettono in atto esattamente il gioco delle parti del Misantropo, non sulla scena, ma nella vita, ciò che conferma l’eterna attualità e la profonda verità di quel capolavoro.
Sembra che il regista, che è lo stesso del precedente film con Luchini, Le donne del sesto piano, abbia voluto tratteggiare, ricorrendo a Molière, molto amato da Luchini, alcuni aspetti del carattere di questo bravissimo attore. Ci ha dato, in verità, un film colto, interessante e gradevole, splendidamente interpretato anche da Gauthier, Lambert Wilson, lo stesso attore che qualche anno fa aveva interpretato la parte del priore Christian nel bellissimo Les hommes et les Dieux, stoltamente ribattezzato nella nostra lingua Uomini di Dio.
Presentato con successo al Torino Film Festival che si è appena concluso, Molière in bicicletta è ora presente nelle sale di alcune regioni italiane.

*Le discussioni sul Misantrope di Molière vertono principalmente sul personaggio di Alceste, nel quale non è possibile vedere solo l’ uomo intrattabile e di cattivo carattere che appare a prima vista: egli è infatti anche il portatore di una visione del mondo del tutto nuova e rivoluzionaria, grazie alla quale i valori dominanti dell’intera società vengono rifiutati per le ingiustizie che producono e per l’ipocrisia che ne cela la sostanziale violenza e aggressività. Questo aspetto dell’opera, che indirizza verso una lettura pre-illuminista di Molière, fu immediatamente colto fin dalle prime rappresentazioni e fu all’origine di una serie di letture successive, che fino ai nostri giorni tendono a mettere in evidenza le intuizioni progressiste di questo grandissimo scrittore.

**Chi vuole qualche notizia sul verso alessandrino, molto presente nei poemi francesi e nella poesia in quella lingua, può leggere qui;
qui, invece, è possibile trovare qualche notizia sui rapporti fra verso alessandrino e musica rap!

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galeotto fu l’uovo (Le donne del sesto piano)

Recensione del film:
LE DONNE DEL 6° PIANO

Titolo originale:
Les Femmes du 6ème ètage

Regia:
Philippe Le Guay

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Marie-Armelle Deguy, Muriel Solvay, Audrey Fleurot, Annie Mercier, Michèle Gleizer, Camille Gigot, Jean-Charles Deval, Philippe Duquesne, Christine Vézinet, Jeupeu, Vincent Nemeth, Philippe Du Janerand, Patrick Bonnel, Laurent Claret, Thierry Nenez, José Etchelus, Jean-Claude Jay, Joan Massotkleiner, Ivan Martin Salan – 106 min – Francia 2011

Questo bel film parla con grande finezza e leggerezza di un argomento diventato oggi molto duro: l’immigrazione. Siamo a Parigi, negli anni ’60: in un palazzo dal leggiadro aspetto Liberty, abitano al sesto piano, senza ascensore, alcune donne di origine spagnola. In questo sesto piano (che oggi si direbbe “mansardato”, ma in quegli anni lontani era il piano delle soffitte), vivono in condizioni difficili, senz’acqua, con servizi igienici (si fa per dire!) in comune. Facendo le domestiche, sperano di migliorare la loro umile condizione, ma sono fuggite dalla Spagna per sottrarsi alla povertà, o alle persecuzioni politiche, che nel loro paese, ancora soggetto alla dittatura franchista, perdurano dalla fine della guerra civile. Nel signorile palazzo, invece, i ricchi borghesi parigini occupano gli alloggi più prestigiosi. La presenza delle immigrate spagnole è, per quanto possibile, ignorata, ma per lo più mal tollerata, per le abitudini spontaneamente allegre, ciarliere e solidali delle donne, in contrasto con l’ovattata atmosfera delle famiglie benestanti e ben educate, abituate anche a celare, ipocritamente, la loro crisi: gli uomini cumulano nevrosi (ahimé, quell’uovo alla coque, che, se non perfettamente cotto, può rovinare la giornata!), mentre le donne si occupano di frivolezze mondane, ma gli impegni sono troppi e le stancano tanto! Maria, la bella e giovane spagnola piena di vita, assunta nella grigia e sonnolenta abitazione dei coniugi Joubert come nuova cameriera, riesce a farsi apprezzare dalla signora, per le sue qualità di lavoratrice, ma ancora di più dal marito di lei, per la sua avvenenza, e per la ventata di freschezza e di gioia che introduce nella casa. Il ritratto dei due coniugi è straordinario, direi la parte più riuscita del film. Nel signor Joubert, ottimo Fabrice Luchini, infatti, a poco a poco, attraverso quasi impercettibili mutamenti espressivi, si manifesta il progressivo ricupero di un’energia vitale (che pareva sepolta per sempre fra la noia della vita familiare e le opache pratiche della sua vita professionale) che ora inizia a connotare la sua vita in modo decisivo. Nella signora Joubert, invece, goffamente irrigidita nel suo orripilante abbigliamento bon ton, stenterà a farsi strada la verità di un rapporto coniugale allo stremo: quando finalmente aprirà gli occhi, sarà abbastanza intelligente per capire perché il matrimonio non ha funzionato. La conclusione del film, forse meno convincente, come sempre l’happy – ending delle belle favole, non annulla la magia di una narrazione divertente e seria nello stesso tempo, garbatamente e amabilmente organizzata intorno a un nucleo di verità assai convenzionali. Bravo il regista e brave anche le attrici, fra le quali l’almodovariana Carmen Maura, Sandrine Kiberlain nel ruolo di madame Joubert e Natalia Verbeke nella parte di Maria (di Luchini, tutto il bene possibile: l’ho già scritto).