Luna di fiele

recensione del film:
Luna di fiele

Titolo originale:
Bitter Moon

Principali interpreti:
Kristin Scott Thomas, Peter Coyote, Hugh Grant, Emmanuelle Seigner, Victor Banerjee – 139 min. – Francia, Gran Bretagna 1992.

Non è la luna degli astronomi e degli astronauti, non quella degli innamorati e neppure la luna di miele dei giovani sposi romantici: è la luna amarissima di Roman Polanski, che con significative variazioni si ispira al romanzo di Pascal Bruckner Lunes de Fiel .

Due coppie su una nave da crociera 

Diretti a Instanbul sono su quella nave Fiona (Kristin Scott Thomas) e Nigel (Hugh Grant), coniugi londinesi, che, sposati da sette anni, cercano di ritrovare nell’avventura del viaggio lo slancio amoroso dei primi tempi. La loro meta è l’India, mitico luogo di profumi e di esotiche suggestioni, ma ora, secondo un ricco indiano occasionale compagno di crociera, paese tra i più inquinati al mondo, ovunque maleodorante, rumorosissimo e sporco. Fiona non vuole credergli, convinta che la realtà non debba spezzare l’incantesimo del loro romantico sogno.
Viaggiano verso Instanbul anche uno scrittore in crisi creativa, Oscar (Peter Coyote), semi-paralizzato e costretto a muoversi in carrozzella e sua moglie Mimi (Emmanuelle Seigner): Fiona la incrocia, nella toilette delle donne, sconvolta dal pianto e dal vomito. Il tempestivo soccorso di Nigel conclude l’episodio, di cui, dopo qualche ora, egli si sarebbe ricordato, rivedendola, completamente trasformata, mentre si esibisce in una sensualissima danza nel salone-bar della nave: un saluto, una risposta sguaiata, forse insensata  (meglio averne memoria durante il drammatico finale del film) e, finalmente, dalle parole di Oscar, l’inizio di un chiarimento.

La narrazione di Oscar – Parigi e i suoi mille comignoli 

Oscar aveva visto, poco lontano, il turbamento erotico di Nigel, ne aveva notato lo smarrimento e ora gli chiedeva di ascoltare il suo racconto: gli avrebbe parlato della storia del loro amore, groviglio di passioni contraddittorie e devastanti che lo avevano schiacciato, trasformandolo in un uomo ormai incapace di provvedere a se stesso, completamente nelle mani di quella donna, tanto bella quanto spietata.
Ricco per eredità familiare, americano per origine e parigino per elezione, lo scrittore, come molti suoi illustri connazionali, aveva subìto il fascino della Ville Lumière.
Il fortuito incontro con Mimi, che viaggiava senza biglietto sul suo stesso bus, lo aveva sconvolto: al colpo di fulmine era seguita l’affannosa ricerca di lei, per qualche tempo, lungo tutti i possibili percorsi che le fermate del bus suggerivano e, finalmente, il suo ritrovamento nel ristorante in cui Mimi faceva la cameriera. Era cominciata in questo modo la storia del loro amore malato, appassionata e perversa.
Mimi, abbandonando la sistemazione provvisoria presso una compagna della scuola di danza, era entrata nella sua casa, all’ultimo piano, in una bella mansarda dalla quale si vedeva Parigi, con i suoi cieli bigi e i suoi mille comignoli… Le suggestioni musicali, che nascono inevitabilmente dal nome di Mimi, ci spiazzano un po’: forse Musetta, più che Mimi (quell’accostamento miele-fiele!) dovrebbe essere il nome della donna, ma, come è noto al regista, gli americani non vanno troppo per il sottile e sguazzano volentieri fra gli stereotipi, come si vede, d’altra parte, nel corso della rappresentazione, disseminata (è stato notato da molti critici e anche da molti spettatori) di citazioni da altri film, cosicché il déja vu attenua di molto l’effetto conturbante dei giochi erotici fra gli innamorati.
Non ritengo che questo sia un difetto del film: semmai è un indizio divertente dell’intelligenza di Polanski, che, costretto a fuggire dagli Stati Uniti, anche con questo suo lavoro (1992) si fa beffe della demonizzazione di cui è stato oggetto il suo cinema, insieme alla sua persona.
Nell’intento, anzi, di separare la finzione dalla vita talvolta egli sostituisce le parole alle immagini: lo impone il rispetto che egli deve alla sua musa, la Seigner, sua moglie, così come il riserbo che egli giustamente intende mantenere intorno alla loro vita privata.

Alla finzione e al luogo comune, invece, appartiene il crescendo delle umiliazioni reciproche fra Oscar e Mimi e dell’odio implacabile che il film ci racconta, mettendo alla prova il povero Nigel, pronto a impietosirsi per il procurato aborto di Mimi, ma del tutto incurante del bisogno di maternità di Fiona; pronto ad accettare l’erotismo banale dei finti scandali e delle pseudo perversioni, ma anche a respingere l’erotismo vero di certe confessioni che lo turbano e lo eccitano ben più della loro rappresentazione, riprova dell’ipocrisia che spesso avvolge il rapporto di coppia, nella nostra società, nella quale è difficile ammettere l’imperfetta realtà degli esseri umani.

Un bellissimo film, molto sottovalutato, raccontato attraverso una serie di flashback coinvolgenti, splendidamente recitato dagli attori tutti molto in parte, ovvero adeguatamente sfrontati, crudeli, impassibili e impacciati.

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Kiki & i segreti del sesso

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recensione del film:

KIKI & I SEGRETI DEL SESSO

Titolo originale:
Kiki, el amor se hace

Regia:
Paco León

Principali interpreti:
Natalia de Molina, Álex García, Paco León, Ana Katz, Belén Cuesta, Candela Peña, Luis Callejo, Luis Bermejo, Alexandra Jiménez, Jacobo Sánchez, Silvia Rey, Eduardo Recabarren, Blanca Apilánez – 102 min. – Spagna 2016.

Ancora  una pessima e volgare trasposizione italiana del titolo originale, che pure, di per sé, dovrebbe essere abbastanza esplicito*. Per nostra fortuna al raccapricciante titolo nella nostra lingua non corrisponde la sostanza del film, che è certamente una commedia erotica, ma non banale, né volgare. Il regista, infatti,  ci introduce nel mondo poco conosciuto  di alcune “perversioni” sessuali dai nomi strani che ne chiariscono la natura: alcuni (sonnofili) provano desiderio sessuale e  piacere solo guardando dormire il proprio partner; altri (arpaxofili) solo in situazioni di pericolo o di aggressione violenta; altri (elefili) mostrano una passione smodata per certi tessuti; altri ancora (dacrifili) per le lacrime del loro partner… e via elencando. Da queste situazioni che non sembrano in verità molto perverse (va da sé che le aggressioni violente siano simulate) nascono gli episodi raccontati dal film con tono spigliato e insieme garbatamente ironico. Una Madrid estiva, colorata e bellissima, costituisce lo sfondo in cui si intrecciano, alternandosi sullo schermo, le storie dei personaggi, la cui  “devianza”sessuale (ma esiste davvero la normalità in questo privatissimo ambito?) li caccia in situazioni quasi sempre imbarazzanti, talvolta buffe e talvolta patetiche e dolorose, ciò che costituisce l’oggetto del film, raccontato con umana e pietosa partecipazione. Il regista, che è al suo terzo lungometraggio, in questo lavoro ricopre anche un ruolo d’attore  non proprio secondario: dal desiderio del suo personaggio (Paco) di far rivivere la passione d’amore per la moglie (che ora è un po’ languente) nasce la coscienza della molteplicità delle fantasie erotiche che possono far bene al rapporto di coppia, riportando gioia e serenità laddove mugugni e silenzi potrebbero mettere in crisi anche il legame più solido. 
Il film, che è un remake dell’australiano The Little Death di Josh Lawson (non mi risulta essere arrivato in Italia), è in realtà molto “spagnolo” ed evoca soprattutto i primi film di Almodovar, per la vivacità e la naturalezza del racconto, per il gusto trasgressivo che lo attraversa e per la sincerità liberatoria dell’erotismo che lo caratterizza. Non un grande capolavoro, ma un film gradevolmente divertente.

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*il regista (QUI l’intera intervista ) dichiara:
“Kiki viene dall’Inglese quickly. Esiste anche il nome francese Kiki e un altro africano; ed è un termine inglese che si riferisce ad un tipo di festa: una canzone molto famosa degli Scissor Sisters si intitola Let´s have a kiki: facciamo una festa. Così kiki si usava per tutto: l’eufemismo infantile di fare un kiki rende la cosa festosa e internazionale”.