rimpiangendo Django (12 anni schiavo)

Schermata 03-2456723 alle 14.36.00recensione del film:
12 ANNI SCHIAVO

Titolo originale:
12 years a slave

Regia:
Steve McQueen

Principali interpreti.

Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Lupita Nyong’o, Sarah Paulson, Brad Pitt, Alfre Woodard, Scoot McNairy, Taran Killam, Garret Dillahunt, Michael K. Williams, Quvenzhané Wallis, Ruth Negga, Bryan Batt, Chris Chalk, Dwight Henry, Anwan Glover, Marc Macaulay, Mustafa Harris – 134 min. – USA 2013.

Solomon Northup era un cittadino libero di Saratoga, città nello Stato di NewYork dove viveva, apprezzato violinista e artigiano, insieme alla moglie e alle due figlie, godendo della stima e del rispetto generale. La pelle nera non gli aveva creato ostacoli nella vita sociale e familiare fino al 1841, anno in cui venne rapito da un’organizzazione schiavistica che, dopo averlo ingannato con la promessa di un vantaggioso contratto di lavoro, lo aveva intontito con un intruglio di vino e belladonna e trasportato in catene nel Sud schiavista. Delle sue vicissitudini, durate fino al 1853 (anno in cui, grazie all’intervento di un canadese abolizionista, gli venne riconosciuto il diritto di tornare a Saratoga e alla sua famiglia), Northup lasciò la drammatica testimonianza di un racconto autobiografico, l’unico, a quanto ho letto, in cui la schiavitù dei neri negli Stati Uniti sia stata raccontata da chi l’aveva vissuta di persona.
A questa narrazione si ispira fedelmente il film di Steve Mc Queen che, dopo aver ricostruito con cura gli scenari in cui Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) si muoveva liberamente, tra Saratoga e Washington, si sposta direttamente nei campi di cotone della Louisiana, cioè nei luoghi della schiavitù del suo personaggio, ripercorrendone le tappe. Solomon, infatti, non ebbe un solo padrone, ma tre, l’ultimo dei quali, Edwin Epps (Michael Fassbender) è, dei tre, il più cupamente feroce e anche il più complesso e contraddittorio, dominato totalmente a sua volta da una moglie possessiva e gelosa. Il regista sembra suggerirci non tanto che esistono diversi modi di essere schiavisti, dal più brutale, al più tormentato, al più “umano”, ma che lo schiavismo sia soprattutto la condizione mentale di chi accetta che esistano, per un presunto ordine naturale o divino, privilegi e privilegiati. Se è così,lo stesso Solomon, che non riesce a liberarsi dell’idea di soffrire per un ingiusto equivoco dovuto alla perdita dei propri documenti, non è estraneo a quella mentalità, neppure nel momento in cui Bass, il canadese provvidenziale (Brad Pitt), comparirà come un deus ex machina nella sua vita e riuscirà a restituirgli, con sentenza del tribunale federale, i diritti conculcati, con molte scuse: tanto gli spetta, per il fatto di essere stato un uomo libero e pazienza se i suoi compagni di umiliazioni e di dolore rimangono dov’erano, nei luoghi maledetti del Sud! Sappiamo solo dalle scritte che compaiono alla conclusione del film che egli lotterà successivamente per l’abolizione della schiavitù.

L’argomento trattato è certamente interessante e promettente, ma questo non si è tradotto quasi mai in un linguaggio cinematograficamente apprezzabile, poiché il racconto è molto piatto e difficilmente riesce a coinvolgere lo spettatore: si esce, anzi, con l’impressione che molto spesso le brutalità efferate siano il pretesto di rappresentazioni estetizzanti, del tutto fuori luogo, quasi che i corpi piagati e sanguinanti dei poveretti che le subiscono si trasformassero in eleganti e cupe pitture materiche informali. Quali fatti storici abbiano favorito il diffondersi della vendita di uomini e donne non viene detto, né quali distorsioni abbia prodotto l’obiettivo dell’arricchimento a qualsiasi costo, né perché gli abolizionisti come Bass si muovessero nelle campagne del Sud, cosicché tutto il film non trova né un accettabile riferimento storico-politico, e neppure un colpo d’ala narrativo che riesca a renderlo davvero coinvolgente, ciò che è più grave dal punto di vista della rappresentazione cinematografica. Inevitabile, anche se probabilmente ingiusto, il paragone con il bel film di Tarantino, Django unchained in cui schiavi e schiavisti avevano trovato una rappresentazione davvero indimenticabile!
Se 12 anni schiavo non avesse portato a casa l’Oscar più prestigioso, quello per il miglior film, non l’avrei recensito, per non infierire su un regista che ho apprezzato molto nei due precedenti film Hunger e  Shame.

la bisbetica e il furbacchione (Saving Mister Banks)

Schermata 02-2456714 alle 14.49.15recensione del film:
SAVING MISTER BANKS

Regia:
John Lee Hancock

Principali interpreti:
Tom Hanks, Emma Thompson, Colin Farrell, Paul Giamatti, Jason Schwartzman, B.J. Novak, Bradley Whitford, Ruth Wilson, Annie Rose Buckley, Melanie Paxson – 120 min. – USA 2013

Nonostante la mia diffidenza “a prescindere” per tutto quello che riguarda Walt Disney e il suo mondo zuccheroso e consumistico, caratteristico anche di quella specie di paese dei balocchi molto kitsch che è presente dappertutto, sul nostro pianeta, col nome di Disneyland, devo ammettere che questo film, prodotto da Walt Disney e girato interamente negli studi disneyani, col supporto dell’Archivio lì conservato, è un bel film, molto ben realizzato e a tratti anche molto emozionante: non mi sono pentita di averlo visto.

Mary Poppins ha cinquant’anni: era comparso, infatti, sugli schermi nel 1964 il film con questo titolo, uno dei più famosi di Walt Disney, il quale aveva cercato da circa vent’anni di accaparrarsi i diritti sul romanzo di Pamela Lyndon Travers, dopo aver visto i suoi figli appassionarsi a leggere le avventure della celebre “tata” creata dalla scrittrice australiana. Per vent’anni, circa, la Travers, che ora abitava a Londra, aveva resistito alle lusinghe e alle insistenze disneyane: cedette quando fu sopraffatta dalle esigenze economiche, che non le permettevano di fare troppo la schizzinosa; mai seppe, tuttavia, superare la riluttanza per un mondo troppo superficiale e ottimisticamente americano, che sentiva lontano da sé e dalla sua cultura e per il quale provava un profondo disgusto. La vicenda della nascita molto travagliata di Mary Poppins è ricostruita dal regista John Lee Hancock con grande accuratezza, in questo film, ed è stata resa possibile grazie alla pignoleria puntigliosa e bisbetica con la quale la scrittrice aveva seguito la sceneggiatura del romanzo e la musica (che i fratelli Sherman avevano da tempo predisposto a insaputa di lei). La Travers aveva preteso infatti che ogni seduta di preparazione del film prevedesse la sua presenza e la sua approvazione, e che venisse registrata, per poter in seguito controllare se le variazioni rispetto al romanzo erano state tutte concordate. Eppure, appena arrivata a Los Angeles da Londra, tutto lo staff disneyano si era prodigato per accoglierla con gli onori che Disney stesso aveva organizzato senza risparmio, dall’accoglienza in albergo, all’autista personale, ai dolci (anche troppi) che mai sarebbero mancati sul tavolo di lavoro, agli sforzi per accontentarla in ogni momento e in ogni capriccio. La classe (come la cultura), però, non è acqua e la matura Pamela, eternamente scontenta e bizzosa, non perdeva occasione per rimarcarlo e sottolinearlo, così come il furbissimo Walt non perdeva occasione per calmarla, ascoltando e accogliendo nei limiti del possibile ogni sua pretesa. Questo non impedì la rottura che, a film quasi concluso, fu voluta ostinatamente da lei. Quando arrivò sui giornali la notizia del gran gala previsto per l’inaugurazione del film, la Travers scoprì di non essere stata invitata e volle, orgogliosamente, essere presente a proprie spese, vestita con eleganza e un po’ addolcita nello sguardo e nei modi. La contrapposizione molto ben ricostruita ci ricorda che si era trattato dello scontro fra due mondi e di due diverse weltanschauung, però, oltre che dello scontro fra una matura signorina un po’ altezzosa e un cineasta un po’ troppo ricco: si erano fronteggiati in realtà il mondo europeo, colto e inquieto, pieno di ansie e problemi irrisolti, di cui la stessa miss Travers era l’esempio vivente, e il mondo solare e volontaristicamente ottimista della California, ostentatamente ricco e pieno di una gioia di vivere che agli occhi di Pamela doveva apparire del tutto ingiustificata. Saving Mister Banks, tuttavia, contiene molti altri motivi di grande interesse, il primo dei quali è l’evocazione di Mister Banks, il padre di Pamela, l’uomo che era stato capace di comprenderne la voglia di vivere nel mondo fantastico dei sogni e di incoraggiarla a scriverne, tenendola lontana dalle banalità e dalle angosce della vita quotidiana. L’uomo, che era morto giovane, era stato, in realtà, un pessimo padre e un pessimo marito, malato, ma sempre ubriaco e fragile, pieno di figli e irresponsabile nei loro confronti, così come nei confronti della moglie. Questo aveva reso a Pamela molto difficile parlare di lui, oggetto del suo amore e anche delle sue delusioni. Il rapporto difficile col proprio passato si era trasformato, nel romanzo, nella volontà di idealizzare la figura paterna, ciò che l'”ingenuo” americano Walt Disney aveva capito ed era riuscito a spiegarle, inducendola a un comportamento meno severo con se stessa e col suo prossimo. I flashback che costellano i film, e che riportano in vita quello scambio tenerissimo tra lei bambina bellissima e quel padre che ne incoraggiava i voli e gli slanci fantasiosi, nonché la scrittura, sono tra le pagine più belle del film, emozionanti e struggenti, perché raccontano insieme all’infanzia di Pamela, l’infanzia incantata di tutti i bambini, con delicato pudore e con immagini che la fotografia, ingiallita, leggermente sfocata e piena di fascino rende estremamente suggestive. Gli attori sono straordinari: Emma Thompson, indimenticabile Pamela Travers; Tom Hanks, eccezionale Walt Disney, Colin Farrell, perfetto Mister Banks e Paul Giamatti, straordinario autista personale della scrittrice. E’ un film da vedere!

il potere (Le idi di marzo)

recensione del film:
LE IDI DI MARZO

Titolo originale:
The Ides of March

Regia:
George Clooney

Principali interpreti:
Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Max Minghella, Jeffrey Wright – 101 minuti – USA, 2011.

Il bel titolo classico di questo film ci riporta alla memoria la storia del nostro passato: la fine di Giulio Cesare ad opera dei congiurati che lo stavano attendendo all’ingresso del Senato, dove, appunto, lo avrebbero pugnalato. Fra i congiurati, Bruto, figlio adottivo di Cesare, diventato da allora, per molti, la personificazione stessa del traditore. D’altra parte, in altri momenti storici, la figura di Bruto ha goduto di fama migliore: il tirannicida, l’eroe della libertà, colui che invano, ma generosamente, cercò di difendere le libertà repubblicane. La riesumazione di questi fatti, evidente dal titolo di questo bel film, ci trasporta, però in un luogo lontanissimo nello spazio, visto che siamo nell’Ohio, e nel tempo: ci troviamo, infatti, al tempo delle elezioni primarie del candidato democratico, Mike Morris, per la candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti. Morris, interpretato da George Clooney, che è anche regista del film, è un candidato saldamente ancorato ai valori della Costituzione americana, sanamente laico, in modo da garantire ai credenti di ciascuna fede il pieno godimento dei rispettivi diritti e anche progressista, soprattutto in tema di conquiste civili; contrario alla pena di morte, favorevole all’allargamento delle libertà per i gay e via dicendo, secondo i canoni di un’avanzata correttezza politica. Non tutto il Partito democratico è con lui: lo sarebbe, ma teme che la rigidità delle sue posizioni comprometta la vittoria, soprattutto nell’Ohio, stato che si è fatto la fama di essere quello il cui elettorato, attraverso le primarie, prefigura l’esito delle presidenziali con una certezza quasi matematica. Il suo staff, a sua volta è spaccato: il nodo cruciale delle primarie può essere affrontato in due modi: cedendo a qualche compromesso sui principi, candidando per esempio l’uomo forte dell’altro schieramento del partito, cosa che Morris non vorrebbe assolutamente fare, oppure scommettendo sulla novità costituita proprio dal suo radicalismo senza compromessi, cosa che gli attirerebbe, secondo lui, la simpatia di strati di popolazione che non si era mai lasciata coinvolgere dalla passione politica, giovani soprattutto. In ogni caso, proprio la difficoltà del momento, insieme alla presenza di un sistema di informazione fondato sul sensazionalismo e pronto a diventare una vera macchina del fango, consiglierebbe la massima prudenza del dire e del fare, da parte di tutti, candidato e staff. Così non sarà. L’andamento da thriller del film non mi consente di aggiungere altro. Qualcuno tradirà (le Idi di marzo, appunto) per ambizione personale o per disillusione profonda, nei confronti di un mondo in cui la spinta ideale pare soffocata dalla sete di potere, a cui pare che nessuno sfugga. Il film si interroga sui rapporti fra politica, che è prassi, fondamentalmente, e perciò costretta a confrontarsi con una realtà spesso sorda agli ideali, ed etica, che è teoria e che in quanto tale rischia di rimanere travolta da esigenze più prosaiche, ma certo a loro volta profonde. Il film è condotto in modo, a mio avviso, ineccepibile: asciutto e senza retorica il racconto; acuta l’indagine dei comportamenti dei diversi protagonisti, ognuno dei quali è portatore di una parte di verità. Nessuno è buono, ma nessuno è cattivo: forse qualcuno è meno peggio di altri, ma tutti sono uomini e donne assolutamente imperfetti. Splendida interpretazione di Clooney, di Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti (il che è ovvio); altrettanto eccellenti gli attori meno noti (Ryan Gosling, tra tutti: sbalorditivo!, così come le due donne, la stagista e la giornalista, attrici perfette per le due parti tanto ambigue quanto difficili). Forse, ma questa è una mia riflessione a margine, la sete di potere e la smisurata ambizione potrebbero essere maggiormente contenute da un sistema politico in cui meno sia presente la personalizzazione dello scontro.

Barney e la morte dell’autore (La versione di Barney)

Recensione del film:

LA VERSIONE DI BARNEY

Titolo originale:
Barneys version

Regia:
Richard J. Lewis.

Principali interpreti:
Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Minnie Driver, Rosamund Pike, Rachelle Lefevre Version – 132 min. – Canada, Italia 2010.

Mi chiedo quale senso abbia la polemica presente in quasi tutte le recensioni, relativa all’inadeguatezza del film rispetto al romanzo. Il film va, secondo me, giudicato di per sé, poiché si avvale, nel narrare la stessa vicenda del romanzo, di mezzi espressivi, grammaticali e sintattici completamente diversi. Parafrasando il famoso titolo di un’opera di Roland Barthes, “La morte dell’autore”, che invitava il lettore a ignorare l’autore, per soffermarsi esclusivamente sul testo, bisognerebbe sostenere “la morte del romanzo ispiratore”, per soffermarsi solo su quel particolare testo che è il film, che in questo caso è l’opera da commentare. Entriamo nel merito di questo lavoro, dunque, per dare un giudizio, per quanto possibile, oggettivo. Il film ci racconta la vita di Barney Panofsky, singolare personaggio, la cui esistenza si svolge fra Roma, teatro del suo primo e subito fallito matrimonio, e New York, città in cu vive suo padre, poliziotto in pensione, grande ammiratore delle donne anche da vecchio, ma anche luogo in cui avviene la conoscenza della seconda moglie. Proprio durante il pranzo di nozze, Barney incontra, fra gli invitati, Miriam, che sarà il suo vero e unico amore per tutta la vita. Il rocambolesco inseguimento di lei lascia presagire la prossima conclusione di questa seconda vicenda matrimoniale, alla quale è legata, però anche l’oscura storia della scomparsa del suo migliore amico, in seguito alla quale Barney verrà sospettato di omicidio. Il matrimonio fra Miriam e Barney, la nascita dei figli non conclude però le avventure del protagonista, perché il suo goffo comportamento riesce a mettere in crisi anche l’amore della donna, che decide di lasciarlo. L’ultima parte del film, che ci presenta la decadenza fisica di Barney, la sua vecchiaia triste, accompagnata dalla demenza senile e dalla perdita della memoria, ci presenta però anche il riavvicinamento di Miriam al marito, che conferma la durata, nonostante tutto, dell’ amore che li aveva uniti. Ci troviamo, nel film, di fronte a un personaggio singolare, connotato da alcune caratteristiche: Barney è un maldestro pasticcione, che sembra quasi inciampare nelle cose: nonostante la migliore volontà non riesce a raggiungere le mete che gli stanno a cuore per la precipitazione irriflessiva del suo comportamento, per la stolta e incosciente immaturità che lo accompagna anche nei momenti più seri della vita; è anche uno svagato e tenero innamorato, un padre affettuoso e un marito geloso e possessivo; è inoltre molto indulgente con se stesso e portato ad autoassolversi. Tutto ciò viene detto con verità nel film, grazie a una regia attenta a non farsi travolgere dalle contraddizioni del personaggio, dalle sue mille sfaccettature poiché pare privilegiare una lineare e chiara narrazione, col risultato di darci un film coerente e gradevole, commovente nel finale, anche se non un capolavoro. Il lavoro degli attori accompagna bene l’intento del regista: Barney è un bravo Paul Giamatti, che con una espressione sempre un po’ trasognata e ottusa si adatta in modo convincente a un ruolo difficile; bravissimo Dustin Hoffmann (ma è ovvio); brave anche le attrici, in modo particolare Rosamund Pike nella parte di Miriam.