Nomad – In cammino con Bruce Chatwin

recensione del documentario:
NOMAD – IN CAMMINO CON BRUCE CHATWIN

Titolo originale:
Nomad – In the Footsteps of Bruce Chatwin

Regia e sceneggiatura:
Werner Herzog


durata del documentario:
85 minuti – Gran Bretagna 2019

Psichiatri, politici, tiranni continuano ad assicurarci che la vita nomade è un comportamento anormale […], malattia che per il bene dell’umanità deve essere debellata. […] Gli orientali, però, mantengono vivo un concetto un tempo universale: che la vita errabonda ristabilisce l’armonia originaria che esisteva una volta fra l’uomo e l’universo.
(Bruce Chatwin, La via dei canti, Adelphi, 1987, pag. 239)

Questo film racconta l’amicizia fra il regista Werner Herzog e lo scrittore Bruce Chatwin, nata dalla scoperta, prima ancora di incontrarsi, della comune “eccentricità”.
Il loro avvicinarsi, infatti, era la stata la conseguenza quasi inevitabile del reciproco ammirarsi da lontano, attraverso le opere nate dalla singolare affinità del loro sentire.

Li aveva accomunati l’insaziabile  e quasi ossessiva passione per la conoscenza dell’anima profonda dei luoghi che ancora conservano le tracce delle antichissime civiltà dei nomadi, che percorrevano i sentieri segreti, le vie dei canti, tracciate nella vegetazione, testimonianza di antiche culture quasi del tutto perdute, possibili da evocare facendo rivivere le creature che alla terra avevano, alla fine del loro ciclo vitale, restituito quella vita che dalla terra stessa avevano ricevuto.

La passione dello scrittore era nata con lui: durante l’infanzia ne aveva animato i giochi, i sogni, le letture un brandello peloso – si diceva di brontosauro – trovato nella dimora australiana degli zii, ciò che lo aveva reso desideroso e impaziente di muoversi e di spostarsi ripercorrendo a piedi le “vie dei canti” in Patagonia come in Australia, in Africa o, semplicemente, lungo i sentieri nascosti fra le siepi delle colline del Galles, custodi di antichi massi, orientati come un misterioso calendario astronomico.

Herzog – che aveva girato Il cobra verde (1987), ispirandosi al suo romanzo Il viceré di Houidah (1980) – lo aveva incontrato quando lo scrittore era già segnato dall’AIDS, che lo avrebbe portato a morire a soli 49 anni. Bruce non poteva ormai camminare, ma fu l’amico Werner a regalargli l’ultimo viaggio, in portantina, ventilato con i flabelli degli accompagnatori africani e trattato come un re. Momento di vera felicità per il malato, che prima della morte volle cedergli il testimone: il glorioso zaino di cuoio, inseparabile compagno di tanti viaggi.

Film molto bello: con insolita e commossa gentilezza, il grande visionario Herzog riesce a unificare, grazie a un montaggio prodigioso, le scienze della storia millenaria dell’uomo con il mondo mitico, con i richiami biblici (il diluvio universale), e anche con gli episodi della vita della vita di Chatwin, raccontati attraverso le parole di Elizabeth – la vedova – e del direttore della fondazione da lei voluta, che ne raccoglie diari, fotografie, mappe, appunti, schizzi: grande omaggio all’uomo, al marito, alle sue inquiete peregrinazioni.

Da vedere in sala, mai come in questo caso insostituibile amica di chi ama il cinema.

Film-evento concesso per soli tre giorni alle sale italiane. La sua permanenza sul grande schermo è stata assicurata per qualche giorno ancora, prima che la piattaforma che se n’è assicurata i diritti lo renda visibile agli abbonati.

Neve nera

recensione del film:
NEVE NERA

Titolo originale:
Nieve Negra

Regia:Martin Hodara

Principali interpreti:
Laia Costa, Ricardo Darín, Leonardo Sbaraglia, Dolores Fonzi, Andrés Herrera, Mikel Iglesias, Javier Kussrow, Iván Luengo, Federico Luppi, Biel Montoro, Liah O’Prey – 90 min. – Argentina, Spagna 2017

Tornato in Patagonia, alla casa di famiglia, con le ceneri del padre, Marcos (Leonardo Sbaraglia), accompagnato dalla giovane moglie incinta, Laura (Laia Costa), era deciso ad affrontare col fratello Salvador (Riccardo Darin) le questioni dell’eredità paterna, proprio ora che un’importante impresa mineraria canadese aveva offerto una cifra strabiliante per entrare in possesso – prendere o lasciare – dell’intera proprietà. Si comprende da subito quanto la questione fosse complessa: Salvador era anziano e non intendeva lasciare quel territorio che gli dava da vivere in modo per lui soddisfacente e a cui lo legava un passato doloroso, che non intendeva dimenticare. Era morto lì, infatti, Juan (Ivan Luengo), il fratello piccolo, caduto durante una battuta di caccia, colpito involontariamente dal suo fucile, fatto atroce all’origine della pazzia di Sabrina  (Dolores Fonzi), la giovane sorella ora relegata in un ospedale psichiatrico. Come si vede, sulla famiglia di Marcos sembrava essersi accanito un destino tragico che aveva reso, per forza di cose,  intrattabile e aggressivo Salvador, e che (nonostante l’apparente serenità del suo presente con Laura) si ripresentava negli incubi di Marcos, nelle sue paure, nelle angosce tormentose di ogni giorno, soprattutto dopo il suo ritorno in Patagonia. A poco a poco nel corso del film apprenderemo le cose che non erano state dette della morte di Juan, i segreti inconfessabili sepolti nel suo cuore, nonché la natura sordida dei rapporti tra i fratelli, in un crescendo di orrore disgustoso, che rende discutibile la conclusione del film, girato certamente con molta maestria, e con una velleitaria attenzione ai problemi della colpa e del “peccato”, rapidamente risolti, però, dal sorprendente cinismo che, in vista della cospicua eredità, trasforma completamente il sistema dei valori su cui sembrava fondarsi la coppia, tutto amore e tenerezza, in attesa del bebè.

I pregi dell’ottima fotografia, che nel cupo paesaggio invernale era sembrata annullare con un continuo flashback ogni distanza temporale, nonché la pregevole prova di tutti gli attori si infrangono sulla banalità superficiale e sull’impudicizia (in tutti i sensi) esibita dell’ultima parte del film. Peccato!

 

I nazisti di Bariloche (The German Doctor – Wakolda)

Schermata 05-2456809 alle 14.36.47recensione del film:

THE GERMAN DOCTOR – Wakolda
Titolo originale: The German Doctor

Regia: Lucía Puenzo

Principali interpreti: Alex Brendemühl, Natalia Oreiro, Diego Peretti, Elena Roger, Guillermo Pfening, Ana Pauls, Alan Daicz, Florencia Bado, Abril Braunstein, Juani Martínez – 93 min. – Argentina, Francia, Spagna, Norvegia, Germania 2013.

Lucia Puenzo è la regista argentina di questo film e di altri due precedenti, il primo dei quali dei quali, molto bello, era uscito in Italia, dove era rimasto poco, nel 2007: si intitolava XXY (il titolo alludeva all’errore cromosomico all’origine delle sofferenze del giovane ermafrodita, di cui viene raccontato il calvario per fare accettare la propria diversità). Del secondo, ora reperibile in DVD, in Italia non si era avuto notizia. Eccoci ora, con un anno di ritardo, all’uscita del terzo film.

In quest’opera, tratta dal romanzo da lei stessa scritto, la regista ci racconta alcuni fatti realmente accaduti negli anni ’60 in Argentina, ai tempi di Peron quando il governo argentino accolse a braccia aperte alcuni sopravvissuti fra i gerarchi nazisti più noti e famigerati, permettendo loro di soggiornare nel sud della Patagonia, in un bellissimo e poco abitato paesaggio che pare quasi alpino, di montagne, di nevi e di laghi. Il governo peronista consentì inoltre che i nazisti si organizzassero, creassero una scuola, una biblioteca e proseguissero, perciò, senza dar troppo nell’occhio, l’opera di propaganda del razzismo hitleriano. Nella loro comunità, trovarono spazio e ospitalità anche Eichmann, il meticoloso “contabile della morte” di Auschwitz e Mengele, il medico fanatico e spietato, che sempre ad Auschwitz sperimentò, sulla carne viva delle donne incinte e dei bambini ebrei o zingari, prima di ucciderli, farmaci per l’aumento della statura e per favorire le gravidanze gemellari. Eichmann, catturato in seguito alla caccia ai criminali nazisti avviata dai servizi segreti israeliani in tutto il mondo, fu portato in Israele, processato e condannato a morte. Mengele, pur ricercato e individuato da una donna, la fotografa impiegata nella biblioteca della scuola tedesca di Bariloche, riuscì a farla franca e a sfuggire alla cattura, trovando rifugio, dopo l’Argentina, in altri stati sudamericani, dal Paraguay, all’Uruguay, al Brasile dove morì, a quanto pare per cause naturali, nel 1979 all’età di 67 anni. Lucia Puenzo seguendo le linee narrative del proprio romanzo (intitolato Wakolda, ora tradotto in italiano e pubblicato da Guanda), ci parla dunque del soggiorno dello spietato Mengele a Bariloche, dove era riuscito a introdursi nella vita di una famiglia, guadagnandosi la fiducia incondizionata di una ragazzina di nome Lilith, disposta ad assumere qualunque farmaco pur di trovare un rimedio alla propria bassa statura. Il film, dunque, assume le caratteristiche di un inquietante horror, sia pure molto ovattato, perché i modi del dottore erano gentili ed educati e sembravano riflettere un affetto sincero e una vera preoccupazione per la bambina e per i suoi problemi. Il consenso materno alle “cure sperimentali” non mancava; quello paterno, invece, non ci fu mai, perché il padre, diffidente nei confronti dello strano dottore, era stato tenuto all’oscuro di tutta la vicenda, così come era all’oscuro che anche la gravidanza (gemellare) della moglie venisse seguita farmacologicamente da questo medico. D’altra parte, per non suscitare sospetti, il dottore aveva assecondato con molto zelo la passione del padre per le bambole meccaniche, di cui, addirittura, gli aveva facilitato la produzione in serie: tutte uguali, bionde, con gli occhi azzurri, bellissime e perfette…

Film da vedere, sia perché la narrazione ci permette di capire quanta banalità e quanti luoghi comuni fossero alla base di certe affermazioni pseudoscientifiche sulla purezza del sangue e della razza, sia perché aiuta a non dimenticare gli orrori e le efferatezze che hanno segnato profondamente gran parte del XX secolo. Avrebbe giovato, complessivamente, ai più giovani soprattutto, qualche spiegazione in più circa le mostruose attività di Mengele ad Auschwitz, perché il rischio è che il film venga compreso principalmente da chi possiede già, per conoscenze e studi personali, le notizie storiche necessarie a capirlo.