Quel giorno d’estate

recensione del film:
QUEL GIORNO D’ESTATE

Titolo originale:
Amanda

Regia:
Mikhael Hers

Principali interpreti:
Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin, Ophélia Kolb, Marianne Basler, Jonathan Cohen, Greta Scacchi, Claire Tran – 106 min. – Francia 2018

Nella Parigi dei nostri giorni, Sandrine (Ophélia Kolb), insegnante d’inglese, vive da single con la piccola Amanda (Isaure Multrier), la figlioletta di sette anni. Per lei, come per tante altre donne, i tempi del lavoro male si conciliano con i compiti materni, né le è facile, quando rientra in casa, lasciare dietro di sé le preoccupazioni e le frustrazioni accumulate fra studenti distratti, genitori minacciosi e arroganti e colleghi pavidi e poco solidali. Per fortuna, può contare sull’aiuto del giovane fratello, il ventitreenne, David (Vincent Lacoste), che, accumulando lavori precari, riesce a organizzare il proprio tempo con un po’ di flessibilità: è addetto alla manutenzione dei parchi comunali, ma arrotonda le magre entrate con qualche lavoretto occasionale e si occupa di procurare, via Internet, alloggi in affitto, per brevi periodi, ai turisti in arrivo. In questo modo aveva conosciuto la bella Lena (Stacy Martin), che si mantiene nella capitale con le sue lezioni di piano.

Così, attraverso la loro quotidianità, il regista ci presenta i personaggi di questo piccolo film, che mette in scena l’atmosfera nervosa e inquieta in cui si muovono, come loro, molti giovani del nostro tempo, che seppure non siano, per il momento, in condizioni di povertà, avvertono l’incertezza del futuro e si adoperano per affrontare i problemi più urgenti, facendo tesoro della solidarietà degli affetti, spesso in una cerchia familiare molto ristretta: Sandrine e David hanno da poco perso il padre e non hanno da vent’anni notizie della madre, che li aveva abbandonati per seguire a Londra l’uomo di cui era innamorata. In questo equilibrio traballante arriva imprevisto l’impatto col terrorismo: non una novità nella Parigi del Bataclan, ma non per questo meno crudele e assurdo. Le piccole esistenze dei nostri personaggi ne usciranno sconvolte: Sandrine muore in una sera d’estate, mentre tranquillamente in un parco attende il fratello insieme a Lena. In ritardo all’appuntamento, solo lui era stato risparmiato dalla furia omicida del folle che aveva preso a fucilate la gente che si trovava lì. Lena, ferita, era stata portata in rianimazione, mentre David, sconvolto, aveva subito pensato alla piccola Amanda. L’ultima parte del film è tutta dedicata al  loro progressivo avvicinarsi, accettandosi, nelle loro rispettive asperità, perché nonostante la tenerissima età e la precoce conoscenza del dolore, Amanda è molto decisa a rivendicare il proprio diritto a non essere trattata come un pacco da smistare da un indirizzo a un altro e Davide è troppo tenero e bisognoso di famiglia per permettere che le si aprano solo le porte dell’orfanotrofio.

Film delicato ed esile, che si interroga sul dolore, sul suo perché, sul modo per uscirne. Il regista non indugia sulle scene cruente, riprese anzi in un crepuscolo che tende a sbiadirne i contorni crudeli. Il dolore è tutto interno ai personaggi, che gli attori, disegnano con grande talento interpretativo dando verità alla tragedia che cambia la loro vita e che essi cercano di ricominciare.

Da vedere. Il racconto è straziante, ma è pudico e asciutto: i fazzoletti non occorrono.

Buona Pasqua a tutti voi

Paris nous appartient era il titolo del film di Jacques Rivette che inaugurò, all’inizio degli anni ’60, la stagione nuova del cinema francese, la Nouvelle Vague.


Cari Lettori,

ora ci sentiamo meglio, dopo il cuore in gola per quelle immagini: abbiamo davvero capito quanto profondamente Parigi ci appartiene.

Resto in tema, con i miei auguri: la breve clip che li accompagna è un estratto da Midnight in Paris di Woody Allen.
Anche a lui Parigi appartiene, con i suoi cliché, col suo fascino, con la sua cultura.

E ora, davvero, tanti cari auguri a tutti voi per una Pasqua serena con le persone che vi sono care. A presto!

L’uomo fedele

recensione del film:
L’UOMO FEDELE

Titolo originale:
L’Homme Fidèle

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Laetitia Casta, Lily-Rose Depp, Joseph Engel, Louis Garrel – 75 min. – Francia 2018.

Chi non ha visto questo film potrebbe immaginare che in casa Garrel si stia trasmettendo di padre in figlio la passione per l’indagine della fenomenologia amorosa, secondo il gusto del racconto morale cinematografico, nel solco della tradizione culturale, tutta francese, del conte philosophique. Il film, probabilmente, lo farà ricredere. 

I personaggi e i primi sei minuti del film

Una Parigi quasi da cartolina, con tanto di Tour Eiffel sorvolata rapidamente; l’avvicinarsi delle case dell’arrondissement abitato dalla media borghesia dei giovani in carriera: siamo alla scena introduttiva del film che ci offre la location del racconto, e, indirettamente, l’ambiente sociale in cui si svolgerà, quello dei protagonisti, che compaiono in medias res, alle prese con le operazioni quotidiane del dopo-risveglio.
Lui (Louis Garrel) è Abel, giovane giornalista che vive nella casa di Marianne, la donna che ama (Laetitia Casta). Si è appena alzato e ora sta preparandosi la colazione; lei, ancor mezzosvestita, lo raggiunge in cucina: è visibilmente imbarazzata e ha urgenza di parlargli per dirgli:

-di aspettare un figlio (sorriso radioso di Abel);
-che il figlio non è suo (il sorriso si spegne);
-che il figlio è di Paul (sguardo che si rabbuia: è il suo migliore amico)
-che con Paul ha fissato, nel rispetto della bigotta famiglia di lui, la data molto ravvicinata delle nozze;
-che dovrà pertanto andarsene al più presto perché quella casa diventerà il domicilio coniugale di lei e di Paul.

Di questo matrimonio senza storia, non sapremo altro, così come ignoreremo tutto di Paul, riferimento senza volto e senza identità, che per nove anni, ovvero fino alla sua morte improvvisa, era stato il marito di lei e il padre di Joseph (un piccolo ma bravissimo Joseph Engel).
Sono passati soltanto sei minuti: la situazione iniziale si è più volte ribaltata, costringendoci all’attesa guardinga di ciò che avverrà.
———
Si riposizionano i personaggi:
Abel, l’uomo fedele, è ora un giornalista affermato;
Marianne è ora la segretaria indispensabile di un giovane politico ambizioso e belloccio;
il figlio di Paul, Joseph, è un ragazzino sveglio e fantasioso, appassionato di film gialli e di storie poliziesche, che vorrebbe la mamma solo per sé.
Si sono visti tutti ai funerali di Paul; Abel e Marianna potrebbero ricominciare daccapo la loro storia di coppia, ma la gelosia di Joseph, terzo incomodo fra i due, di nuovo innamorati, lascia spazio a nuovi e imprevedibili sviluppi, mentre un nuovo personaggio ne insidia l’armonia ritrovata: è la giovanissima Eve (Lily-Rose Depp), sorella del defunto Paul, che, appena uscita dall’adolescenza, contende a Marianne l’amore di Abel, ancora una volta arrendevole e pronto ad andarsene, traslocando bagagli e ricordi da una casa all’altra, da una storia a un’altra, fedele soprattutto alla propria inerzia, per incapacità di scegliere e di amare davvero. Non racconterò altro, ma molto altro accadrà…il film è da vedere.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista e da Jean-Claude Carrière, proprio quello stesso degli ultimi film di Luis Buñuel, dà vita a questo grottesco e straniante film, corrosivo dei luoghi comuni, che, con una forte presa sull’attualità, ci presenta un ritratto impietoso dei giovani borghesi di oggi, inconcludenti, sotto l’apparente mitezza, come Abel, o crudeli, sotto l’apparente liberalità sentimentale, come Marianne; capricciosi, come Eve, ma in fondo tutti quanti incapaci di uscire da sé, di comprendere gli altri, privi di slanci ideali, stanchi e vecchi anche da giovani.
Pochi, ma molto bravi gli attori fra i quali spicca una Laetitia Casta davvero superba nei panni del personaggio ambiguo di Marianne e Louis Garrel, credibile Abel, ignavo bamboccione senza qualità.

Cold War

recensione del film:
COLD WAR

Titolo originale:
Zimna wojna

Regia:
Pawel Pawlikowski

Principali interpreti:
Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn, Jeanne Balibar, Adam Woronowicz, Adam Ferency, Jacek Rozenek, Martin Budny – 85 min. – Polonia 2018

“Ogni grande amore reca con sé il pensiero crudele di uccidere l’oggetto dell’amore così da sottrarlo una volta per tutte al giuoco perverso del mutamento: perché l’ amore ha ribrezzo del mutamento più ancora che della distruzione”F. Nietzsche – Umano, troppo umano

L’amore appassionato fra i due protagonisti del film era nato sullo sfondo della Polonia smembrata, ridotta in macerie e costretta nell’orbita dei paesi satelliti dell’Unione Sovietica, dopo la II guerra mondiale. In un pesante clima di diffidenza, Viktor, direttore della Scuola di Musica  e di canto popolare, percorreva le campagne su un camion alla ricerca delle ricche tradizioni folkloriche del paese e di giovani talenti del canto e della danza che fossero in grado di farle rivivere nel clima politico nuovo*.
Si erano incontrati in quelle circostanze,  Zula (Joanna Kulig)  bionda e giovane, dal volto delicato, dalla voce meravigliosa e dal passato oscuro e Viktor (Tomasz Kot), molto meno giovane, pensoso, dal dolce sorriso malinconico. Si erano piaciuti subito, e molto presto amati appassionatamente. Il colpo di fulmine era stato di quelli destinati a resistere anche ai momenti difficili (non pochi), alle lusinghe e alle minacce del potere, nonché alle lunghe separazioni imposte dalla lontananza. Lui, poco interessato al folklore tradizionale, si era trasferito in esilio volontario a Parigi, per coltivare le proprie aspirazioni di jazzista; lei, che non si era sentita di seguirlo, era rimasta in patria per diventare, trascinata dal successo, una star di prima grandezza, in grado di farsi apprezzare in Polonia come a Mosca, ma anche in tournée: a Berlino; sulla costa dalmata o nella stessa Parigi.

Lo spostarsi di Zula offriva alla coppia l’occasione per rivedersi e per rinnovare la passione, che conosceva anche i momenti duri dello scontro e dell’odio, inevitabili per la diversità della cultura e delle aspirazioni, ma soprattutto per la natura totalizzante dell’amore vero e profondo che tende ad annullare l’altro come bene aveva intuito Nietzsche dal quale ho tratto la citazione dell’incipit. Il regista ce lo racconta per sequenze ellittiche relativamente brevi, lasciando che sia la nostra immaginazione a colmare il vuoto fra un incontro e l’altro, irrilevante a paragone dell’eccezionale continuità dolorosa di un amore che, nella tragica e magnifica conclusione, trova infine la dimensione, a lungo perseguita da entrambi, dell’eternità.

Avez-vous perçu ce silence absolu qui résonne sur terre juste avant la tombée de la nuit? Seule une oreille tendue vers le rayonnement profond des êtres peut le capter, échappant aux bruits parasites. Ce qu’on appelle “un couple”, au sens inaccessible du terme, se forme lorsque deux personnes entendent ce rayonnement en chacune d’elles, réciproquement et dans le monde alentour. Personne d’autre ne peut s’y immiscer. (Julia Kristeva – da L’Horloge enchantée).

Il tema della passione amorosa fra estasi e tormenti è l’elemento di maggiore interesse del film: situazioni e personaggi sembrano evocare, con molta finezza, illustri precedenti cinematografici (alcune storie “nere”di Truffaut, la mitezza innocente di Karol Karol nel Film bianco di Kieslowski…), ma anche, probabilmente, letterari: lo sfuggirsi e il  riprendersi; il riso e il pianto, l’odio e l’amore hanno remote radici nella poesia, nel teatro e anche nel melodramma, quasi sicuramente parte del background culturale del bravo Pawel Pawlikowski, che con quest’ultimo suo film, quest’anno, a Cannes ha ottenuto la Palma per la miglior regia.

Un bellissimo bianco e nero** e l’insolito formato 4:3 sottolineano la distanza nel tempo dei fatti raccontati, probabilmente ispirati a Pawlikowski da una storia di famiglia, che ai genitori, infatti, ha dedicato questo lavoro.
Nel film la musica assume varie funzioni narrative: quella folklorica avvia la storia degli amanti e scandisce i successi di Zula; il jazz che Viktor suona nelle cave di Parigi ne evidenzia il carattere malinconico e triste; infine, il rock di Elvis Presley, negli anni ’60, che scatena la danza della infaticabile Zula sul tavolo di un locale parigino, ci porta verso la fine di un’epoca, preparando la conclusione della storia del grande amore, favorito dal dopoguerra della povertà diffusa e delle illusioni. Gli interpreti, ottimamente diretti, lasciano in noi un’impressione profonda di verità, così come il film, a tratti disuguale, ma sicuramente bello, insolito e da vedere.

*1949- 1964: è il quindicennio in cui si svolge la storia del film.La seconda guerra mondiale era alle spalle, ma si stava profilando la realtà della guerra fredda fra l’Unione Sovietica e gli USA, di cui l’Europa, ridefinita nei confini nazionali, stava facendo le spese. L’Unione Sovietica seguiva con preoccupazione il risorgere delle nostalgie separatiste presenti in vasti territori polacchi, direttamente o indirettamente, finiti sotto la propria egemonia politica dopo la catastrofe bellica e cercava di ottenere, anche attraverso il ricupero delle tradizioni popolari, il consenso delle masse ostili.

**come nel suo precedente Ida.

I tre colori di Kieslowski

Film blu, Film biancoFilm rosso (la “Trilogia dei colori”) nacquero dal progetto unitario del regista polacco Krzystof Kieslowski*, uno dei più grandi autori cinematografici del ‘900. Sceneggiati insieme all’inseparabile collaboratore Krzysztof Piesiewicz, girati e conclusi fra il 1993 e il 1994, i tre film si ispirano ai colori della bandiera francese, cui il regista associa i valori di libertà (Blu), uguaglianza (Bianco) e fraternità (Rosso), fondamenti della Rivoluzione del 1789, tuttora richiamati dall’ultima costituzione repubblicana. L’intento di Kieslowski era duplice: presentarne l’importanza universale e insieme evidenziarne i limiti e le contraddizioni, inevitabili quando l’astrattezza dei princìpi si confronta con la realtà degli uomini e della società.

Le vicende sviluppate nei tre film, pur nella loro diversità, rivelano forti somiglianze:
sono racconti morali ma non sono teoremi; non proclamano verità, ma isinuano dubbi e interrogativi;
sono racconti europei: i loro personaggi si muovono tra Parigi, la Polonia e Ginevra, luoghi emblematici dei modelli ideali, politici ed economici che nel corso dei secoli hanno alimentato le speranze e ispirato le azioni degli abitanti del vecchio continente;
mettono in scena storie di ordinaria aspirazione alla felicità, che si confrontano  e si scontrano con  i capricci del caso, (o con le decisioni del fato, o forse con un disegno provvidenziale di cui sfuggono i contorni)
sono costruiti tutti e tre con precisione molto attenta anche ai più minuti particolari, che rimandano significativamente, per corrispondenze subliminali, alla storia principale.
È impossibile non notare le analogie fra un film e l’altro: il ricorrente presentarsi degli interrogativi fondamentali della vita; la partecipazione emotiva del regista – demiurgo alle sciagure inattese; la sua ironia amara per gli aspetti contraddittori del fideismo ingenuo nella naturale bontà degli uomini e nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
Una profonda ansia finalistica (non necessariamente religiosa o confessionale) attraversa tutte le vicende dei tre racconti, che diventano lo specchio dell’inestricabile guazzabuglio di disperazione e di attesa che rende i personaggi della finzione del tutto simili agli spettatori, che in quelli riconoscono la propria aspirazione alla generosità disinteressata e, purtroppo, anche le proprie debolezze e meschinità.

breve recensione del film:
Tre colori –  Film Blu

Titolo originale
Trois couleurs: Bleu

Regia:
Krzystof Kieslowski

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Emmanuelle Riva, Benoit Regent, Yann Tregouet, Florence Pernel 95 min. – Francia, Polonia 1993.

È un gran film sulla libertà e sull’amore, ma anche una profonda meditazione sul tema della memoria. Julie (Juliette Binoche) ha perso in un imprevedibile incidente d’auto Anna, la figlioletta, e il marito, famoso musicista impegnato a terminare la composizione di un concerto molto atteso, organizzato per festeggiare l’unità ritrovata dell’Europa (la caduta del muro di Berlino era avvenuta nel 1989). Le era rimasta la grande casa presso Parigi, piena di libri e di cultura, soprattutto ingombra, però, di ricordi disperati, che, continuamente insinuandosi nel presente le impedivano di creare per sé nuovi spazi di libertà, ora che aveva respinto l’ipotesi di uccidersi. Mentre Julie si accingeva a cancellare rabbiosamente ogni traccia del proprio passato per disporsi a cogliere le nuove opportunità che la vita avrebbe potuto offrirle, sua madre, sempre più vecchia e sulla strada della demenza, perdeva progressivamente ogni memoria di sé, smarrendosi in un limbo, indeterminato nel tempo e nello spazio, non diverso dalla morte. Per quanto difficile sia ammetterlo, infatti, sopravvivere a un grande dolore è possibile solo ricuperando tutti gli aspetti del nostro passato che hanno formato la nostra stessa identità: per Julie, dunque, la sua nuova libertà si sarebbe realizzata solo tornando a offrire, in positiva continuità col suo doloroso passato, la propria generosità e il proprio amore, uscendo finalmente da sé.

 

breve recensione del film:
Tre colori – Film  Bianco
Titolo originale:
Trois couleurs: Blanc

Regia:
Krzysztof Kieslowski

Principali interpreti:
Zbigniew Zamachowski, Julie Delpy, Janusz Gajos, Jerzy Stuhr, Aleksander Bardini. 91 min. – Francia, Svizzera, Polonia 1994

L’uguaglianza è il meno facilmente realizzabile fra i tre grandi ideali della rivoluzione francese: presuppone la possibilità di organizzare la società secondo criteri di giustizia che prescindono dalla natura e anche dalla volontà degli uomini. Questo convincimento, apertamente dichiarato dal regista nell’intervista che si può acoltare sul DVD nella parte dei contenuti speciali, ha determinato, probabilmente, la scelta, per questo film, del registro narrativo della commedia. Girato significativamente fra Parigi e la Polonia, Film Bianco racconta le avventurose peripezie del protagonista, Karol Karol (Zbigniew Zamachowski), parrucchiere polacco assillato dal bisogno di soldi. Sua moglie Dominique (Julie Delpy), che aveva capito come va il nostro mondo, aveva aperto un grande salone da parrucchiera a Parigi, dove ora viveva da signora e parlava francese. La donna, infatti, aveva così bene assimilato gli usi e i costumi del paese che l’aveva accolta da ricorrere alle sue leggi per divorziare da lui, che invece non aveva capito nulla. Eppure il loro era stato un grande amore felice e completo fino al matrimonio, dopo il quale, per colpa di lui (secondo lei), la loro vita sessuale si era interrotta e le loro strade si erano separate. L’ingenuo e innamorato Karol, però, si era convinto che lavorando sodo in Polonia, con le sue conoscenze e la sua capacità, avrebbe convinto Dominique a tornare in patria per creare quella famiglia, la cui centralità sicuramente (secondo lui) era ancora nelle aspirazioni di entrambi. Dopo l’ umiliante udienza in tribunale e il successivo oltraggioso comportamento di Dominique, Karol, povero in canna e senza documenti, avrebbe cercato di rientrare in Polonia nascondendosi nel malandato baule col quale era partito e che Mikolaj (Janusz Gajos), misterioso personaggio, decisivo nella sua storia futura, avrebbe stivato come proprio bagaglio sull’aereo per Varsavia…

Come in un racconto picaresco, l’iniziale rovescio di fortuna è l’avvio delle avventurose peripezie di Karol, che infine, avendo compreso anche lui che sesso e denaro sono le leggi che  governano il mondo, preparava la propria crudele rivincita.
Amarissima e spesso divertente commedia, profonda e lucida riflessione sulla vanità illusoria di ogni utopia,  impotente a difendere i più deboli dall’avidità rapace della borghesia, in Polonia come altrove.

 

breve recensione del film:
Tre colori – Film Rosso)

Titolo originale:
Trois couleurs: Rouge

Regia:
Krzysztof Kieslowski

Principali interpreti:
Irène Jacob, Jean-Louis Trintignant, Fréderique Feder, Samuel Le Bihan, Marion Stalens – 100 min. – Francia 1994.

Fraternité: il rosso delle bandiere della solidarietà sociale è anche da sempre un caldo colore associato al sangue, alla passione, all’amore. Della trilogia, tuttavia, questo è il film in cui il tema dell’amore maggiormente si lega alla ricerca di risposte circa il senso dell’agire umano, in un mondo (siamo nel 1994) in cui ai contatti personali e al dialogo si sostituivano, con crescente frequenza, i messaggi affidati alle segreterie telefoniche. Attraverso una dolorosa conversazione telefonica, entriamo nella vita di Valentine (magnifica Irène Jacob), apprendiamo la difficoltà dolorosa di comunicare solo in quel modo con Michel, l’uomo che ama (e che non vedremo mai), ascoltiamo i suoi accorati appelli per averlo vicino e ci commuoviamo per quella vestaglia rossa di lui che l’aiuta a sentire un po’ del suo calore prima di prendere sonno. Valentine si mantiene agli studi all’Università di Ginevra lavorando come modella fotografica e talvolta come indossatrice per qualche sfilata. L’incontro decisivo per il suo futuro era stato del tutto inatteso e alquanto sgradevole: l’oscurità e la stanchezzza non le avevano permesso di evitare che un cane finisse sotto le ruote della sua auto. Dalla targhetta del collare non le era stato difficile trovare il proprietario della bestiola (una femmina di nome Rita) e riportargliela, ma questi, uomo anziano e scorbutico (Jean-Louis Trintignant) non intendeva riaverla, cosicché, a proprie spese, Valentine l’aveva fatta curare e l’aveva tenuta con sé. Era stata Rita, guarita e tornata alla vita a riportarla da lui: sarebbe nato da allora il loro strano rapporto, dapprima di estrema diffidenza e in seguito di difficile amicizia.
L’uomo, era un giudice in pensione, molto restio a parlare di sé, molto curioso, invece, della vita dei suoi vicini, dei quali conosceva tutto, poiché ne spiava, grazie a una sofisticata rete ricetrasmittente, le conversazioni telefoniche, quasi confessioni che rivelavano gli aspetti più segreti e intimi della loro vita. L’ascolto gli aveva permesso di conoscere e prevedere con anticipo le mosse degli spiati, che nulla immaginavano della sua attività illegale: egli impassibilmente registrava e prendeva atto delle loro azioni senza far nulla per salvarli dagli errori che li avrebbero rovinati, rispettando in tal modo formalmente il libero arbitrio di ciascuno, ma mostrando sostanzialmente grande indifferenza per il loro destino, nella convinzione, che, in ogni caso, agire non avrebbe cambiato le cose…
Il personaggio del giudice è fra i più misteriosi fra quelli messi in scena dal regista: né è facilmente interpretabile il suo comportamento, e la sua quasi divinatoria preveggenza. Io credo, tuttavia che sia necessario, (anche se forse non sufficiente) ricorrere alla storia cinquecentesca di Ginevra e al soggiorno di Giovanni Calvino, il grande riformatore in fuga dalla Francia, per comprendere che Kieslowski, attraverso questo personaggio, analizza una delle risposte storiche all’ansia di trovare il senso dell’esistere, presente in tutta la Trilogia, rivelando il suo cristianesimo laico, fondato sulla convinzione del valore positivo del dialogo, dell’accoglienza e della vita dell’uomo e di ogni essere vivente.

* qualche notizia, poca cosa per la verità, sulla biografia di questo grande regista polacco, riconosciuto universalmente tra i maggiori della storia del cinema, si possono leggere sul link del sito on line dell’Enciclopedia Treccani 

Montparnasse – Femminile singolare

MONTPARNASSE-FEMMINILE SINGOLARE

Titolo originale:
Jeune femme

Regia:
Léonor Séraille

Principali interpreti:
Laetitia Dosch, Grégoire Monsaingeon, Souleymane Seye Ndiaye, Léonie Simaga, Nathalie Richard, Erika Sainte, Lila-Rose Gilberti, Audrey Bonnet, Marie Rémond, Julie Guio – 97 min. – Francia 2017

Questa è la storia di Paula (Laetitia Dosch), una giovane donna che ritorna a Parigi dal Messico, dove  per lungo tempo era vissuta col suo compagno, artista della fotografia. Al loro rientro, la rottura, per motivi che non ci vengono detti. La giovane regista spiega, infatti, nelle interviste rilasciate, che il suo intento non voleva essere quello di raccontare il passato della protagonista, cercando di spiegarne il presente, dacché preferiva tenersi lontana, in questo modo, dal tradizionale naturalismo della tranche de vie. A lei interessava, invece, mettere in scena una storia di donna che, non trovando più nel passato alcun punto di riferimento, fosse costretta a scegliere fra la disperazione (all’inizio del film Paula sembrava avviarsi su questa strada senza ritorno) e la ricerca delle ragioni della propria vita: si sarebbe trattato di un doloroso e non facile percorso, che tuttavia proprio la mancanza di vincoli affettivi o sentimentali avrebbe reso possibile, trasformando in opportunità ciò che aveva vissuto in un primo momento come una grave sconfitta. Paula avrebbe sperimentato la fatica di rinascere, inventandosi un’identità, creandosi nuove amicizie e nuove relazioni sociali,  scoprendo gli aspetti gratificanti di un lavoro inizialmente poco gradito, chiarendo a sé il proprio rapporto con l’amore e la maternità, vivendo, anche in modo contraddittorio, la propria libertà, che deve essere anche libertà di smentirsi e di cambiare idea.

Questo film, che in francese semplicemente si intitola Jeune femme, è dunque il ritratto di una donna che prende coscienza del proprio valore, percorrendo una strada in salita molto dolorosa e dura, fatta di ostacoli di ogni tipo, soprattutto in quella Parigi che, lontana anni luce dalla città dei lumi e della cultura che conosciamo, è diventata per Paula il luogo della solitudine estrema e dell’indifferenza diffusa. L’attrice protagonista, che ha portato anche sulle scene teatrali, opportunamente trasformandola in una successione di monologhi, la sceneggiatura di questo film, ha cercato davvero la piena identificazione con la protagonista, offrendo anche il proprio apporto creativo nei luoghi molteplici in cui matura la trasformazione della giovane Paula.

Mi pare utile spendere qualche parola sulla regista, Léonor Séraille, volto nuovo della cinematografia francese, da poco uscita dal FEMIS, la Scuola Nazionale francese di Cinema, fondata nel 1944 .
Con la sceneggiatura di questo film, L.S. aveva conseguito brillantemente il proprio diploma, senza immaginare, però, che il film sarebbe stato realizzato per davvero. Fu l’incontro con la produttrice Sandra de Fonseca, a cui il testo era piaciuto, a indirizzarla alla ricerca di un’attrice che lo interpretasse con convinzione, in modo che le fosse possibile sottoporre al CNC (Centre National du Cinema) il progetto indispensabile per ottenerne il sostegno economico, nonché  le indicazioni e i contatti più utili per girarlo e promuoverlo. Dopo un’
attentissima e severa selezione il film venne riconosciuto meritevole di essere pubblicamente sostenuto e promosso, proprio in tempo utile per essere ammesso al festival di Cannes nel 2017 (Un certain regard – Caméra d’or per la migliore opera prima). Ora è da noi, presente in poche sale (ma questo non pare strano), ma da vedere, perché è un film interessante e perché è giusto premiare l’organizzazione e l’impegno collettivo che lo hanno reso possibile.

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La fonte delle mie informazioni sulla nascita di questo film e sulla regista è l’intervista rilasciata da Léonor Séraille a Stéphane Delorme, contenuta nel numero 738 (novembre 2017) dei Cahiers du cinema, alle pagg. 48-50.

Bande à part

recensione del film .
BANDE À PART

Regia:
Jean-Luc Godard

Principali interpreti:
Anna Karina, Claude Brasseur, Sami Frey, Louisa Colpeyn, Chantal Darget – 95 min. – Francia 1964.

È arrivato finalmente anche in Italia questo Godard del 1964, nell’edizione restaurata e proposta da Movies Inspired. Forse diventerà un DVD, accessibile agli appassionati che non saranno riusciti a vederlo: per ora la sua presenza nelle sale è alquanto limitata, ma ove possibile, la sua visione è raccomandabile per l’eccezionale qualità delle riprese e anche perché alcune scene avrebbero ispirato nei decenni successivi molto cinema, da Bertolucci  a Tarantino: un film minore (davvero?) che avrebbe lasciato un segno nella storia del cinema.

Rinunciando al colore e riducendo al minimo i costi grazie all’estrema semplicità della messa in scena e alla partecipazione di Anna Karina, sua moglie, protagonista col nome di Odile, Godard aveva tentato di rifarsi delle spese ingenti sostenute l’anno prima (1963) per Le Mépris (Il Disprezzo), costato una fortuna*.
Siamo a Parigi, lungo la tangenziale che porta, costeggiando la Senna, alla prima periferia, grigia e squallida, ma molto autentica, con i suoi bar, gli edifici scrostati e privi di decoro, la varia umanità che la percorre in auto o in bicicletta.

Sono senza arte né parte Franz (Samy Frey), belloccio e disincantato e Arthur (Claude Brasseur), “intellettuale” che si presenta come Arthur Rimbaud e ruba i libri, ovvero i due amici che, a bordo di una vecchia Simca cabriolet, si preparano a realizzare il colpo grosso che hanno in mente, l’occasione di sistemarsi, senza rischi, per il resto della vita, senza dover lavorare, pronti a salpare, dopo, per altri lidi al di là dell’Oceano, fuori dal raggio d’azione della polizia francese.
Piccoli balordi, diversi nell’aspetto e nel carattere, i due, insieme a  Odile (la ragazzina che aveva seguito con Franz le lezioni della scuola d’inglese e che ora sembra attratta da Arthur), si accingono a entrare nella villa di una ricca signora, per mettere le mani su un ingente malloppo, neppure troppo nascosto,  della cui esistenza lei aveva imprudentemente parlato con Franz e che ora li avrebbe seguiti nella realizzazione del goffo e rischioso  progetto criminale, che involontariamente era stata lei a ispirare.
Dico subito che non vedremo un gangster movie, all’americana, perché a Godard interessa poco cogliere gli sviluppi di quel proposito: gli preme, invece, rappresentarlo direttamente nel suo divenire, a confronto con gli imprevisti del caso, fra le mille perplessità di Odile, le discussioni e i piccoli litigi dentro e fuori quell’auto, gli incontri fortuiti lungo la strada, le occasioni per ballare e per divertirsi tutti e tre, dimenticando per un po’ le ragioni del viaggio e i presentimenti cupi che continuano a turbare soprattutto la ragazza e in qualche misura anche Arthur, uomo cupo e pessimista, lontano dal cinismo razionale e incosciente di Franz.

Scorre davanti ai nostri occhi, in presa diretta, la realtà parigina dell’epoca, e anche quella, molto universale, dei tre giovani, un po’ scombinati e, come molti loro coetanei, pieni di sogni, di speranze; innamorati non sempre sul serio. La voce del regista, fuori campo, sembra invitarci a  considerare il non detto delle immagini  ricordandoci, con molta ironia (e soprattutto senza giudizi morali) la finzione della narrazione cinematografica.
Alcune scene si imprimono nella nostra memoria e non l’abbandonano: quella del ballo a tre (che cita Truffaut in modo del tutto originale):

quella della fuga attraverso il Louvre

che Bertolucci avrebbe rifatto a colori, quasi identica nel suo The Dreamer; quella delle alterne esitazioni di Odile dentro il bar, luogo in cui un minuto di silenzio sospende magicamente il fluire delle immagini, ma non la nostra attenzione.

Film affascinante veloce e coinvolgente, pieno di svolte e di sorprese: tutti gli appassionati di cinema dovrebbero conoscerlo.
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* per gli attori famosi che erano stati ingaggiati, per la presenza di Fritz Lang e delle numerose comparse utilizzate nel suo film dentro al film; per le spese esorbitanti della location di Villa Malaparte a Capri.

 

Ascensore per il patibolo

Schermata 2016-04-13 alle 14.26.46recensione del film:
ASCENSORE PER IL PATIBOLO

Titolo originale:
Ascenseur pour l’échafaud

Regia:
Louis Malle

Principali interpreti:
Jeanne Moreau, Maurice Ronet, Georges Poujouly, Yori Bertin, Jean Wal, Lino Ventura – 90 min. – Francia 1958. 

Il primo film di Louis Malle, che, nella sua versione originale, dopo il restauro della Cineteca di Bologna, è stato distribuito in settanta sale italiane, per la gioia di chi ama il cinema. Un bellissimo film.

Questa è la storia maledetta di due amanti: lui è Julien Tavernier (Maurice Ronet); lei è Florence Carala (Jeanne Moreau). Julien lavora nell’impresa di Simon Carala, uomo impegnato in affari poco chiari, marito di lei; entrambi sono legati da una passione così profonda e totalizzante da organizzare con meticolosa razionalità l’uccisione di Simon, simulandone il suicidio, per vivere liberamente il loro amour fou. Il delitto, che è raccontato all’inizio del film, è materialmente compiuto dal solo Julien, che con lei ha definito i dettagli con tale perfetta precisione da rendere inattaccabili i loro rispettivi alibi.
Non andrà così, però: una corda dimenticata; l’ascensore che si blocca all’improvviso rendendo inutili i tentativi di uscirne e raggiungere lei, a sua volta impegnata nella febbrile ricerca di lui nella notte parigina; un furto d’auto che si conclude malamente, ma che accende gelosie e sospetti del tutto infondati… il caso, insomma, inaspettato e imprevedibile manderà in fumo il sogno d’amore della coppia, preparando, forse per entrambi, il cupo futuro evocato dal titolo del film.

Quando Louis Malle girò questo suo primo lungometraggio (aveva alle spalle un solo documentario girato nel 1955 come assistente di  Jacques Yves Cousteau), a Parigi cominciavano ad avvertirsi i primi fermenti della Nouvelle Vague, il movimento al quale egli non aderì mai, ma al quale, per più di un aspetto, proprio questo film sembra preludere, in modo particolare per il gusto delle riprese en plein air che rendono indimenticabile la notte irrequieta di Florence, in quelle strade di Parigi ancora poco esplorate dal cinema, battute dalla pioggia, lontane dalla grandeur trionfale dei boulevard, in singolare opposizione rispetto alla notte claustrofobica di Julien, bloccato nell’ascensore del grande edificio in cui ha commesso il delitto.
Non mancano poi squarci illuminanti della realtà quotidiana, come il risveglio della città; la ripresa della vita dopo la pausa notturna; la riapertura dei bar e dei piccoli bistrot; la lettura dei giornali, e persino la vita nelle case dei poveri, degradate e sporche o negli squallidi ambienti dei commissariati di polizia: un insieme di immagini che ci offrono anche il quadro complessivo delle contraddizioni di una Francia alle prese con gli enormi problemi non ancora risolti del dopoguerra e delle colonie, alla vigilia della ribellione di queste ultime.

Fra i grandi pregi del film va annoverata la straordinaria musica diventata leggendaria: Miles Davis, il grande jazzista che si trovava a Parigi, fu avvicinato da Louis Malle, che non intendeva chiedergli una vera e propria colonna sonora, ma una collaborazione con alcuni musicisti francesi per una seduta di improvvisazione: dopo alcune perplessità, Davis accettò e registrò in una notte (dalle 10 di sera alle 8 del mattino) le musiche che avrebbero accompagnato sette scene del film, precedentemente montate su una bobina, che continuava a proiettare durante tutta la seduta.*

*Chi vuole saperne di più, QUI, troverà per esteso la storia di questo straordinario incontro, molto importante nella storia del Jazz ma anche nella storia del cinema

 

Una coppia matura (Le week-End)

Schermata 06-2456826 alle 22.30.19recensione del film:
LE WEEK-END

Regia:
Roger Michell

Principali interpreti:
Jim Broadbent, Lindsay Duncan, Jeff Goldblum, Olly Alexander, Judith Davis, Xavier De Guillebon, Denis Sebbah, Marie-France Alvarez, Brice Beaugier, Sébastien Siroux, Lee Breton Michelsen, Charlotte Léo – 93 minuti – USA, 2013

Forse non è stata davvero brillante, stando agli sviluppi del film, l’idea di tornare a Parigi per rinverdire l’amore un po’ stanco di una matura coppia di insegnanti inglesi, che, dopo trent’anni di matrimonio, vorrebbero ritrovare un po’ della magia di un tempo nei luoghi della loro luna di miele. Come loro, anche i luoghi sono cambiati, a cominciare dal piccolo albergo romantico che allora li aveva accolti, ora irriconoscibile e involgarito. Da quest’albergo decaduto prende le mosse la stizzita e dura reazione di lei, Meg (Linsay Duncan) che non solo non intende affatto soggiornare lì, neppure solo per un weekend, ma sente al contrario crescere dentro di sé l’irritazione nei confronti di Nick (Jim Broadbent), marito inadeguato, che ha organizzato al ribasso questo loro viaggio speciale di anniversario, essendo ormai incapace di far rivivere in sé l’uomo di un tempo, pieno di ideali e di voglia di vivere. Cambiare albergo, allora, frequentare costosi locali sarà finalmente l’avvio di una vita rinnovata da cui la coppia potrebbe trarre nuova linfa vitale? Oppure sarà l’incontro casuale con l’amico di un tempo, Morgan (Jeff Goldblum), già compagno di studi di Nick a Cambridge, l’invito a una festa a casa sua, l’acquisto degli abiti adatti all’occasione a permettere di ricucire un rapporto forse irreparabilmente strappato? O forse il loro rapporto non è così logoro, come soprattutto Meg sembra credere? Nei trent’anni di convivenza si erano alternati, ad alcuni momenti felici, la routine più grigia, le delusioni professionali, il rinnovarsi delle preoccupazioni per i figli ormai adulti, i silenzi di uno scontento non facilmente spiegabile né perciò facilmente comunicabile: di tutto questo ora sta prendendo dolorosamente coscienza Meg, diventando aggressiva e crudele con lui, il quale, invece, nei momenti di inevitabile delusione che la vita gli aveva riservato (come riserva a tutti), non aveva mai cessato di amarla incondizionatamente, facendone il riferimento costante di ogni sua scelta e di ogni sua decisione.

Il film, complessivamente interessante, descrive in modo convincente la crisi dei rapporti di coppia, logorati dalla lunga convivenza, alternando i toni dolorosi, che non diventano mai drammatici, a quelli della commedia , a cui si riconducono, infine, le contraddizioni dei due personaggi. Questo secondo aspetto, il meno riuscito, secondo me, permette di immaginare forse un lieto fine alquanto tradizionale. E’ difficile credere, però, che i due tornino ad amarsi come prima e più di prima; più probabile che l’esperienza, in fondo amara, della loro avventura parigina, li aiuti ad accettarsi per quello che sono diventati ora, anziani e bisognosi di reciproca solidarietà. La buona sceneggiatura del pakistano Hanif Kureishi si accompagna alla regia di Roger Michell, che già aveva firmato Notting Hill, l’amabile pellicola del 1999 che forse più di qualcuno ricorda.
Ottima l’interpretazione degli attori.

la vendetta delle donne (Venere in pelliccia)

Schermata 11-2456612 alle 20.44.44recensione del film:
VENERE IN PELLICCIA

Titolo originale:
La Vénus à la fourrure

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric
– 96 minuti- Francia 2013

Contrariamente a quelle che sono le mie abitudini, mi è quasi impossibile non parlare del finale del film. D’altra parte in un film di questo genere, che fa appello più alla nostra intelligenza che alle nostre emozioni, il finale non costituisce lo scioglimento di qualche misterioso interrogativo legato alla vicenda, anzi!.

La ricerca dell’attrice adatta alla parte di Vanda non aveva dato i risultati sperati, cosicché ora Thomas (un grandissimo Mathieu Amalric), autore e regista della pièce teatrale Venere in Pelliccia, avvilito e frustrato, avrebbe voluto tornare a casa e non pensarci più, almeno per quella sera.
In verità non era lui il vero autore della storia: egli si era limitato a ridurre per il teatro il romanzo erotico dallo stesso titolo, pubblicato nel 1870 e famoso per aver dato celebrità allo scrittore austriaco Leopold von Sacher-Masoch, al cui nome è legata la fenomenologia amorosa che si chiama, per l’appunto, masochismo. Mentre, dunque, Thomas stava per lasciare il teatro, era stato trattenuto all’uscita dall’improvviso irrompere di una donna (la straordinariamente brava Emmanuelle Seigner) non più molto giovane, vestita in modo così provocante e sguaiato da far invidia a una qualsiasi prostituta; era, inoltre, bagnata dalla testa ai piedi dalla pioggia che le aveva disfatto la pettinatura e disciolto anche il trucco del volto, accentuandone ulteriormente la volgarità. Si chiamava proprio Vanda, ma per puro caso, naturalmente: avrebbe voluto anche lei, arrivata con molto ritardo, un’audizione per quella parte, essendo convinta di essere la più brava e anche la più adatta interprete del personaggio.
Alcune battute del copione, dette con la giusta intonazione, erano state il lasciapassare per superare l’iniziale riluttanza di Thomas, il quale, molto seccato, avrebbe preferito non darle retta. Si era imposta vieppiù, invece, grazie alla eccezionale capacità di dare corpo e volto allo spirito profondo del testo. Il regista-autore, allora, non solo aveva osservato con affascinata meraviglia il trasformarsi anche fisico dell’attrice calata perfettamente nella parte, ma era stato incantato anche dalla sua competenza teatrale: solo lei aveva colto l’importanza del gioco delle luci sulla scena, solo lei era riuscita a utilizzare, con grande intelligenza, gli elementi inservibili, ancora presenti sulla scena, che erano stati lo sfondo di un precedente spettacolo con soggetto western.
Era cominciato, in tal modo, un gioco davvero strano, nel quale Thomas, che fin allora era convinto di dover guidare la recitazione, ora stava lasciandosi trascinare, sedotto dalla forza inaspettata dell’interpretazione di lei, in un ruolo diverso e subalterno: avrebbe dovuto essere il regista, ma ora diventava l’attore che lei stessa, vera padrona della scena, dirigeva.
L’oggetto della pièce, a poco a poco, stava trasformandosi in una crudele e vendicativa guerra contro il maschio eternamente assetato di potere, nella quale Vanda, la donna eternamente sottomessa, gli imponeva infine il proprio dominio.
Thomas era d’altra parte talmente affascinato da lei da diventarne schiavo, così soggiogato da accettare qualsiasi umiliazione senza reagire. I lacci, dai quali a poco a poco si era lasciato avvolgere, avrebbero trovato una ironica e beffarda rappresentazione nella scena finale, quando lei se ne sarebbe andata con nonchalance fra i tuoni e i fulmini dell’acquazzone che si stava abbattendo su Parigi, dopo averlo truccato e vestito da donna, nonché legato all’altissimo cactus, a forma di fallo, che aveva dominato la scena per tutto il tempo della recitazione.

Il finale è aperto, poiché non scioglie il nodo oscuro che aggroviglia l’intera vicenda e che attiene ai personaggi e alla loro duplicità: Thomas e Vanda sono, nella finzione teatrale e cinematografica, l’incarnazione rispettiva di Leopold von Sacher-Masoch e di Wanda. L’interrogativo che sotterraneo percorre il film è se i due incarnino davvero una perversione amorosa nella quale il maschio domina, secondo il proprio piacere la donna che ha schiavizzato, fingendo di esserne dominato, oppure se siano entrambi schiavi impotenti di impulsi profondi che non possono dominare, perché vanno al di là della loro volontà cosciente, ciò che spiegherebbe l’alternarsi continuo dei ruoli, nonché la continua dissimulazione del loro sentire

Questo film di Polanski, molto bello, vero gioco dell’intelligenza, condotto con ironia briosa, non si ispira in realtà direttamente al romanzo di Sacher-Masoch, ma alla sua versione teatrale, intenzionalmente femminista, che David Ives aveva scritto nel 2010 e che avrebbe rappresentato l’anno successivo a Broadway, ottenendo il gradimento crescente e infine trionfale del pubblico femminile di NewYork. Ives aveva voluto scrivere un testo che confutasse il masochismo, nel presupposto che, diversamente da ciò che appare, in quel tipo di erotismo sia il maschio a condurre il gioco, fingendosi sottomesso, ma in realtà pretendendo dalla donna i comportamenti che piacciono solo a lui. Polanski, a sua volta, aveva ritenuto che il ribaltamento dell’ottica maschilista si prestasse a un bell’adattamento cinematografico, che gli avrebbe consentito, fra le altre cose, di valorizzare finalmente le straordinarie qualità di attrice di Emmanuelle Seigner, sua moglie, quasi a compensarla del sacrificio del proprio talento di attrice, di cui era stato causa involontaria, avendola oscurata con la sua personalità e la sua fama. Non per nulla Thomas- Amalric rassomiglia in modo impressionante a Polanski da giovane. Un bell’omaggio e un grande atto d’amore verso di lei!
Questo particolare, di cui la Seigner ha parlato in una bellissima intervista ai Cahiers du Cinema, ci dice però anche quanto complesso e ambiguo sia il gioco dei ruoli in questo film e con quanta attenzione debba essere meditato per coglierne la straordinaria ricchezza.