Dheepan

Schermata 2015-10-25 alle 19.54.46recensione del film :
DHEEPAN – UNA NUOVA VITA

Titolo originale:
Dheepan

Regia:
Jacques Audiard

Principali interpreti:
Vincent Rottiers, Marc Zinga, Jesuthasan Antonythasan, Kalieaswari Srinivasan, Franck Falise, Claudine Vinasithamby – 109 min. – Francia 2015.

Dheepan è un guerriero Tamil dello Sri Lanka che, per effetto della terribile guerra civile nel suo disgraziato paese, ha perso tutto e che, ora che ha salvato la pelle, è nel campo di raccolta dei profughi gestito da un’organizzazione umanitaria, che aiuta come può chi è rimasto come lui senza casa, senza famiglia, senza amici. Di lì egli vorrebbe andarsene velocemente, il più lontano possibile, per non essere risucchiato dalla spirale di odio e di vendetta feroce in cui era incappato anche per effetto delle proprie scelte irriflessive. Il problema è che spetta alle famiglie con figli la precedenza per le migrazioni regolari verso la Francia organizzate con cura dai volontari del campo e che, purtroppo, la famiglia di Dheepan non esiste più: per questo egli decide di metterne insieme una, casualmente, accordandosi con una giovane donna, Yalini, mai vista prima, anche lei desiderosa di andarsene presto e accettando anche Illayal, una bimba di soli nove anni, portata a lui dalla zia che l’ha accolta alla morte dei genitori, ma che non può occuparsi di lei. A Dheepan sarà abbastanza facile impadronirsi dei documenti (falsi) occorrenti per l’espatrio: gli basta frugare fra  gli abiti delle persone morte, accatastati ai margini del campo: per lui, come per tutti, emigrare significa anche rinunciare a sé e al proprio passato.

La destinazione della finta famiglia è un alloggio malandato nella banlieu parigina di Pré, località di brutti e anonimi casermoni, dove, almeno, finalmente, scorre acqua potabile, come osserva subito la piccola Illayal, quando vede con una certa preoccupazione Yalini bere al rubinetto della cucina!
Il lavoro da custode che Dheepan ottiene subito, insieme a quello da badante per Yalini, in un caseggiato proprio di fronte, sembrano costituire la premessa per una vita finalmente tranquilla per tutti e tre: la bambina, che non può lavorare, andrà a scuola, come prevede la legge francese.
Non tutto fila liscio, però, perché subito emergono tensioni e malumori all’interno e all’esterno del gruppo familiare: il ruolo materno non si addice a Yalini, che è assai giovane, non vuole occuparsi della piccola e tenta di andarsene, per raggiungere la sua famiglia vera, che si è sistemata in territorio britannico, incurante del fatto che in tal modo metterebbe nei guai Dheepan e Illayal, alla quale, invece, non vengono risparmiate le battute razziste fra i banchi della scuola.
Ciò che maggiormente impensierisce Dheepan, però, è la strana atmosfera che si respira nella periferia di Pré, dove brutti ceffi vanno e vengono nel casermone di fronte al suo, di giorno e di notte, e si introducono anche in un alloggio vicino al suo; né gli piace il loro parlare violento e sguaiatamente provocatorio, il loro fastidio per la sua attenta sorveglianza, che egli continua a svolgere perché anche per questo è pagato. Si tratta di gente legata a loschi traffici, forse di armi, forse di droga, forse di entrambe le cose, che sta mobilitandosi per una resa dei conti fra bande rivali: la guerra che esploderà di lì a poco non è meno feroce di quella abbandonata nello Sri Lanka, nel fuoco della quale egli aveva maturato la propria umana consapevolezza. Questa nuova guerra, descritta in modo un po’ hollywoodiano nella seconda parte del film, è funzionale, nella narrazione complessiva, alla presa di coscienza di Yalini, che ne uscirà finalmente decisa a chiarire quale senso vuol dare alla propria vita e con chi sia disposta a condividerla.

La Palma d’oro ottenuta da questo film all’ultimo Festival di Cannes ha scontentato molta parte della critica soprattutto in Francia e ha poco convinto molti spettatori. Personalmente, pur ritenendolo un film non sempre all’altezza dei precedenti Il profeta e Un sapore di ruggine e ossa, ritengo che si tratti di un film assai convincente, con una prima parte, che descrive anche attraverso immagini potentemente simboliche il lungo processo di ripudio della violenza da parte del protagonista, che, dopo aver bruciato, nel rogo degli abiti, tutto il proprio passato, di cui nulla intende salvare, arriva a Parigi completamente cambiato, quasi avesse ritrovato la propria innocenza, dimenticando il fanatico guerriero Tamil che era stato. Anche Yalini si misurerà con la violenza della società urbana, per trovare finalmente se stessa, e per comprendere il dolore altrui che le era stato totalmente estraneo. A ben riflettere, però, l’esperienza del dolore e della violenza è decisiva per gli “eroi” di tutti i film di Audiard, che, da questo punto di vista, presentano molte analogie con i protagonisti di questa vicenda. Il regista, che sempre aveva narrato le proprie storie attraverso immagini densamente metaforiche, ci propone, anche questa volta, in un finale catartico e favolistico forse un po’ melenso, l ‘avvenuta riconciliazione dei personaggi con la loro natura più profonda, ricomponendo un’armonia che sembrava essersi spezzata irreparabilmente. Che, poi, questo finale venga collocato nell’ Eden incantato di una villa inglese, ideale per far crescere serenamente tanti bambini, mi pare un’ingenuità che in parte spiega l’atteggiamento di molti critici d’oltralpe, soprattutto tenendo conto di un certo sciovinismo neppure troppo celato! Da vedere, per poter giudicare e magari dissentire con cognizione di causa. 

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un film ingenuamente consolatorio – (The Tree of Life)

Recensione del film:
THE TREE OF LIFE

Regia:
Terrence Malick

Principali interpreti:
Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Joanna Going, Hunter McCracken, Laramie Eppler, Tye Sheridan, Jackson Hurst, Lisa Marie Newmyer, Crystal Mantecon, Tom Townsend, Jennifer Sipes, Tamara Jolaine, Will Wallace, Kimberly Whalen, Michael Showers, Danielle Rene, Margaret Hoard, Zach Irsik, Brayden Whisenhunt, Erinn Allison, Jodie Moore, Chris Orf, Cole Cockburn, Christopher Ryan, Alex Draguicevich, Robin Read, Anne Nabors – 138 min. – India, Gran Bretagna 2011

il film descrive la vita di una famiglia texana negli anni ’50, soffermandosi sui rapporti affettivi, e sulle dolorose lacerazioni provocate dalla morte di un figlio: lo sfondo di questa tragedia familiare è il processo grandioso che ha reso l’ambiente naturale adatto all’insediamento della vita vegetale, animale e infine umana, secondo una visione evoluzionistica, che sembra priva di senso e di finalità. Venti minuti di immagini molto belle ed elaborate si susseguono, suscitando sconcerto in alcuni spettatori e meraviglia in altri, per ripercorrere la storia del cosmo e della terra, collocando perciò il dolore dei membri di questo piccolo nucleo, nella più generale tragedia di ogni uomo, per il quale nascita e morte segnano i confini dell’esistenza secondo logiche e leggi che non tengono conto di progetti, di affetti, di voglia di vivere. Il regista, però, fin dall’inizio del film, ci dice che se noi non accettassimo una visione esclusivamente naturalistica dell’Universo, accontentandoci delle sole spiegazioni scientifiche, e ricorressimo a una spiegazione fondata sulla Grazia, potremmo trovare un senso e un fine alle cose e alle vicende che ne paiono prive. Il film ha inoltre un preciso richiamo al libro di Giobbe, nell’incipit, il che significa che la ricerca del senso non comporta necessariamente una risposta positiva all’aspirazione dell’uomo a vivere senza soffrire. Il Dio che Malick postula nel film potrebbe, come quello di Giobbe, chiedere agli uomini fede e obbedienza a leggi umanamente poco comprensibili, apparentemente capricciose e arbitrarie, come fa il padre della famiglia del film, che pare compiacersi dell’arbitrio delle sue assurde imposizioni e che, non a caso, esige che i figli lo chiamino “Signore”. L’accostamento blasfemo, è probabimente plausibile: nel film abbondano, infatti, altri parallelismi più o meno espliciti, che, se meditati, ne permettono una migliore comprensione. La parte centrale (e forse migliore) del film è dedicata alla descrizione della vita familiare e delle dinamiche che si creano fra i diversi membri del piccolo nucleo: un padre severo e autoritario che fissa i paletti entro i quali i figli possono muoversi e agire; una madre dolce e protettiva, a sua volta vittima delle angherie del marito; tre bambini che, incuranti dei divieti paterni, si dedicano all’esplorazione sistematica del mondo che li circonda, ai giochi anche violenti e aggressivi nei quali misurano le proprie forze , sospinti dalla volontà di conoscersi e di conoscere il mondo, come è avvenuto nella storia dell’uomo, il cui incoercibile bisogno di sapere non ha mai accettato limiti. La conoscenza disgiunta dalla Grazia, tuttavia, ha ottenuto solo apparentemente risultati positivi: la razionalità fredda dei bellissimi grattacieli, che nel film paiono quasi gareggiare per imponenza con gli spettacoli naturali, non emoziona, è priva di pathos, non suscita desiderio di protezione e d’amore. Sono le esigenze profonde che postulano l’esistenza di un Dio che ci risarcirà, sia pur tardivamente (è tardivo anche il perdono che il padre chiederà al figlio a lungo vessato), colmando lo scarto fra la creazione, che impone a ogni essere vivente rigidi e dolorosi limiti, e l’aspirazione all’ amore e alla gioia che è in ognuno di noi. Il guaio è, però, che questo tardivo risarcimento, nel film, almeno, è assai poco allettante: un al di là incolore e mieloso in cui solo l’amore domina fra le creature e che se dovesse durare in eterno, sarebbe davvero di una noia insopportabile. Questo film è molto discutibile, così come è più che discutibile la Palma d’oro che a Cannes gli è stata assegnata. Mi ha lasciato molti dubbi e perplessità la frammentarietà della narrazione, quasi impressionistica, che rivela una forma complessivamente non all’altezza del contenuto filosofico, rimasto troppo spesso in una condizione di ingenua velleità.