Sicilia amara (Belluscone – Una storia siciliana)

Schermata 09-2456917 alle 23.32.43recensione del film
BELLUSCONE – UNA STORIA SICILIANA

Regia:
Franco Maresco

Documentario
– 85 minuti – Italia 2014

 

Una grande amarezza si prova dopo la visione di questo film, il documentario non concluso di Franco Maresco, che, preso dallo sconforto a causa delle continue difficoltà e dei numerosi incidenti che hanno accompagnato i momenti delle riprese, ha abbandonato questo suo lavoro, autorizzando solo successivamente l’amico Tatti Sanguineti a mettere insieme un bel po’ del materiale girato e a farlo uscire per l’ultimo festival di Venezia dove ha ottenuto non solo l’ovazione più lunga di tutta la manifestazione, ma anche il Premio speciale della Giuria per la Sezione Orizzonti. Dell’autore, molto schivo soprattutto dopo la separazione dall’amico Daniele Ciprì al quale era legato da un lungo sodalizio artistico, non si è più saputo molto: ci si augura che riprenda fiducia in se stesso e ci regali altri ottimi film.
Va chiarito, prima di tutto, che il documentario, nonostante il titolo, non è un’opera su Berlusconi, o meglio non è solo su Berlusconi: ci mostra una serie di momenti della storia siciliana (ma anche italiana) degli ultimi sessant’anni e ci parla della sostanziale continuità che l’ha caratterizzata. Questa è bene incarnata nella figura dell’ex barbiere palermitano Calogero Mira, detto Ciccio, indiscusso personaggio d’autorità del quartiere Brancaccio fin dal decennio 1950 – 1960, cioè fin da quando era iniziato il “sacco di Palermo”, con l’avallo più che interessato dei politici locali di area democristiana che permisero la colossale speculazione edilizia che sfigurò la città. Mira era stato capace di convogliare vastissimi consensi elettorali intorno ai politici più collusi con la mafia di allora, delle cui richieste egli si faceva tramite e garante. Lo stesso Ciccio, dopo la fine della prima repubblica, fiutato il mutamento, si era riciclato su posizioni berlusconiane, diventando uno degli artefici del consenso elettorale palermitano attorno al Cavaliere. Aveva utilizzato, a questo scopo, anche l’ingenuità assai sprovveduta degli elettori più giovani, illudendoli che le feste musicali del Brancaccio fossero una scorciatoia sulla strada del successo televisivo e aveva anche promosso l’arrivo a Palermo, da Napoli, di alcuni cantanti neomelodici, legati come è noto alla camorra, prima di finire in carcere, dove, almeno credo, si trova ancora. La rappresentazione del personaggio è veramente da grande regista: ne emerge una figura grottescamente ambigua e reticente, fosca, eppure banale e grigia, ben sottolineata dall’assenza di colore delle scene in cui si lascia intervistare:

Le interviste reticenti a Ciccio Mira costituiscono  la struttura di collegamento degli altri episodi del film,  che fin dall’inizio ci danno il quadro di una realtà tragi-comica, di cui, però difficilmente si riesce a ridere: un pensionato che si toglie la vita facendo esplodere col gas la palazzina in cui è il suo alloggio, terrorizzato dalla convinzione che, dopo la sconfitta elettorale di Berlusconi, gli sarà tolta la pensione; i neomelodici che si danno botte da orbi per rivendicare la paternità dell’inno a Berlusconi;  raccolte di fondi per i mafiosi incarcerati (detti “ospiti dello stato”) che vengono lanciate con successo attraverso le TV locali; la chiara condanna, a prescindere, che è indirizzata al mestiere del carabiniere; l’idea, purtroppo condivisa, che sia esistita una mafia buona (si chiamava, per dire, Stefano Bontade!), dispensatrice di giustizia, al tempo in cui venivano, invece, murati nei pilastri delle costruzioni giornalisti e chiunque volesse far luce sui delitti… L’effetto è, a dir poco, straniante e angoscioso: il mondo alla rovescia si materializza a poco a poco davanti ai nostri occhi, e ci fa piombare in un incubo dal quale non ci si riesce a svegliare, tanto che anche un banale incidente tecnico, occorso durante l’intervista (indimenticabile!) a Marcello dell’Utri, non può che farci pensare a un complotto diabolico. A completare il quadro aggiungo l’uso della lingua italiana, ridotta a puro balbettio da analfabeti, dalla quasi totalità dei protagonisti di queste brutte storie, che tuttavia ritengo utile conoscere.  Se avete sufficiente coraggio, andate a vederlo!

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riconoscere la mafia (La mafia uccide solo d’estate)

Schermata 01-2456665 alle 20.31.31recensione del film:
LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE

Regia:
Pif (Pierfrancesco Diliberto)

Principali interpreti:Cristiana Capotondi, Pif, Ginevra Antona, Alex Bisconti, Claudio Gioé,
Ninni Bruschetta, Barbara Tabita, Rosario Lisma
– 90 min. – Italia 2013

Quell’unico spermatozoo che si era salvato dal panico da cui furono travolti tutti gli altri e che intrepido riuscì a farsi accogliere dall’ovulo che lo stava aspettando fu l’inizio della vita di Arturo: una bomba di mafia era infatti scoppiata con grande fragore una notte, a Palermo, negli anni ’70 proprio durante l’appassionato amarsi dei suoi innamorati genitori.

Con questo originale e insolito inizio si presenta il film, che, nel raccontare con garbo e ironia la vita di Arturo, ne ripercorre i fatti salienti, dal concepimento, agli anni ’90, narrandoci che nella sua, come in altre famiglie della piccola borghesia siciliana, si tentava di esorcizzare il fenomeno mafioso negandone l’esistenza. L’infanzia di Arturo, pertanto, era trascorsa fra le premurose rassicurazioni dei genitori: che la mafia uccidesse solo d’estate era una delle bugie con le quali essi avevano cercato di tranquillizzarlo, proprio mentre aumentava la ferocia e la frequenza degli attentati e delle intimidazioni. A scuola, dove di mafia non si parlava mai, il piccolo Arturo aveva adocchiato un’incantevole biondina, Flora, la più bella fra tutte le sue compagne, alla quale egli aveva invano cercato di far arrivare i segnali del proprio amore: ostinatamente e platealmente la bimba gli preferiva il proprio compagno di banco. Come tutti i bambini, anche Arturo aveva un idolo, un modello umano a cui riferirsi, cercando di imitarne il comportamento, ma non era né un calciatore, né un personaggio televisivo: era, infatti, Giulio Andreotti, le cui fotografie ritagliava dai giornali e incollava tra le pagine di un quaderno. Vivendo a Palermo Arturo aveva avuto, però, anche altri maestri: Boris Giuliano gli aveva indicato i pasticcini giusti per conquistare Flora; Rocco Chinnici aveva scherzato con lui; il generale Della Chiesa gli aveva rilasciato un’intervista per il giornalino della scuola… Gli attentati mafiosi, però, se li erano portati via tutti, uno dopo l’altro, con inaudita ferocia, cosicché Arturo, molto lentamente, aveva cominciato a nutrire qualche dubbio sulla verità di ciò che si diceva in casa e negli ambienti dei suoi amici. La narrazione del graduale maturare della sua consapevolezza umana e politica è di notevole interesse, perché pur senza abbandonare i toni favolistici che sono presenti in tutto il racconto, il regista la accompagna alla progressiva presa di coscienza di quell’ampia parte della società palermitana che, pur non essendo legata alla mafia, finiva per diventarne complice involontaria, perché, non combattendola apertamente, ne legittimava in qualche modo l’esistenza e le collusioni col potere politico locale e nazionale.

Il racconto drammatico delle stragi, che culmina con la ricostruzione agghiacciante dell’anno orribile, il 1992, con le tremende stragi di Capaci e di Via D’Amelio, si avvale di documenti d’epoca, attraverso i quali è molto difficile non provare di nuovo tutto l’orrore di quei giorni vergognosi della nostra storia nazionale. E’ un bene, anzi, che queste cose vengano ricordate nel modo innovativo e col linguaggio semplice e diretto di questo film, perché forse è con questo tipo di comunicazione che si può arrivare ai più giovani, a quelli che, per ragioni anagrafiche, non sanno nulla di quei giorni dolorosi, che devono, tuttavia, conoscere, per imparare, in ogni caso, a riconoscere la presenza mafiosa, dove e quando si presenterà.
Il convinto applauso alla fine della proiezione, che (così mi è stato detto) si ripete ogni volta, apre davvero il cuore alla speranza che ciò possa verificarsi.

QUI troverete una bellissima intervista del regista Pif a Fabio Fazio.

le baruffe palermitane (Via Castellana Bandiera)

Schermata 09-2456561 alle 08.02.48recensione del film:
VIA CASTELLANA BANDIERA

Regia:
Emma Dante

Principali interpreti:
Elena Cotta, Emma Dante, Alba Rohrwacher, Renato Malfatti, Dario Casarolo – 94 minuti – Italia-Svizzera 2013

Questa è la storia di una lite per futili motivi, una baruffa rionale che avviene in Via Castellana Bandiera, a Palermo, per una questione di precedenza: quale delle due auto, che si stanno fronteggiando nella viuzza periferica del capoluogo siciliano, così stretta da consentire il passaggio di una sola vettura alla volta, indietreggerà per far passare l’altra? Come si vede, si tratta di un piccolo problema, amplificato oltre misura dall’impuntarsi orgoglioso delle due automobiliste, ben decise a farne una questione di principio, quando basterebbe l’uso della ragione, unito a un po’ di rispetto reciproco, per risolvere rapidamente il contrattempo. La situazione di stallo che si viene a creare perdura per l’intera giornata, durante la quale le due guidatrici, nonostante il caldo soffocante dell’estate palermitana, resistono eroicamente nelle rispettive auto e prosegue durante la notte, in un crescendo di folli comportamenti, che degradano progressivamente la loro dignità umana. Rosa (Emma Dante) e l’anziana Samira (Elena Cotta – Coppa Volpi a Venezia, quest’anno) si fronteggiano, spinte da un sordo rancore senza apparente spiegazione. In realtà, però, entrambe hanno un vissuto alle spalle che vorrebbero dimenticare: Rosa, palermitana emigrata a Milano, contro la volontà materna, è tornata in questa sua città solo per compiacere Clara (Alba Rohrwacher), la donna che ama, invitata al matrimonio di un amico, ma non riesce a evitare che i ricordi dolorosi si impadroniscano di lei, disorientandola e facendole rivivere il vecchio conflitto; Samira, molto anziana, quindi potenzialmente identificabile con la madre amata e odiata, è originaria di Piana degli Albanesi, ha perso la figlia trentottenne per un cancro e ora vive soprattutto per il nipote, che le sembra continui la vita di lei, ma sente tutto il peso della sua esistenza, ormai priva di senso. L’impasse in cui ambedue si sono cacciate e l’orgogliosa ostinazione di cui danno prova, non è altro quindi che la rappresentazione metaforica della difficoltà a uscire da una difficilissima situazione: alla giovane Rosa non resta che andarsene, imboccando decisamente una via d’uscita, mentre alla vecchia Samira non resta che la morte, catartica soluzione di una tragedia troppo a lungo sopportata nel mutismo della propria incomunicabile sofferenza.

Il racconto potrebbe diventare claustrofobico, se si comprimesse negli angusti spazi dell’abitacolo delle due piccole utilitarie, in cui, per tutta la durata del film, vivono le due donne, così come claustrofobici erano stati Cosmopolis, e anche, in parte,  Holy motors. In realtà, questa insolita sfida da  western, in cui si fanno coinvolgere le due rivali, si svolge nello scenario delle case fatiscenti che sono ai lati della via Castellana Bandiera, abitate da uomini e da donne che tutto osservano dalle finestre, guardando, commentando e scommettendo, interagendo, perciò, con le due protagoniste e dando vita, collettivamente a un grande e inconsueto spettacolo “teatrale”, di cui anche i personaggi dietro alle quinte sono parte integrante, come nelle Baruffe chiozzotte di Goldoni, che, per alcuni aspetti possono essere ricordate a proposito di questo film. Le Chiozzotte infatti hanno in comune con questa pellicola almeno tre elementi: la grottesca irrilevanza dell’accadimento all’origine dell’azione drammatica; la quinta delle case che celano al loro interno l’umanità “plebea” (secondo la definizione goldoniana), che non perde mai il contatto con l’azione scenica; la parlata vernacolare, frutto del serissimo studio linguistico che fu di Goldoni, ma che è anche di Emma Dante, altrettanto attenta all’uso di una lingua plausibile, in un ambiente, come in questo caso, sottoproletario. Il tono complessivo del lavoro di Emma Dante, però, è durissimo, lontano da qualsiasi forma di goldoniana bonarietà poiché la regista, insieme alle numerose suggestioni culturali del teatro classico, porta sullo schermo carne, sangue, dolore e lacerazioni, secondo la sua visione tragicamente sensuale della vita, espressa anche con il bellissimo colore della fotografia. Allo stesso modo, pur non mancando suggestioni della Giara pirandelliana nella rappresentazione paradossale e grottesca, siamo anche in questo caso abbastanza lontani dall’ amaro e rassegnato sorriso pirandelliano, sul quale prevale la necessità della scelta volontaristica, che tagli il nodo delle contraddizioni irrisolte. Opera colta, non facile, ma assolutamente da vedere e da meditare.