Jackie

schermata-2017-02-24-alle-16-50-30recensione del film:
JACKIE

Regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt, Richard E. Grant, John Carroll Lynch, Beth Grant, Max Casella, Caspar Phillipson, Sunnie Pelant, Corey Johnson – 91 min. – USA, Cile 2016

Chi si illude che questo film permetta di acquisire qualche informazione in più sull’oscuro assassinio (1963) di John Kennedy, da soli due anni presidente degli Stati Uniti, o sulla sua graziosa e chiacchieratissima moglie Jacqueline certamente ne riporterà una delusione. Allo stesso modo era rimasto deluso chi si aspettava dalla visione di Neruda la celebrazione del rivoluzionario vate quale omaggio a un poeta morto opponendosi a Pinochet.
L’intento di Larrain, in tutti i suoi film, mi sembra sia stato sempre quello di portare alla luce l’essenza umana dei suoi eroi-personaggi, indagando la loro verità più profonda alla luce dei condizionamenti del loro tempo. Sotto questro aspetto Tony Manero o Padre Vilar non sono meno “veri” di Neruda, realmente vissuto; così come, rovesciando la questione, Neruda, è nel film di Larrain, altrettanto immaginario quanto Tony Manero: la loro verità è tutta interna all’opera di cui diventano protagonisti, veri e falsi in ugual misura. Paradossalmente, però, spesso, meglio di un documentario, di un’inchiesta giornalistica o di un saggio biografico ci aiutano a capire un’intera epoca storica. Questo lungo preambolo non può che valere anche per l’ultima fatica di Larrain, Jackie, ovvero la falsa-vera biografia di Jacqueline Kennedy.

Jackie è il nomignolo col quale Jacqueline era chiamata dal marito John, che a sua volta lei chiamava Jack. Il particolare ha una funzione narrativa; non solo ci introduce all’interno della vita della coppia presidenziale, ma dentro il progetto (che era di entrambi ma che fu portato avanti da lei) di creare attorno a quella coppia, un ampio consenso popolare, grazie all’uso della televisione, già molto presente all’epoca nelle case americane. Tutta di Jackie era stata l’iniziativa di trasformare la Casa Bianca in un luogo di incontro dei grandi personaggi della cultura e dell’arte contemporanea; di tenervi concerti; di arredare alcune stanze in modo che ricordassero la storia americana, soprattutto quella grande storia di libertà e giustizia incarnata dal Presidente Abraham Lincoln, che a quegli ideali aveva sacrificato la propria vita. Da Jack, invece, era arrivato il suggerimento delle visite televisive alla Casa Bianca: la graziosa Jackie, in funzione di impacciata accompagnatrice, a illustrare, spiegare, raccontare, mentre milioni di americani guardavano con interesse e simpatia l’insolita attenzione (vera o presunta) nei loro confronti. Naturalmente quell’ondata di ammirazione era per lei, che tuttavia, leale nel gioco di squadra, la rifletteva sul marito, accontentandosi di giocare di rimessa, e godendo dei privilegi che in ogni caso le arrivavano grazie a lui. Su questa “vita di corte”, allietata dalle feste danzanti del bel mondo di allora, sulle note del musical Camelot, si abbatté, come un fulmine a ciel sereno, l’attentato di Dallas, che in poche ore mise fine a ogni spensierato e spregiudicato sogno di gloria e di potere, annullò il ruolo di Jackie, che ancora sotto choc per la feroce crudeltà dell’attentato, era stata costretta a sgombrare il campo subito, per far posto al nuovo presidente. Era ben decisa, però, a non lasciarsi travolgere e soprattutto a non accettare l’irrilevanza cui sembrava destinata ora, senza rimedio.

Il film, a questo punto entra nel vivo della storia che è il racconto di come, utilizzando tutta la determinazione dura e spregiudicata di cui era capace, Jackie fosse riuscita a imporre a tutti, attraverso l’imponente funerale, non solo la glorificazione del suo Jack, ma l’immagine epica di lui, degno, come Lincoln, della sepoltura ad Arlington nel cimitero degli eroi, in una tomba di famiglia, per realizzare la quale erano stati esumati i corpi dei due figli morti precocemente, uno alla nascita e l’altro al terzo giorno di vita.
Il film racconta tutto ciò attraverso un complesso capolavoro di montaggio in cui si alternano autentiche immagini di repertorio con altre girate con la pellicola e la macchina dell’epoca, perché si ricostruissero in modo perfetto quelle ritrovate delle “visite alla Casa Bianca”* . A queste immagini, vere e quasi vere, si affiancano quelle che costituiscono la narrazione di tutta la storia, ricomposta attraverso una serie di rimandi al passato, di memorie riemerse durante il racconto-intervista- confessione che Jackie, a pochissimi giorni dal funerale di Jack, aveva rilasciato a un giornalista, dal quale aveva preteso la supervisione del racconto e la cancellazione di tutte le parti che avrebbero diffuso della coppia presidenziale e di lei, un’immagine forse più veritiera, ma molto meno perfetta. Fra queste colpiscono la lunga conversazione col prete cattolico (John Hurt al suo ulimo film); l’ammissione di un matrimonio più deludente del previsto e della sua conseguente sublimazione; l’affannosa ricerca di un perché destinata a rimanere senza risposta.

Altrettanto rimangono senza risposta nella mente dello spettatore altre domande. Chi era veramente, al di là della gloria postuma voluta da Jacqueline, John Kennedy ; quali erano stati i suoi meriti politici, al di là dei bellissimi discorsi che tutti abbiamo ammirato? A chi era giovato, inoltre, il frenetico attivismo di Jackie per ammantare di gloria una presidenza alquanto incolore, almeno fino a quel momento, se non a se stessa, che da allora aveva costruito di sé quell’icona di eleganza e bellezza, di “principessa consorte” che sempre l’avrebbe accompagnata? Quel dolore profondo era un dolore rabbioso per l’improvviso mutamento della propria sorte o era un dolore vero e rabbioso insieme?

Il racconto, come spesso quelli di Larrain, riflette sul potere, sull’utilizzo dei mass-media nel costruire il consenso politico; sulla potenziale falsità, camuffata da verità che trasforma  uomini (e donne) senza qualità in idoli mitici. Magnifico e complesso film, di non facile lettura, interpretato con grande professionalità da una Natalie Portman davvero da Oscar.

*alle quali non sarebbe stato possibile sostituire con elaborazione digitale (se non con costi proibitivi) la vera Jackie con Natalie  Portman

Neruda

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recensione del film:

NERUDA

Regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Luis Gnecco, Gael García Bernal, Mercedes Morán, Diego Muñoz, Pablo Derqui, Alfredo Castro – 107 min. – Argentina, Cile, Spagna, Francia 2016

 

L’antefatto – Cile-1948
In Cile una larga coalizione di forze politiche eterogenee aveva  portato al governo (1946) Gabriel González Videla, ma dopo soli due anni l’unità delle forze politiche che lo avevano sostenuto era in crisi: la guerra fredda stava penetrando anche nel continente latino americano e il potente alleato nordamericano di Videla ora pretendeva la messa al bando del partito comunista, l’arresto dei suoi parlamentari, nonché dei dirigenti sindacali e di tutti coloro che si erano segnalati per aver lottato per una maggiore giustizia sociale. Un’ondata di propaganda visceralmente anticomunista aveva travolto gli esponenti politici più noti e popolari e fra questi il senatore Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, meglio noto con il nome d’arte di Pablo Neruda, grande poeta, il comunista più noto in tutto il mondo.

La biografia e l’invenzione
Da questo antefatto storico prende le mosse il film di Pablo Larrain, il quale ricostruisce la figura straordinaria di Neruda, ovvero del poeta che più di ogni altro aveva saputo incarnare, attraverso l’opera in versi, la verità profonda del Cile, nel quale le bellezze del paesaggio naturale, talvolta aspro e inaccessibile, talvolta dolce e armonioso, sembrano riflettere le contraddizioni della sua gente, capace di grandi slanci ideali e di nobili sacrifici, nonostante la presenza radicata e inestirpabile nel proprio animo di oscure, barbariche e non sempre nobili pulsioni. Alcuni anni di studio della vita e dei poemi di Neruda erano serviti al regista per escludere che un film sul poeta potesse realizzarsi come un “biopic”, del tutto inutile a comprenderne gli aspetti più significativi e veri: gli sarebbe servito, invece, un personaggio d’invenzione a cui affidare il racconto; un deuteragonista in conflitto col poeta; un persecutore implacabile che dal suo punto di vista narrasse, come voce fuori campo, la vicenda di una vita, che si era fatta poesia, tutta da conoscere. Nasce in questo modo Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), il poliziotto che, incaricato da Videla (Alfredo Castro), si mette sulle tracce di Pablo Neruda (Luis Gnecco) per arrestarlo, mentre la chiusura delle frontiere potrebbe facilitarne il compito.
Giovane e volitivo, di oscure e forse inconfessabili origini, Oscar aveva millantato un padre importante e stimato: un ministro degli interni che, riconoscendolo come proprio figlio, gli aveva trasmesso il cognome. La menzogna gli aveva aperto le porte della polizia di stato, ai suoi livelli più alti; ora, secondo i suoi piani, la cattura del poeta lo avrebbe reso famoso e potente nel mondo degli uomini che contano davvero; gli avrebbe finalmente permesso di entrare nelle eleganti dimore della buona società, che finora si era gloriata anche troppo della frequentazione di intellettuali comunisti, quelli che, come Neruda, avevano fatto credere di servire gli interessi della rivoluzione, crogiolandosi invece nel lusso e permettendosi ogni sorta di vizio. Per tutta la prima parte del film la voce di Oscar Pelouchenneau è la voce stessa dell’invidia sociale, di chi soffre l’ingiustizia delle proprie umili origini e pensa di addossarne le responsabilità allo snobismo degli uomini accolti dai salotti buoni e dai postriboli di lusso, come Neruda, per l’appunto.

Il poeta e il poliziotto
Entrato in clandestinità e protetto dai suoi compagni di partito, il poeta aveva deciso di giocare la sua partita in modo del tutto originale, servendosi, cioè, dell’arma che sapeva usare meglio: la parola poetica. Convinto della capacità di fascinazione della poesia, egli aveva fatto trovare al suo inseguitore le proprie tracce attraverso i poemi lasciati proprio per lui in bella mostra. Oscar lo avrebbe seguito proprio come si può seguire una sirena dal richiamo irresistibile, una grassa sirena, avanti negli anni e priva del tutto di sex appeal, di cui però egli coglieva la  forza penetrante della parola, che era nata dall’ascolto fiducioso di ciò che stava nel fondo oscuro del cuore degli uomini, anche di quelli che si sarebbero detti i più lontani dal poeta. Neruda, infatti, apparentemente schizzinoso e snob, non aveva disdegnato di avvicinare nei più infimi bordelli cileni quegli esseri umani disprezzati e dimenticati, confondendo la propria nudità (reale e metaforica) con la loro, in un contatto carnale irrinunciabile e in fondo innocente, poiché la fisicità era per lui la fonte di conoscenza primaria senza la quale far poesia non gli sarebbe stato possibile. Contraddittorio come ogni uomo lo è, Neruda emerge dalla narrazione di Larrain ben diverso da chi se ne aspettava un ritratto edificante, come un santino stereotipato; anche nel suo cuore, come in quello dei personaggi del suo film precedente tenebre e luce sono presenti  in un groviglio inestricabile, ciò che davvero lo rende fratello di Oscar, il “fratello poliziotto”, così come lo avrebbe chiamato in uno dei segnali a lui diretti lungo il percorso della sua fuga, cercando di attirarlo sempre più vicino fisicamente e, anche in questo caso, metaforicamente.

Il film mi ha talmente affascinata che vorrei davvero dirne di più, ma mi trattiene il rispetto per le attese di chi lo vedrà, nonché la speranza, forse un po’ presuntuosa, di avere, sia pure modestamente, agevolato l’interpretazione di un’opera assai complessa. Come ho scritto, il film non è un “biopic”: Larrain ha più volte sostenuto, anzi, di avere volutamente rovesciato i termini di questo “genere” (che non avrebbe permesso di comprendere Neruda, né come uomo, né come artista), scegliendo come vero protagonista il suo spietato antagonista. La pellicola è, invece, nei suoi momenti diversi, la narrazione di un momento difficile e doloroso per il poeta costretto alla fuga e infine all’esilio; una storia con le caratteristiche del noir, in cui non mancano le sorprese; la cronaca di un viaggio tormentoso e accidentato che è sempre più chiaramente un racconto di formazione per Oscar; un western anomalo e fascinoso lungo gli sterminati altipiani innevati delle Ande, ai confini coll’Argentina. Il film però, secondo me, è soprattutto l’affermazione della forza rivoluzionaria della poesia di Neruda, la voce libera nella quale avevano potuto trovare la propria umana identità le creature più deboli e indifese, quelle che sulla propria pelle avevano sofferto l’umiliazione e il disprezzo di chi le aveva in vario modo sfruttate: dai lavoratori trattati come bestie, ai contadini sfiniti dalle fatiche, alle puttane e ai travestiti dei postriboli, nonché allo stesso Oscar, il “fratello poliziotto” che aveva cercato, nel modo più inaccettabile di uscire dall’irrilevanza sociale e che, alla fine, alla parola del poeta avrebbe affidato la propria unica e irripetibile individualità. Straordinario film, da vedere sicuramente; eccezionale la recitazione di tutti gli attori.

Il Club

Schermata 2016-02-28 alle 19.55.28recensione del film:
IL CLUB

Titolo originale:
El Club

Regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Roberto Farías [I], Antonia Zegers, Alfredo Castro, Alejandro Goic, Alejandro Sieveking,Jaime Vadell, Marcelo Alonso – 98 min. – Cile 2015

Un’altura su un tratto di costa deserta del Cile: lì sorge “El Club”, una villetta gialla, priva di pregi architettonici e piuttosto anonima, al cui interno è confinato un gruppo di quattro preti che la Chiesa ha allontanato dal ministero in seguito a gravi scandali. Essi sono sorvegliati da una suora, Monica (Antonia Zegers), ora allo stato laicale forse per qualche colpa, che sconta attraverso il lavoro di cura della casa (la pulizia prima di tutto) e di accudimento degli uomini che la abitano: a quest’ultimo compito si dedica con dolcezza materna, di cui non tarderemo a cogliere gli aspetti prevaricatori e autoritari, abilmente camuffati da un sorriso indulgente e ipocrita. Le immagini iniziali del film indugiano sulle attenzioni di Monica al lindore della casa, presentandoci le sue scrupolose operazioni di pulizia all’ interno e anche all’intorno, quasi per evitare che infezioni sempre in agguato mettano in forse la serenità e l’equilibrio dei suoi quattro abitatori, ormai abituati alla loro condizione di semi-prigionia (possono uscire di lì, ma non avvicinarsi al villaggio circostante, denominato la Boca ) alquanto claustrofobica. Uno dei quattro è padre Vidal (il grande Alfredo Castro), allevatore di levrieri, che egli impegna in gare di velocità, intorno alle quali un gioco di scommesse coinvolge anche gli abitanti del villaggio. La piccola comunità degli ex preti ne ricava qualche guadagno, utile per continuare ad allevare i cani ma anche per soddisfare qualche capriccio, come l’acquisto di qualche ghiottoneria oltre ai super alcolici o al tabacco: alla semi-prigionia fa riscontro, dunque, il persistere di comportamenti che non molto si addicono alla condizione di chi si trova in quel luogo per espiare un passato di colpa e di peccato, ma ampiamente tollerati dalla suora, che è l’unica a mantenere rapporti con la popolazione locale e che è molto interessata a non destare, a La Boca, sospetti o curiosità intorno al Club .
Questa condizione di equilibrio e di tolleranza un po’ complice entra in crisi allorché una quinta persona viene inviata dalla Chiesa a scontare le proprie colpe in quel luogo: è il pedofilo padre Lazcano, il cui arrivo è seguito da quello di una sua vittima, Sandokan (Roberto Farías), che da piccolo aveva subito le sue turpi attenzioni e che ora non gli dà tregua: si piazza infatti di fronte alle finestre del Club, lo chiama a gran voce ricordandogli il suo vergognoso peccato, descrivendone i dettagli più osceni in modo così ostinato da indurre Lazcano a togliersi la vita con un colpo di pistola. Non erano bastate, dunque, le pulizie meticolose per tenere il male lontano da quella casa: ora quel male accuratamente nascosto, era diventato di pubblico dominio.

Era possibile, dunque, almeno dopo che si era finalmente chiarita l’inutilità di celare i mali più gravi del clero, un comportamento diverso da parte della Chiesa cilena? La forza scandalosa della verità si era rivelata davvero capace di spalancare le porte ostinatamente chiuse del club e forse anche di far entrare un po’ d’aria pulita e respirabile al suo interno? La Chiesa aveva risposto allo scandalo inviando sul posto un giovane gesuita, padre Garcia (Marcelo Alonso) che intendeva portare alla luce l’infezione, per quanto estesa, senza timore e senza pietà per nessuno.
Naturalmente non volendo anticipare il finale del film, non dirò se e in quale misura questo gli sarebbe riuscito.

Il film, che è di notevole complessità, non è (se non in modo molto mediato) un film politico o religioso. Com’è nello stile del regista, infatti, i modi della narrazione trovano il loro centro e la loro forza espressiva non solo nella più o meno realistica rappresentazione di un gruppo di vecchi e viziosi  membri di una Chiesa più che mai corrotta e collusa con il regime di Pinochet, ma soprattutto nell’opposizione luce – tenebre, evocata fin dall’inizio del film, preceduto dal verso famoso della Bibbia (Genesi I-IV):
E Dio vide che la luce era buona, e separò la luce dalle tenebre.
La presenza di questa dicotomia percorre il film, ma le tenebre ben più della luce permeano la vita del Club: gli unici momenti in cui il gruppo degli ospiti della casa vedono le cose in piena luce sono quelli in cui, attraverso il binocolo si godono, da molto lontano, la corsa dei levrieri, ma anche qui l’accomodamento delle lenti non permette una perfetta messa a fuoco. In ogni caso, la luce del luogo, all’interno o all’esterno dell Club, è come offuscata da una nebbia bluastra che non sempre rende percepibili i contorni delle cose e del paesaggio. Tutto il film sembra invitarci a riflettere se davvero le tenebre siano state pienamente separate dalla luce, cioè sembra invitarci a una meditazione sul bene e sul male, sull’imperfezione dei malvagi, cui non manca, talvolta, per quanto gracile, qualche traccia di coscienza tormentata, come nella figura di Padre Vidal, nonché sulla crudeltà spietata del “bene”, impersonata da un inquisitore temibile e fanatico come padre Garcia, unico interprete autorizzato di ogni bene possibile. Film molto bello di questo regista poco conosciuto in Italia, dove sono passati come meteore, lasciando dietro di sé poche tracce, film importanti e magnifici come Tony Manero (di cui non credo sia mai uscito un DVD) e Post Mortem, che gli interessati possono trovare qui recensito. Orso d’argento alla Berlinale dello scorso anno, assegnato per la miglior regia e finalmente visibile anche da noi, al solito con qualche mese di ritardo.

Le ragioni del no (No-I giorni dell’arcobaleno)

Schermata 05-2456428 alle 23.25.49recensione del film:

NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO

Titolo originale:

No

Regia:

Pablo Larrain

Principali interpreti:

Gael García Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers, Luis Gnecco, Marcial Tagle  -110 min. – Cile 2012. –

Questo è il terzo film di Pablo Larrain sulla tragedia cilena del secolo scorso: con Tony Manero e Post Mortem il regista aveva raccontato, attraverso immagini dai toni cupi e molto drammatici, il golpe del generale Pinochet (11 settembre 1973), nonché la cruenta repressione militare che aveva spazzato via i partiti della sinistra e costretto all’esilio molti intellettuali e artisti prestigiosi. Con quest’ultimo suo lavoro Larrain ci racconta la fine, dopo quasi vent’anni, del regime golpista e l’inizio del cambiamento democratico in Cile. La sconfitta della feroce dittatura militare fu dovuta alla vittoria dei NO al referendum del 5 ottobre 1988, con il quale Pinochet chiedeva al popolo cileno l’autorizzazione a prolungare per altri otto anni il proprio mandato presidenziale. La vittoria dei SI era largamente prevedibile avendo la dittatura, col terrore, eliminato qualsiasi forma di opposizione, ed esercitato, perciò, il controllo delle fonti di informazione più diffuse nel paese: radio, televisione, giornali. Difficile, poi, immaginare una larga partecipazione al voto: certo, avrebbero votato gli elettori dei ceti medi, che in passato, in maggioranza, si erano opposti ad Allende e avevano appoggiato il golpe, beneficiando del tumultuoso sviluppo economico liberista voluto da Pinochet e sostenuto dal governo americano di Nixon. I poveri, invece, enormemente aumentati di numero per le privatizzazioni selvagge, ma privi di riferimenti politici, erano orientati a non votare, anche perché questa sembrava essere una delle scelte prospettate da alcuni oppositori, divisi come non mai al loro interno, quasi polverizzati e incerti sul da farsi in futuro. Grazie all’intuizione di René Saavedra, giovane pubblicitario deciso a sfruttare anche i pochi minuti assegnati, in notturna, dalla televisione di stato, per pochi giorni, al Comitato per il NO fu possibile convincere anche i più sfiduciati a capovolgere, col loro voto, il pronostico sfavorevole. La campagna elettorale che aveva in mente Saavedra puntava soprattutto a trasmettere un messaggio positivo e di speranza; un messaggio semplice e allegro che comunicasse la voglia di vivere liberi, in pace e di voltare pagina. L’arcobaleno, il logo connotativo della battaglia per il NO sui volantini, sulle magliette, sullo sfondo delle trasmissioni televisive, diventando simbolico della pluralità delle opinioni, proponeva anche alla sinistra una sfida politica: continuare a coltivare il dolore, nella purezza settaria dell’isolamento, oppure aprirsi alla società in una prospettiva di alleanze per cambiare? Non fu facile per il giovane René far accettare la sua campagna elettorale a molti membri del Comitato: i lutti, le umiliazioni, le torture e le ingiustizie subite ancora bruciavano sulla pelle di troppe persone, che avrebbero preferito trasformare le trasmissioni di propaganda in trasmissioni di denuncia dei crimini della giunta militare, anche nella convinzione che il referendum fosse, per la dittatura, il modo di legittimarsi davanti all’opinione pubblica internazionale. Quanto efficace, però, fosse il semplice messaggio di Saavedra fu subito chiaro al regime, che tentò con le violente intimidazioni, con le minacce e successivamente nascondendo i risultati del voto, di rovesciare il verdetto popolare, senza successo, però, perché l’aria nuova della libertà fu gradita anche dai militari, che abbandonando Pinochet, gli impedirono di reprimere, nuovamente nel sangue, la festosa gioia del popolo cileno per la vittoria democratica.*


Il film è molto bello, interessante ed emozionante in ogni momento della proiezione. E’ soprattutto un film di riflessione politica sulle ragioni del consenso e sulle alleanze necessarie per ottenerlo in situazione difficilissima, anche se, a quanto vedo, molti, sul web, lo intendono come film che dimostra l’importanza eccessiva della televisione nella comunicazione politica. Mi pare che qui non sia in discussione il mezzo, ma il messaggio: per questa ragione la pellicola potrebbe diventare oggetto di utile meditazione anche da parte della frammentatissima sinistra del nostro paese. E’ ben diretto da Larrain, che inserisce nella narrazione parecchi spezzoni di documenti d’epoca, come aveva fatto nei due precedenti suoi film ed è, inoltre, molto ben interpretato dai suoi attori, fra i quali troviamo ancora il grande Alfredo Castro, anche qui nella odiosa parte del sostenitore del regime.

*Di recente alcuni documenti, che proverebbero essere stata questa l’intenzione di Pinochet, sono stati pubblicati dalla National Security Archives. Chi volesse approfondire potrebbe trovare su questo sito le notizie che lo interessano.

il consenso degli ignavi (Post mortem)

Recensione del film:

POST MORTEM

Regia:

Pablo Larrain

Principali interpreti:
Alfredo Castro, Antonia Zegers, Jaime Vadell, Amparo Noguera, Marcelo Alonso – 98 min. – Cile, Messico, Germania 2010

Cercate di vedere questo film, che è bellissimo ed emozionante. Non è certamente allegro, né contiene momenti di relax. Si determina, durante la visione, anzi, un crescendo di straniante timore che il peggio si debba ancora vedere, come in un “horror” senza fine. E’ così, infatti, ma la sensazione orrorifica deriva dalla verità storica che viene documentata attraverso la rappresentazione. La ricostruzione dei drammatici fatti avviene con un narrare lento e minuzioso, con una prevalenza del colore cupo del verde delle pellicole vecchie e della morte.
Il film, a mio parere, avrebbe davvero meritato il Leone d’oro, altro che Somewhere!

Post Mortem racconta i tragici momenti del golpe militare che cancellò l’esperienza socialista di Salvador Allende in Cile l’11 settembre del 1973. La tensione sociale e politica, da tempo percepibile nel paese sudamericano, sfociò nell’assalto alla Moneda, residenza ufficiale del presidente cileno, da parte dei militari infedeli, che si schierarono con una parte dell’opinione pubblica ostile, ma soprattutto con i proprietari americani delle miniere di rame, nazionalizzate, con la CIA e col governo di Nixon, le cui pressioni non furono mai nascoste, anche se non fu mai suffragato da prove concrete il loro diretto coinvolgimento. Il film si apre con uno spettacolino di terz’ordine che si svolge in un locale di Santiago piuttosto squallido e frequentato da uomini soli. Fra questi, anche Mario Cornejo, grigio “funzionario”, come ama definirsi: in realtà Mario trascrive, nell’obitorio della città, i verbali delle autopsie che vi si svolgono. Il motivo del suo interessarsi allo spettacolo è Nancy, ballerina non più giovanissima e troppo magra per quel pubblico. La donna abita di fronte a lui, che ne è invaghito e che vorrebbe sposarla, anche se lei sembra poco apprezzare tale prospettiva. Nella casa di lei si riuniscono alcuni sostenitori di Allende che, in condizioni sempre più difficili, cercano di elaborare proposte per aiutare il loro presidente. Il momento del golpe è descritto di qui: attraverso il fragore delle bombe che squassano l’abitazione di Nancy lasciandovi solo distruzione e macerie, mentre la donna sembra sparita. Mario, che è sotto la doccia, non sente il fracasso della distruzione, tuttavia si mette alla sua ricerca e la ritroverà. Per quanto riguarda il suo lavoro i cambiamenti sono immediatamente percepibili: il bagno di sangue spaventoso, in cui sembrerà affogare il Cile, fa aumentare mostruosamente il numero dei cadaveri che vengono posti in attesa di autopsia, poiché i militari cercano di accreditare per lo più la tesi del suicidio per molti dei morti, soprattutto se si tratta del cadavere “eccellente” di Allende. Alcune scene del film sono indimenticabili: l’emozione di Sandra e del Dottor Castillo (i due medici settori) di fronte alle spoglie di Allende, contro la burocratica impassibilità del “funzionario” che trascrive il referto; l’esasperazione di Sandra di fronte all’accumularsi dei corpi straziati; la sua consapevole morte per dignità (non saprei come definirla diversamente) e ancora l’indifferenza da ignavo di chi, riducendo in “carta” dolori e tragedie pensa che se la caverà. Non può tuttavia cavarsela a buon mercato: entrerà nella logica dei macellai e darà anche lui il suo contributo alla mattanza, in un finale agghiacciante in cui la normalizzazione del paese straziato troverà un’emblematica rappresentazione. Gran bel film, idealmente imparentato col precedente Tony Manero, dello stesso regista, che, in entrambi i lavori, rappresenta l’ignavia di chi vuole ignorare, in vista esclusivamente del proprio vantaggio, il dolore e le sofferenze che gli stanno intorno e che perciò tenta di scavarsi una miserabile nicchia di tranquillità senza alcuno scrupolo di coscienza. Anche l’attore protagonista è lo stesso, il grande Alfredo Castro, perfetto in questo film, come nell’altro.