Julieta

Schermata 2016-05-27 alle 19.23.03recensione del film:
JULIETA

Titolo originale:
Silencio

Regia:
Pedro Almodovar

Principali interpreti:
Emma Suarèz, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta, Darío Grandinetti, Michelle Jenner, Rossy De Palma, Nathalie Poza, Pilar Castro, Susi Sánchez, Priscilla Delgado, Joaquín Notario, Blanca Parés, María Mera, Agustin Almodóvar, Mariam Bachir, Jorge Pobes – 99 min. – Spagna 2016.

Una breve introduzione.
Premio Nobel per la letteratura nel 2013, Alice Munro è un’ottantenne signora canadese anglofona, che, nella prosa minimalista e scarna di raffinati racconti, ci parla della difficoltà dolorosa del vivere negli spazi gelidi della sua terra. Nulla di più lontano dalla fantasia barocca e “mediterranea” di Almodovar: così, almeno, si direbbe se non sapessimo quanto la lettura di quella narratrice di solitudini sconfinate sia stata decisiva per la nascita di questo bellissimo film, che è, in primo luogo, la libera elaborazione di tre suoi raccontiche gli hanno offerto l’occasione per meditare sulla vita, sul destino e sul senso di colpa.  Alla limpidezza classica e all’austerità di quella prosa, inoltre, Almodovar deve, secondo la sua stessa confessione**, lo stile semplice del film, ovvero la risposta giusta all’urgenza di chiarezza espressiva,
 da lui adesso ritenuta inseparabile dalla propria vena creativa.
L’intreccio del film, che si svolge in Spagna, è la storia della vita di Julieta, studiosa e cultrice dell’antica tragedia greca, che da giovane (è la parte interpretata da Adriana Ugarte) era insegnante supplente in un liceo.

Mi occuperò solo dei personaggi che assumono, secondo me, un ruolo narrativo centrale per comprendere il film; il resto è lasciato alla visione in sala. 

Tre presenze inquietanti.
uno strano compagno di viaggio

Il primo dei tre personaggi che si insinuano sinistramente nella vita di Julieta è un misterioso viaggiatore, da cui muove l’intera vicenda. Si tratta di una presenza fugace, poiché presto  quell’uomo avrebbe finito i suoi giorni gettandosi sotto il treno sul quale stava viaggiando, ma non irrilevante: l’avevamo visto sedersi davanti a lei, intenta a leggere un saggio sulla tragedia greca. Era strano, poco gradevole nell’aspetto; le si era piazzato proprio di fronte e ora, con insistenza inopportuna, cercava di parlarle, senza avvedersi che Julieta non avrebbe voluto essere disturbata. Un’inquietudine fastidiosa (appena interrotta in piena notte dall’apparizione improvvisa e meravigliosa – quasi un’epifania – di un bellissimo esemplare di alce, prodigiosamente scampato al treno) si era impadronita di lei e l’aveva spinta ad allontanarsi dal suo posto, alla volta del vagone ristorante, dove avrebbe conosciuto Xoan, il bel giovane, il pescatore destinato a diventare l’amore della sua vita. La notizia del suicidio del misterioso viaggiatore, però, l’aveva turbata profondamente, quasi se ne sentisse responsabile: da allora il senso di colpa sarebbe diventato l’onnipresente compagno dei momenti difficili della sua esistenza.

la governante ostile

Xoan aveva informato Julieta di non essere un uomo libero: una moglie in coma da anni, assistita da Marian (Rossy De Palma), l’affezionata governante, gli impediva di sposarla, ma non certo di cercarla e rivederla. Ora lei, che era rimasta incinta dopo l’incontro di quella notte ed era stata licenziata dalla scuola, lo avrebbe raggiunto, nella sua casa sul mare. La grande stanchezza per il viaggio, troppo lungo nelle sue condizioni, era confortata dalla certezza che lo avrebbe rivisto presto. Era stata, invece, Marian ad accoglierla, con malcelata ostilità: era tardi, ormai, per il funerale della sua assistita, che si era svolto il giorno prima! Per pura coincidenza, anche questa volta, l’amore si era strettamente intrecciato con la morte, con un lutto di cui Julieta non portava alcuna colpa. Neppure avrà colpa, quando, molti anni dopo, Xoan morirà, travolto da una tempesta improvvisa in alto mare, dove, come sempre, svolgeva il proprio lavoro. L’aveva lasciata, però, sbattendo la porta di casa, perché, come capita anche nei più riusciti matrimoni, la coppia aveva litigato. Era presente Marian (che aveva ulteriormente odiato Julieta per questo), ma non c’era la loro Antìa, la figlioletta amata, ora quasi adolescente, partita per un campeggio estivo con la sua migliore amica. Il dolore che l’aveva annichilita si stava trasformando, ancora una volta, in un rimorso lacerante, irrazionale, non dominabile.

la donna della montagna

Julieta aveva venduto la casa ed era tornata a Madrid, con Antìa, ma non era più lei (anche l’attrice non è più la stessa: Adriana Ugarte passa il testimone a Emma Suarèz): della sua bellezza baldanzosa era rimasta qualche pallida traccia; dei biondi capelli da punk, solo qualche ciocca ingrigita. Antìa che le era stata vicina e l’aveva confortata amorevolmente se n’era andata non appena compiuti i suoi diciotto anni. Non era stato un normale distacco, bensì una inspiegabile separazione senza un addio e senza un perché: semplicemente era partita per una vacanza in montagna e non si era fatta più vedere. Qualche spiegazione sarebbe arrivata dopo un po’, quando una enigmatica donna, forse una religiosa, forse il capo di una setta di fanatici fondamentalisti, le aveva chiesto un incontro proprio nel luogo di quella vacanza. Lì l’aveva informata che Antìa non intendeva tornare a casa da lei, che di quella figlia ignorava quasi tutto, essendosi occupata soprattutto di sé, senza aver mai cercato di conoscerne i bisogni spirituali profondi. Ancora dolore e silenzio, ancora l’interrogarsi sulle colpe, ancora rimorsi e, finalmente, l’idea di elaborare il lutto attraverso la scrittura: il racconto della propria vita, ricostruita giorno per giorno, solo per lei, che l’avrebbe letto, forse, un giorno e, forse, avrebbe capito.

Accolto da giudizi discordanti, il film a me è parso bellissimo, sia per la linearità del racconto che, pur non procedendo diacronicamente, alterna con naturalezza estrema passato e presente, rivelando una sceneggiatura salda e senza incertezze, sia per l’insolito contenuto, che ne fa un film più simile a un’antica tragedia che a un mélo. Determinante, infatti, sembra essere l’evocazione del mondo greco nelle letture di Julieta, nel suo lavoro di insegnante, nel mare mitico dei fortunali e delle burrasche, il mare di Ulisse, emblema della fatalità ineludibile degli accadimenti contro cui non serve alcun disperato corpo a corpo. Come gli antichi eroi tragici, Julieta non sa e non vuole riconoscere i segnali inquietanti che le indicano il destino, non ascolta gli “oracoli” moderni sulla sua strada, anzi li sfugge e si avvia, perciò, inevitabilmente alla sconfitta. Può forse essere di qualche utilità nella interpretazione del film conoscere quale sia il nome che Alice Munro attribuisce ad Antìa: quel nome è Penelope.

 

*I racconti sono tratti dalla raccolta Runaway Stories. I lettori italiani interessati alla loro lettura,  possono trovarli nella nostra lingua, avendoli pubblicati nel 2004 l’editore Einaudi nel volume dal titolo: In fuga.  I tre racconti sono: Fatalità (pagg. 45-80); Fra poco (pagg. 81-116); Silenzio (pagg. 117-147). 

** La “confessione” è avvenuta nel corso di una bellissima intervista rilasciata il 26 aprile 2016 a Philippe Tessé a Parigi (Cahiers du Cinema n° 722 – maggio 2016 pagg. 34- 38).

 

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otto belle vipere! (Otto donne e un mistero)

Schermata 12-2456655 alle 23.24.16recensione del film:
OTTO DONNE E UN MISTERO

Titolo originale:
8 Femmes

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Emmanuelle Béart, Fanny Ardant, Virginie Ledoyen, Danielle Darrieux, Ludivine Sagnier, Firmine Richard – 101 min. – Francia 2002.

Natale ci regala molti cinepanettoni e molti film per le famiglie, che, forse colpevolmente, mi interessano poco. Naturalmente nelle sale si possono trovare anche buoni film, ma li ho visti tutti e recensiti quasi tutti (non ho recensito Dietro i candelabri, buon film che non mi ha lasciato molto, forse per l’antipatia che mi ha sempre suscitato Valentino Liberace): non mi rimanevano che i DVD di qualche film d’antan, come questo di Ozon, regista che apprezzo, prima di tornare presto alle abituali recensioni dei film nelle sale.

Come tutte le famiglie, anche quella del film in questione si ritrova al gran completo per il pranzo di Natale. Qui siamo nella campagna francese, in una lussuosa villa nella quale il padrone di casa abita, insieme alla bella moglie un po’ attempata, Gaby (Catherine Déneuve), alla figlia Catherine (Ludivine Sagnier), alla suocera (Danielle Darrieux) e alla cognata Augustine, la scontrosa e isterica sorella di Gaby (Isabelle Huppert). L’arrivo dell’altra figlia, la giovane Suzon (Virginie Ledoyen) e, più tardi, della sorella di lui, Pierrette (Fanny Ardant) completa la presentazione dell’intera compagine familiare. La festa, però, non potrà svolgersi, avendo una delle cameriere, Louise (Emmanuelle Béart), scoperto che il padrone di casa a, cui sta portando la colazione in camera, è riverso sul letto in un bagno di sangue, colpito da un pugnalata alla schiena. Altre scoperte si susseguono: i fili del telefono sono stati tagliati, il riscaldamento non si accende, fuori una fitta nevicata impedisce di uscire per comunicare con l’esterno, ciò che rende impossibile, quindi, chiamare la polizia mentre una profonda inquietudine si diffonde fra i presenti. Solo fra loro è, però, da ricercare l’assassino (questo pare certo, poiché l’attentissimo cane non aveva abbaiato, avendo evidentemente riconosciuto la persona che si era introdotta in casa con il proposito omicida). Sarà la figlia più giovane dell’ucciso ad avviare le prime indagini sull’accaduto, cercando di verificare l’ alibi di tutti i presenti, compreso quello della fedele governante nera, Chanel (Firmine Richard): è suo intento, infatti, chiarire gli spostamenti di ciascuno, ma, cosa ben più importante, accertare se qualcuno covasse odio o risentimento rancoroso nei confronti del suo amato genitore.

Il film sembrerebbe procedere in due direzioni, entrambe molto convenzionali: la prima è quella del giallo classico in cui gli indizi, innumerevoli, non diventano mai prove, potendo essere, infatti, continuamente ribaltati e perdendo, quindi, di consistenza; la seconda, che si ispira alla più tradizionale misoginia, è la rivalità astiosa fra le otto donne, le cui inconfessabili e segrete debolezze sono per lo più note all’ universo femminile meschino, pettegolo e ipocrita che si aggira nella casa e intorno a essa, ma sono sempre anche accuratamente occultate e taciute a tutti gli altri, per offrire, almeno all’apparenza, il quadro di una famiglia molto “per bene”, come si conviene fra gente ricca o presunta tale.
In realtà, fin dalle prime scene il film è costruito come un musical le cui sequenze sono accompagnate dal ritmo delle canzoni più note all’epoca in cui il film venne girato, che vengono interpretate dalle diverse otto attrici, che quindi si cimentano con intelligenza e ironia in un genere cinematografico piuttosto ibrido, al quale non sono certo abituate.
Il film, concepito in un primo momento come il remake del film Donne, di George Cukor, girato nel 1939, mantiene dell’originario progetto solo l’idea di un cast esclusivamente femminile, diventando invece l’adattamento da parte di Ozon  di un testo teatrale, piuttosto in voga, scritto negli anni ’60 da Robert Thomas, in cui del giallo rimane assai poco, sostituito da una verve ironica che nel film diventa il malizioso e intelligente umorismo della sceneggiatura, ben sorretta dalle bravissime attrici, capaci di suscitare la nostra curiosità intorno a una vicenda ricca di colpi di scena e di inattese conclusioni.