1981: Indagine a NewYork

Schermata 2016-02-06 alle 21.14.35recensione del film:
1981: INDAGINE A NEW YORK

Titolo originale:
A most violent Year

Regia:
J.C. Chandor

Principali interpreti:
Oscar Isaac, Jessica Chastain, David Oyelowo, Alessandro Nivola, Albert Brooks, Elyes Gabel, Catalina Sandino Moreno, Peter Gerety, Christopher Abbott, Ashley Williams, John Procaccino, Glenn Fleshler, Jerry Adler, Annie Funke – 125 min. – USA 2014.

Abel Morales  (splendidamente interpretato da Oscar Isaac) era un uomo di grandi ambizioni, ma di modeste origini, figlio di immigrati messicani, convinto di poter realizzare il proprio sogno americano. Lavorando sodo e onestamente, nel rispetto scrupoloso delle leggi, egli era diventato un piccolo imprenditore affermato nell’attività di trasporto del gasolio per riscaldamento, ma ora puntava decisamente più in alto: stava trattando, infatti, con un esponente della comunità chassidica di Brooklyn per l’acquisto di un grandissimo lotto di terreno e di un contiguo enorme edificio: la costruzione avrebbe stivato le scorte di olio combustibile in misura più che sufficiente per scaldare, fin da subito, tutta New York, durante uno degli inverni più gelidi della sua storia, mentre dal parcheggio sorto su quel terreno sarebbero partiti i suoi camion, debitamente riforniti, alla volta della metropoli, in tutta sicurezza, con notevole risparmio dei costi e quindi con prezzi così competitivi da garantirgli il controllo dell’intero mercato. L’affare si era avviato: Abel, assistito dal suo legale, aveva firmato l’oneroso contratto necessario per diventare padrone di tutta l’area: il vecchio proprietario gli aveva ricordato a quali penalità gravissime sarebbe andato incontro nel caso non l’avesse concluso, entro un mese, con il saldo dell’intera somma richiesta (per ora ne aveva versato la metà).  Era ottimista Abel: in fondo, non si trattava che di pazientare: tutto sembrava volgere al meglio, né esistevano ragioni plausibili per immaginare il peggio. Il peggio, invece, sarebbe arrivato subito: aggressioni ai suoi camionisti lungo la strada, tentativi di introdursi in casa durante la notte… come se un’oscura forza malvagia lo avesse preso di mira: una presenza feroce, senza un volto riconoscibile, né fattezze individuabili, ma capace di colpirlo nei suoi affetti più cari, oltre che nel suo sogno di piccolo imprenditore che tentava di farsi grande. Ad aggravare la situazione si era messa d’impegno persino l’autorità giudiziaria, che non fidandosi di lui, stava avviando un’indagine per verificare i suoi conti, anziché proteggerlo e aiutarlo di fronte a minacce e intimidazioni sempre più gravi. Nel 1981, annus horribilis per quella città, era cresciuto a dismisura il numero dei delitti e degli episodi di corruzione, che non avevano mai sfiorato né la sua vita né la sua attività e che proprio ora, a un mese dalla scadenza del contratto, dunque nel momento più delicato, rendevano incerto il suo futuro, quello della sua famiglia, delle sue bambine, dei suoi dipendenti e insidiavano persino la sua immagine di uomo probo, realizzatosi senza mai aver ceduto ai ricatti e ai compromessi a cui altri si erano piegati senza troppi scrupoli. La sua probità, agli occhi dell’amatissima moglie Anna (una fascinosa Jessica Chastain, bravissima e ambigua quanto basta per creare l’atmosfera di incertezza del film) sembrava debolezza incosciente; i suoi dipendenti, sistematicamente aggrediti da banditi armati e crudeli lungo la strada, avrebbero voluto armarsi a loro volta; lo stesso suo avvocato manifestava una certa propensione al compromesso e alla trattativa…

Il bravissimo regista (lo stesso di Margin Call) racconta la vicenda con la giusta lentezza e con gelida impassibilità, riuscendo a creare un’atmosfera di grande tensione, scandita da qualche colpo di scena, quando meno ce lo si aspetta, ciò che rende appassionanti le due ore di proiezione, durante le quali è difficile annoiarsi. Una fra le cose migliori viste quest’anno, anche se il film era già pronto nel 2014!

Chapeau alla piccola casa distributrice che, scommettendo sulla qualità del film (e degli spettatori), ha permesso di  vederlo a molti di coloro che ormai lo ritenevano perduto.

 

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Ulisse e l’odissea di Llewyn Davis (A proposito di Davis)

Schermata 02-2456695 alle 20.28.31recensione del film
A PROPOSITO DI DAVIS

Titolo originale
Inside Llewyn Davis

Regia:
Joel e Ethan Coen

Principali interpreti:
Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett, Max Casella, Jerry Grayson, Jeanine Serralles, Adam Driver, Stark Sands, John Goodman, Garrett Hedlund, Alex Karpovsky, F. Murray Abraham, Ricardo Cordero, Jake Ryan, James Colby, Mike Houston, Steve Routman, Ian Blackman, Genevieve Adams, Bonnie Rose Titolo originale Inside Llewyn Davis – 105 min. – USA, Francia – 2013.

Llewyn Davis è un personaggio dei fratelli Coen che appartiene alla folta schiera dei loro non eroi, gli sconfitti, che, innocenti, senza colpe come Giobbe, sono perseguitati dal loro dio crudele, o, se si preferisce, dal destino, al punto da vedersi negare la realizzazione di qualsiasi sogno o progetto a lungo accarezzato. Rassomiglia al mite Larry di A serious man, o a Barton Fink, lo scrittore spaesato in un mondo che non lo capisce e che neppure lui capisce; o a tanti altri perdenti dei loro film, apparentemente molto diversi, come Donnie o Drugo di Il grande Lebowski.
Lewyn (Oscar Isaac), che era un eccellente musicista, nonché un sensibilissimo poeta, scriveva canzoni stupende e cantava con voce bellissima, in coppia con un partner nei bar del Greenwich Village dei primi anni ’60, quando l’intera zona (che ora, ristrutturata anche troppo a fondo, è tra le più chic e snob di Manhattan) era un agglomerato sporco e maleodorante di case operaie poverissime. L’amico, che nei fumosi locali di quel quartiere condivideva con lui la passione per la musica e l’effimera gloria del successo serale, si era, purtroppo, gettato dal Washington Bridge, lasciandolo solo e poverissimo. Da allora, le sue belle canzoni folk avevano acquistato una tristezza disperata e abbastanza insolita; piacevano molto ad alcuni intellettuali, ma non avevano grandi probabilità di affermarsi in un mercato soggetto alla disponibilità a rischiare i propri soldi da parte di editori e discografici molto guardinghi. Questi, in verità, lo ascoltavano assai volentieri, apprezzandone talento e qualità, ma tutti gli chiedevano qualche compromesso: testi meno cupi, nonché un altro partner, secondo la tradizione commercialmente ben consolidata, proprio quella che il nostro Llewyn intendeva combattere. Conduceva in tal modo la sua quotidiana esistenza fra debiti e vita da bohème, ospitato a turno, per dormire, dai facoltosi ammiratori della sua musica che la sera erano accorsi al Village dalle loro abitazioni e che gli offrivano, per la notte, un divano accogliente: ogni notte, dunque, uno spostamento con quelle poche povere cose nelle quali ormai tristemente si compendiavano il suo passato e le sue speranze. Anche nelle belle case dell’Upper East Side, però, qualche inaspettato accadimento gli scombinava i piani e gli impegni: il bel gattone rosso, di cui Davis ignorava il nome, era furtivamente fuggito dall’appartamento, al mattino, non appena egli aveva cercato di uscire, né aveva potuto ritrovarlo, quando, proprio come Holly Golyghtly*, lo aveva invano cercato nei vicoli di New York, proprio come lei chiamandolo a gran voce “Gatto”! Ecco, poi, che, credendo di averlo riacciuffato, lo aveva portato con sé in partenza per un’audizione a Chicago: altro inutile ingombrante fardello da trascinarsi appresso, insieme alla chitarra e ai pochi suoi dischi precedenti, durante l’altrettanto inutile e rocambolesco viaggio, nel freddo invernale, senza cappotto e con le scarpe sfondate. Il gatto dei suoi ospiti ha un ruolo molto importante nel film: intanto scopriremo subito che non è quello che egli aveva creduto di ritrovare: un urlo forsennato della padrona di casa alla ricerca di un introvabile… scroto ne smaschererà l’impostura; inoltre il vero gatto di famiglia se ne tornerà a casa con le sue zampe: non per nulla si chiama Ulisse! Il richiamo all’Odissea e all’Itaca ritrovata suona ironico e molto amaro per Llewyn Davis, condannato a peregrinare a vuoto e senza alcun approdo familiare. La vita da homeless non era davvero il meglio, anzi, per affrontare l’implacabile inverno di New York, la città, bella e spietata, capace di indurire ogni cuore: quello di sua sorella, che si era organizzata una vita piccolo borghese e non lo voleva fra i piedi; quello di Jean Berkey (una Carey Mulligan bravissima ma quasi irriconoscibile nella sua acida aggressività), la cantante, partner musicale e moglie incinta del suo miglior amico, che temendo di portare in grembo, in realtà, un figlio suo, lo aveva apostrofato con terribili ingiurie e contumelie, costringendolo a trovare i soldi per farla abortire. Tutti lo evitavano nel terrore che l’infezione della povertà si trasmettesse a loro, che contagiasse i loro figli, che attentasse alla rispettabilità mediocre che in qualche modo li accontentava e che non intendevano mettere in discussione. Gli restava un padre a cui ricorrere nei momenti di bisogno: un vecchio operaio della marina mercantile, ora ricoverato in un ospedale per vecchi, demente e quasi dimentico di lui, evocato in una scena fra le più suggestive e drammatiche del film.
La narrazione dei registi ci descrive l’odissea di Llewyn, nel corso di una settimana e si conclude con una scena che , circolarmente, ci riporta all’inizio della narrazione: un’ aggressione che lo lascia pesto e sanguinante su un lurido e gelido marciapiede del Village, mentre, all’interno di un altro locale, Bob Dylan si sta facendo le ossa: di lì a poco si imporrà sulla scena internazionale come l’unico e vero innovatore del folk americano, confinando il povero Llewyn nella irrilevanza, ciò che ne conferma il destino di artista non riconosciuto ai suoi tempi e perciò perennemente inattuale, così come molto spesso sono inattuali e incompresi tutti i veri artisti.


I Coen hanno dichiarato in un’intervista del 17 ottobre 2013 ai giornalisti Joachim Lepastier e Mathieu Macheret**, di essersi ispirati, molto liberamente, alle memorie del cantante Dave Van Ronk, da cui, in ogni caso, hanno tratto le canzoni e gli arrangiamenti musicali. Nel corso di questa loro lunga chiacchierata, essi hanno tuttavia voluto escludere di aver girato un film biografico su quello o su altri artisti dell’epoca ricostruita nel film. Difendendo orgogliosamente la loro libertà creativa hanno sostenuto che attenersi a una storia realmente accaduta avrebbe limitato troppo i loro movimenti e la loro legittima interpretazione della realtà, che è infatti, a mio giudizio, coerentemente e chiaramente riconoscibile. Il loro incontro con l’attore cantante Oskar Isaac ha poi di per sé creato quel valore aggiunto che ha permesso loro di tratteggiare in modo originale il profilo di un cantante originale, perché, casualmente (sono o no i fratelli Coen?), la voce di Oskar, profonda e vellutata, molto diversa da quella roca di Dave Van Ronk, ha determinato la personalità di Llewyn, che si è quasi imposta da sola.
La fotografia bella e malinconica, i colori luminosi e parzialmente desaturati ci danno l’impressione quasi fisica dell’inverno gelido di New York e dell’atmosfera fredda che circonda la sfortunata carriera di Llewyn. Film molto bello, premiato nel maggio 2013 a Cannes con la palma d’argento per la migliore regia, da non perdere assolutamente!

*secondo me è evidentissima, qui infatti, la citazione della famosa pagina finale di Colazione da Tiffany. Non è neppure l’unica citazione di quel film (sempre secondo me).

**Cahiers du Cinéma del novembre 2013 pagg.10/13
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Riporto qui di seguito la canzone che viene integralmente presentata da Llewyn all’inizio del film: Hang Me, oh Hang Me

e quella che Llewyn canta al padre: Shoals of Herring

In entrambi i casi la voce è quella di Oskar Isaac.
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Chi avesse, invece, la curiosità di sentire la voce di Dave Van Ronk, può ascoltarla QUI, nella canzone Hang Me, oh Hang Me

Agorà

Recensione del film:
AGORA

Regia:
Alejandro Amenábar

Principali interpreti:
Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom, Michael Lonsdale, Rupert Evans, Richard Durden, Sami Samir, Manuel Cauchi, Homayoun Ershadi, Oshri Cohen, Harry Borg, Charles Thake, Yousef ‘Joe’ Sweid, Andre Agius, Paul Barnes, Christopher Dingli, Clint Dyer, Wesley Ellul, Jordan Kiziuk, George Harris, Amber Rose Revah, Angele Galea, Alan Meadows
-128 min. – Spagna 2009.

Tutto ciò che sappiamo di Ipazia viene da Sinesio, che da studente aveva frequentato le sue lezioni e ne era rimasto affascinato. Egli si era successivamente convertito al cristianesimo e aveva invano cercato di salvarla. Di lei non è rimasto altro, perché il fanatismo religioso feroce e distruttivo non si é accanito solo contro la sua persona, ma contro i suoi scritti e contro tutto ciò che del suo pensiero potesse rimanere. Le folle di cristiani ignoranti, appena indottrinate, avevano individuato in lei l’emblema di coloro che da secoli erano responsabili del loro stato di umiliazione e contro di lei avevano cercato la rivincita. Le si rimproverava di essere donna, in primo luogo, di conoscere la scienza e la filosofia, ma non la fede, unico strumento di salvezza e anche di riscatto sociale. Contro di lei si scatenò dunque lo stesso odio che travolse ogni forma di cultura precedente, che portò a poco a poco alla distruzione della biblioteca di Alessandria e che fece di tutta la classicità il nemico da debellare in nome dei nuovi valori. Da questo “scontro di civiltà”, ebbe origine quella stessa cultura cristiana, che a un certo punto si vide quasi costretta al ricupero degli antichi testi e degli antichi autori, attraverso l’opera dei monaci amanuensi. La rimozione della sua figura ebbe fine con la cultura settecentesca: Gibbon, seguito da molti illuministi francesi, ma vorrei ricordare anche che su Ipazia si soffermò a lungo una poetessa piemontese protoromantica: Diodata di Saluzzo Roero, apprezzata anche da Manzoni, che scrisse più versioni di un poema a lei intitolato, e che anche Leopardi la citò nella sua Storia dell’astronomia. Questa premessa mi pare quasi doverosa per chiarire i pregi e i limiti del film in questione. Che il film abbia il merito di divulgare presso un vasto pubblico il ricordo di una figura luminosa di donna filosofa e scienziata, vittima del fanatismo religioso, mi pare non possa essere messo in dubbio da alcuno, soprattutto in questo momento in cui assistiamo a una ripresa dell’integralismo, ahimé anche cristiano, giustificato di nuovo dalla necessità di uno “scontro di civiltà”. Che il film sia bello, invece, mi pare discutibile. Troppo indulge, a mio parere a una spettacolarità da kolossal, certo forse perché si è pensato che in tal modo fosse più facile veicolarne il messaggio. A me sono venuti in mente due bellissimi film, molto più sobri e convincenti: il film di Youssef Chahine, Il destino, che ha raccontato magnificamente la tragica vicenda di Averroé e dei suoi scritti e quello della nostra Liliana Cavani su Galileo. Questo di Amenabar è forse più adatto ai nostri giorni, in cui, senza urlare, non è quasi possibile farsi intendere. Che il film, però, sia altrettanto riuscito, mi sembra davvero un altro discorso. Che poi il film sia stato visto in Italia molto tempo dopo essere stato proiettato in tutti gli altri paesi d’Europa, è una vergogna, che si commenta da sé