La lunga estate calda

recensione del film:
LA LUNGA ESTATE CALDA

Titolo originale:
The Long Hot Summer

Regia:
Martin Ritt

Principali interpreti:
Paul Newman, Antony anne Woodward, Angela Lansbury,
Richard Anderson, Lee Remick.
– 115′ – USA 1958.

Burning, il film che ho recensito da poco, mi ha lasciato una profonda impressione e molte curiosità: questo nuovo post nasce per seguirne le principali suggestioni letterarie, oltre a quella esplicitamente dichiararata come fonte di ispirazione dal regista, ovvero il racconto di Murakami I granai bruciati.. Un altro importantissimo riferimento è all’opera di  William Faulkner, il romanziere prediletto da uno dei protagonisti della storia di quel film. Di granai bruciati si parla spesso, infatti, anche nelle opere dello scrittore americano: in molti racconti e nel bellissimo e importante romanzo Il borgo, ancora reperibile, per i tipi di Adelphi, che presenta la raffinata e imperdibile traduzione italiana di Cesare Pavese.

I grandi interpreti e la vicenda del film

Parlerò più avanti della faticosa realizzazione di questa bella pellicola, che naturalmente raccomando a chi non la conosce ancora.
Vi si raccontano le vicende di Ben Quick (un sensualissimo Paul Newman trentaduenne attore semi-sconosciuto con un passato teatrale e un solo film importante alle  spalle*) affiancato da  Antony Franciosa nella parte di Jody Varner  e da Orson Welles nella parte di  Bill Varner. Le attrici del film sono Joanne Woodward, Lee Remick e Angela Lansbury nei panni rispettivi di Clara Varner; Eula Varner; Minnie Littlejohn.
L’arrivo di Ben nel villaggio sul Mississipi dominato dal ricchissimo e potente Bill Varner era stato casuale: il giovanotto cercava un lavoro dopo essere stato espulso dal suo paese in seguito al processo per l’incendio che aveva distrutto un’azienda agricola, nel quale, senza prove, lo si riteneva implicato. Non avevano potuto condannarlo, ma l’intimazione ad andarsene era stata perentoria.
In cerca di una sistemazione, egli aveva accettato un passaggio sull’auto scoperta guidata da Clara, in viaggio con la cognata Eula, la moglie di Jody.
Eula è una graziosa donna, con molta voglia di vivere; su quel matrimonio, Bill aveva contato, sperando che al più presto una frotta di nipotini avrebbe garantito una sorta di eternità a lui e al suo patrimonio. Non era andata così: il neghittoso Jody si occupava poco degli affari di famiglia e ancor meno di quella bella moglie che ora si dedicava alle occupazioni più frivole, quasi per compensare l’anaffettività di quel marito.
Bill era testardo, però, e sperava, senza molto successo, che almeno Clara assumesse, sposandosi, la responsabilità di perpetuare la famiglia. La giovane, con i suoi ventitre anni ( troppi allora per una ragazza da marito nel profondo Sud americano) aveva un’alta stima di sé e non credeva che una donna come lei si realizzasse nel matrimonio, anche se pensava che Alan, il suo vicino di ottima e cristianissima famiglia, sarebbe diventato prima o poi suo marito, disdegnando le smancerie amorose, sconvenienti per lei e per lui, come, a suo avviso, per ogni altra coppia di persone colte ed educate. I progetti e i desideri di Bill, dunque, erano continuamente frustrati.

L’arrivo di Ben aveva alimentato in Bill il sogno di un possibile cambiamento di sua figlia: l’aperto richiamo sessuale di quel corpo bellissimo impudicamente esibito e il magnetismo dello sguardo fascinoso dello straniero, forse avrebbero prodotto il miracolo. Era stata una sorta di rischiosa scommessa l’accordo suggellato segretamentre fra loro: una ricchissima eredità in cambio di un matrimonio tutto da costruire, con un’accorta strategia; un’impresa non facile, fra imprevisti, drammi e rivelazioni che il finale del film, fra tragedia e commedia, racconta con qualche esagerazione.

La difficile nascita del film

Le notizie che riporto brevemente sono dedotte, principalmente, dalla sezione speciale del DVD in mio possesso in cui la scrittrice e studiosa Valentina Pattavina, dà conto delle proprie accurate ricerche in merito a questo film.

I diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo di Faulkner, che ne divenne soggettista, vennero acquistati dal produttore Jerry Wald per la 20th Century Fox, mentre la sceneggiatura fu affidata alla coppia Irving Ravetch – Harriet Frank, Jr, marito e moglie, che abilmente misero insieme lo script attingendo al romanzo, soprattutto al suo terzo capitolo, The Long Summer, nonché in minor misura ad alcune parti di tre racconti brevi dello stesso autore.
Il compito del regista Martin Ritt**, già perseguitato politico, si rivelò subito molto difficile nonostante egli credesse nel progetto. Pesavano le incertezze per la scelta dell’attore protagonista nel ruolo di Ben Quick: Marlon Brando o Robert Mitchum o, infine, Paul Newman, giovane di ottima preparazione teatrale (proveniva dall’Actor’s Studio di New York), la cui ammiccante  sensualità gli era sembrata particolarmente adatta a conferire al film un decisivo imprinting erotico. Il personaggio di Jody, affidato ad Antony Franciosa, anch’egli attore dell’Actor’s Studio, rischiò di crollare per il nervosismo manesco dell’attore***, sempre pronto a pronto a minacciare tutti, regista compreso. Fu però Orson Welles, il grande Bill che, per volontà di Ritt, venne preferito a Edward G. Robinson, l’interprete che diede i più gravi problemi, durante le riprese e persino in fase di montaggio. Le sue ire erano soprattutto dirette contro i modi recitativi da Actor’s Studio di Newman, Franciosa e anche di Joanne Woodward: lo irritava la tecnica di immedesimazione che egli respingeva, invece, per dar luogo lucidamente a un personaggio che è insieme ironico e malinconico, recitato col forte accento strascicato e le espressioni gergali del profondo Sud, che, in fase di montaggio furono ritenute così poco comprensibili, da pensare a una qualche forma di doppiaggio. Per fortuna, per evitare i costi troppo alti, si mantenne il film com’era, cosicché oggi ci possiamo godere, in versione originale, un insolito e quanto mai amabile Orson Welles.

Il film fu girato dal settembre al dicembre del 1957, lungo il Mississipi, in un’estate umidissima e torrida, a sua volta fonte di ulteriore nervosismo. Solo nel marzo del 1958 fu possibile presentarlo agli spettatori in una sala di Baton Rouge, accolto immediatamente con grande favore dal pubblico che molto apprezzò l’accento locale di Bill e la storia dell’amore difficile fra Ben e Clara, accompagnata dalla bella canzone di Alex North, autore dell’intera colonna sonora.

Alla conclusione del film, Paul Newman sposò Joanne Woodward, poiché sul set – e sul serio – i due si erano innamorati. Il loro matrimonio durò cinquant’anni, fino alla morte di lui.

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* Lassù qualcuno mi ama (aveva sostituito James Dean).

** da poco cancellato da una lista di proscrizione (siamo in clima di guerra fredda), per aver aderito a una sottoscrzione a favore della Cina comunista.

*** appena uscito di galera  per aver picchiato un fotografo in difesa della moglie, Shelley Winters

Il terzo uomo

recensione del film:
IL TERZO UOMO

Titolo originale:
The Third Man

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee – Gran Bretagna 1949.

Proiettato recentemente a Torino per qualche giorno nell’edizione restaurata della Cineteca di Bologna che gli restituisce il primitivo splendore (versione originale sottotitolata), questo film è disponibile anche in DVD, in una dignitosa versione italiana. Agli interessati che abbiano l’occasione fortunata di trovarlo in qualche sala, tuttavia, è molto raccomandabile la visione sul grande schermo, per il quale è nato e grazie al quale è stato amato, diventando perenne fonte di culto cinefilo, ma anche di studio per i cineasti di tutto il mondo.

Il grande Graham Greene, che ne scrisse quasi contestualmente soggetto* e sceneggiatura, sosteneva che Il terzo uomo sullo schermo è, sopra a ogni altra cosa, un’esperienza visiva, suggestiva per la particolare atmosfera che evoca, quella della Vienna occupata militarmente alla fine della seconda guerra mondiale. La capitale austriaca, semi-distrutta dai bombardamenti, era divisa in quattro zone, sedi degli uffici e delle polizie militari** dei vincitori (USA, URSS, Francia, Gran Bretagna), che ora si guardavano in cagnesco, spiandosi a vicenda, inevitabile riflesso della guerra fredda.
A lungo** si sarebbe protratta la condizione di incertezza sul futuro dell”Austria: Vienna, al momento del film, portava ancora, persino nei pregevoli palazzi signorili e nei monumenti famosi, i segni evidenti della sconfitta rovinosa, mentre nelle strade e negli uffici degli occupanti si aggiravano abitanti vecchi e nuovi, quasi tutti impegnati in attività illegali, quali la falsificazione dei passaporti o il mercato nero dei beni, che si svolgeva sotto gli occhi di tutti ed era generalmente tollerato, diventando perciò stesso strumento di ricatto. Lì, infine, trovavano le coperture e i ripari necessari uomini privi di scrupoli che svolgevano  vere e proprie attività criminali molto redditizie, nonché molto rischiose: non era strano che qualcuno sparisse all’improvviso per davvero, o che fingesse la propria morte, continuando, in questo caso nell’ombra, le attività più losche, come aveva fatto  Harry Lime (Orson Welles), l’avventuriero americano già amico di Holly Martins (Joseph Cotten), il protagonista del film.
Holly era uno scrittore senza qualità, squattrinato e ignorantello; Harry, suo vecchio compagno di scuola, lo aveva invitato a Vienna perché lavorasse insieme a lui, che lì, grazie al suo comportamento criminale e a una rete assai fitta di coperture insospettabili, aveva costruito la propria  fortuna. Come è noto, l’incontro fra i due non avrebbe avuto luogo, per l’inattesa “morte” di Harry: all’ingenuo Holly non sarebbe rimasto, forse, che fare ritorno negli Stati Uniti dopo l’estremo saluto al funerale. Non sarebbe andata così, però, perché l’inatteso incontro con il maggiore inglese Calloway (Trevor Howard) aveva scombinato i piani degli ambigui amici di Harry che lo stavano aspettando, e anche perché lo tratteneva a Vienna l’attrazione crescente per Anna (Alida Valli), l’attrice che aveva amato Harry.
Siamo di fronte, fin dalle scene iniziali, ad alcune delle infinite sorprese del film, che ci coinvolge nel più incredibile avvicendarsi di capovolgimenti imprevedibili e spiazzanti: nel corso del film, infatti, vedremo spesso gli inseguiti trasformarsi in inseguitori; i “buoni” rivelarsi fior di mascalzoni; lo “sbirro” Calloway (secondo il sommario giudizio di Holly) essere un umanissimo funzionario inglese impegnato nel proprio dovere; il bambino paffuto coll’aria innocente diventare uno spudorato mentitore e, con meraviglia, constateremo, completamente straniati, che persino il “malvivente” che si stava avvicinando con sinistra lentezza nelle vie poco illuminate del centro di Vienna (dove, armati fino ai denti lo attendevano i poliziotti di Calloway, ben nascosti dal buio, per assicurarlo alla giustizia) era solo un innocuo e affamato venditore di palloncini.

Analogamente, in un crescendo di tensione, con lentezza studiatissima, era stato costruito lo snodo narrativo più importante del film: la ricomparsa del defunto Larry in carne e ossa, nascosto nell’androne di un palazzo, e raggiunto dall’amato gattino di Anna, che avendolo riconosciuto  si era accoccolato ai suoi piedi dove si prodigava nelle fusa più affettuose. La scena notturna è memorabile per la genialità della inquadratura angolare dal basso, che deformando l’immagine, prolunga l’attesa degli spettatori, fino al momento in cui, casualmente, la luce improvvisa di una finestra ne avrebbe illuminato il volto, preoccupato, e insieme ironico e divertito, un attimo prima di scomparire di nuovo, inghiottito dal buio della misteriosa notte viennese, dopo l’improvvisa epifania:

Sarebbe ricomparso in piena luce, fra le giostre del Prater, per raccontare allo sbigottito Harry il proprio spietato “piano quinquennale”, ovvero il progetto cinico di acquisire ricchezza e potere, seguendone le leggi spregiudicate, da sempre ipocritamente condannate, ma da sempre, secondo lui, alla base dello sviluppo della civiltà e della cultura: pagina fra le più celebri dell’intera storia del cinema, che paradossalmente sintetizza le due visioni del mondo che percorrono il film: quella liberal-democratica e solidale della cultura europea, propria del regista e dello staff che aveva ideato e creato questa eccezionale pellicola (da Graham Greene, a Robert Krasker – il fotografo – ad Anton Karas – il musicista scoperto per caso in un locale viennese, la cui colonna sonora è l’emblema stesso del film) e quella liberistica del produttore americano David Selznick***, che, in continuo contrasto col produttore europeo Alexander Korda, definiva Orson Welles, “veleno per il box office”.
Il film che si conclude con il celeberrimo lungo inseguimento di Harry nel sottosuolo di Vienna, dentro la rete fognaria della città, è il primo film europeo girato quasi  interamente in esterni, con poche ricostruzioni in studio, segno evidente dell’attenta “lettura ” dei primi film italiani neorealisti, ai quali Reed e lo stesso Orson Welles (in Europa dopo aver lasciato Hollywood) rivolgevano il loro interesse.
Sotto quest’aspetto, l’intero set del film si può considerare un vero e proprio laboratorio sperimentale in vista di un cinema nuovo in cui avrebbero potuto trovare una sintesi le vecchie e nuove suggestioni, quelle del cinema europeo d’avanguardia  degli anni del surrealismo e dell’espressionismo, che offriva un repertorio di tecniche del tutto estranee al pur grande, ma ormai vecchio, cinema hollywoodiano, e le suggestioni delle opere dei nostri registi che intendevano attingere direttamente dalla strada la verità di un mondo distrutto, ma vitale, delle cui speranze contraddittorie il loro raccontare si faceva testimone.

*che lo scrittore pubblicò con lo stesso titolo del film nel 1950 e che viene considerato un romanzo.

** Solo nel 1955 allo stato austriaco venne riconosciuta l’indipendenza, purché garantisse la propria neutralità rispetto ai due blocchi egemoni contrapposti.

*** Selznick aveva cercato di impedire alcune scelte del produttore ungherese Korda, di Reed e di Greene, relative alla presenza nel cast di Orson Welles.