Fuocoammare

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recensione del film.

FUOCOAMMARE

Regia:
Gianfranco Rosi

Documentario

durata: 107 min. – Italia, Francia 2016.

 

 

Film eccitante e originale; la giuria è stata travolta dalla compassione. Un film che mette insieme arte e politica e tante sfumature. È esattamente quel che significa arte nel modo in cui lo intende la Berlinale. Un libero racconto e immagini di verità che ci racconta quello che succede oggi. Un film urgente, visionario, necessario” Sono state queste le motivazioni per le quali la giuria ha assegnato a Gianfranco Rosi l’ambito Orso d’oro alla Berlinale, presieduta da Meryl Streep che le ha lette facendole proprie.

Chi si aspetta di vedere, grazie a questo film, un’inchiesta a tinte forti sugli sbarchi degli emigrati africani a Lampedusa sappia che quest’ultima fatica di Rosi non lo è: egli non è un giornalista, ma un regista che si esprime in modo molto personale, come aveva fatto nel precedente Sacro GRA, attraverso il racconto cinematografico. Fatti e persone, anche questa volta, appartengono alla realtà di un luogo, in questo caso alla realtà dell’isola della quale egli stesso aveva fatto parte per un intero anno della propria vita, full immersion trascorsa osservando e ascoltando con umana simpatia e occhi attenti i comportamenti di chi, vivendo circondato dal Mediterraneo, sa da sempre che da quel mare arriva la vita come la morte, che adattarsi (“farsi lo stomaco“) ai suoi capricci è la condizione per sopravvivere, che accogliere è per chi abita in quei luoghi una legge indiscutibile. Se il mare è lo sfondo sempre presente del film, l’ascolto e lo sguardo sono i temi intorno ai quali le vicende narrate si sviluppano, mentre il medico Pietro Bartòlo, il piccolo Samuele Puccilli e il musicista Pippo Fragapane sono le persone che recitando se stesse, determinano, con il proprio vissuto quotidiano, l’esile trama di questo documentario.
Pietro è il medico, davvero il più umano degli uomini: egli sa ascoltare, sa guardare e sa anche partecipare, con la sua compassione, al dolore di tutti, anche di chi arriva dal mare spaventato, smarrito, malato o piagato dalla nafta: mai rassegnato alla morte dei troppi che non ce l’hanno fatta, giovani vite spezzate insieme al bagaglio dei sogni e delle speranze che non si sono realizzate, Pietro aggiunge frustrazione al dolore impotente di chi teme di essere arrivato troppo tardi.
Samuele, invece, è un ragazzino che fa la seconda media. La sua passione per la caccia agli uccellini, assecondata da un’infallibile mira, lo rende imbattibile nel tiro con la fionda, sempre più preciso; il suo occhio sinistro, però, chiuso per mirare sparando nel mucchio degli uccelli in volo, si sta impigrendo un po’ troppo e, per volere dell’oculista, viene stimolato a riprendere le sue funzioni bendando temporaneamente l’occhio sano. Avviene così che, con un occhio bendato e senza fionda, una sera, aggirandosi in un bosco e imbattendosi in un inatteso passerotto che aveva perso lo stormo,  egli comprenda per la prima volta, vedendola da vicino, la paura, lo smarrimento, la fragilità della creatura indifesa: non è ancora guarito, ma sta imparando a guardare!

La musica col suo messaggio universale percorre il film dall’inizio alla fine: è il rap che un giovane nigeriano intona sulle parole di un “gospel“; è lo stupendo coro “Dal tuo stellato soglio“, dal Mosé in Egitto di Rossini, con la sua invocazione al Signore (Pietà dei figli tuoi!), che ci prepara all’impatto doloroso  con i morti del mare, che, con molto pudore, il regista propone al nostro sguardo, attraverso una ripresa d’insieme, che richiama alla mente un antico dipinto; è, infine, Fuocoammare, celebre pezzo della tradizione musicale della zona  che Giuseppe Fragapane, Pippo, valoroso musicista, ha arrangiato e che propone ai propri ascoltatori. Pippo è infatti il diskjockey di una locale radio. Addetto agli ascolti, dunque, ma ascoltatore egli stesso, non solo di musica: dalla solitudine della propria postazione di lavoro, egli presta ascolto attento alle richieste di chi cerca nella musica un po’ di compagnia, soprattutto ai desideri di molte donne che rimangono in casa in attesa che il marito se ne arrivi con la pesca del giorno, oppure a chi cerca la musica giusta per dire le parole d’amore che non si ha il coraggio di esprimere con la propria voce al compagno di sempre, nonostante la lunga condivisone nel corso degli anni.  Un coro di attori popolari ruota intorno intorno ai tre personaggi principali,  ma tutti sono veri, di un’autenticità semplice e antica, tutti sono speciali, persone fuori dal comune!

I lettori interessati troveranno qui  gli appunti del regista, che dopo qualche tempo dal suo arrivo a Lampedusa, stava organizzando il progetto del film.

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l’ Orso d’oro molto meritato (Cesare deve morire)

recensione del film:
CESARE DEVE MORIRE

Regia:
Paolo e Vittorio Taviani

Gli interpreti di questo film non sono
attori professionisti, ma sono detenuti del
carcere di Rebibbia, coinvolti nel progetto
educativo, elaborato ogni anno per il recupero
e il reinserimento sociale dei carcerati – 72 minuti –
Italia 2012.

Non è facile parlare di questo complesso film, meritato Orso d’oro a Berlino, degli ultraottantenni fratelli Taviani, felicemente tornati fra gli amanti, come me, del loro cinema. In realtà, Cesare deve morire non è di per sé un film “difficile”: non contiene né messaggi criptici, né significati reconditi, e, d’altra parte, ci presenta una tragedia shakespeariana molto nota, il Giulio Cesare. Quest’opera, però, è il pretesto per far recitare alcuni detenuti, che non sono detenuti qualsiasi, in quanto stanno scontando la loro pena, nel braccio speciale di massima sicurezza del carcere di Rebibbia. Si tratta di uomini dal passato sciaguratissimo, mafiosi e camorristi che hanno compiuto efferati omicidi, o che hanno organizzato traffico di stupefacenti. Essi stessi ce ne parlano, mentre si presentano a noi, protagonisti di uno spettacolo che ha davvero del prodigioso di cui il film ci racconta la nascita e lo svolgersi, permettendoci perciò di seguire gli “attori” in quel carcere, che è, soprattutto, tempo vuoto “en attendant Godot”, fissando il soffitto dal letto su cui passano ore interminabili, fino alla fine della pena, che è di decenni o che è per sempre. L’angoscia claustrofobica di questa condizione è sottolineata dagli spazi angusti, dai tortuosi corridoi in cui si muove la popolazione carceraria, dallo scatto secco degli spioncini che vengono chiusi dopo ogni rientro nelle celle, dalle finestre colle sbarre, da cui non filtra molta luce, dai cattivi odori che, anche se non si sentono, vengono evocati durante le prove della recita. Sembrerebbe un film di genere, un film carcerario, ma non è così: non perdiamo infatti mai la coscienza che quello che vediamo è la realtà quotidiana di questi uomini, così come comprendiamo sempre con chiarezza che questi assassini, rapinatori, spacciatori rimangono uomini, nonostante la colpa, di cui ora pagano il fio. La fiducia nella loro umanità è alla base del progetto che porta avanti da molti anni il regista teatrale Fabio Cavalli (indispensabile tramite dei fratelli Taviani, per questo film), il quale ha allestito con loro molte letture dantesche, scommettendo sulla possibilità di far emergere quella coscienza di sé che nasce quando si ha l’occasione di raffinare il proprio sentire, grazie anche alla meditazione dei grandi classici, poiché la violenza, gli impulsi primordiali, comuni a tutti gli uomini, si possono disciplinare (o come direbbe Freud “sublimare”), attraverso un percorso catartico di riflessione e di educazione della sensibilità. La proposta di un lavoro più complesso, quale la messa in scena del Giulio Cesare, con i sacrifici che avrebbe comportato, in termini di studio e di prove, accettata favorevolmente dai detenuti, è diventata per i Taviani l’occasione di un felicissimo ritorno a fare cinema. L’impronta del cinema autoriale è nel predominante bianco e nero delle scene alternato al colore squillante di poche scene (i rari ricordi felici dei carcerati, i momenti di gioia collettiva per la riuscita dello spettacolo, i bellissimi quadri della tragedia che visivamente sembrano evocare molta pittura di David), ma anche nella scelta della lingua, quella più comunemente usata dagli attori, il dialetto, nonché nell’attenzione ai momenti di crisi, quelli in cui il testo famoso diventa quasi l’eco del sentire individuale degli interpreti: tale e tanta è la sua verità, che si rende necessaria più di una pausa, affinché un’esperienza dolorosa possa essere vista dall’attore col distacco che si richiede a chi voglia recitare davvero! Si esce molto emozionati da questa visione, catartica davvero per tutti.