La ragazza senza nome

schermata-2016-10-31-alle-13-54-02recensione del film:
LA RAGAZZA SENZA NOME

Titolo originale:
La fille inconnue

Regia:
Luc e Jean-Pierre Dardenne

Principali interpreti:
Adele Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret, Christelle Cornil – 113 min. – Belgio 2016.

Nello studio medico della dottoressa Jenny Davin (Adele Haenel), alla periferia di Liegi, un giovane stagista fa del suo meglio per imparare il mestiere non facile di curare i malati. Jenny mal ne sopporta l’eccessiva emotività, poiché è convinta che il medico dovrebbe imparare a non farsi coinvolgere dalla sofferenza dei pazienti, dal momento che solo un giusto distacco mantiene lucidi e attenti alle loro necessità. Jenny è severa e rigida con lui, ma lo è anche con se stessa: è questo il suo modo di essere, che va ben oltre la vita professionale. Per chi vede il film, infatti, questo è l’unico elemento che ne connota la personalità  dall’inizio alla fine: la giovane dottoressa si sposta dentro e fuori Liegi; avvicina uomini e donne degli ambienti più diversi; si incontra e spesso si scontra con personaggi ambigui, omertosi, minacciosi, senza mai abbandonare l’ imperativo categorico della coerenza con i propri princìpi che le dettano il comportamento. Di lei non si sa niente all’infuori di ciò che accade sotto i nostri occhi, durante tutto lo sviluppo del racconto: i due registi non parlano del suo vissuto familiare, né di quello sentimentale; non esiste un prima o un dopo rispetto alla narrazione che scorre sullo schermo; esiste lei, creatura cinematografica inseparabile dalla sua coscienza morale, che è rappresentata con insistenti primi piani del suo volto e dei suoi occhi, che indagano, interrogano, scrutano, cercano di leggere e interpretare altri sguardi per ricostruire i piccoli frammenti di verità che possano finalmente darle pace. Il suo tormento nasce dal senso di colpa, per non aver aperto (mentre ancora era lì), un’ora dopo il termine dell’orario di visita, il proprio studio a una donna che la polizia avrebbe trovato morta, forse di morte violenta, il giorno successivo. Non era una sua paziente; era una prostituta nera di difficile identificazione, che forse aveva cercato di fari aprire sentendosi inseguita. Forse, sarebbe bastato farla entrare per salvarle la vita.
Al rimorso per essersi negata a lei, Jenny unisce una profonda volontà di espiazione: si sarebbe assunta il compito di cercarne l’identità per offrirle almeno una targhetta al cimitero, perché potesse vivere nella memoria di qualcuno.

Come fossero andate le cose, si saprà solo alla fine del film, che assume a poco a poco le connotazioni di un noir molto teso, perché il mistero intorno a quella morte diventa presto una detection che Jenny conduce, anche a proprio rischio, negli ambienti più squallidi e sordidi delle periferie delle città belghe, in un mondo popolato da ambigui figuri che hanno interesse a tacere, che fingono di non sapere o che mentono per non compromettere la loro rispettabilità, in famiglia o nell’ambiente di lavoro. La voglia di chiarezza di Jenny, così come la sua fermissima determinazione di andare fino in fondo all’indagine che ha intrapreso, lasciano emergere perciò squarci di marginalità periferiche, di squallore e di povertà nei quali è ben riconoscibile la griffe dei fratelli Dardenne, come sempre molto attenti a non isolare i loro personaggi dal contesto sociale in cui si muovono. La pellicola, forse, si è giovata del taglio di sette minuti che i due registi le hanno apportato, riconoscendo implicitamente la validità di alcune osservazioni critiche che erano state mosse nei loro confronti dopo la proiezione di Cannes, che non era stata proprio un successo. Nell’insieme, ora è visibile un buon film, raccontato in modo scabro e lineare, ottimamente interpretato da una magnifica Adele Haenel.

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il lavoro, oggi (Due giorni una notte)

Schermata 2014-11-27 a 12.43.52recensione del film:

DUE GIORNI, UNA NOTTE
Titolo originale Deux Jours, Une Nuit

Regia:

Luc Dardenne e Jean – Pierre Dardenne

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry, Catherine Salé, Alain Eloy, Olivier Gourmet, Christelle Cornil – 95 min. – Belgio  2014

Sandra (Marion Cotillard) è una giovane madre di famiglia. Finché la salute glielo aveva permesso, la donna aveva lavorato insieme a sedici colleghi in una piccola fabbrica di pannelli solari. Quando, a seguito di una crudele depressione, aveva dovuto assentarsi dal lavoro, il padrone non l’aveva sostituita, ma, per risparmiare sui costi, aveva utilizzato tutti gli altri operai, aumentandone le ore di lavoro settimanali (tre ore in più ciascuno), cosicché questi avevano arrotondato lo stipendio con gli “straordinari”, ciò che, in momenti di crisi economica dilagante, aveva fatto generalmente comodo. Ora Sandra è guarita e vorrebbe tornare al suo posto. Il padrone non ha intenzione di ri-assumerla (in Belgio, dove si svolgono i fatti, nessun automatismo per il reintegro dopo la malattia è previsto per legge), ma non ha il coraggio di dirglielo apertamente: affida, pertanto, al referendum fra i sedici operai che l’hanno collettivamente sostituita la decisione per il suo eventuale e costoso rientro: essi potranno votare per il sì, rinunciando però al premio  di mille Euro promesso a ciascuno di loro, eccezionale gratifica, senza alcuna relazione con gli “straordinari”, che comunque gli operai avevano percepito. Questo non è un particolare di poco conto, poiché determina, fin dagli inizi, lo schierarsi empatico dello spettatore dalla parte di Sandra, che non chiede ciò che non le spetta, perché chi ha lavorato al posto suo è stato pagato di più, ma chiede di rinunciare a un premio, che dimostra, fra le altre cose, che l’azienda non se la passa così male e che, perciò, le motivazioni economiche addotte dal padrone (la spietata concorrenza dei prodotti asiatici) sono pretestuose e celano altro.

Il film rappresenta perciò una situazione precisa, assolutamente credibile in un’ Europa che continua a vantare il suo Welfare, ma dove, in realtà, non esistono soggetti in grado di promuovere qualche forma di solidarietà: assenti i sindacati, ogni lavoratore è lasciato a sé e si difende come può, soprattutto puntando sulla compassione che riesce a suscitare*, sentimento nobile, ma certo pre -politico e quasi fuori dal nostro tempo, che sembra riportare all’indietro la condizione dei lavoratori, privati della loro dignità, di nuovo ricattabili dal padronato da  cui dipendono completamente, non solo per vivere, ma per mantenere livelli di esistenza accettabili, nonché qualche speranza per migliorare, in prospettiva, la condizione dei propri figli. La denuncia dei Dardenne, a questo proposito, è chiara e forte, coerente con larga parte del loro cinema; anche solo per questo la loro ultima fatica merita di essere vista e apprezzata. Non mi sento di affermare, però, che Due giorni, una notte possa essere considerato all’altezza dei loro film più belli, quali L’enfant, Il matrimonio di Lorna o Il ragazzo con la bicicletta. E’ infatti un po’ schematico e si regge quasi esclusivamente sulla straordinaria interpretazione di Marion Cotillard, attenta a contenere l’eccesso di patetismo (sempre in agguato, proprio per l’impostazione “pietosa” di cui ho parlato), grazie al minimalismo dei toni, alla controllatissima gestualità, alla capacità di dar vita a una dolente immagine femminile, piena di delicato pudore, ritrosa e riservata.

*E che Sandra stessa cercherà di suscitare durante il breve Weekend che la separa dal referendum

Leviatano (Il ministro-L’esercizio dello stato)

Schermata 04-2456405 alle 13.43.54recensione del film:

IL MINISTRO-L’ESERCIZIO DELLO STATO

Titolo originale:

L’exercice de l’Etat.

Regia:

Pierre Schoeller

Principali interpreti:

Olivier Gourmet, Michel Blanc, Zabou Breitman, Laurent Stocker, Sylvain Deblé. – –112 min. – Francia, Belgio2011

Dopo ben due anni dalla sua presentazione al Festival di Cannes, arriva finalmente in Italia il film di Pierre Schoeller L’Exercice de l’Etat, titolo ben più significativo della scialba traduzione italiana, Il ministro, che crea nello spettatore l’attesa di un film psicologico sul potere. Il film è, invece,  una riflessione sul potere politico, così come oggi, in piena economia globalizzata, si presenta agli occhi di chi sa guardare e comprendere.

La prima scena del film, dal forte carattere allegorico, presenta una bella donna nuda attratta da un orribile e gigantesco coccodrillo, alle cui fauci mostruosamente spalancate, quasi ipnotizzata, si avvicina per farsi inghiottire, mentre misteriosi uomini, col volto celato da spessi veli neri, assistono e ci fanno assistere al singolare evento. Comprendiamo subito che si tratta del sogno, anzi dell’incubo, di un uomo, il ministro Bertrand Saint Jean (Olivier Gourmet), che, nel cuore della notte, sta dormendo accanto alla moglie, appena prima  che una telefonata gli comunichi la notizia di un gravissimo incidente nella zona delle Ardenne con morti e feriti, fra cui molti bambini. Dovrà recarsi, al più presto, sul luogo del disastro, a testimonianza della solidarietà del governo, del quale egli fa parte come ministro dei trasporti. Il suo staff, molto efficiente è pronto ad aiutarlo e assisterlo anche in momenti duri e difficili come questo. Nel gruppo dei suoi addetti si distingue Pauline, la segretaria, che non si limita a ricordargli tutti gli impegni, anche quelli familiari (compresi i compleanni della moglie), ma che gli suggerisce persino le parole, le battute e le risposte nonché l’abbigliamento e i comportamenti adatti, di volta in volta, alle circostanze: tutto ciò che, evitandogli gaffes e imprudenze, può far crescere il consenso attorno all’esecutivo. Si distingue anche, fra i suoi più stretti collaboratori, il fedelissimo Gilles (eccezionale interpretazione di Michel Blanc), il suo capo di gabinetto, grand commis alla francese, di quelli che si formano alla grande e severissima scuola dei funzionari pubblici, che ha un’altissima concezione dei compiti e delle funzioni dello stato e che si dedica con molta serietà e lealtà al suo servizio, consigliando o tacendo, al momento opportuno ed eseguendo con scrupolo e apparente distacco gli ordini senza mai discuterli. Appare chiaro immediatamente, però, che il compito di molti dello staff di Bertrand non è soltanto quello di offrirgli l’assistenza tecnica che gli occorre, quanto piuttosto quello di costruire la sua immagine e il suo personaggio, in modo che risulti funzionale a raccogliere attorno a tutto il governo e non solo a lui il massimo consenso elettorale, indispensabile per portare avanti in modo quasi indolore, con gradualità, una politica estremamente impopolare, di cui la privatizzazione delle stazioni ferroviarie, nella prospettiva dello smantellamento del trasporto pubblico, è la decisione più urgente. Su questo tema, il ministro Bertrand sembra deciso a opporre una certa resistenza, proprio perché paventa lo scontento sociale che infatti non tarderà a emergere attraverso grandi manifestazioni sindacali. Gilles sta però pensando di abbandonare il suo servizio, poiché ha maturato, insieme a pochi altri, un profondo pessimismo circa le prerogative rimaste allo stato quando, ormai, le decisioni economiche sono prese da gruppi molto ristretti di privilegiati, fuori dai confini nazionali, che, nascondendo il loro vero volto, riescono nell’ombra a orientare le scelte politiche dei governi nazionali, a cui rimane il solo compito di studiare le strategie per mettere in atto progetti “alieni”, incaricandosi anche di “smorzare,smorzare,smorzare”… l’inevitabile protesta popolare.

Percorrere un’altra strada è molto rischioso, come presto capirà Bertrand, a proprie spese. In ogni caso, se proprio non vorrà cedere, un altro ministero, magari quello del lavoro, è già pronto per lui e, forse, anche per Gilles che potrebbe seguirlo ancora, nelle mutate condizioni. Il film è magnifico: una grande regia, tiene saldamente in mano l’intreccio del racconto, molto originale e denso di allegorie e simboli capaci di tradursi in avvincente narrazione, in cui al chiacchiericcio, molto spesso incomprensibile, dei politici per interposta persona, si alternano squarci drammatici di una realtà umana molto viva e talvolta tragica, che forze oscure destinano alla crescente irrilevanza sociale. Straordinaria la recitazione di Olivier Gourmet, ministro senza qualità, uomo plasmabile da un potere opaco, capace di ogni ferocia.

Il Leviatano del mio titolo di lancio fa riferimento al mostro biblico, di derivazione fenicia, identificato in passato col coccodrillo. Il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) titolò nel 1651 “Leviathan” la sua più famosa opera politica che indaga, richiamandosi a quel mostro, sulle origini del potere assoluto dello stato. Chi vuole approfondire può cliccare sul link seguente: http://www.treccani.it/enciclopedia/leviatano_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

l’irresponsabilità dei padri (Il ragazzo con la bicicletta)

Recensione del film:
IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA

Titolo originale
Le Gamin Au Vélo

Regia:
Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

Principali interpreti:
Jérémie Renier, Cécile De France, Fabrizio Rongione, Olivier Gourmet, Thomas Doret, Egon Di Mateo – 87 min. – Belgio, Francia, Italia 2011

La storia che i Dardenne questa volta ci raccontano è quasi una denuncia dell’ irresponsabilità dei padri, un ritorno, quindi, a quello stesso tema sul quale, in un film come L’enfant essi avevano iniziato a riflettere. Al centro del racconto, come sempre per i due registi, il mondo degli ultimi: sullo sfondo un istituto – riformatorio dove vive il piccolo Cyril, dodicenne solo e in cerca del padre. Di lui non sappiamo altro, perché nulla ci viene detto della madre; si accenna soltanto al fatto che la sistemazione del bambino è avvenuta al momento della morte della nonna paterna, quando a questo padre era parsa evidente l’impossibilità di occuparsi di lui. Si intuisce una storia di equivoche frequentazioni, di disoccupazione; una squallida vicenda di povertà priva di affetti e di prospettive, nella quale matura la decisione di abbandonare il piccolo all’assistenza pubblica. Cyril, che ama incondizionatamente il dissennato genitore, mobilita tutte le sue energie per rintracciarlo, cosa non facile, avendo quest’ultimo cambiato l’indirizzo, il numero di telefono, il lavoro. A questo scopo, Cyril fugge continuamente dal collegio che lo ospita, viene regolarmente riacciuffato, finché si aggrapperà, letteralmente, in un ultimo disperato tentativo, al braccio di una signora, Samantha, che, per fortuna sua, è disposta ad accoglierlo e ad ascoltarlo. Il percorso di maturazione del piccolo è tuttavia molto doloroso e accidentato, poiché costituisce un rovesciamento del normale rifiuto che i figli adolescenti hanno nei confronti dei loro genitori. Quel padre irresponsabile, infatti, continua a vivere a lungo, nell’immaginazione di Cyril, come uomo da difendere e giustificare. Solo dopo vicissitudini gravissime e strazianti, il ragazzo accetterà consapevolmente l’abbandono paterno e la prospettiva di una vita diversa e forse più serena, grazie alla calda accoglienza di una madre elettiva, disposta a tollerare la sua rabbia e le sue intemperanze. La narrazione dei Dardenne è durissima nella descrizione asciutta dell’aridità che circonda il mondo di Cyril quando vanamente ricerca quell’amore che, secondo la sua fantasia, dovrebbe pur esistere nel padre, o nella rappresentazione di quei comportamenti violenti e aggressivi dei ragazzi che, rubandogli la bicicletta, lo attirano nella trappola della reazione rabbiosa, facendone un “pittbull”, cane feroce agli ordini di un non disinteressato padrone, che gli offre l’illusorio rifugio di un bosco, la selva oscura, nella quale egli rischierà davvero di perdersi. I tratti del paesaggio, però, si fanno talvolta più luminosi, grazie alla presenza della donna che ha deciso di salvarlo per farne quel figlio che le manca e per il quale, da madre vera, è disposta a lottare. L’inizio del secondo movimento dell’Empereur beethoveniano accompagna molto opportunamente i momenti in cui la rabbia di Cyril pare sul punto di placarsi, creando quella giusta attesa dello scioglimento finale, dopo il quale, soltanto, l’adagio si completerà. Un bellissimo film, molto ben diretto e splendidamente interpretato.