L’uomo nell’ombra

Recensione del film:
L’UOMO NELL’OMBRA

Titolo originale:
The Ghost Writer

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall, Olivia Williams, James Belush, Timothy Hutton, Eli Wallach, Tom Wilkinson, Robert Pugh, Jaymes Butler, Daphne Alexander, Marianne Graffam, Nyasha Hatendi, Angelique Fernandez, Glenn Conroy, Kate Copeland, Tim Preece, Anna Botting, Yvonne Tomlinson, Milton Welch, Tim Faraday, Jon Bernthal – 131 min. – USA, Germania, Francia 2010

Il ghost writer di questo film non ha un nome proprio, perché, agli occhi degli uomini di potere di cui il film ci parla, non è nessuno. Egli, in effetti, è un suddito, cui non si chiede altro che di riscrivere l’autobiografia di Adam Lang, che essendo un uomo importante, non ha tempo per queste cose: si tratta, infatti, dell’ex premier inglese, che ha impegnato il proprio paese nella lotta contro il terrorismo di Al Quaeda, con operazioni poco chiare di cui ora pare chiamato a rispondere. Il libro di memorie, che il ghost writer dovrebbe rivedere, e magari riscrivere in senso apologetico, ricevendo una retribuzione di tutto rispetto, ha già subito una prima redazione, ma lo scrittore precedentemente assunto allo scopo è morto, prima di concludere il suo lavoro. Il giovane scrittore accetta l’incarico e decide di raggiungere il potente Adam Lang nell’isola del New England, dove attualmente risiede in una lussuosa e blindatissima casa di vetro, circondata da uomini armati della Cia, che ne fanno un sorvegliatissimo bunker. Il luogo è davvero poco ospitale, ventoso e piovoso, con poche altre abitazioni, assai distanti fra loro: un luogo, insomma inquietante, così come inquietanti e sinistre sono le notizie che il giovane riesce a raccogliere sulla morte del collega che l’ha preceduto, sul premier e sulle ragioni poco confessabili che l’hanno spinto a decidere la guerra al terrorismo e i successivi nefandi comportamenti. Quanto più il ghost writer riesce a mettere insieme le tessere del puzzle, tanto più alto diventa il rischio per la propria vita: l’interesse del thriller è infatti proprio in questo parallelo svolgersi dei due principali percorsi narrativi: l’indagine su Adam Lang e il progressivo venir meno della sicurezza per lo scrittore, che sembra essere davvero solo nel custodire i segreti più imbarazzanti. Il finale del film, è sorprendente e degno di un maestro del giallo, quale spesso Polanski ha dimostrato di essere, magari guardando ad Hitchock, ma anche rifacendosi alla propria personale storia di regista e di uomo. Tuttavia, secondo me, il film non è solo un giallo e si presta ad altre letture: è anche un film politico sul potere e sulle trame che nell’ombra porta avanti, coinvolgendo i cittadini, anche quelli che, come lo scrittore, non hanno mai avuto alcun interesse per la vita politica e hanno votato Lang, perché era di moda, come egli stesso ammetterà. In realtà, nessuno può chiamarsi fuori, perché le azioni dei politici ci riguardano, che lo vogliamo o no: sta a noi decidere se vogliamo contare davvero o essere dei plaudenti ghost writers senza nome.

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An Education

Recensione del film:
AN EDUCATION

Regia:
Lone Scherfig

Principali interpreti:
Peter Sarsgaard, Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike, Olivia Williams, Emma Thompson, Cara Seymour, Matthew Beard, Sally Hawkins, Amanda Fairbank-Hynes, Ellie Kendrick, William Melling, Connor Catchpole, Kate Duchène, Bel Parker – 100 min. – Gran Bretagna 2009

Il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta viene raccontato con molta finezza dalla regista danese di questo film, che, ispirandosi alle memorie della giornalista inglese Lynn Barber, racconta una vicenda ambientata nella Londra del 1961. La giovane Jenny studia in un severo College della città, con ottimi voti, e coll’obiettivo di ottenere l’iscrizione a Oxford per l’università. Gli insegnanti e i genitori la incoraggiano in questa direzione, ma senza offrire alla ragazza motivazioni sufficienti a sacrificare il proprio tempo e la propria giovinezza allo studio. La scuola, infatti, offre esempi di severità, e anche di ottusità, soprattutto attraverso il comportamento della preside (una Emma Thompson, che nessuno immaginerebbe in questi panni, così poco consoni a lei), mentre la famiglia spera di ottenere, grazie alla affermazione della figlia, quello “status” che le è negato per la modestia delle sue condizione sociali e culturali. L’insufficienza delle motivazioni emerge con chiarezza nel momento in cui un affascinante e un po’ attempato giovanotto, corteggiando Jenny, le prospetta un avvenire del tutto diverso, fatto di piaceri, ricchezza e divertimenti. Una “Londra da bere”, in cui il denaro comincia a scorrere con una facilità sospetta, incanta la fanciulla che immagina, ora, il suo futuro in modo un po’ diverso, ma incanta anche i suoi banali genitori, che pensando a Jenny, ma anche un po’ a se stessi, ritengono che una scorciatoia sia praticabile e vantaggiosa per tutti. Il risveglio dal sogno sarà durissimo. Il film affronta dunque un momento difficile per una giovane del 1961, ma pone contemporaneamente anche il problema di come possano gli adulti rapportarsi agli adolescenti offrendo loro valori veri, che diano un senso ai sacrifici che lo studio comporta, e quale linguaggio debbano usare affinché la comunicazione fra le generazioni sia possibile. L’interesse del film è nella semplice fluidità con la quale il tema assai complesso viene raccontato e nell’ottima interpretazione degli attori, fra cui spicca in modo particolare la bravissima e molto espressiva Carey Mulligan, davvero emozionante nei panni dell’adolescente umiliata e ferita, che a durissimo prezzo raggiunge la propria maturità.