L’albero dei frutti selvatici

recensione del film:
L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI

Titolo originale:
Ahlat Agaci

Regia:
Nuri Bilge Ceylan

Principali interpreti:
Dogu Demirkol, Murat Cemcir, Bennu Yildirimlar, Hazar Ergüçlü, Serkan Keskin, Tamer Levent, Akin Aksu, Ahmet Rifat Sungar, Ercüment Balakoglu, Öner Erkan, Kubilay Tunçer, Kadir Çermik, Özay Fecht, Sencar Sagdic, Asena Keskinci -188 min. – Turchia, Francia 2018.

Ahlat Agaci, oltre al titolo originale del film, è l’albero del pero selvatico coi rami dalle punte spinose che cresce tra i monti e le colline dell’ Anatolia nord occidentale sul Mar di Marmara, presso i Dardanelli. Ha un aspetto disarmonico e un fusto  dalla corteccia rugosissima e spesso spaccata, tutto contorto e aggrovigliato: la sua immagine ne riflette la tenace resistenza ai venti che arrivano da ogni parte spazzando quei luoghi, forgiandone il paesaggio assai aspro e poco ospitale, così come il carattere dei suoi abitanti. Eppure quel pero è una risorsa preziosa: il legno, è fra i più robusti al mondo, mentre i suoi frutti, (molto graditi agli ovini che arrivano fin lassù col loro pastore), nella loro piena maturazione, quando cadono a terra, sono dolcissimi e graditissimi anche agli uomini.

Lassù, nella regione di Çan, era nato Idris Karasu (Murat Cemcir), che aveva studiato a Çanakkale (dove sorgeva presumibilmente la Troia omerica, almeno secondo Heinrich Schliemann) ed era diventato, dopo aver vinto un pubblico concorso, maestro della scuola della città di Çan dove si era stabilito e aveva messo su famiglia, col cuore al suo villaggio poco ospitale, ai suoi vecchi, ai suoi animali e al suo pero selvatico. Voleva costruire lì la casa da godere dopo la pensione e aveva cominciato a farlo, investendoci parte del suo stipendio incurante dello scherno sprezzante della moglie e dei figli che dalla loro abitazione di città non intendevano proprio muoversi, tanto più che gli scavi per l’acqua si erano rivelati inutili e lo avevano costretto addirittura a indebitarsi. Era schiacciato da un ingranaggio micidiale lo sciagurato Idris: si indebitava al gioco per ottenere i soldi per pagare i creditori che glieli avevano prestati per scavare il pozzo: tutta la città ne era al corrente, mentre le autorità chiudevano un occhio, permettendogli di arrivare alla pensione conservando il suo posto, sempre meno prestigioso, da insegnante; intanto cresceva lo scontento in famiglia.
Suo figlio Sinan (Dogu Demirkol), al momento del film, aveva poco più di vent’anni; stava tornando a casa dopo l’università e portava con sé, come è giusto a quell’età, speranze e sogni per il futuro. Non avrebbe voluto, percorrendo la strada del padre detestato, dedicarsi all’insegnamento, per evitare di finire, com’era capitato a lui, in una piccola città sperduta e isolata dell’Anatolia profonda. I tempi erano cambiati: ai giovani con una certa preparazione culturale si offriva sicuramente di meglio. Di meglio, invece, era difficile trovare qualche cosa: i suoi compagni di studi si erano occupati nella polizia, adattandosi senza molti scrupoli, alla politica repressiva del governo e gliene avevano parlato; preferibile, allora, il concorso, tentato infine  senza convinzione e senza successo. Era forse percorribile un’altra strada, quella della scrittura: adorava scrivere e aveva iniziato un romanzo che stava concludendo nella speranza di trovare, grazie all’interessamento delle autorità locali, un editore e una rete di vendita ben organizzata che ne favorisse la diffusione. Un successo, questa volta, ma solo a metà: un editore; un articolo su un quotidiano locale e la pubblicazione di qualche centinaio di copie, rimaste invendute! Come si poteva vendere, d’altra parte, un romanzo dal titolo Il pero selvatico, evocativo di una realtà povera e lontana, in un luogo tutto proteso verso la modernità, il progresso e la ricchezza, non importa come accumulata? Quei suoi poveri libri, ora che la pioggia dell’autunno aveva cominciato a farli marcire, avevano dovuto essere ricoverati in casa, dove per altro né la sorella, né la madre li leggevano. Era forse arrivato il momento di rivalutare quel padre, ora in pensione, che aveva saldato i suoi debiti grazie alla liquidazione e che ora aveva ripreso a vivere nel suo villaggio, in compagnia dei suoi vecchi, dei suoi animali e delle bellezze straordinarie della natura?…

Questo è un film meravigliosamente lento, come tutti i precedenti firmati da Nuri Bilge Ceylan, che racconta senza fretta, ancora una volta, la sua Turchia, quella splendida Anatolia  di cui ci ha parlato in tutti i suoi affascinanti lungometraggi, di alcuni dei quali mi sono occupata negli anni scorsi*. Questo mi è sembrato il più “politico”, fra tutti i suoi lavori, ma le virgolette sono necessarie, perché egli rifugge, come sempre, da ogni aperta denuncia: come sappiamo fin dal suo primo lungometraggio, il suo non è un cinema militante, poiché preferisce offrire agli spettatori situazioni complesse, sfaccettate; dialoghi in cui le più diverse tesi si confrontano; immagini suggestive, ma non sempre limpide, così da permettere a ciascuno di noi di calarsi, con il proprio giudizio, nella storia raccontata e di trarre le proprie conclusioni:
Nelle mie opere non intendo dare nessun tipo di messaggio, perché sono una persona alla continua ricerca di un senso nella vita, la vita mi fa piovere addosso delle immagini che colloco all’interno di situazioni reali. Sono un essere umano fragile, vivo l’amore in maniera turbolenta, intensa, e lo racconto nei mei film, insieme agli altri sentimenti, per cercare di capirli. Non ho mai amato i film con i messaggi forti, devo essere io, attraverso le immagini, a trovare un mio senso. Non intendo fare il cosiddetto pifferaio, quello che incanta i topi e li porta con sé in un paese fantastico. Io poi non saprei dove portarli”... (così afferma lo stesso Ceylan nell’intervista – molto raccomandabile –  a cura di Carola Proto, riportata integralmente QUI).
È certo che la sua costante esplorazione dell’Anatolia ci permette di comprendere meglio un paese pieno di vitali contraddizioni, ponte sospeso fra l’ Occidente agnostico, pragmatico e razionalista, di cui il giovane Sinan subisce il fascino, e la tenace resistenza delle antiche tradizioni, non solo religiose, capaci di dare senso alla vita di ciascuno, ancora vive nelle campagne, dalle quali in genere i più giovani se ne vanno in cerca di meglio, ma nelle quali potrebbero tornare, quando, cadute le illusioni, rivaluteranno i “valori e le cose che contano davvero”, risucchiati dal passato più antico e oscuro di quel paese bellissimo in cui la neve perennemente sembra congelare ogni speranza di cambiamento.
Se questo, come credo, è il significato del film, allora i lunghissimi e bellissimi dialoghi, le fascinose discussioni “en plein air”, o nel chiuso di un’abitazione o di una biblioteca, piani sequenza che accompagnano il confrontarsi o anche l’ironico e civile scontrarsi dei diversi punti di vista, ne costituiscono la struttura portante e vanno seguiti con l’attenzione che non può mancare se si ama il bel cinema, anche se il film dura più di tre ore, durante le quali, talvolta, la rappresentazione onirica, spesso agghiacciante, riporta alla nostra coscienza l’estrema crudeltà del reale, al di là di ogni ipocrita politesse. Personalmente non ho provato né noia, né desiderio di uscire, tanto profondo è stato per tutto il tempo il coinvolgimento intellettuale ed emotivo che, come sempre, il regista riesce a provocare in me.
Grande film, grandi interpreti, magnifica fotografia, affascinanti riprese paesaggistiche; frequenti richiami letterari a Cechov e a Dostoijevski, ma anche (mi è sembrato) agli scontri verbali e inconcludenti fra Naphta e Settembrini raccontati da un ironico Thomas Mann-Castorp. Che cosa c’è in fondo di più incantato e magico della maliosa montagna anatolica ricoperta di neve? Forse il canto mortale delle Sirene che Ulisse aveva voluto ascoltare solo legato: la scultura moderna in legno (proprio quello del pero) del cavallo di Troia  a Çanakkale, creata per la gioia dei turisti, non a caso nel film diventa l’incubo più spaventoso di Sinan!

Ahlat Agaci, ovvero il pero selvatico, secondo la lingua turca, è diventato in italiano L’albero dei frutti selvatici… Ennesima titolazione fuorviante per il suo tono favolistico, del tutto estraneo al film che della favola non ha davvero molto.

* C’era una volta in Anatolia 
  Il regno d’inverno

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Il regno d’inverno – Winter Sleep

Schermata 10-2456945 alle 06.44.36recensione del film:
IL REGNO D’INVERNO – WINTER SLEEP

Titolo originale
Kis uykusu

Regia:
Nuri Bilge Ceylan

Principali interpreti:
Haluk Bilginer, Melisa Sozen, Demet Akbag, Ayberk Pekcan, Serhat Mustafa Kiliç, , Nejat Isler – 196 min. – Turchia, Francia, Germania 2014.

Dopo aver diretto il bellissimo C’era una volta in Anatolia, il regista Nuri Bilge Ceylan è tornato con questo film, che al Festival di Cannes gli ha fatto guadagnare, finalmente, la Palma d’oro, ancora a parlarci dell’Anatolia, sia pure limitatamente alla regione della Cappadocia. Lo scenario nel quale si svolge il suo ultimo lavoro, quindi, oltre che essere di insolita bellezza e di grande fascino, è anche simbolico del difficile rapporto fra uomo e natura:  le case scavate nella pietra dai tempi più remoti, nei mesi estivi paradiso dei turisti, sono in inverno luoghi freddi e inospitali, che le abbondanti e continue nevicate isolano dal resto del mondo, tanto che lungo le strade, sempre meno percorribili, rari stranieri si avventurano: qualche giapponese o qualche temerario in vena di sfidare il gelo e le insidie della natura. Era nato lì e non se ne era mai allontanato del tutto il protagonista di questo film, l’ enigmatico attore teatrale in pensione Aydin (Haluk Bilginer): nonostante la sua cultura in apparenza occidentale e razionalistica, era tornato a un certo punto della vita alla sua terra gelida, senza abbandonare, tuttavia, l’amore per il teatro che in gioventù lo aveva spinto a Instanbul, la grande metropoli, la più europea delle città anatoliche. Grazie al computer, a Internet e a tutti gli straordinari mezzi della comunicazione globale, ormai arrivati anche in Cappadocia, egli continuava a tenere i contatti col mondo della cultura, indispensabili per completare la stesura dell’opera, da tempo iniziata, sulla storia del teatro turco, coronamento e sintesi della grande passione di tutta la sua vita. Aydin, dunque, si era ritirato in una bella casa di pietra, l’aveva trasformata in un albergo (che aveva chiamato … Othello: un po’ Shakespeare e un po’ hotel) accogliente e confortevole per i turisti più sofisticati, ma non se ne occupava direttamente: la gestione era nelle mani del fedele Hidayet (Ayberk Pekcan). Talvolta vi si facevano vedere le due donne della sua famiglia, entrambe intelligenti ed evolute: la giovane Nihal (Melisa Sozen), la bella moglie, che, pur dipendendo da lui, era faticosamente riuscita a ritagliarsi spazi di libertà personale, conquistando per sé anche un’ala della casa, e Necla (Demet Akbag), la sorella, tornata anche lei da Instanbul, dopo il divorzio. Aydin era molto ricco ed era diventato padrone di molte altre case della zona, che concedeva in affitto a famiglie povere, alcune delle quali stentavano a tirare avanti e perciò non sempre riuscivano a pagarlo. Così era accaduto che nella casa di due fratelli, l’imam Hamdi (Serhat Mustafa Kiliçe il fratello Ismail  (Nejat Isler), Hidayet, senza pensarci troppo, avesse fatto pignorare qualche elettrodomestico. Nel tempo più tranquillo dell’anno e nel luogo apparentemente più immobile e letargico, dunque, stavano emergendo a poco a poco tensioni violente, che, represse a lungo nel cuore dei personaggi, ora si rivelavano in tutta la loro forza esplosiva con la sassata del piccolo Elias, il figlio di Hamdi, all’inizio del film, che fulmineamente ci porta nel cuore dei problemi, ai quali, presto si aggiungeranno la  rabbia impotente di Nihal, la misteriosa uscita di scena di Necla, il falò del denaro verso la fine del film, nonché le inenarrabili e vane discussioni, fra tutti i personaggi del film, gioco al massacro attraverso il quale ciascuno, anziché confrontare con gli altri i propri brandelli di verità, recita ipocritamente la parte che si è assegnato, senza alcuna sincera volontà di comporre i dissidi.

Per tutta la durata del film, i personaggi mantengono in parte l’indecifrabilità che li aveva connotati fin dall’inizio, ma è soprattutto Aydin il più sfuggente, colui che si presenta di volta in volta diverso, come si conviene a un attore della sua consumata esperienza, capace di ribaltare continuamente l’immagine di sé, grazie alle sue abilità verbali e dialettiche, accompagnate da grande forza espressiva, ma grazie soprattutto al potere di persuasione, mai esibito, ma implicito, della sua ricchezza, che ne fa davvero il dominatore degli uomini e delle donne dell’intera comunità, nonché del piccolo Elias e di tutte le creature innocenti, come gli animali che per causa sua soffrono senza reagire e che rappresentano sul piano simbolico il dolore che accomuna tutti quelli che dipendono, in qualche misura, da lui. Chi è dunque davvero Aydin? Che cosa significano la sua affabilità di facciata, i bei modi, la raffinatezza della sua cultura? Il film non dà risposte: a noi tocca interpretare gli indizi che arrivano dalle immagini e dalle vicende  per riflettere sul ruolo non solo sociale e politico, ma filosofico del personaggio a cui dà vita. Il film mi è sembrato davvero molto bello e da vedere, per la bellezza delle immagini, per gli inquietanti interrogativi che solleva, per la finezza dell’analisi che il regista dispiega con molta lentezza (e come potrebbe essere diversamente?), ma con ottima capacità di coinvolgimento dello spettatore, grazie anche all’eccelsa interpretazione di tutti gli attori. Un film che è anche una bella avventura intellettuale per chi guarda: non mi sembra poco!

un viaggio alla ricerca di sé (C’era una volta in Anatolia)

recensione del film:
C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA

Titolo originale:
Bir zamanlar Anadolu’da

Regia:
Nuri Bilge Ceylan

Principali interpreti:
Yilmaz Erdogan, Taner Birsel, Ahmet Mümtaz Taylan, Muhammet Uzuner, Firat Tanis – 150 min. – Turchia 2011.

Questo complesso film racconta il viaggio notturno, mentre sta per arrivare una minacciosa tempesta, di un convoglio di tre automobili a bordo delle quali si trovano un assassino e il suo complice, insieme a un commissario di polizia, a un medico legale e a un giudice, nonché al personale indispensabile allo svolgimento del compito che li attende: stanno infatti cercando il corpo dell’uomo ucciso, per l’ esame autoptico necessario a determinare la gravità della colpa del reo confesso, Kenan. Su sua indicazione il convoglio si sposta lungo le strade collinose dell’Anatolia, con l’intento di trovare il luogo, identificabile grazie alla presenza di una sorgente e di un albero chiomato a forma di pallone, nelle cui vicinanze dovrebbe essere sepolto il corpo cercato. Il buio sempre più profondo, schiarito da qualche lampo minaccioso, non aiuta a localizzare esattamente quel sito, che verrà individuato solo quando la luce del giorno rivelerà il paesaggio, finalmente, permettendo che l’ucciso venga visto e riconosciuto. Nel corso della notte, però, gli spostamenti infruttuosi e la stanchezza di tutti creano un clima di tensione e di nervosismo, che troverà modo di stemperarsi solo quando il giudice otterrà ospitalità e cibo dal sindaco di un vicino paesetto. Il momento, atteso, della verità, però, non arriverà solo per Kenan, ma per Naci, il commissario, per il giudice e per il medico, in quanto alcuni aspetti rimossi e oscuri del loro passato emergeranno, creando in loro maggiore consapevolezza umana. Il regista turco Nuri Bilge Ceylan intreccia, in questo suo lavoro, (premiato a Cannes nel 2011 col Premio speciale della giuria) alcuni temi per loro natura ricchissimi di implicazioni metaforiche e simboliche, come quello del viaggio o quello dell’incipiente tempesta, con altri più facilmente leggibili, come la rappresentazione di una società in cui, alle evidenti trasformazioni, si accompagnano numerosi residui di un passato che non è stato completamente abbandonato e che non può che colpire lo spettatore dei paesi occidentali. Si notano subito, infatti, la separatezza del mondo femminile da quello dei maschi; la persistenza di una certa dose di barbarie (come quella che porta all’omicidio secondo modalità orripilanti) persino nei rapporti fra amici; l’impressionante arretratezza anche nelle operazioni più delicate (come il dissotterramento del cadavere a mani nude, o l’autopsia eseguita senza protezioni al volto e senza camice). Eppure, se analizziamo il film un po’ più a fondo, scorgiamo, sotto l’apparenza certamente shockante, una rete di relazioni molto fitta fra il mondo arcaico e quello più moderno: i personaggi feroci e barbarici hanno una loro sensibilità e una loro etica talvolta superiore a quella del poliziotto Naci, che si lascia prendere dall’impazienza e picchia duro, con incredibile efferatezza, arrivando persino a negare una sigaretta al reo; gli altri, che sono per lo più personaggi di autorità, come il medico, il magistrato, o l’ufficiale cartografo (che sa tutto, ma inutilmente), presentano il volto moderno del paese, quello di coloro che vorrebbero entrare in Europa. Essi non hanno tuttavia una piena comprensione della realtà, che cercano di dominare, rispettivamente, o attraverso il linguaggio burocratico, insufficiente a spiegarne la complessità (il giudice), o con una ingenua e acritica fiducia nella scienza, contraddittoriamente accompagnata dalla persistenza di molti luoghi comuni: “le donne non perdonano mai”, “i figli impediscono libertà e carriera”, “la figlia del sindaco è bellissima, stranamente, visto il padre”: frammenti di presunta saggezza mai sottoposti a vaglio critico (il medico). Naci, poi, ha un figlio malato, che ha affidato completamente alla moglie, per occuparsene il meno possibile. Le donne costituiscono, per questi uomini, più o meno acculturati, un universo inquietante e misterioso, che non riescono a comprendere e a conoscere e che perciò considerano solo in quanto addette ai compiti tradizionali della casa, della cura, della soggezione coniugale; mai, però, nella loro autonomia e libertà di scelta. Una sorta di fatalismo, di stanchezza esistenziale coinvolge tutti i protagonisti del film che accettano, in fondo, come i frutti che rotolano nel fiume trascinati dalla corrente, o le fronde piegate dal vento implacabile, che le cose proseguano secondo le tradizioni più dure a morire. L’unico che esprime una volontà difforme mi pare essere l’assassino Kenan, che piange per la sassata di quel figlio che non ha potuto, né potrà mai riconoscere.
Un film certamente interessante, molto analitico e necessariamente lento, scuro come gli animi dei diversi protagonisti, nessuno dei quali è del tutto colpevole o innocente. Bellissima la fotografia; ottimi tutti gli attori.