Le fidèle

recensione del film:
LE FIDELE

Regia:
Michaël R. Roskam

Principali interpreti:
Matthias Schoenaerts, Adèle Exarchopoulos, Jean-Benoît Ugeux, Eric de Staercke, Nathalie Van Tongelen, Sam Louwyck,  – 120 min. – Belgio, Paesi Bassi, Francia 2017

Gino, detto Gigi, e Benedicte, detta Bibi, si erano conosciuti al termine di un raid automobilistico: lei, di famiglia alto borghese, era pilota di una vettura in gara; lui, spettatore, si trovava lì per interesse professionale: si occupava (o almeno così le aveva fatto credere) di import-export di automobili. Era nata dopo questo incontro la loro irresistibile attrazione, sfociata subito nell’amore più appassionato, quello che cambia la vita e le dà un senso. Per lui avrebbe potuto anche diventare l’occasione per lasciare alle spalle il proprio penoso passato da orfano, quello che dall’adolescenza gli aveva insegnato a difendersi con feroce determinazione, insieme al gruppo di amici con i quali aveva condiviso le strade delle periferie fiamminghe e la solidarietà violenta, unica difesa di chi vive abbandonato dal mondo. Con loro era diventato adulto e con loro aveva accuratamente progettato e organizzato numerose rapine a mano armata che avevano assicurato all’intera banda di che sopravvivere per qualche tempo. Della sua vita segreta, da sbandato delinquente, aveva accennato a Bibi, che dapprima non l’aveva preso molto sul serio, ma che aveva dovuto presto prendere atto della realtà quando, dopo l’ultima audacissima rapina, fallimentare, era arrivato il carcere e la loro forzata separazione. La fortuna ora sembrava aver abbandonato Bibi; l’azienda paterna era finita sotto il controllo della mafia albanese, mentre la sua salute era compromessa irreparabilmente: non era riuscita a portare a termine la gravidanza a lungo desiderata e la sua stessa vita era in pericolo, né al ritorno dopo la condanna, Gigi avrebbe potuto rivederla…

Preceduto da una fama discreta, presentato lo scorso anno a Venezia, quindi al Film Festival Internazionale di Toronto, interpretato da attori di tutto rispetto, sotto la direzione di Michaël R. Roskam, giovane e talentuoso regista fiammingo al suo terzo lungometraggio*, questo film è, per me, nel suo insieme, molto deludente. Eppure l’attesa di un buon film sembra all’inizio realizzarsi: molto promettente il flashback rapido dell’infanzia di Gino mentre scorrono i titoli di testa; molto bella la successiva narrazione dell’amore nascente e dei primi incontri appassionati fra Gino  e Benedicte (rispettivamente Matthias Schoenaerts e Adèle Exarchopoulos, entrambi ottimamente calati nella parte). A questi momenti rapidi e folgoranti (di quelli che non si dimenticano facilmente, grazie al racconto brioso e veloce, spesso ellittico, e subito molto coinvolgente), che occupano all’incirca la prima parte del film, fa seguito la violentissima rappresentazione delle sciagurate imprese di lui, e l’incupirsi progressivo dell’intera seconda parte sotto i colpi delle disgrazie che, con effetto cumulativo, travolgono lei, il suo desiderio di maternità, il suo amore per la vita, nonché l’aspirazione a rivedere lui, ciò che trasforma la loro bella storia d’amore in un mélo noir dal crescendo così banale da annullare l’aspetto tragico della vicenda. Che peccato!

* (QUI la mia recensione molto positiva della sua precedente pellicola)

Annunci

Neve nera

recensione del film:
NEVE NERA

Titolo originale:
Nieve Negra

Regia:Martin Hodara

Principali interpreti:
Laia Costa, Ricardo Darín, Leonardo Sbaraglia, Dolores Fonzi, Andrés Herrera, Mikel Iglesias, Javier Kussrow, Iván Luengo, Federico Luppi, Biel Montoro, Liah O’Prey – 90 min. – Argentina, Spagna 2017

Tornato in Patagonia, alla casa di famiglia, con le ceneri del padre, Marcos (Leonardo Sbaraglia), accompagnato dalla giovane moglie incinta, Laura (Laia Costa), era deciso ad affrontare col fratello Salvador (Riccardo Darin) le questioni dell’eredità paterna, proprio ora che un’importante impresa mineraria canadese aveva offerto una cifra strabiliante per entrare in possesso – prendere o lasciare – dell’intera proprietà. Si comprende da subito quanto la questione fosse complessa: Salvador era anziano e non intendeva lasciare quel territorio che gli dava da vivere in modo per lui soddisfacente e a cui lo legava un passato doloroso, che non intendeva dimenticare. Era morto lì, infatti, Juan (Ivan Luengo), il fratello piccolo, caduto durante una battuta di caccia, colpito involontariamente dal suo fucile, fatto atroce all’origine della pazzia di Sabrina  (Dolores Fonzi), la giovane sorella ora relegata in un ospedale psichiatrico. Come si vede, sulla famiglia di Marcos sembrava essersi accanito un destino tragico che aveva reso, per forza di cose,  intrattabile e aggressivo Salvador, e che (nonostante l’apparente serenità del suo presente con Laura) si ripresentava negli incubi di Marcos, nelle sue paure, nelle angosce tormentose di ogni giorno, soprattutto dopo il suo ritorno in Patagonia. A poco a poco nel corso del film apprenderemo le cose che non erano state dette della morte di Juan, i segreti inconfessabili sepolti nel suo cuore, nonché la natura sordida dei rapporti tra i fratelli, in un crescendo di orrore disgustoso, che rende discutibile la conclusione del film, girato certamente con molta maestria, e con una velleitaria attenzione ai problemi della colpa e del “peccato”, rapidamente risolti, però, dal sorprendente cinismo che, in vista della cospicua eredità, trasforma completamente il sistema dei valori su cui sembrava fondarsi la coppia, tutto amore e tenerezza, in attesa del bebè.

I pregi dell’ottima fotografia, che nel cupo paesaggio invernale era sembrata annullare con un continuo flashback ogni distanza temporale, nonché la pregevole prova di tutti gli attori si infrangono sulla banalità superficiale e sull’impudicizia (in tutti i sensi) esibita dell’ultima parte del film. Peccato!

 

Che Dio ci perdoni

recensione del film:
CHE DIO CI PERDONI

Titolo originale:
Que Dios Nos Perdone

Regia:
Rodrigo Sorogoyen

Principali interpreti:
Antonio de la Torre, Roberto Álamo, Javier Pereira, Luis Zahera, Raúl Prieto, María de Nati, María Ballesteros, José Luis García Pérez, Mónica López, Rocío Muñoz-Cobo – 127 min – Spagna 2016.

Si tratta un noir di tutto rispetto, fedele a molti degli stilemi di genere, compresa la durezza senza sconti nella rappresentazione della violenza, ciò che sembra quasi apparentarlo a molto cinema americano, così come sembrano riconducibili a quel cinema l’indagine affidata a due poliziotti, diversi nei modi e nel carattere, ma quasi complementari nell’azione, o la presenza di rivalità e dissensi nella squadra omicidi della polizia, o anche l’esistenza di un serial killer apparentemente ossessionato da un irrisolto complesso di Edipo. Nonostante ciò, si tratta di un un ottimo film molto spagnolo, come il suo regista e come gli attori straordinari che lo interpretano.

Nell’estate del 2011 a Madrid stava arrivando papa Ratzinger (Benedetto XVI, non ancora dimissionario), per incontrare migliaia di giovani, convenuti da tutto il mondo. La città non era nel suo momento migliore: la crisi economica, particolarmente acuta, aveva creato rabbia e malessere in tutti i settori della popolazione, nonché sfiducia nelle tradizionali organizzazioni della rappresentanza politica, mentre le manifestazioni del generale scontento si raccoglievano intorno a “los indignados”. In questo quadro di frustrazione e di disagio sociale, si colloca la storia di questo film: un imprendibile assassino, infatti, si era segnalato per l’efferatezza rituale dei propri crimini, rivolti esclusivamente contro anziane signore madrilene. Le prime indagini erano state affidate a una coppia di poliziotti: Luis Velarde (Antonio de la Torre) e Javier Alfaro (Roberto Álamo), molto diversi nel loro procedere. Luis Velarde era meticoloso e chiuso, afflitto da una insistente balbuzie, indizio delle incertezze e contraddizioni che lo rendevano goffo e impacciato nei rapporti umani, soprattutto con le donne; Javier Alfaro, al contrario, era rude e aggressivo, quasi incapace di controllare i propri impulsi violenti che lo avrebbero portato a risolvere assai sbrigativamente (e quasi sempre illegalmente) i problemi più difficili e delicati. A Javier Alfaro pesava moltola disciplina e, in modo particolare, il fatto di doversi attenere al silenzio stampa e alla discrezione che era stata richiesta dal responsabile della squadra omicidi, per evitare che paure e allarmi turbassero il sereno svolgersi della visita papale. Erano stati  commessi, dunque, ben cinque omicidi, simili per l’età delle vittime (come ho detto, tutte donne anziane) e per il modo ripetitivo della loro esecuzione, del tutto ignorati dagli organi di informazione, mentre l’individuazione del colpevole incontrava crescenti difficoltà, dovendosi svolgere in condizioni di quasi completa clandestinità.

Il crescente clima di tensione, perfettamente adeguato al carattere nerissimo di questo film, non impedisce al regista di avventurarsi talvolta (e, secondo me, con ottimi risultati) sul terreno dell’ umorismo intelligente, riportando il racconto nell’ambiente spagnolo da cui aveva preso le mosse: la Spagna è davvero onnipresente in questo film, non solo per la riconoscibilità di molti dei luoghi di Madrid in cui si svolge, ma per l’irruenza triste del carattere di Javier, per la presenza profonda, nel bene e nel male, della mentalità cattolica diffusa in tutti gli ambienti da cui sembra derivare l’ambiguità quasi controriformistica di tutti i principali personaggi, costretti ad agire in una condizione di permanente doppiezza. Film davvero notevole per la complessità della narrazione, per l’eccellenza degli straordinari attori, purtroppo, per ora, visibile solo nella mia città. Non fatevelo sfuggire, se vi capita!

Le Ardenne-Oltre i confini dell’amore

recensione del film:
LE ARDENNE-OLTRE I CONFINI DELL’AMORE

Titolo originale:
D’Ardennen

Regia:
Robin Pront

Principali interpreti:
Kevin Janssens, Jeroen Perceval, Veerle Baetens, Jan Bijvoet, Viviane de Muynck, Sam Louwyck, Peter Van den Begin, Eric Godon, Nico Sturm, Brit Van Hoof, Uwamungu Cornelis – 96 min. – Belgio 2015

Opera prima del regista belga Robin Pront, presentata con lusinghieri giudizi al Noir in Festival di Courmayeur due anni fa, è arrivata ora, senza fretta, nelle nostre sale, aggiungendosi alla serie di noir di  buona qualità che caratterizza questa offerta estiva avarissima di buoni film.

Kennet (Kevin Janssens) e Dave (Jeroen Perceval) fratelli, legati da profonda solidarietà familiare erano stati complici di scelleratezze, fino a che, dopo una rapina finita male, Kennet era stato catturato.
Avrebbe pagato, lui solo, con sette anni di carcere, senza tirare in ballo suo fratello e Sylvie (Veerle Baetens), la sua fidanzata, che li attendeva in auto e che era riuscita a mettersi in salvo, insieme a Dave.
Dopo quattro anni, però, quando era era arrivata, come un fulmine a ciel sereno, la notizia della sua scarcerazione anticipata, molte cose erano cambiate: Dave e Sylvie si erano innamorati e avevano cercato di tirarsi fuori dal crimine abbandonando, con enormi sacrifici, alcool e droga, fiduciosi che sarebbe stato per entrambi possibile costruire una vita diversa, forse banale, ma pulita.
Kennet non ne era stato informato: in galera aveva ricevuto costantemente le visite del fratello mentre da due anni lei non si era fatta vedere; ora egli era intenzionato a ritrovarla e a riprendere quel rapporto inspiegabilmente interrotto, né sembrava facile per Dave e Sylvie metterlo al corrente della nuova situazione, poiché ne temevano la violenza incontrollabile.

La prima parte del film, ambientata nei sobborghi di Anversa ci presenta, sullo sfondo del piovoso e tristissimo paesaggio delle Fiandre, gli attori del dramma che sta per compiersi, con una ineluttabilità quasi archetipica*, nelle Ardenne, ovvero tra le colline alle quali erano legati i sereni ricordi infantili dei due fratelli. La fatalità catastrofica del finale è, tuttavia, assai sorprendente, perché è preparata con cura attenta, in un crescendo di orrore che rivela una malvagità senza fondo, in un panorama di miseria materiale e culturale, ben sottolineato dalla cupa fotografia in cui prevalgono tutti i toni del grigio e del verde, mai come in questo caso ossessivo colore mortuario delle cose, del paesaggio e delle persone che vi si aggirano.

Il film che è tratto da una pièce teatrale scritta da Jeroen Perceval, ovvero dallo stesso attore che interpreta Dave, è raccontato con estrema durezza, senza alcuna concessione mélo che pure sarebbe possibile (c’è una vigilia di Natale, c’è una madre, c’è un amore vero e c’è un bambino in arrivo) e non è separabile dalla martellante techno-music estremamente funzionale a tutto il racconto. Originale noir, molto accurato nella realizzazione, di un regista giovane e colto, in cui l’interesse sociologico è unito all’eterno interrogarsi circa le origini del male nel cuore dell’uomo.

Da vedere se si è capaci del necessario distacco per reggere, fino alla fine, il crescendo di efferatezze: è un noir nerissimo!

 

*”Volevo esplorare grazie al triangolo le zone intermedie tra bene e male e chiedermi perché le persone sono come sono e fanno quello che fanno”.