Lady Bird

recensione del film:
LADY BIRD

Regia:
Greta Gerwig

Principali interpreti:
Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, Tracy Letts, Lucas Hedges, Timothée Chalamet, Beanie Feldstein, Lois Smith, Danielle Macdonald, Monique Edwards, Christina Offley, Roman Arabia, Odeya Rush, Jake McDorman, Kathryn Newton, Laura Marano, Jordan Rodrigues – durata 93 min. – USA 2017

 

È il primo film da regista di Greta Gerwig, già interprete di alcune buone pellicole firmate da Noah Baumbach*, di cui era diventata la musa, la co-sceneggiatrice, e infine la moglie, continuando, tuttavia, parallelamente, a essere attrice anche per altri registi, fra cui Woody Allen (To Rome with love), Rebecca Miller (Il piano di Maggie) e anche il grande Pablo Larrain, che le aveva affidato una parte secondaria nel suo bellissimo Jackie
Molto apprezzata per la sua intelligenza interpretativa, non solo dagli estimatori del cinema americano a bassissimo budget, G.G. ha dato vita in passato a personaggi femminili problematici: donne sui trent’anni, in difficoltà nel chiarire il proprio ruolo sociale e le proprie scelte sentimentali, ambiziose nelle aspirazioni, decise ad affrontare un futuro incerto con un atteggiamento grintoso che spesso nasconde insospettabili fragilità; donne spesso convinte della necessità di realizzare i propri progetti anche allontanandosi dalle proprie origini familiari. Essere californiana di Sacramento, con l’aspirazione di affermarsi come ballerina a NewYork, nonostante le difficoltà e il dolore inevitabile della separazione dagli affetti, era l’obiettivo dalla protagonista del bellissimo Frances Ha (2012), diretto da Baumbach, ma scritto da lei, che aveva attinto a questo scopo anche alla propria memoria autobiografica.

G.G. torna su questa stessa memoria in Lady Bird, questa volta firmato e scritto da lei, film che sembra quasi precedere il racconto di Frances Ha, poiché tratta dell’adolescenza della protagonista, lasciandola a NewYork, laddove avevano invece avuto inizio le avventure di Frances. Lady Bird si chiamava, in realtà, Christine Mc Pherson (Saoirse Ronan) e viveva a Sacramento, ma, volendo allontanare da sé ogni traccia di condizionamento familiare e sociale, si era ribattezza con questo nomignolo col quale provocatoriamente voleva essere riconosciuta anche nelle aule del liceo cattolico che frequentava per volontà dei genitori. Aveva la speranza di condurre di lì, anche partecipando alle attività extra-curricolari del collegio, la propria battaglia per l’emancipazione di sé: il suo obiettivo era di conquistare un buon diploma, e alcuni crediti utili per la borsa di studio, grazie alla quale avrebbe ottenuto l’iscrizione a qualche prestigiosa università dell’East Coast.

Il film, che anche troppo si dilunga sul conflitto dell’adolescente con sua madre (la bravissima Laurie Metcalf), presenta due aspetti che a mio avviso sono interessanti e sorprendenti:
il primo è la risposta inattesa degli educatori cattolici, che avevano accettato benevolmente le sfide di Christine e avevano dato segno di comprenderne l’impazienza e la vitalità, incoraggiandone l’ambizioso progetto; il secondo è la rappresentazione non retorica del graduale impoverirsi della piccola e media borghesia americana, attraverso la descrizione emblematica delle rinunce dolorose della famiglia Mc Pherson, costretta a risparmiare su tutto, persino sul parcheggio all’aeroporto di San Francisco, dove la madre avrebbe voluto uscire dall’auto almeno per salutare Christine alla partenza per NewYork, dove l’attendevano i difficili test di ammissione all’Università

Per qualche giorno, i rumors da Los Angeles, avevano dato per certo che Lady Bird fosse in pol-position in vista dell’Oscar per il miglior film, addirittura!
L’evento, come tutti sappiamo, non si è verificato, per fortuna del cinema e anche per fortuna sua, poiché anche questa piccola pellicola, che è interessante e quasi sempre piacevole da vedere, e che certamente non è un capolavoro, ha il diritto di essere valutata per quello che è, lontana dalle polemiche che stavano per trasformarla nel capro espiatorio dello scontento diffuso prima e dopo le assegnazioni, che questa volta, secondo me, hanno raggiunto livelli un po’ troppo alti di attenzione al politically correct.

 

*Lo stravagante mondo di Greenberg, (2010) Frances Ha, (2012) Mistress America (2015)

 

 

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Mistress America

Schermata 2016-04-24 alle 15.12.15recensione del film:
MISTRESS AMERICA

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Greta Gerwig, Lola Kirke, Matthew Shear, Jasmine Cephas Jones, Heather Lind – durata 84 min. – USA 2015.

New York è una città difficile per chi ci vive senza conoscere qualcuno, senza punti di riferimento che ti facciano sentire meno sola, soprattutto se sei una donna molto giovane come Tracy (Lola Kirke), sempre vissuta in provincia, avvolta nella protettiva bambagia di una madre vedova. Ora, al College, deve cavarsela da sola, cercando di sfruttare ogni opportunità per realizzare la propria aspirazione più profonda: diventare scrittrice. Il Circolo letterario al quale vorrebbe essere ammessa è di difficilissimo accesso, spesso sbarrato da altri aspiranti scrittori, compreso il ragazzo del College che, data la rivalità, si è subito pentito di averla corteggiata. Per questo la giovane aveva deciso di incontrare Brooke (Greta Gerwig), la trentenne figlia dell’uomo che presto avrebbe sposato, in seconde nozze, sua madre.

Brooke è, come altri personaggi di Baumbach , da Greenberg a Francès Ha, a Josh di Giovani si diventa, un’amabile velleitaria, una giovane donna piena di idee che non sempre riesce a rendere concrete, rimanendo tenacemente convinta, però, che prima o poi riuscirà a realizzare il sogno che coltiva da tempo, quello di aprire un ristorante hamishe, capace di offrire non solo cibo di grande qualità ai clienti, ma anche una serie di servizi che li facciano sentire a casa. Le due giovani, dunque, si incontrano e si raccontano; simpatizzano subito e si organizzano sperando di vincere le rispettive difficoltà. Le aspirazioni frustrate di Brooke forniscono, però, più di uno spunto al romanzo che Tracy ora si è finalmente messa a scrivere per diventare famosa: proprio le pagine di quel romanzo, letto a Brooke ad alta voce, per dispetto, da una donna stupidamente gelosa, rischiano di incrinare la loro amicizia per sempre.

Il film dunque fornisce, principalmente, il ritratto di due giovani donne che si muovono fra mille difficoltà nell’America di oggi, alternando alle molte sconfitte, anche qualche provvisorio successo, ma che non perdono mai completamente la fiducia in se stesse, né la voglia di farcela. In questo caso le due giovani sono assai diverse: come il personaggio di Jame  (sempre in Giovani si diventa) Tracy è “soprattutto assetata di sapere e di vita“* e si impadronisce avidamente delle esperienze di Brooke, che successivamente, nella scrittura, interpreta anche distorcendole**. Brooke, invece, nonostante le apparenze e l’ostentata sicurezza, sembra davvero la più fragile delle due, quella che continua, a trent’anni, a navigare a vista fra gli scogli e le insidie della società contemporanea contando sulla solidarietà di un’amicizia, quasi di una sorellanza che ora sente tradita**.

Quest’ultima fatica di Baumbach, perciò, ripropone il tema del confronto, che può diventare conflittuale, fra giovani-adulti e giovani che crescono e che ai primi guardano in modo da non ripeterne errori e ingenuità. All’ottima interpretazione di Greta Gerwig (che ne è stata anche la co-sceneggiatrice) e di Lola Kirke è affidata la riuscita di questo film, secondo me interessante e intelligente anche se non sempre convincente come gli altri che lo hanno preceduto.

*si tratta di un’autocitazione dalla mia recensione di quel film (i lettori mi perdoneranno!)

**Il problema è, come ben sa ogni scrittore vero, che la traduzione della realtà, senza mediazioni, è impossibile, perché la realtà grezza è da interpretare e anche da distorcere, se occorre, fino a corrispondere a ciò che egli ha in mente. Il film contiene quindi, anche una riflessione, non troppo nascosta, sull’artista, che pur utilizzando molti aspetti della vita reale, li trasforma e li piega alle proprie esigenze che attengono al processo ideativo e creativo e pertanto racconta una propria particolare “verità”.

Giovani si diventa

Schermata 2015-07-12 alle 14.38.13recensione del film:
GIOVANI SI DIVENTA

Titolo originale:
While We’re Young

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver, Amanda Seyfried, Charles Grodin, 
Adam Horovitz, Maria Dizzia – 97 min. – USA 2014.

Cornelia (Naomi Watts) e Josh (Ben Stiller) sono una coppia di coniugi newyorkesi da poco  quarantenni; non hanno figli e si sentono perciò pienamente liberi. I figli, per la verità, erano stati cercati a lungo, ma senza successo: per questa ragione Cornelia aveva deciso di abbandonare ogni progetto in proposito; tralasciando le cure ormonali a cui si era sottoposta e, di comune accordo con lui, aveva impresso un indirizzo diverso alla propria vita, nella convinzione condivisa che chi non ha figli, in fondo, disponga di una libertà sconosciuta a chi, trattenuto da obblighi genitoriali, è costretto a sacrificarvi la propria carriera professionale e e il proprio tempo libero. Ora Cornelia è un’affermata produttrice cinematografica che vive abbastanza serenamente la propria esistenza; Josh è invece un regista in piena crisi creativa, che vorrebbe concludere un documentario da tempo iniziato, ma non ci riesce.
Il film inizia allorché la nascita, invero un po’ tardiva, di un bebé, che allieta la coppia dei loro amici di sempre, Marina e Fletcher (Maria Dizzia  – Adam Horowitz), li fa sentire un po’ meno liberi e decisamente più soli: i due sono tutti presi dalle necessità del neonato e non hanno occhi che per lui, cosicché, come spesso accade in questi casi, i legami si allentano insieme al diversificarsi degli interessi e delle preoccupazioni, ciò che li costringe a rimettere ancora una volta in discussione le proprie scelte.
Gli amici se ne vanno, dunque? In realtà altri si presentano e sono amici interessanti, più giovani, prima di tutto: sono Jame (Adam Driver) e Darby (Amanda Seyfried), una simpatica coppia di sposini venticinquenni, assai dinamici e sempre in movimento, ma soprattutto assetati di sapere e di vita. I due sono sufficientemente raffinati da apprezzare molte delle esperienze  culturali più importanti delle passate generazioni e insieme sufficientemente disincantati e spregiudicati da impadronirsene come di cosa propria, senza troppi scrupoli. Si tratta, d’altra parte, soprattutto di cose che sarebbero destinate alla spazzatura e all’oblio, come i vecchi vinili, le obsolete videocassette, gli oggetti desueti che, come le inutilizzate macchine da scrivere, o i vecchi cappelli, fanno bella mostra di sé nel loro alloggio di Manhattan in cui tutto si accumula, per essere intelligentemente ri-usato al momento giusto. La sorprendente e sincretica bulimia della giovane coppia si estende dagli oggetti alle idee: senza che i “vecchi” Cornelia e Josh se ne avvedano, i due ragazzi assorbono come spugne concetti e progetti; valutano opportunità e prospettive che potrebbero aprirsi all’improvviso e che essi sono ben attenti a non farsi sfuggire, mostrando cinismo e spregiudicatezza davvero incredibili agli occhi della coppia più matura e anche ai nostri occhi. Lo scontro fra generazioni assai vicine nel tempo sembra essere dunque il tema del film, che, però, si rivela anche assai più complesso, poiché evidenzia il disorientamento dei quarantenni, nonché la loro irrimediabile sconfitta, inadeguati come sono ad accettare i compromessi necessari a sopravvivere nel mondo spietato di oggi, ai quali, invece, i più giovani pragmaticamente si adattano, ciò che li rende più simili agli anziani veri, cioè a coloro che invecchiando avevano da tempo perso ogni illusione e ogni speranza di cambiare il mondo, come il seguito del film (che non intendo ovviamente rivelare) mirabilmente ci dimostra.

Il regista Noah Baumbach, creatore dei bellissimi ritratti di Frances Ha. e di Greenberg, si conferma anche in questo film uno straordinario narratore del disagio profondo che deriva dall’inconciliabilità fra le aspirazioni ideali che contraddistinguono la giovinezza di molti e la realtà del denaro e del mercato che invadendo ogni aspetto della nostra società, distorce ogni esigenza di verità e di onestà, confinando nell’ambito dell’irrilevanza velleitaria la vita degli uomini che vorrebbero rimanere fedeli a se stessi e ai propri valori. Il racconto del regista, anche questa volta, si avvale di un registro narrativo ironicamente malinconico e ci consegna, attraverso i ritratti antitetici di Josh e di Jame, due credibilissimi personaggi. Meno caratterizzati e più convenzionali, invece, i personaggi femminili. Peccato! La NewYork del film è soprattutto quella degli interni, anche se il tema ricorda alcuni film del primo Woody Allen, Manhattan, soprattutto, indirettamente citato. Ottima la performance di tutti gli attori. Un bel film, tra i pochi meritevoli di una visione in questo periodo di scarsa qualità dell’offerta cinematografica nelle nostre sale.

ritratto di donna 2 (Frances Ha)

Schermata 09-2456912 alle 22.26.44recensione del film:
FRANCES HA

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Greta Gerwig, Mickey Sumner, Adam Driver, Michael Zegen, Patrick Heusinger
– 86 min. – USA 2012

Emerge da questo film un magnifico ritratto di donna, costruito con episodi che, come tessere di un mosaico, ne compongono l’ aspetto e, soprattutto, la singolare personalità. Chi lo vedrà non si attenda, perciò, una vera e propria trama, quanto, piuttosto, il delinearsi attraverso significativi momenti della vita di Frances (splendida Greta Gerwik) del profilo spesso contraddittorio di una giovane che sta cercando “casa”, intendendo con ciò sia il luogo fisico e geografico in cui vivere, sia la propria collocazione nel mondo.
Di origini californiane (a Sacramento vive la sua famiglia di origine), Frances, pur avendo ormai 27 anni, non sa ancora bene che cosa farà da grande: ha  pochi soldi, nessun lavoro e un sogno nel cassetto: diventare ballerina. Frequenta per questo una scuola di danza di New York, dove affitta un appartamentino con l’amica Sophie, condividendo con lei le spese e le confidenze affettuose circa i propri sogni e le proprie aspirazioni. Quando Sophie, però, decide di andare a vivere col proprio ragazzo, alla giovane viene a mancare un importante punto di riferimento: entra in crisi e cerca di mantenersi a galla, annaspando fra un poco entusiasmante ritorno a Sacramento per il Natale, un viaggio insperato a Parigi, desiderato da tempo, ma sciupato per la sua incapacità di organizzarsi, e la breve permanenza, quanto mai precaria fin dalle origini, presso l’ alloggio di due fratelli di ottima famiglia, uno dei quali si era vanamente interessato a lei: se ne era allontanato, infatti, dopo averla definita “infrequentabile”, rendendosi conto della sua fanciullaggine, e della sua incapacità di assumere comportamenti e responsabilità da persona adulta! La soave leggerezza con la quale Frances attraversa situazioni sempre più dolorose, in attesa di realizzare i propri sogni impossibili di ballerina, potrebbe prestarsi a una impietosa rappresentazione, a una irridente canzonatura, ciò che invece non avviene grazie all’eccezionale empatia con la quale Greta Gerwig interpreta la singolare eroina che lei stessa ha ideato col regista, e di cui riveste i panni con grazia affettuosa ed equilibrata adesione psicologica, regalandoci uno dei personaggi femminili più interessanti del cinema degli ultimi anni, almeno secondo me.
Il regista Noah Baumbach è, come ho accennato, autore con la Gerwig della studiatissima e saldissima sceneggiatura, e conferma con questo lavoro il proprio interesse per quei personaggi “irregolari” e un po’ “disadattati” nella società dei nostri giorni, così come già aveva mostrato nel delizioso film del 2010, Lo stravagante mondo di Greenberg, quando aveva disegnato, con minore compassione, però, il ritratto di un altro strano personaggio: QUI potete trovare la mia recensione di allora.


Formatosi alla scuola di Wes Anderson, per il quale aveva scritto la sceneggiatura di due film, il regista sta mostrando di aver raggiunto una propria autonomia creativa e un’interessante originalità, che merita davvero l’attenzione di tutti coloro che amano il cinema. Il film è girato interamente in digitale, per la fondamentale esigenza di mantenere i costi molto bassi, e in un bellissimo bianco e nero, che ci riporta alla mente il vecchio Manhattan di Woody Allen. Da vedere!

un amabile velleitario (Lo stravagante mondo di Greenberg)

Recensione del film:
LO STRAVAGANTE MONDO DI GREENBERG

Titolo originale:
Greenberg

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Ben Stiller, Greta Gerwig, Rhys Ifans, Jennifer Jason Leigh, Brie Larson, Juno Temple, Chris Messina, Dave Franco, Mark Duplass, Max Hoffman, Chris Coy, Trent Gill, Zoe Di Stefano, Sydney Rouviere, Karen Strong, Nick Nordella, Koby Rouviere, Jessica Mills, Samuel Thacker, Phoebe James, Trace Webb, Celeste Pechous – 107 min. – USA 2010

Dopo vent’anni di New York, l’ormai ultra quarantenne Roger Greenberg torna a Los Angeles, la sua città, sistemandosi provvisoriamente in casa del fratello che è partito con la famiglia per una vacanza in Vietnam. Il ritorno è l’occasione per rivedere vecchi amici, vecchi amori e per fare, anche, un bilancio della propria esistenza. Dell’antica (e sempre viva in lui) passione per la musica poco è rimasto nell’ambiente che Grenberg aveva frequentato: troppo diversi sono gli interessi di chi ha messo su casa, si è fatto una famiglia e ha dovuto provvedere ai propri figli, come l’amico Ivan, che avrebbe dovuto diventare suo partner e collaboratore nel complesso musicale a lungo progettato, negli anni dei sogni giovanili. Ivan è adesso un uomo che ha conosciuto i compromessi nel lavoro, nella vita sentimentale, nel matrimonio. Beth, sua moglie, un tempo amata da Roger Greenberg, è una donna matura, quasi spenta, che sente il peso dei figli e del difficile rapporto col marito. Roger ha visto polverizzarsi gli ideali e i sogni giovanili e ne è rimasto travolto: si è male adattato alla realtà; ha progettato senza realizzare; si è innamorato senza costruire, si è isolato dal mondo, ne ha avuto paura e si trova, ora, impossibilitato a decidere. Nell’eterno conflitto fra principio del piacere e principio di realtà, Roger ha scelto il primo e continuerebbe a farlo, nonostante le cure ricevute a New York in una clinica per malattie nervose. Purtroppo, però, anche a Los Angeles continua a manifestare il suo carattere velleitario poiché, quasi con disappunto, è riuscito a crearsi nuovi legami che impediscono il pieno realizzarsi dei suoi progetti: Florence, ad esempio, la bella assistente della famiglia del fratello, dalla quale è fortemente attratto e dalla quale vorrebbe, però, fuggire, partendo per l’Australia (ma senza soldi e, soprattutto, senza l’inseparabile burro di cacao per le labbra!). Si sente legato anche dall’affetto per il cane Mahler, che gli è stato affidato, che si è ammalato, che ora sta amorevolmente curando, e per il quale sta, forse, per terminare la cuccia che ha iniziato, mettendo alla prova la sua millantata abilità di falegname. Il ritratto di Greenberg è l’interessante rappresentazione delle nevrosi di un uomo che non si è integrato nel mondo di oggi, che è interessato esclusivamente a produrre, a fare i soldi, al successo volgare: le cure non lo hanno guarito, perciò egli è rimasto quel fanciullone fragile, un po’ svitato, ingenuo, che lo rende simpatico a chi, come lui, non si adegua e non sa però tradurre il proprio disagio in progetto davvero alternativo, limitandosi a scrivere una serie interminabile di sterili lettere di protesta. Il regista realizza questo bel ritratto di personaggio fuori dagli schemi con intelligente e indulgente ironia, con simpatia quasi amorevole, facendone scaturire una spiazzante comicità. Non stupisce che alcuni spettatori, forse i più giovani, lo trovino irritante, perché i suoi tic, le sue incertezze, le sue velleità, le sue paure ne fanno l’esatto contrario di quell’uomo sicuro di sé e determinato che viene continuamente proposto come esemplare. Bellissima interpretazione di Ben Stiller, perfetto nei panni, non facili da indossare, di un così complesso personaggio