L’età dell’innocenza

recensione del film:
L’ETÅ DELL’INNOCENZA

Titolo originale:
The Age of Innocence

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Geraldine Chaplin, Michelle Pfeiffer, Winona Ryder, Daniel Day-Lewis, Hugh Smith, Miriam Margolyes, Richard E
Grant, Alec McCowen, Mary Beth Hurt, Jonathan Pryce – 120 min. – USA 1993

Quasi uno studio antropologico: dal romanzo al film

Il grande romanzo di Edith Wharton (uscito nel 1920 e Premio Pulitzer nel 1921) è all’origine di questa grande opera di  Martin Scorsese (1993): egli, all’inizio degli anni ’80, lo aveva letto su consiglio dell’amico e collaboratore Jay Cocks, ricavandone un’impressione profonda “… quello che mi ha colpito del romanzo è stata la sua intensità, la sensazione di perdita che trasmetteva...”
Entrambi ne sarebbero diventati gli sceneggiatori qualche anno dopo, quando la Columbia Pictures decise di approvare il progetto del regista, che pur non intendendo girare un film in costume alla maniera di Ivory, esigeva comunque di realizzare una minuziosa ricostruzione storica di quanto avveniva, alla fine dell’800, fra le villette della  Fifth Avenue, nella New York colta e benestante dei suoi residenti più snob, ciò che necessitava di cospicui investimenti produttivi.
La Quinta strada era abitata dai ricchissimi eredi delle famiglie più antiche della città, custodi gelosi di rendite e privilegi che era stato possibile mantenere, e talvolta incrementare, nel corso dei secoli, grazie a un’accorta strategia dei matrimoni, come avviene nelle società aristocratiche, decisi e concordati in modo da conciliare le aspirazioni all’amore dei giovani e delle giovinette con l’accettazione delle tradizioni e dei riti che ne confermavano l’esclusività.
Chi partecipava di quei privilegi condivideva infatti una Weltanschauung che si manifestava in ogni momento della vita, e che regolamentava persino i gesti, il parlare, lo stile dell’arredamento e l’apparecchiatura delle tavole. Erano codici, non scritti, che imponevano la presenza ad alcuni momenti della vita sociale come gli spettacoli teatrali seguiti dal ballo annuale, nonché il bon ton dell’abbigliamento, adeguato alle diverse circostanze, che si trattasse di un pranzo di gala o delle vacanze a Newport. Una fitta trama di convenzioni e norme, perciò, imbrigliava la vita di quegli abitanti, fra i quali, ancora alla fine dell’800, quando si avvertva l’imminenza dei profondi cambiamenti economici che avrebbero mutato il volto della città, era condivisa la diffidenza verso chiunque, provenendo dall’esterno, potesse diffondere una visione del mondo sovversiva dei valori tramandati con sobria nonchalance, ma con determinazione così ferma da rassomigliare alla crudeltà.

La storia d’amore

Accordi familiari avevano reso possibile il fidanzamento di un giovane avvocato, Newland (Daniel Day-Lewis),con May (Winona Ryder), rispettivi eredi delle antiche e ricche famiglie degli Archer e dei Welland, mentre stava rientrando inopinatamente da Parigi la contessa Ellen Olenska (Michelle Pfeiffer), cugina di May. Nella capitale francese la giovane signora aveva lasciato il  conte Olenskij, suo marito, fedifrago abituale e volgarissimo, ed era tornata alla casa dell’infanzia sulla Fifth Avenue, nella quale  viveva ancora la nonna, l’imponente signora Mingot (Miriam Margolyes), sperando di ritrovarvi il calore di un tempo, e un po’ dell’innocenza perduta. Una ridda di maldicenze e pettegolezzi avevano accompagnato il suo ritorno, tanto che Newland, che in tal modo intendeva anche preservare dalle chiacchiere il proprio rapporto con May, aveva sentito il dovere di difenderla

Di Ellen, che ammirava per l’intelligenza, la cultura e il coraggio dimostrato, egli si era in realtà presto innamorato, ma non aveva trovato la forza per venir meno alla promessa che lo impegnava davanti al bel mondo della sua città nonostante fosse cosciente di due fondamentali verità: che il suo vero amore appassionato per la contessa era altretttanto appassionatamente corrisposto e che che avrebbe sposato una donna mediocre, conformista, tutta vezzi e luoghi comuni.

L’aveva dunque sposata senza amarla davvero e aveva scoperto un po’ alla volta quanta ipocrisia si celasse sotto i suoi vezzi e le sue mossette: May tutto aveva compreso dei suoi turbamenti amorosi e si era adoperata con un incredibile stratagemma per allontanare da lui la cugina-rivale, che lo lo aveva lasciato affranto, per fare ritorno a  Parigi: la signora Mingot le aveva generosamente assicurato un’ottima rendita mensile, a garanzia della sua indipendenza dal marito: là, in un’aria più respirabile e meno ipocrita avrebbe ritrovato le antiche amicizie e ripreso le vecchie frequentazioni.
A cinquantasette anni, ormai vedovo e in visita a Parigi in compagnia del figlio, egli non aveva voluto rivederla, per mantenerne intatto il ricordo non contaminando, col grigiore della propria vita quotidiana, l’incanto di una stagione romantica che intendeva tenere solo per sé, senza rinnegare il matrimonio con May, in fondo riuscito, che gli aveva dato figli amorevoli e un po’ meno costretti dalle convenzioni perbeniste dell’alta società newyorkese, soppiantata dall’aristocrazia del denaro e degli affari.

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A Henri Béhar di “Le Monde”, che gli aveva chiesto dove fossero finiti i sanguinosi gangster movies che lo avevano reso famoso negli anni ’80, da Taxi Driver a Quei bravi ragazzi, Scorsese aveva risposto:L’età dell’innocenza è probabilmente il più violento dei miei film”, dimostrando di aver colto in pieno lo spirito tranquillo e corrosivo del romanzo della Warthon, che non per caso gli amici chiamavano l’angelo della devastazione.
Che sotto l’apparente racconto di un amore infelice, Scorsese rappresenti tutta l’ipocrisia feroce di un gruppo sociale preoccupato esclusivamente di mantenere il proprio status, ce lo dice tutto il film, sin dalle scene iniziali, che affiancando i titoli di testa mostrano lo sbocciare miracoloso dei fiori di primavera, subito imprigionati fra i merletti che impreziosendoli, avrebbero forse reso più casto il décolleté di qualche giovane donna: potente metafora  richiamata spesso da altri fiori e da altre scollature, come quella che Ellen esibiva all’Opera, dov’era arrivata in ritardo, suscitando curiosità e sdegnate maldicenze: …Colei che aveva provocato tutto quel trambusto era graziosamente seduta nel suo angolo del palco fissando la scena e rivelando, mentre si sporgeva in avanti, un po’ più di spalle e di seno di quanto a New York si fosse abituati a vedere nelle gentildonne… I movimenti dei binocoli nelle mani dei gentiluomini pettegoli e voyeur, pronti a cogliere il minimo errore nell’abbigliamento di Ellen, ben dissimulano il fastidio per lo scompiglio che la nuova arrivata rischiava di introdurre nelle loro pigre abitudini di rentiers nullafacenti. Newland non era davvero molto diverso da loro, ma un po’ se ne scostava per la maggiore cultura che lo aveva reso più tollerante e meno volgare.

Scorsese realizza uno dei suoi film più belli sulla storia, che gli sta molto a cuore, delle comunità newyorkesi (che, nella loro chiusura agli apporti esterni e nel loro familismo esclusivo legato a codici e riti ovviamente diversi, molto si assomigliano), dirigendo attori grandissimi, sensibili interpreti di  ruoli non proprio fra i più facili, come Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer, e avvalendosi di un cast di collaboratori eccellenti: Dante Ferretti per le scenografie; Gabriella Pascucci per gli stupendi abiti; Elmer Bernstein per la bella colonna sonora e Michael Ballhaus per la suggestiva fotografia.

Le citazioni, dal romanzo di Edith Warthon, fungono talvolta da commento fuori campo nel corso del film, per la voce, nella versione inglese, dI Joanne Woodward.

Una bella e condivisibile riflessione sul romanzo di E. Warthon e suil film si può trovare QUI

 

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Copia originale

recensione del film:

COPIA ORIGINALE

Titolo originale:

Can You Ever Forgive Me?

Regia:

Marielle Heller

Principali interpreti:

Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells, Jane Curtin, Ben Falcone, Anna Deavere Smith, Stephen Spinella, Julie Ann Emery, Joanna Adler, Marc Evan Jackson, Jennifer Westfeldt, Christian Navarro

– 106 min. – USA 2018

Alla vigilia dell’assegnazione degli Oscar, forse perciò un po’ in ritardo, ecco un interessantissimo film, proprio ora nelle nostre sale. È un piccolo film americano (sorvolo sulla traduzione-spoiler del titolo che alla lettera dovrebbe essere: Potrai mai perdonarmi?), diretto dalla regista, poco nota, Marielle Heller: due film, qualche regia per la TV e ora questa biografia che ha incontrato molto successo in una piccola cerchia di cinefili per il carattere “scorretto” della vicenda, che non essendo né educativa, né “esemplare”, è proprio il contrario di ciò che in genere ci si aspetta da un “biopic”. Potrebbe riservare qualche sorpresa, questa notte a Los Angeles, con le sue tre “nomination”in vista dei premi: per la migliore attrice; per il miglior attore non protagonista; per la migliore sceneggiatura non originale.

La vicenda è tratta dall’autobiografia di una talentuosa scrittrice (1939-2014) sfortunata, depressa e solitaria: Lee Israel, nel film interpretata dalla magnifica Melissa McCarthy. La donna era nata a New York dove aveva studiato, si era laureata al Brooklyn College e dove aveva successivamente messo a frutto le sue notevoli qualità letterarie raccontando la vita di attrici o di personaggi famosi (Katherine Hepburn, Tallulah Bankhead, Estee Lauder e Dorothy Kilgallen), che aveva conosciuto di persona e intervistato. Il suo stile pungente e irriverente, specchio della sua personalissima concezione della vita e anche del suo non facile carattere stravagante e altezzosamente misantropo, per qualche anno le aveva garantito buoni guadagni, fin tanto che gli operatori del mercato editoriale le avevano voltato le spalle: il suo agente l’aveva licenziata lasciandola sola ad affrontare un futuro quanto mai incerto, perché nel paese delle opportunità, la povertà è una colpa intollerabile e l’anti-conformismo vero è un lusso fastidioso che non tutti possono permettersi. Alle personali difficoltà di comunicazione, per Lee ora si era aggiunta la depressione, nonché l’isolamento volontario nell’appartamento, un tempo prestigioso, dell’Upper East Side, che aveva ridotto ad antro così maleodorante e infetto da indurre a una precipitosa ritirata persino l’addetto alla disinfestazione. La sola compagnia di Lee era adesso quella di un vecchio gatto malato, insieme all’alcol da cui era diventata inseparabile.

Lungo la strada pericolosa dell’emarginazione sociale, in uno dei locali infimi della Grande Mela, Lee aveva incontrato Jack (un grandissimo Richard E. Grant) cocainomane, homeless, abituato da tempo a vivere di espedienti e di prostituzione, anche se gli piaceva dissimulare questi aspetti della propria esistenza dandosi l’aria dello snob, un po’ dandy. Lee e Jack, però, in fondo si somigliavano: entrambi falliti, sbandati, disillusi, quasi cinici, nonché omosessuali, ciò che rendeva impossibile qualsiasi storia di sesso fra loro. L’occasionale conoscenza si era trasformata presto in un sodalizio criminale e criminogeno, perché se da una circostanza del tutto casuale era nata in Lee la convinzione che fosse possibile guadagnare molto denaro falsificando lettere e documenti di personaggi famosi, era stato Jack, successsivamente, ad alimentare con la propria esperienza truffaldina quella fruttuosa attività, estendendo la rete organizzativa della distribuzione dei falsi e modificandola, quando ormai il sospetto che dietro le carte “preziose” si nascondesse un’abilissima mente criminale era arrivato fino ai funzionari dell’F.B.I. che in brevissimo tempo ne sarebbero venuti a capo….

Il film non è privo di difetti, poiché non sempre il racconto è veloce e spigliato come si richiederebbe; riesce tuttavia nell’intento, non facile, di raccontare una storia drammatica, mantenendo la commossa e idulgente partecipazione degli spettatori, grazie soprattutto alla finezza dell’interpretazione di Melissa Mc Carty, che si rivela attrice superba, infaticabile nel tratteggiare le più segrete e delicate sfumature dell’anima grande di una scrittrice amaramente disillusa, incapace di trovare l’ equilibrio fra i propri generosi ideali, puntualmente frustrati, e la realtà durissima della vita in una società che stava, già negli anni ’90, riducendo a merce indifferenziata sia le aspirazioni più nobili, sia le più ignobili cattiverie ideologiche. Di fronte a tanto qualunquismo morale, le piccole strategie truffaldine della povera Lee Israel diventano davvero compassionevole cosa! Un bel film, per riflettere non solo sull’arte!

1981: Indagine a NewYork

Schermata 2016-02-06 alle 21.14.35recensione del film:
1981: INDAGINE A NEW YORK

Titolo originale:
A most violent Year

Regia:
J.C. Chandor

Principali interpreti:
Oscar Isaac, Jessica Chastain, David Oyelowo, Alessandro Nivola, Albert Brooks, Elyes Gabel, Catalina Sandino Moreno, Peter Gerety, Christopher Abbott, Ashley Williams, John Procaccino, Glenn Fleshler, Jerry Adler, Annie Funke – 125 min. – USA 2014.

Abel Morales  (splendidamente interpretato da Oscar Isaac) era un uomo di grandi ambizioni, ma di modeste origini, figlio di immigrati messicani, convinto di poter realizzare il proprio sogno americano. Lavorando sodo e onestamente, nel rispetto scrupoloso delle leggi, egli era diventato un piccolo imprenditore affermato nell’attività di trasporto del gasolio per riscaldamento, ma ora puntava decisamente più in alto: stava trattando, infatti, con un esponente della comunità chassidica di Brooklyn per l’acquisto di un grandissimo lotto di terreno e di un contiguo enorme edificio: la costruzione avrebbe stivato le scorte di olio combustibile in misura più che sufficiente per scaldare, fin da subito, tutta New York, durante uno degli inverni più gelidi della sua storia, mentre dal parcheggio sorto su quel terreno sarebbero partiti i suoi camion, debitamente riforniti, alla volta della metropoli, in tutta sicurezza, con notevole risparmio dei costi e quindi con prezzi così competitivi da garantirgli il controllo dell’intero mercato. L’affare si era avviato: Abel, assistito dal suo legale, aveva firmato l’oneroso contratto necessario per diventare padrone di tutta l’area: il vecchio proprietario gli aveva ricordato a quali penalità gravissime sarebbe andato incontro nel caso non l’avesse concluso, entro un mese, con il saldo dell’intera somma richiesta (per ora ne aveva versato la metà).  Era ottimista Abel: in fondo, non si trattava che di pazientare: tutto sembrava volgere al meglio, né esistevano ragioni plausibili per immaginare il peggio. Il peggio, invece, sarebbe arrivato subito: aggressioni ai suoi camionisti lungo la strada, tentativi di introdursi in casa durante la notte… come se un’oscura forza malvagia lo avesse preso di mira: una presenza feroce, senza un volto riconoscibile, né fattezze individuabili, ma capace di colpirlo nei suoi affetti più cari, oltre che nel suo sogno di piccolo imprenditore che tentava di farsi grande. Ad aggravare la situazione si era messa d’impegno persino l’autorità giudiziaria, che non fidandosi di lui, stava avviando un’indagine per verificare i suoi conti, anziché proteggerlo e aiutarlo di fronte a minacce e intimidazioni sempre più gravi. Nel 1981, annus horribilis per quella città, era cresciuto a dismisura il numero dei delitti e degli episodi di corruzione, che non avevano mai sfiorato né la sua vita né la sua attività e che proprio ora, a un mese dalla scadenza del contratto, dunque nel momento più delicato, rendevano incerto il suo futuro, quello della sua famiglia, delle sue bambine, dei suoi dipendenti e insidiavano persino la sua immagine di uomo probo, realizzatosi senza mai aver ceduto ai ricatti e ai compromessi a cui altri si erano piegati senza troppi scrupoli. La sua probità, agli occhi dell’amatissima moglie Anna (una fascinosa Jessica Chastain, bravissima e ambigua quanto basta per creare l’atmosfera di incertezza del film) sembrava debolezza incosciente; i suoi dipendenti, sistematicamente aggrediti da banditi armati e crudeli lungo la strada, avrebbero voluto armarsi a loro volta; lo stesso suo avvocato manifestava una certa propensione al compromesso e alla trattativa…

Il bravissimo regista (lo stesso di Margin Call) racconta la vicenda con la giusta lentezza e con gelida impassibilità, riuscendo a creare un’atmosfera di grande tensione, scandita da qualche colpo di scena, quando meno ce lo si aspetta, ciò che rende appassionanti le due ore di proiezione, durante le quali è difficile annoiarsi. Una fra le cose migliori viste quest’anno, anche se il film era già pronto nel 2014!

Chapeau alla piccola casa distributrice che, scommettendo sulla qualità del film (e degli spettatori), ha permesso di  vederlo a molti di coloro che ormai lo ritenevano perduto.

 

una caduta di stile (Gigolò per caso)

Schermata 04-2456770 alle 16.30.37recensione del film:
GIGOLO’ PER CASO

Titolo originale:
Fading Gigolo

Regia:
John Turturro

Principali interpreti:
John Turturro, Woody Allen, Sharon Stone, Sofía Vergara, Vanessa Paradis, Liev Schreiber, Bob Balaban, M’barka Ben Taleb, Tonya Pinkins, Aubrey Joseph, Dante Hoagland, Jade Dixon, Diego Turturro, Max Casella, Jill Scott, Aida Turturro, Michael Badalucco, Katherine Borowitz, David Margulies, Eugenia Kuzmina, Loan Chabanol, Ari Barkan, Joseph Basile, Allen Lewis Rickman, Elli, Delphina Belle, Anna Kuchma, Teddy Bergman, Aurelie Claudel, Sol Frieder, Hilma Falkowski, Donna Sue Jahier, Fran Lieu, David Altcheck, Russell Posner, Salimatou Sillah, Abe Altman, Ted Sutherland, Ness Krell, Isaiah Clifton – 98 min. – USA 2013.

Grazie a qualche “geniale” e fantasioso traduttore di titoli, un gigolò sbiadito, scolorito, privo di smalto, triste, (fading) diventa un gigolò per caso, laddove il caso proprio non si vede che cosa c’entri!
Il povero Fioravante (John Turturro) conduce una vita solitaria e grama, e in questo tempo di crisi è più triste e meno brillante del solito. Va detto, in ogni caso, che egli non è un uomo allegro di suo, forse perché è solo, o perché ha un lavoro precario (compone per un negozio eleganti e bellissimi mazzi di fiori) o semplicemente perché pensa che ci sia poco da ridere in questo mondo. E’ molto amico di Murray (Woody Allen), che ha in animo di chiudere la sua bella e antica libreria di Brooklyn, ormai poco frequentata, (la crisi si fa sentire anche lì!). Secondo Murray, però, potrebbero entrambi vivere da ricchi se solo Fioravante accettasse di diventare un gigolò, cioè se si prostituisse. A Murray il compito di procurargli le clienti; a lui quello di accontentarle per guadagnare per sé e per l’amico, trasformato in sfruttatore, “pappone” : c’è giusto una bella e ricca signora (Sharon Stone), dermatologa di Murray e donna di successo, che vuole togliersi qualche capriccio ed è disposta a pagare profumatamente un bravo amante sufficientemente spregiudicato da accettare anche un rapporto a tre. Parrebbe, dunque, l’uovo di Colombo, la via per farsi i soldi cui tiene in modo particolare Murray, che ha una famiglia numerosa cui provvedere. Questa proposta, però, viene accolta da Fioravante con molta riluttanza, poiché, meno cinico dell’amico, è poco incline a vendere il proprio corpo, ed è refrattario a diventare oggetto di trastullo per donne ricche e trasgressive. Il racconto del film oscilla fra il petulante chiacchiericcio torrenziale di Murray-Allen, che utilizza il proprio capzioso laicismo di ebreo eretico per convincere l’amico della innocenza di una così redditizia scelta (è in fondo il mestiere più antico del mondo!) e il progressivo incupirsi di Fioravante -Turturro, che, innamoratosi della giovane e bella vedova di un rabbino, ricorsa alle sue cure per elaborare il lutto, non intende più cimentarsi con quel tipo di prestazioni. Le vicende che si intrecciano a questo nucleo narrativo, pur contenendo alcuni spunti di riflessione interessanti e alcune belle e fulminanti battute sul fondamentalismo religioso e sul razzismo, non cambiano sostanzialmente la struttura del film, che annovera fra i suoi (pochi) pregi la suggestiva fotografia: New York è talmente bella che si presta davvero, ovunque la si guardi, a sfondi meravigliosi, anche se si tratta come in questo caso delle strade e delle case di Brooklyn e non di quelle di Manhattan. Fra i suoi difetti più gravi, checché ne dica la maggior parte dei critici, che, a torto, secondo me, parlano di una presunta levità raffinata della pellicola, la volgarità della situazione è davvero greve, in modo particolare quella del personaggio di Murray, così sgradevole da diventare irritante anche per me, che pure non sono capace di scandalizzarmi neppure di fronte alle scene più osé. Di questa volgarità, credo che la clip che segue possa costituire una buona dimostrazione.

Non riesco a riderne e neppure a sorriderne: che volete, nessuno è perfetto!

Ulisse e l’odissea di Llewyn Davis (A proposito di Davis)

Schermata 02-2456695 alle 20.28.31recensione del film
A PROPOSITO DI DAVIS

Titolo originale
Inside Llewyn Davis

Regia:
Joel e Ethan Coen

Principali interpreti:
Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett, Max Casella, Jerry Grayson, Jeanine Serralles, Adam Driver, Stark Sands, John Goodman, Garrett Hedlund, Alex Karpovsky, F. Murray Abraham, Ricardo Cordero, Jake Ryan, James Colby, Mike Houston, Steve Routman, Ian Blackman, Genevieve Adams, Bonnie Rose Titolo originale Inside Llewyn Davis – 105 min. – USA, Francia – 2013.

Llewyn Davis è un personaggio dei fratelli Coen che appartiene alla folta schiera dei loro non eroi, gli sconfitti, che, innocenti, senza colpe come Giobbe, sono perseguitati dal loro dio crudele, o, se si preferisce, dal destino, al punto da vedersi negare la realizzazione di qualsiasi sogno o progetto a lungo accarezzato. Rassomiglia al mite Larry di A serious man, o a Barton Fink, lo scrittore spaesato in un mondo che non lo capisce e che neppure lui capisce; o a tanti altri perdenti dei loro film, apparentemente molto diversi, come Donnie o Drugo di Il grande Lebowski.
Lewyn (Oscar Isaac), che era un eccellente musicista, nonché un sensibilissimo poeta, scriveva canzoni stupende e cantava con voce bellissima, in coppia con un partner nei bar del Greenwich Village dei primi anni ’60, quando l’intera zona (che ora, ristrutturata anche troppo a fondo, è tra le più chic e snob di Manhattan) era un agglomerato sporco e maleodorante di case operaie poverissime. L’amico, che nei fumosi locali di quel quartiere condivideva con lui la passione per la musica e l’effimera gloria del successo serale, si era, purtroppo, gettato dal Washington Bridge, lasciandolo solo e poverissimo. Da allora, le sue belle canzoni folk avevano acquistato una tristezza disperata e abbastanza insolita; piacevano molto ad alcuni intellettuali, ma non avevano grandi probabilità di affermarsi in un mercato soggetto alla disponibilità a rischiare i propri soldi da parte di editori e discografici molto guardinghi. Questi, in verità, lo ascoltavano assai volentieri, apprezzandone talento e qualità, ma tutti gli chiedevano qualche compromesso: testi meno cupi, nonché un altro partner, secondo la tradizione commercialmente ben consolidata, proprio quella che il nostro Llewyn intendeva combattere. Conduceva in tal modo la sua quotidiana esistenza fra debiti e vita da bohème, ospitato a turno, per dormire, dai facoltosi ammiratori della sua musica che la sera erano accorsi al Village dalle loro abitazioni e che gli offrivano, per la notte, un divano accogliente: ogni notte, dunque, uno spostamento con quelle poche povere cose nelle quali ormai tristemente si compendiavano il suo passato e le sue speranze. Anche nelle belle case dell’Upper East Side, però, qualche inaspettato accadimento gli scombinava i piani e gli impegni: il bel gattone rosso, di cui Davis ignorava il nome, era furtivamente fuggito dall’appartamento, al mattino, non appena egli aveva cercato di uscire, né aveva potuto ritrovarlo, quando, proprio come Holly Golyghtly*, lo aveva invano cercato nei vicoli di New York, proprio come lei chiamandolo a gran voce “Gatto”! Ecco, poi, che, credendo di averlo riacciuffato, lo aveva portato con sé in partenza per un’audizione a Chicago: altro inutile ingombrante fardello da trascinarsi appresso, insieme alla chitarra e ai pochi suoi dischi precedenti, durante l’altrettanto inutile e rocambolesco viaggio, nel freddo invernale, senza cappotto e con le scarpe sfondate. Il gatto dei suoi ospiti ha un ruolo molto importante nel film: intanto scopriremo subito che non è quello che egli aveva creduto di ritrovare: un urlo forsennato della padrona di casa alla ricerca di un introvabile… scroto ne smaschererà l’impostura; inoltre il vero gatto di famiglia se ne tornerà a casa con le sue zampe: non per nulla si chiama Ulisse! Il richiamo all’Odissea e all’Itaca ritrovata suona ironico e molto amaro per Llewyn Davis, condannato a peregrinare a vuoto e senza alcun approdo familiare. La vita da homeless non era davvero il meglio, anzi, per affrontare l’implacabile inverno di New York, la città, bella e spietata, capace di indurire ogni cuore: quello di sua sorella, che si era organizzata una vita piccolo borghese e non lo voleva fra i piedi; quello di Jean Berkey (una Carey Mulligan bravissima ma quasi irriconoscibile nella sua acida aggressività), la cantante, partner musicale e moglie incinta del suo miglior amico, che temendo di portare in grembo, in realtà, un figlio suo, lo aveva apostrofato con terribili ingiurie e contumelie, costringendolo a trovare i soldi per farla abortire. Tutti lo evitavano nel terrore che l’infezione della povertà si trasmettesse a loro, che contagiasse i loro figli, che attentasse alla rispettabilità mediocre che in qualche modo li accontentava e che non intendevano mettere in discussione. Gli restava un padre a cui ricorrere nei momenti di bisogno: un vecchio operaio della marina mercantile, ora ricoverato in un ospedale per vecchi, demente e quasi dimentico di lui, evocato in una scena fra le più suggestive e drammatiche del film.
La narrazione dei registi ci descrive l’odissea di Llewyn, nel corso di una settimana e si conclude con una scena che , circolarmente, ci riporta all’inizio della narrazione: un’ aggressione che lo lascia pesto e sanguinante su un lurido e gelido marciapiede del Village, mentre, all’interno di un altro locale, Bob Dylan si sta facendo le ossa: di lì a poco si imporrà sulla scena internazionale come l’unico e vero innovatore del folk americano, confinando il povero Llewyn nella irrilevanza, ciò che ne conferma il destino di artista non riconosciuto ai suoi tempi e perciò perennemente inattuale, così come molto spesso sono inattuali e incompresi tutti i veri artisti.


I Coen hanno dichiarato in un’intervista del 17 ottobre 2013 ai giornalisti Joachim Lepastier e Mathieu Macheret**, di essersi ispirati, molto liberamente, alle memorie del cantante Dave Van Ronk, da cui, in ogni caso, hanno tratto le canzoni e gli arrangiamenti musicali. Nel corso di questa loro lunga chiacchierata, essi hanno tuttavia voluto escludere di aver girato un film biografico su quello o su altri artisti dell’epoca ricostruita nel film. Difendendo orgogliosamente la loro libertà creativa hanno sostenuto che attenersi a una storia realmente accaduta avrebbe limitato troppo i loro movimenti e la loro legittima interpretazione della realtà, che è infatti, a mio giudizio, coerentemente e chiaramente riconoscibile. Il loro incontro con l’attore cantante Oskar Isaac ha poi di per sé creato quel valore aggiunto che ha permesso loro di tratteggiare in modo originale il profilo di un cantante originale, perché, casualmente (sono o no i fratelli Coen?), la voce di Oskar, profonda e vellutata, molto diversa da quella roca di Dave Van Ronk, ha determinato la personalità di Llewyn, che si è quasi imposta da sola.
La fotografia bella e malinconica, i colori luminosi e parzialmente desaturati ci danno l’impressione quasi fisica dell’inverno gelido di New York e dell’atmosfera fredda che circonda la sfortunata carriera di Llewyn. Film molto bello, premiato nel maggio 2013 a Cannes con la palma d’argento per la migliore regia, da non perdere assolutamente!

*secondo me è evidentissima, qui infatti, la citazione della famosa pagina finale di Colazione da Tiffany. Non è neppure l’unica citazione di quel film (sempre secondo me).

**Cahiers du Cinéma del novembre 2013 pagg.10/13
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Riporto qui di seguito la canzone che viene integralmente presentata da Llewyn all’inizio del film: Hang Me, oh Hang Me

e quella che Llewyn canta al padre: Shoals of Herring

In entrambi i casi la voce è quella di Oskar Isaac.
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Chi avesse, invece, la curiosità di sentire la voce di Dave Van Ronk, può ascoltarla QUI, nella canzone Hang Me, oh Hang Me

cupo drammone (C’era una volta a New York)

Schermata 01-2456683 alle 16.52.39recensione del film.
C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK

Titolo originale:
The Immigrant

Regia:
James Gray

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Dagmara Dominczyk, Angela Sarafyan – 120 min. – USA 2013

C’era una volta e c’è tuttora, a sud est di Manhattan, di fronte all’isoletta di Lady Liberty (nota da noi come Statua della libertà), l’isola di Ellis Island. Il suo nome è sinistramente legato alle migrazioni verso gli Stati Uniti: lì sbarcavano, infatti, gli sventurati che speravano di lasciarsi alle spalle miseria e spesso anche persecuzioni, sedotti dal sogno americano, nel grande “paese delle opportunità”. Come è ben raccontato all’inizio di questo film, Ellis Island era organizzata per sottoporre a spietata selezione i nuovi arrivati: medici e agenti federali si affiancavano, nell’edificio, ora Museo dell’immigrazione, per accertare che essi non fossero da espellere in quanto portatori di malattie contagiose, ma anche per respingere ai luoghi d’origine chiunque si ribellasse al loro arbitrio, immediatamente sospettato di simpatie rivoluzionarie e sovversive. Qui erano giunte, intorno agli anni ’20, due sorelle polacche, Ewa (Marion Cotillard) e Magda (Angela Sarafyan), nell’intento di sottrarsi alle discriminazioni ai pogrom e alle vendette che, dopo la prima guerra mondiale, continuavano ad affliggere le popolazioni dell’Europa orientale. Le due giovani, rimaste orfane e molto legate, si erano sostenute a vicenda durante il viaggio confidando, vanamente, nell’accoglienza generosa di una zia che a New York si era sposata e lì da tempo risiedeva. In quella città, però, solo Ewa era entrata, poiché Magda, tradita da un colpo di tosse e sottoposta a immediati accertamenti, dapprima minacciata di espulsione, era stata forzatamente ricoverata in ospedale per curare la tubercolosi da cui era affetta. Su questo sfondo agisce, mescolandosi ai migranti e cercando di non dar troppo nell’occhio, Bruno Weiss (Joaquin Phoenix), giovanotto, ebreo e polacco a sua volta, che nel corso del racconto assumerà un ruolo sempre più importante. Egli era arrivato a New York assai prima delle due sorelle e aveva trovato la sua strada gestendo un equivoco cabaret, fatto di spettacolini sgangherati e volgari in cui si esibivano in uno sguaiato balletto un po’ di ragazze polacche, pronte a prostituirsi dopo la danza, in cambio di un letto e del cibo, cui egli stesso provvedeva, grazie ai turpi guadagni dell’amore a pagamento. Bruno, dunque, era un lenone, alla caccia di fanciulle belle e sventurate cui offrire “lavoro” e casa. Egli, tuttavia, era rimasto molto colpito dalla bellezza fine e delicata di Ewa, di cui, a poco a poco, si era innamorato davvero, tanto che era sinceramente disposto ad aiutarla per far uscire Magda dall’ospedale. Non era, però, disposto a rinunciare ai proventi che dalla sua esibizione e prostituzione gli arrivavano, neppure davanti alla riluttanza disperata di lei. La ricostruzione precisa delle circostanze storiche e delle relazioni umane di dominio o di subalternità che dal primo momento si delineavano, fra chi aveva il potere di decidere della vita altrui e la folla dei diseredati, pronti a tutto, costituisce lo scenario giusto per comprendere perché potessero crearsi situazioni così paradossali, in cui l’incomunicabilità più totale avrebbe impedito l’instaurarsi di qualsiasi rapporto d’amore condiviso, possibile solo nella parità delle condizioni dei due partner.

E’questa, mi pare, la parte migliore di quest’ultima fatica di James Gray, il regista di altri film molto belli, quali I padroni della notte e Two Lovers. Purtroppo nel seguito della pellicola, il regista, invece di sviluppare i temi iniziali che erano stati impostati così bene, introduce l’elemento melodrammatico della rivalità amorosa fra Bruno e il cugino Orlando (Jeremy Renner), fantasista e istrionico prestigiatore, a sua volta innamorato della bella Ewa. Va da sé che i due, non essendo proprio gentiluomini oxfordiani, si affronteranno a suon di botte, di coltellate e anche di pistolettate, introducendo un elemento di grande violenza sanguinaria, del tutto inattesa e poco consona all’andamento malinconico e quasi favoloso dell’inizio della storia, sottolineato anche dalla fotografia appositamente ambrata, ingiallita e sbiadita, molto bella.
Peccato! Il melodramma appesantisce una buona parte di questo film, rendendolo, per i miei gusti, quasi un indigeribile polpettone, alquanto lacrimoso, del quale il regista avrebbe dovuto controllare meglio gli effettacci finali, fra dolori di ossa rotte, lacrime e ferite. Gli attori sono molto bravi.

i geni del successo (Blue Jasmine)

Schermata 12-2456632 alle 22.49.12recensione del film
BLUE JASMINE

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Alec Baldwin, Cate Blanchett, Louis C.K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, Sally Hawkins, Peter Sarsgaard, Michael Stuhlbarg, Joy Carlin, Richard Conti, Glen Caspillo, Charlie Tahan, Annie McNamara, Daniel Jenks, Max Rutherford, Tammy Blanchard, Kathy Tong, Ted Neustadt, Andrew Long, Lauren Allan, John Harrington Bland, Leslie Lyles, Glenn Fleshler, Brynn Thayer, Christopher Rubin – 98 min. – USA 2013.

Jasmine (eccezionalmente interpretata da Cate Blanchett) ha di sé una stima altissima: è addirittura convinta di possedere i geni che le danno la capacità di emergere in un mondo fatto di persone che si accontentano, come la sorellastra Ginger (grande e umanissima Sally Hawkins), adottata, come lei, da una coppia senza figli.
Jasmine è in realtà una donna che desidera soprattutto essere al centro di ogni attenzione perché si ritiene una “vincente”: è la donna più bella, la più intelligente, la più raffinata, quella che conosce le persone giuste; che ha gli indirizzi giusti; che viaggia con un set di valigie Vuitton; che soffre se la si considera una donna come altre. Sembrerebbe una di quelle insopportabili snob che tutti, o prima o poi, incontrano nella vita, ma non è così. Fin dall’inizio, infatti, Jasmine rivela che l’unico vero oggetto dei propri interessi e della propria comunicazione sociale è se stessa, o, per meglio dire, l’immagine che di sé vorrebbe dare al suo prossimo, per costruire la quale aveva addirittura cambiato il proprio nome, trasformando l’originario Janette in Jasmine, nome misteriosamente evocativo di soavi profumi. Molto importante, a questo scopo, era stato il suo matrimonio con Hal, uomo non comune (per fortuna, direi!) come quelli con i quali si faceva vedere Ginger, i cui geni da “perdente” la portavano ad accontentarsi di qualsiasi muscoloso giovanotto. Si mormorava che Hal fosse un abilissimo truffatore, arricchitosi grazie alla spregiudicatezza con la quale si era impadronito del denaro che gli veniva affidato a scopo di investimento. Jasmine, prigioniera della sua immaginazione, riluttante a prendere atto della realtà, non voleva credere a queste voci, benché nella truffa fosse incappata anche Ginger, così come non voleva vedere i numerosi segnali dell’imminente crisi matrimoniale, che presto l’avrebbe travolta, privandola di balocchi e profumi, nonché delle frequentazioni mondane dei vernissages newyorkesi, delle cene nelle case dell’Upper East Side o del Village, dove i suoi begli abiti nonché i suoi splendidi gioielli erano al centro delle attenzioni e dei commenti di tutti.

Insieme al matrimonio, purtroppo, entrava in crisi quell’equilibrio fragilissimo sul quale la donna aveva costruito la propria menzognera identità. Da New York, Jasmine è costretta a trasferirsi a San Francisco, per ottenere l’aiuto di Ginger, la sorellastra generosa, priva dei geni preziosi del successo. Lascio completamente ai miei lettori la conclusione del film, non senza però aver sottolineato che a San Francisco, forse per la prima volta nel suo cinema, Woody Allen si confronta con la difficile realtà post industriale americana, nella quale i “proletari” di un tempo, neppur troppo lontano, compresa la stessa Ginger, si arrabattano, cercando di riciclarsi all’insegna della più assoluta precarietà, nel mondo produttivo che sta cambiando aspetto. Per la prima volta quindi, non più a New York, ormai totalmente terziarizzata, lo squarcio di una realtà diversa irrompe nei film di questo regista, lasciandoci l’impressione che l’aria degli Stati Uniti gli faccia certamente molto bene, visto che gli permette di ritrovare la propria miglior vena creativa, insieme all’originalità di una rappresentazione sociale insolita, rispetto a quella dei film ai quali ci aveva abituati.
Questo non significa che Blue Jasmine sia un nuovo capolavoro: significa, invece, che nonostante i difetti, il primo dei quali è aver reso troppo elegiaco e malinconico un personaggio tragico, come quello di Jasmine, banalizzandone un po’ i problemi, questo film è, infine, notevolmente migliore di tutti i suoi film girati in Europa.

inquietanti pillole (Effetti collaterali)

Schermata 05-2456416 alle 22.46.28recensione del film:

EFFETTI COLLATERALI

Titolo originale:

Side Effects

Regia:

Steven Soderbergh

Principali interpreti:

 Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, Vinessa Shaw, David Costabile, Polly Draper, Laila Robins, Ashlie Atkinson, Kerry O’Malley,James Martinez, Greg Paul, Andrea Bogart, Nicole Ansari-Cox, Carol Commissiong, Peter Y. Kim, Kevin Cannon, Kelly Southerland, Dennis Rees – 106 min. – USA2013. –

E’ un buon giallo questo film di Soderbergh, ben costruito e sufficientemente teso per tener desta l’attenzione lungo tutta la sua durata. Ci racconta della depressione di Emily, dei tentativi di cura, del suo peggioramento, della somministrazione di psicofarmaci rischiosi, non essendo stati sperimentati a sufficienza. Emily (Rooney Mara) sembra trarre giovamento dal loro uso, ma gli inquietanti fenomeni di sonnambulismo, da cui è tormentata da un po’ di tempo (da quando li assume), potrebbero, per l’appunto, provocare effetti secondari sul comportamento, certo non voluti. Solo così si spiegherebbero le letali tre coltellate inferte all’amato Martin (Channing Tatum), il marito da poco tornato a casa, dopo quattro anni di galera. Che cosa fosse successo fra i due si viene a sapere subito, perché l’inizio del film ci presenta, oltre all’epilogo tragico della loro vicenda, tutti gli antecedenti della loro vita di coppia: matrimonio d’amore, per entrambi; festoso banchetto nuziale all’aperto; Emily felice al settimo cielo; improvviso arrivo della polizia che circonda Martin e se lo porta via. E’ accusato di insider trading: speculazioni illecite sui titoli di borsa, condotte utilizzando o diffondendo informazioni illegali. Da questo momento ha inizio la lunga vicenda della depressione della giovane donna: il sogno di felicità distrutto; il ricorso alla psicologa Victoria Siebert (Catherine Zeta-Jones); l’alternarsi di momenti scuri a momenti più sereni; finalmente, poi, il ritorno di Martin. Il problema è, però, che la depressione è ancora lì, a insidiare il loro rapporto, a turbare i rari momenti della loro vita sociale, a mettere in forse la stessa esistenza di lei: un oscuro schianto contro il muro che indica l’uscita di un garage sotterraneo richiede il suo ricovero all’ospedale per sospetta commozione cerebrale, nonché un intervento, forse più qualificato di quello della psicologa Victoria, per sospetto tentato suicidio. Entra in scena a questo punto un brillante psichiatra, promettente giovane medico di origine londinese, ora a New York (sfondo splendido dell’intero film ), dove ha preso moglie e  fa da padre, affettuosissimo, al bambino di lei. E’ il dottor Banks (perfetto Jude Law), che, essendo consulente dell’industria produttrice di un diffusissimo e molto reclamizzato farmaco tranquillante, non potrebbe, a rigor di logica e di conflitto di interessi, consigliarlo o prescriverlo, essendone nota, tra l’altro, la relativa efficacia nei casi di agitazione un po’ troppo euforica, ma ignoto l’effetto sui casi di depressione. 

Della vicenda e dei suoi risvolti giudiziari non aggiungerò altro, per non togliere il piacere della visione ai miei lettori. L’aspetto interessante, però, al di là dell’efficacia della suspense e della narrazione molto equilibrata ed elegante, è la capacità del regista di collocare la fiction sullo sfondo della società che vive nelle grandi città americane, dove, grazie a una martellante e capillare pubblicità, persino i farmaci e gli psicofarmaci vengono diffusi come surrogati  efficaci della felicità, come antidoti delle angosce e delle paure che travagliano le donne e gli uomini che in quelle città vivono nella più completa solitudine, proprio ciò che è all’origine delle loro nevrosi e delle ansie quotidiane. Le vicende del film ci dicono anche quanto sia diversa la verità dall’immagine di essa: i personaggi celano quasi tutti una vita assai torbida e ipocrita, un po’ come la bellissima New York in cui vivono, che nasconde i fantasmi inquietanti delle stazioni buie e solitarie del Metro, sotto le imponenti facciate dei suoi edifici, le magnifiche luci, le immagini rutilanti della sua vita convulsa.

l’origine della crisi (Margin Call)

recensione del film
MARGIN CALL

Regia:
J.C. Chandor

Principali interpreti:
Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgley, Simon Baker, Mary McDonnell, Demi Moore, Stanley Tucci, Aasif Mandvi, Ashley Williams, Susan Blackwell, Maria Dizzia, Jim Kirk, Al Sapienza, Jimmy Palumbo, Peter Y. Kim, Grace Gummer, Rich Campbell, Jason Denuszek, Stephen Fletcher, Kevin Keels, Kayden Kessler, Anna Kuchma, Toshiko Onizawa, Brigid Ryan, Lynn Spencer, Laura-Love Tode, Rob Tode, Naeem Uzimann, Reginald Veneziano, Steven Weisz – 109 min. – USA 2011
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Quando, qualche anno fa, il mondo delle banche e della finanza venne travolto dal fallimento della Lehman Brothers, su tutti i quotidiani apparvero, icone dell’evento, le immagini degli impiegati che a frotte uscivano dalla sede della società, percorrendo Wall Street con gli scatoloni nei quali avevano raffazzonato alla svelta i propri effetti personali, dopo aver ricevuto l’annuncio del licenziamento.
In questo film, che ricostruisce, in modo del tutto immaginario, quello storico fallimento, il regista cerca di far luce sulle frustrazioni individuali e sui drammi che tale evento ha comportato per quanti avevano riposto nell’azienda fiducia e speranza per il futuro, come il giovane manager Seth Bregmann sedotto soprattutto dal guadagno altamente remunerativo per un impegno un po’ acritico, ma anche per quelli che da trent’anni ci avevano lavorato senza risparmio, credendoci, come Sam Rogers, a cui tutto il denaro del mondo non sarebbe stato sufficiente consolazione per la perdita dolorosa del proprio cane.
La perdita del lavoro è un fatto gravissimo ovunque, poiché comporta la diminuzione dell’autostima, oltre che la fine delle prospettive di miglioramento e di carriera, ma in questo ambito, molto particolare, dei dirigenti, nel mondo americano, implica anche la perdita di status e di “privilegi”, quali la cessazione delle comunicazioni dirette col mondo manageriale attraverso il cellulare dedicato e la perdita dell’assicurazione sanitaria, che negli Stati Uniti non è garantita a tutti i cittadini.
Allorché, completando i calcoli di Eric Dale, dirigente di mezz’età appena licenziato, Peter Sullivan (ex promettente ingegnere, sedotto dall’ottima prospettiva di guadagno offerto dalla finanziaria) si rende conto dell’impossibilità di frenare la crisi incombente, viene decisa in piena notte la convocazione urgentissima dei responsabili dell’azienda ai livelli più alti. La società non verrà salvata (in ogni caso sarebbe stato difficile), poichè il Boss dei Boss, John Tuld, con una scelta condivisa, o per lo meno, non troppo contrastata, decide di venderne precipitosamente i titoli in borsa, facendone scendere il prezzo, ma garantendo un’abbondante spartizione delle spoglie fra i dirigenti più alti e fra quelli che sapevano. Che fine faranno i risparmiatori, i piccoli azionisti, i possessori dei titoli derivati che sono in ogni angolo del pianeta? La risposta di John Tuld è di un realismo spietato e di una impressionante lucidità: saranno le vittime di turno, non dissimili da quelle che hanno costellato, con il loro sacrificio, i decenni e i secoli; le leggi del mercato lo esigono: questa è la loro volta!

Il film spiega con immagini di icastica drammaticità tutto questo: il mercato, idolo crudele di una società che condanna la povertà come colpa, non può che emarginare coloro che, non occupando le stanze del potere economico e finanziario, non sono in grado né di resistere ai suoi richiami, né di controllare i propri investimenti, per ingenuità, per pigrizia, per incapacità: così va il mondo, così è sempre andato.
Ottima la regia J.C. Chandor, che dirige con sicurezza e senza alcun patetismo lo splendido cast di attori, fra i quali spiccano in modo particolare, Kevin Spacey, Jeremy Iron, Zachary Quinto, Stanley Tucci, nonché un’algida Demi Moore, aspirante e sgomitante executive woman.
Lo scenario della vicenda si alterna fra la visione gelida degli uffici in cui si consuma il dramma della società fallita, decisivo per la sorte di milioni di persone, e il panorama notturno mozzafiato di New York, che, vista di lì, appare ancora più attraente e maliosa del solito, città dal fascino quanto mai ambiguo, sirena che pare quasi invitare al suicidio, come viene detto in un bellissimo momento del film, quando in quella terribile notte, nell’attesa del super boss, un gruppo di giovani dirigenti esce sulla scala di sicurezza per fumare, affacciandosi sulla stupenda metropoli illuminata.

sesso e solitudine (Shame)

recensione del film:
SHAME

Regia:
Steve Mc Queen

Principali interpreti:
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware,Lucy Walters, Robert Montano, Anna Rose Hopkins, Jay Ferraro, Mackenzie Shivers, Alex Manette, Briana Marin, Frank Harts, Kate Dearing, Wenne Alton Davis, Eric Miller, Stephane Nicoli, Carl Low, Neal Hemphill, Mari-Ange Ramirez, Rachel Farrar
Gran Bretagna, 2011 – 99 minuti
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Di Brandon (Michael Fassbender), giovane di origine irlandese, della sua storia e dei suoi trascorsi familiari e amorosi, il film non ci dice nulla, perché il regista entra immediatamente “in medias res” e ci presenta il personaggio nella sua dimora newyorkese, alle prese con le operazioni quotidiane fra il risveglio, la doccia e l’ufficio. Più avanti incontreremo la sorella, la graziosa Sissy (Carey Mulligan), cantante nei locali della notte newyorkese, inquieta e insicura, che si rifugia a casa di Brandon, non sapendo dove andare per un incontro amoroso. Sapremo da lei di un primo soggiorno nel New Jersey, e del successivo stabilirsi a New York, breve tragitto, ma indizio di una posizione sociale certamente migliorata. Di fatto l’appartamento di Brandon è bello e luminoso, con vista sulla metropoli davvero bellissima, così come è bellissimo il panorama della città dai piani alti dell’edificio dove Brandon lavora: una fra le città più affascinanti del mondo.
Lo scenario è però anche quello delle tragedie personali di Sissy e di Brandon, persone fondamentalmente sole, alle prese con i loro problemi: la piccola Sissy, porta, nelle numerosissime cicatrici sulle braccia, i segni di un più volte reiterato tentato suicidio; il giovane Brandon nasconde sotto il bel volto, apparentemente sereno, l’ossessione che, come una droga che ha ormai prodotto assuefazione, lo spinge in modo incontrollabile alla ricerca del piacere sessuale, senza badare al come, al dove, al quando, al con chi. La conseguenza di questa irrefrenabile foia è il degrado nei rapporti umani e sociali, che affiora alla coscienza, soprattutto quando alcuni fondamentali episodi lo portano a provare vergogna di sé e dei suoi comportamenti, poiché contribuiscono a isolarlo dalla sorella, dalla gente dell’ufficio, nel quale egli occupa una posizione eminente, nonché da ogni vero rapporto d’amore, per il quale la sua esuberanza sessuale si mostra per quello che è, cioè miserabile e insufficiente. La condanna alla solitudine più profonda e l’infelicità crescente vengono sottolineate dal colore sempre più livido della pellicola, dal prevalere della NewYork notturna dei locali malfamati e ancora una volta frequentati in un crescente “cupio dissolvi” senza sbocco.
Il regista racconta con l’eleganza e la freddezza necessarie a un soggetto così scabroso la discesa agli inferi del protagonista, avvalendosi della stupenda recitazione di tutti gli attori, soprattutto di Michael Fassbender, perfetto nella difficilissima parte dell’erotomane sempre più turbato e della tenera Carey Mulligan, brava anche come cantante (come è struggente sentirla in NewYork, NewYork!), che ha compreso come attraverso il corpo si possano trasmettere, se si vuole, parole di solidarietà accogliente e di affetto, quelle proprio che vorrebbe sentire intorno a sé.