Corri ragazzo corri

Schermata 2015-01-28 alle 15.36.09recensione del film:
CORRI RAGAZZO CORRI

Titolo originale:
Lauf Junge lauf

Regia:
Pepe Danquart

Principali interpreti:
Andrzej Tkacz, Jeanette Hain, Rainer Bock, Itay Tiran, Katarzyna Bargielowska, Zbigniew Zamachowski, Elisabeth Duda, Urs Rechn, Sebastian Hülk, Grazyna Szapolowska, Olgierd Lukaszewicz, Miroslaw Baka, Izabela Kuna, Przemyslaw Sadowski – 108 min. – Germania, Francia, Polonia 2013

E’ uscito per pochi giorni questo film, ispirato a un romanzo di Uri Orlev che è la storia vera del cittadino israeliano Yoram Friedman. Il film meriterebbe una lunga permanenza nelle nostre sale, sia per la sua bellezza intrinseca, sia perché il suo contenuto storico, morale e civile dovrebbe essere conosciuto da tutti, soprattutto in un paese come il nostro, dalla memoria troppo corta. La mia recensione è un invito a chi se lo fosse perso, a vederlo, sia pure solo nella versione in DVD, che spero esca al più presto.

Dopo il rastrellamento nazista del Ghetto di Varsavia, il padre del piccolo Srulik aveva sacrificato coscientemente la propria vita pur di agevolare la fuga del suo bambino, affidandogli le ultime e terribili parole, il significato profondo delle quali egli, solo a guerra finita, avrebbe compreso compiutamente. Quelle parole paterne lo invitavano a mettersi innanzitutto in salvo, a qualsiasi costo, dimenticando il proprio nome, i suoi cari e tutto quanto di bello e di amabile egli aveva conosciuto fino a quel momento, ma gli raccomandavano anche e soprattutto di non tradire mai le proprie origini, avendo sempre e comunque presente di essere ebreo.
Iniziò pertanto, col falso nome di Jurek, la drammatica fuga del piccino attraverso le foreste della Polonia, giorno dopo giorno, in ogni stagione dell’anno, anche quando il gelo non dava tregua e la fame si faceva sentire più acuta. Durante quegli anni tremendi, prima che i soldati russi attraversassero le frontiere polacche, liberando quelle terre e anche gran parte dell’Europa dall’incubo nazista, Jurek aveva incontrato altri bambini in fuga come lui, contadini polacchi che l’avevano accolto e fatto lavorare in cambio di cibo, donne che gli avevano fatto da madre nei momenti più duri, famiglie che gli avevano insegnato le preghiere cattoliche, sperando anche in questo modo di sottrarlo alla caccia dei nazisti. Altri incontri, però, erano stati molto difficili e gli avevano rivelato il volto bestiale dell’odio, come  quando si era imbattuto in uomini e donne senza scrupoli e incapaci di compassione, le cui infamie più efferate erano spesso il frutto della sete di denaro che avrebbe compensato le loro delazioni, ma anche il prodotto avvelenato del razzismo antisemita che penetrando, purtroppo, nei cuori e nelle menti, aveva imbarbarito le coscienze di troppi. A Jurek era persino capitato di vedersela con un ufficiale delle SS, che, impressionato dal suo coraggio, aveva desistito dal feroce inseguimento.

Alla fine della guerra, ormai adolescente, portando nel corpo i segni indelebili dell’ottusa persecuzione di cui era stato vittima, il ragazzo, aveva dovuto scegliere fra l’affetto protettivo della famiglia cattolica che l’aveva adottato, e l’incognita di un suo inserimento nell’orfanotrofio della Comunità Ebraica che intendeva farlo arrivare, insieme ad altri orfani, alla terra di Israele: solo allora le ultime parole del padre ne avrebbero determinato destino.
Non rivelo altro su questo film, ma ne raccomando la visione, augurandomi che siano soprattutto le scuole a utilizzarlo, perché occorre davvero che i più giovani sappiano e ricordino: a prescindere dai pregi estetici, pur presenti nella pellicola, questo è un film che deve essere visto.

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occasione sprecata (Storia di una ladra di libri)

Schermata 03-2456745 alle 12.51.00recensione del film:
STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI

Titolo originale:
The Book Thief

Regia:
Brian Percival

Principali interpreti:
Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch. Drammatico, – 125 min. – USA, Germania 2013

Questo è uno di quei film che non meriterebbe, a mio parere, la fatica di una recensione, se non per il serissimo argomento di cui tratta e che richiede un’ attenta riflessione.
Ci troviamo in una piccola città tedesca nel 1939, perciò in pieno regime hitleriano. Qui, attesa da una coppia di coniugi che si è offerta di adottarla, giunge, accompagnata da alcune volontarie della Croce Rossa Internazionale, Liesel, che ha poco più di dieci anni. In verità l’adozione avrebbe dovuto riguardare anche il fratellino della bimba, ma questi, in precarie condizioni di salute, era morto durante il faticoso trasferimento in treno, cosicché solo Liesel aveva potuto essere accolta nella casa povera, ma ospitale, dei coniugi Hans e Rosa Hubermann (Geoffrey Rush e Emily Watson). Apprendiamo che la madre di Liesel, militante comunista e perseguitata politica, aveva dovuto lasciarla per riparare all’estero e, cosa incredibile, che la piccola era analfabeta, ciò che le provocava molte difficoltà fra i suoi compagni di scuola dai quali era derisa. Sarà Hans a insegnarle non solo a leggere, ma ad apprezzare i libri che Liesel avidamente si sarebbe procurata, sottraendoli, con rischio personale, alla ricca biblioteca del borgomastro della cittadina. Presso casa Hubermann era giunto, inatteso ma generosamente accolto, il giovane ebreo Max Vandenburg, che, lasciata la famiglia per sfuggire ai rastrellamenti nazisti, aveva evitato il lager, ma si era ammalato per gli stenti e il freddo, spostandosi a piedi, stremato per la stanchezza e la fame. Il suo arrivo aveva aperto gli occhi di Liesel sulla realtà disumana del nazismo: ne aveva già conosciuto l’avversione alla cultura durante il rogo dei libri a cui aveva dovuto assistere con orrore e sgomento; ora ne sperimentava la volontà ferocemente persecutoria del tutto immotivata, nei confronti di creature inermi e innocenti. Farà tesoro degli insegnamenti di Hans e anche degli utilissimi incoraggiamenti di Max, intellettuale colto e raffinato, per progettare il proprio futuro, interamente dedicato alla causa della solidarietà fra gli uomini, alla pace nella libertà e alla cultura. Questi temi di sicuro interesse storico, vengono sviluppati in modo molto superficiale, con molta approssimazione e raccontati grazie alla voce narrante della Morte, artificio retorico del tutto ingiustificato e molto fastidioso. Forse il film è rivolto al pubblico dei pre-adolescenti, che potrebbero essere attratti dal racconto delle sventure di Liesel e di Max, cominciando a farsi un’idea delle nefandezze del nazismo, senza andar troppo per il sottile e senza badare alle inverosimiglianze del film, agli stereotipi e ai troppi registri narrativi che ne rendono incerta la coerenza.
Lo scopo nobile, però, non trasforma un film mediocre in un bel film. Peccato. Ottima prova di tutti gli attori, bambini e adulti, con una speciale menzione a Geoffrey Rush.

Il film è tratto dal romanzo omonimo di uno scrittore australiano, Markus Zusak, che, pubblicato nel 2005, ha venduto più di otto milioni di copie. L’opera tradotta in italiano è stata pubblicata dall’editore Frassinelli.