Vox Lux

recensione del film:
VOX LUX

Regia:
Brady Corbet
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Principali interpreti:
Natalie Portman, Jude Law, Stacy Martin, Christopher Abbott, Raffey Cassidy, Jennifer Ehle, Maria Dizzia, Matt Servitto, Logan Riley Bruner, Meg Gibson, Daniel London, Micheál Richardson, Leslie Silva, Allison Winn – 110 min. – USA 2018.

 

Al centro di questa pellicola, la storia di Celeste (Raffey Cassidy), ragazzina tredicenne, di vivace intelligenza, amata e coccolata dalla famiglia che, volendo assecondarne l’estro creativo, la iscrive all’High School ad indirizzo artistico, un po’ lontano dall’abitazione, ma molto adatta a lei.
È finita la vacanza di Capodanno nel 1999; gli studenti rientrano a scuola. Un po’ in ritardo arriva anche il compagno di classe, disturbato e balordo, che, armato fino ai denti, sta per scaricare il fucile contro i suoi coetanei dopo aver abbattuto l’insegnante: una strage atroce; una delle tante che periodicamente insanguinano le scuole americane. Celeste è colpita da un pallettone che, quasi miracolosamente (si fa per dire), rimane conficcato nel tratto cervicale delle vertebre…
È il prologo, rapidissimo e choccante, del film, prima dell’elegante avvio dei titoli di testa.

Un anno dopo, Celeste avrebbe lasciato l’ospedale su una sedia a rotelle, distrutta, ma con una gran voglia di vivere e di dimenticare, cosa impossibile: quel pallettone inasportabile era sempre lì a risvegliarne gli incubi, mentre i dolori lancinanti, per il resto della vita ne avrebbero scandito le giornate, costringendola a fare dei calmanti i suoi inseparabili compagni di strada.
Gli esercizi riabilitativi, invece, l’avrebbero rimessa in piedi, senza restituirle, però, l’uso del braccio destro: si infrangevano contro la realtà durissima i sogni di scrivere e disegnare; con cautela, avrebbe potuto danzare, nonché, con un filo di voce, cantare: la sorella Ellie (Stacy Martin) scriveva per lei la musica, accompagnando alla tastiera la sua prima esibizione nell’accogliente coro della parrocchia.
Si vanno delineando ruoli e presenze umane e conflittuali che, insieme a quella del Manager senza nome e senza qualità (Jude Law), incrociato per caso, e immediatamente interessato alle sue performance, le avrebbero permesso di diventare una star acclamata (ora interpretata da Natalie Portman), ispiratrice, forse, con le sue maschere luminose e scintillanti, di un gravissimo attentato terroristico sulle spiagge della Croazia, di cui i giornali, i social e le TV in cerca di scandali, avrebbero voluto informare un pubblico, a sua volta pronto a distruggere l’idolo di un tempo.

Il regista mostra, a questo punto della storia, un’incertezza ideativa che gli impedisce di concludere in modo convincente le tracce narrative che aveva abilmente lasciato intuire nella prima parte del film. Puntando sulla centralità della recitazione di una Natalie Portman più del solito urlante e isterica, che alla grande gigioneggia  autocitandosi, Corbet perde l’occasione di approfondire gli aspetti oscuri delle vicende di tutti i suoi personaggi, i cui conflitti percorrono sotterranei l’intero film; preferisce accontentarsi di banalizzarli riducendo il male all’ opposizione fra tenebre e luce ed evocando addirittura, senza tema del ridicolo, il patto col diavolo di faustiana memoria.
Presentato alla rassegna veneziana dello scorso anno, questo film ha deluso molti di coloro che si aspettavano la conferma delle qualità di regia che Brady Corbet aveva manifestato con il precedente L’infanzia di un capo (2017), opera prima di tutto rispetto, che egli, allora non ancora trentenne, aveva realizzato, vantando un passato di attore, sceneggiatore, autore televisivo: un bel curriculum, insomma.
Arrivato, con il solito ritardo, nelle nostre sale, il film, anche per me, è stato fonte di irritante delusione. Si può perdere.

 

La mia vita con John F. Donovan

recensione del film:
LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN

Titolo originale:
The Death and Life of John F. Donovan

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Kit Harington, Natalie Portman, Jacob Tremblay, Ben Schnetzer, Susan Sarandon, Kathy Bates – 123 min. – USA 2018.

Un’opera travagliata e di difficile costruzione, solo parzialmente riuscita e a rischio, più accentuato del solito, di trasformare l’analisi sottile dei sentimenti contraddittori e irrisolti dei protagonisti in feuilleton, anche seXavier Dolan è riuscito ancora una volta a darci, sia pure a frammenti, momenti di grande cinema mélo.
Di sicuro interesse cinefilo, pertanto, è quest’ultima fatica del regista canadese, che ha prodotto, scritto e diretto questa pellicola avvalendosi di un cast eccezionalmente prestigioso, quasi a sottolineare l’importanza che egli intendeva attribuire al suo primo film in lingua inglese.
La sua realizzazione era stata molto difficile e tormentata, tanto che solo al festival di Toronto del 2018 il film aveva potuto essere presentato, dopo essere stato atteso vanamente a Cannes e a Venezia, per le difficoltà che si erano presentate al regista in sede di montaggio, durante il quale egli ne aveva eliminato, con grande sofferenza, una parte cospicua, riducendolo a poco più di due ore dalle quattro iniziali, ciò che lo aveva costretto a tagliare via del tutto il personaggio non secondario dell’attrice Jessica Chastain, che, contrariamente a ciò che molti si aspettavano, aveva reagito con signorile e affettuosa comprensione, manifestando nei confronti di Dolan la propria immutata stima:
…non preoccupatevi, sono stata informata in anticipo … questa [situazione] è stata gestita con il massimo del rispetto e dell’amore.

Dolan ricostruisce la vita del piccolo Rupert Turner (Jacob Tremblay), un ragazzino che dai sei agli undici anni è seguito con attenta partecipazione e con profondo amore, non disgiunto da severità, dalla madre Sam (Natalie Portman), abbandonata dal marito, e che insieme a un’ insegnante della scuola primaria, asseconda l’immaginazione del figlioletto. La giovane docente, poi, è così impressionata dal suo talento precoce per la scrittura creativa, da decidere di dedicare qualche ora del proprio tempo a lui, al termine delle lezioni, per aiutarlo ad affermarsi.
Il piccolo Rupert vorrebbe diventare un attore: il suo modello è John F. Donovan (Kit Harington), uomo di spettacolo non giovanissimo, intrattenitore e attore in una serie TV per ragazzi.
Rupert lo vede esibirsi sul piccolo schermo di casa, circondato da strani effetti speciali, che ai suoi occhi incantati appaiono frutto delle sue straordinarie abilità: sviluppa perciò una così sconfinata ammirazione da stabilire con lui, via e.mail, un fitto dialogo, che diventa sempre più simile a un’ossessione irrinunciabile.
Sarà lo stesso Rupert, dieci anni dopo, poco più che ventenne (l’attore è ora Ben Schnetzer), a ricostruire in un romanzo in cui, per definizione, l’invenzione è predominante, ma non per questo è meno “vera”, quel rapporto, grazie alle missive fortunosamente ricuperate, e a pubblicare la storia di un amore omosessuale rimasto nel limbo dei sogni e dei desideri irrealizzabili, anche per l’improvvisa morte di John, stanco, depresso ed emarginato nel suo ambiente sociale e familiare (la bravissima Susan Sharandon interpreta la parte di una madre stolta e inadeguata) e costretto ad assumere dosi sempre più elevate di psicofarmaci per continuare a esibirsi pubblicamente.

Il racconto è triste e malinconico, condotto come uno strano gioco di specchi, poiché i due protagonisti, pur lontani, e molto diversi per età (la cui differenza nel romanzo si accorcia) si riconoscono nella propria solitaria emarginazione. Il film è inoltre una lunga riflessione sull’inadeguatezza della società e della famiglia, dolorose fonti di incomprensione e di insincerità, che accrescono la sofferenza di chi non può essere se stesso. Importante il ruolo della musica che sottolinea, talvolta un po’ enfaticamente, la narrazione che alterna momenti delicati e teneri a momenti di cupa disperazione. Anche se un po’ velleitario e sotto-tono, il lavoro del regista, attento all’equilibrio emotivo, sospeso fra strazio e dolcezza è sempre molto riconoscibile.

il treno per il Darjeeling

recensione del film
IL TRENO PER IL DARJEELING

Titolo originale
The Darjeeling Limited

Regia:
Wes Anderson

Principali interpreti:
Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman, Anjelica Huston, Amara Karan, Camilla Rutherford, Irrfan Khan, Bill Murray, Natalie Portman, Wally Wolodarsky, Waris Ahluwalia, Barbet Schroeder, Mr. A.P. Singh, Kumar Pallana, Dalpat Singh, Trudy Matthys, Irfan Khan
– 91 min. – USA 2007.

Il viaggio di tre fratelli lungo le strade dell’India, che è anche un vero percorso di formazione che avviene attraverso la definitiva separazione dai genitori. La morte del padre lascia dietro di sé un peso insopportabile, metaforicamente espresso dal carico di bagagli che seguirà i tre per tutto il viaggio e che solo alla fine essi decideranno di abbandonare (finalmente!). Il distacco dalla madre, voluto da lei, è ineluttabile e costituisce per tutti e tre una lezione di vita, grazie alla quale essi dovranno misurarsi per la prima volta, forse, con quello che Freud definisce il principio di realtà. Solo quando la madre, infatti, li inviterà a guardare davanti a sé e dentro di sé, senza parlare (e perciò senza mentire) si paleseranno ai loro occhi davvero le immagini dei loro desideri profondi, delle loro vere aspirazioni e solo allora essi troveranno la forza di abbandonare il peso del passato e di vivere nel presente. Questa complessità psicologica è raccontata con sorprendente leggerezza, così che il film si snoda in un narrare veloce e nervoso, accompagnato da un fotografia che più bella non potrebbe essere, ma anche molto raffinata e malinconica, degno sfondo allo stato d’animo triste e malinconico dei tre picari in viaggio.