Il ponte delle spie

Schermata 2015-12-21 alle 18.39.07recensione del film:
IL PONTE DELLE SPIE

Titolo originale:
Bridge of Spies

Regia:
Steven Spielberg

Principali interpreti:
Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan,  Koch, Alan Alda. «continua Billy Magnussen, Eve Hewson, Austin Stowell, Domenick Lombardozzi, Michael Gaston, Stephen Kunken, Peter McRobbie, Marko Caka, Joshua Harto – 140 min. – USA 2015.

Ambientato nel 1957, il film ricostruisce alcuni fatti realmente accaduti ai tempi della guerra fredda fra USA e URSS, guerra non guerreggiata, per fortuna, ma guerra di propaganda spesso isterica e, anche, guerra di spie, mandate, con mezzi diversi, alla ricerca di ogni informazione possibile sui piani di attacco e di difesa del rispettivo avversario. L’America aveva investito milioni di dollari nell’addestramento (in pieno stile Full Metal Jacket) dei corpi speciali per la guida dei velocissimi U2, aerei capaci di volare ad altezze che si ritenevano irraggiungibili, e nella tecnologia delle riprese fotografiche dall’alto dei cieli. L’Unione Sovietica, assai meno ricca, più modestamente, utilizzava spie tradizionali, ben camuffate sotto le mentite spoglie di cittadini che più anonimi non avrebbero potuto essere. Rudolf Abel (ottimamente interpretato da Mark Rylance) era uno di questi: lo vediamo, all’inizio di questo bel film, davanti allo specchio che sta usando per farsi un autoritratto, in una disadorna e triste stanza del suo modestissimo appartamento americano. Egli è un cittadino britannico, non giovane, di aspetto tranquillo e sfuggente, riservato nei modi, mediocre pittore di paesaggi e di ponti (e il ponte è per l’appunto uno dei temi ricorrenti nel film), abilissimo nel nascondere e conservare con cura i messaggi in codice raccolti su pezzettini di carta, così piccoli e ben dissimulati da potere, all’occorrenza, essere distrutti senza destare il minimo sospetto. La storia raccontata dal film è anche la sua storia di spia perfetta e imperturbabile nonché dello scambio avvenuto realmente, nel 1962, fra lui e il giovane ” spione” Francis Gary Powers (Austin Stowell), l’aviatore americano, fortunosamente sopravvissuto all’abbattimento dell’aereo-spia che egli stava pilotando mentre fotografava i segreti del territorio sovietico.
Per uno scherzo del caso (non per nulla la sceneggiatura è dei fratelli Coen!) la difesa di Abel venne affidata a uno studio legale newyorkese di Brooklyn specializzato in assicurazioni, quindi lontano anni luce dai problemi dello spionaggio. Fu James Donovan (Tom Hanks) il legale che controvoglia, ma infine con serietà, scrupolo professionale e con umana curiosità, si assunse il compito di difendere la spia dei russi, convincendosi, nel corso del processo, che sarebbe stato possibile strapparla alla pena di morte cui sembrava  inevitabilmente predestinata dalle attese dell’opinione pubblica impaurita dalla propaganda, dalla stampa che aveva rinunciato al proprio ruolo per compiacerla, dalle folle incapaci di ragionare e convinte che sarebbe bastato distruggere senza troppi riguardi il nemico per vivere finalmente in pace. Ai muri mentali del battage demonizzante, che negli Stati Uniti si insinuava velenosamente nelle scuole e nelle famiglie, i Russi contrapponevano il muro di Berlino (la cui costruzione era iniziata nell’agosto 1961) che diventava anche l’emblema tangibile della divisione sempre più profonda, quasi incolmabile, fra due visioni del mondo, due modi di intendere i rapporti politici, due modi di vivere.

All’arte di erigere muri, di inventare nemici e di connotarli di tratti demoniaci, così da suscitare orrore,  bisognava opporre però l’arte più difficile, perché fondata sull’analisi pacata della complessità, di costruire ponti: lo richiedeva, fra l’altro, il fallimento della missione spionistica americana, l’arresto del pilota, cui era seguito il processo e la condanna a dieci anni di carcere da scontare nelle prigioni non certo allegre dell’ URSS. La mitezza relativa della sentenza russa aveva spiazzato e sorpreso la “democratica” America che, pur dotata di principi costituzionali attenti alla dignità di ogni uomo, aveva inflitto (senza esibire prove) ad Abel trent’anni di carcere.

Donovan era tornato nel suo studio legale e aveva ripreso a occuparsi di assicurazioni, ma la stessa CIA ora stava richiedendo la sua mediazione per riportare a casa il pilota Gary Powers: il “ponte” andava ancora costruito, ma qualche muro, quello della paura, soprattutto, forse stava sgretolandosi, proprio là dove più profondamente sembrava essere penetrato: nei cuori e nelle menti degli uomini, delle donne e persino dei bambini.

L’ultima parte del film è avvincente e spesso sorprendente come una “Spy Story”: allo scambio fra le fra due spie, Donovan aveva preteso si aggiungesse la liberazione di un giovane studente americano un po’ sprovveduto, che si era fatto mettere in prigione a Berlino senza colpe, per il comportamento assai  ingenuo, secondo la CIA quasi indifendibile… Eppure, contro ogni previsione, alla fine l’avvocato la spuntò di nuovo, proprio all’ultimo momento, quando ogni speranza sembrava persa.

Film magnifico, storico solo in parte, profondamente politico nella sostanza: Spielberg ricostruisce un lontano passato, ma si rivolge all’oggi e agli uomini di buona volontà che anche oggi preferiscono i ponti ai muri di odio e di incomprensione. Film da vedere assolutamente, sia per la sua elegante bellezza, formalmente ineccepibile, sia per l’ottima recitazione degli attori, sia per l’intelligenza coeniana della sceneggiatura, sia per l’umanità tranquilla e razionale del suo significato in un mondo anche oggi pericolosamente incline all’odio e alla demonizzazione.

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il tramonto di una speranza (Quando c’era Berlinguer)

Schermata 03-2456748 alle 23.31.12recensione del film:
QUANDO C’ERA BERLINGUER

Film/ Documentario

Regia e soggetto:

Walter Veltroni

– 117 min. – Italia 2014


Veltroni, oltre a essere stato un politico di rilievo nel nostro paese, è da sempre un appassionato di cinema: credo di aver condiviso con molti altri lettori gli appuntamenti piacevoli del Venerdì di Repubblica, quando egli presentava, con l’ironica competenza che spesso si trova fra i cultori della decima musa, i film che sarebbero comparsi in TV durante la settimana. Allora, tuttavia, non immaginavo, che si sarebbe cimentato direttamente, come invece è avvenuto, nella realizzazione di un film come questo, di cui ha ideato il soggetto e diretto la regia. Questo suo lavoro è in parte un documentario, in parte la ricostruzione affettuosa della vita politica e del carattere umano di Enrico Berlinguer.

Avvalendosi delle testimonianze di chi era stato vicino a Berlinguer, negli anni in cui, fra il 1972 e il 1984, egli era stato il segretario del Partito comunista, Veltroni ne ripercorre la carriera politica e ne descrive l’ umanità che lo rendeva popolare fra le persone per bene che abitavano l’Italia di allora e avrebbero desiderato vivere in un paese più giusto e più libero. Erano comunisti e berlingueriani, infatti, molti lavoratori che si erano spostati dal sud al nord del paese per migliorare le proprie condizioni, molti studenti che, mentre chiedevano l’allargamento del diritto allo studio, avrebbero voluto cambiare la scuola, molte donne che, attraverso il lavoro, rivendicavano la parità dei diritti e la libertà delle loro scelte. Veltroni ci restituisce l’immagine/icona di colui che si batté letteralmente fino alla morte perché venissero legittimate, in vista di un cambiamento del paese, le grandi energie degli uomini, delle donne e dei giovani che si riconoscevano nel suo P.C.I., partito comunista anomalo ed eretico nel panorama del comunismo occidentale. Era diventato un partito diverso, infatti, grazie alla intelligenza politica e alle intuizioni coraggiose di questo segretario, timido, fragile nell’aspetto, ma fermissimo nella difesa degli ideali che intendeva far contare nella società. La morte drammatica, preceduta dal malore durante un comizio a Padova, ostinatamente portato a termine, lo stroncò improvvisamente a soli 62 anni, impedendogli di veder concluso il processo di trasformazione che egli aveva avviato in quel suo partito, che, come viene bene spiegato nel corso del film, esaurì allora la ragione stessa della sua esistenza, anche se solo nel 1989, dopo il crollo del muro di Berlino, il P.C.I. cambiò nome e struttura organizzativa.
Il regista alterna alle interviste dei dirigenti politici di quell’epoca, non solo comunisti, le dichiarazioni di intellettuali, amici e familiari, presentando anche molte riprese filmate, dai telegiornali del tempo, frammenti di un passato altamente drammatico, che è bene venga conosciuto soprattutto fra i più giovani che di quegli anni non sono affatto informati, come dimostrano le agghiaccianti risposte di molti ragazzi e ragazze, oggetto di una breve inchiesta all’inizio del film.

Un film da vedere, per informarsi circa un periodo non conosciuto, o per rivivere i sogni e le speranze di anni che sembrano, ormai, lontanissimi: un altro mondo. Non ci si aspetti altro, però: sarà compito degli storici lavorare sui documenti degli archivi, quando sarà possibile, se mai lo sarà, per indagare a fondo sulle ragioni che rallentarono e infine sconfissero il tentativo di trasformazione che, per impulso di Berlinguer, fu avviato in tutta l’Europa e che va sotto il nome di Eurocomunismo.

P. S.
Quando sarà possibile, se mai lo sarà, gli storici potranno, probabilmente, far luce anche su troppe pagine oscure della nostra storia!