Truman – Un vero amico è per sempre

Schermata 2016-04-27 alle 14.00.23recensione del film:
TRUMAN – Un vero amico è per sempre

Titolo originale:
Truman

Regia:
Cesc Gay

Principali interpreti:
Ricardo Darín, Javier Cámara, Dolores Fonzi, Eduard Fernández, Alex Brendemühl,
Pedro Casablanc, José Luis Gómez, Javier Gutiérrez, Elvira Mínguez – 108 min. – Spagna, Argentina 2015.

Se si riesce a superare il fastidio per la solita appendice didattica del titolo italiano (Truman è il sobrio titolo originale spagnolo), si può vedere un film di notevole interesse, che affronta un tema delicato e duro con intelligenza e leggerezza così amabili da renderne la visione molto gradevole. Un vero amico è in realtà un uomo vero: true man, quello che non si lascia spaventare dalla morte prossima e inevitabile dell’amico antico e che accorre anche se la richiesta di soccorso arriva dall’altro capo del mondo, dopo anni di silenzio. Così era andata, infatti, quando Tomas, ormai canadese di adozione, (Javier Càmara) aveva raggiunto a Madrid il vecchio compagno di scuola e di avventure giovanili Julian (Ricardo Darin), che si era ammalato senza possibilità di guarire: un tumore all’ultimo stadio e giusto il tempo (quattro giorni) per un passaggio di consegne che diventava soprattutto un affidarsi alla memoria di chi sarebbe sopravvissuto accogliendo fra le proprie mani l’animale simbolo dell’amicizia eterna che tutto accetta senza giudicare né chiedere, il cane di nome Truman, vero uomo proprio come il suo padrone che se ne stava andando. L’aspetto più singolare del film è che di morte, di malattia e del cane stesso si parla pochissimo nel corso di tutta la narrazione: sono presenze-assenze nella mente e nei cuori degli spettatori, ma non incombono opprimendoli angosciosamente, perché tutto il racconto è fatto di squarci della vita quotidiana di Julian, dalla visita medica per la prognosi definitiva, al lavoro (Julian fa l’attore), alle visite dal veterinario, all’adozione in prova di Truman da parte di una famiglia di donne russe; da uno stravagante (in apparenza) viaggio all’improvviso Madrid-Amsterdam e ritorno, a qualche buona mangiata, a qualche generosa libagione… La vita dei due amici che continua, nonostante tutto, insomma, parlando il meno possibile di ciò che accadrà, che rimane sullo sfondo con discrezione, con dolcezza, perché, in fondo, morire è strettamente legato al vivere, alle cose e alle persone che si sono amate e che si devono lasciare, e che conserveranno in sé qualcosa di noi.

Credo che questo, infatti, sia anche e soprattutto un film sull’accettazione della morte, grande tabù dell’uomo occidentale che continuamente la esorcizza tenendola lontana dai suoi pensieri, dai suoi discorsi, dalla sua quotidianità.
In una intervista al Venerdì di Repubblica del 15 aprile 2016, il regista afferma:”Se dovessi raccontarlo in  parole direi che è un film sulla despedida, sull’addio… Non si vuol affrontare la morte – di un amico, di un familiare, di una persona cara – e si accampano tutte le scuse possibili… Io credo che sia importante despedirse per non avere il rimorso di quello che non si è detto, di quello che non si è fatto. Truman non è un film su chi muore, ma su chi rimane….su come tu ti relazioni alla persona che muore”.

Un altro film spagnolo ben scritto, ben diretto e ottimamente interpretato, che ci dice molto dello stato di grazia di quella cinematografia, oggi. Da vedere!

 

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arte e verità (Synecdoche, New York)

Schermata 06-2456829 alle 00.18.33recensione del film:
SYNECDOCHE, NEW YORK

Regia:
Charlie Kaufman

Principali interpreti:
Philip Seymour Hoffman, Samantha Morton, Michelle Williams, Catherine Keener, Emily Watson. – 124 minuti – USA 2008

Mi pare quasi obbligatorio premettere alcune osservazioni:
la più dolorosa – E’ difficile sottrarsi all’impressione che se quell’immenso attore che è stato Philip Seymour Hoffmann non fosse morto, nel modo tragico che sappiamo, questo film, in Italia non sarebbe probabilmente mai arrivato (si tratta, infatti di un film del 2008, selezionato per il Festival di Cannes di quell’anno e successivamente presentato ad altre prestigiose manifestazioni internazionali. Qui se ne era persa ogni traccia!). Mi astengo, per rispetto a lui, da qualunque altro commento in merito;
il titolo – Il curioso titolo fa riferimento alla sineddoche, ampiamente presente in letteratura e anche nel linguaggio parlato, cioè alla figura retorica o, per meglio dire, al “procedimento linguistico espressivo.. che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità intesa come maggiore o minore estensione, usando per es. il nome della parte per quello del tutto o viceversa (prora o vela per nave; vitello per pelle di vitello), il nome del genere per quello della specie o viceversa (mortali per uomini; felino per gatto), o anche un termine al singolare invece che al plurale o viceversa…” (traggo la citazione dal vocabolario Treccani);
il luogo – Il film non è stato girato a New York, ma a Schenectady, una piccola città dello stato di Newyork, il cui nome, derivato dalla lingua mohawk (un linguaggio irochese), significa luogo al di là dei pini, che nella pronuncia inglese ricorda la pronuncia inglese di”sineddoche”. (Schenectady è anche il titolo di un altro film, che in italiano è diventato Come un tuono ).

Nel film è raccontata la storia di un regista teatrale, Caden Cotard, che dopo aver ottenuto un importante riconoscimento per il suo lavoro, ha in mente di allestire il suo prossimo spettacolo rappresentando se stesso e l’evolvere della sua vita infelice. Sta attraversando, infatti, un momento assai critico della propria esistenza: la moglie, pittrice, si è allontanata alla volta di Berlino, portando con sé l’amata figlioletta e provocandogli una sofferenza dolorosissima senza conforto possibile, il che gli preclude, di fatto, sereni e appaganti rapporti con altre donne, che pure non gli mancherebbero. Caden è poi da tempo molto preoccupato per se stesso e per le proprie condizioni di salute: vede con orrore che a poco a poco il suo corpo si deteriora, si sente malato ed è continuamente ossessionato dalla convinzione della propria morte imminente, né riceve le rassicurazioni che vorrebbe sentire dai medici che lo hanno in cura.
Nella sua decisione di diventare il principale personaggio del suo nuovo spettacolo è presente anche la speranza di ottenere, attraverso l’arte (il teatro), quelle risposte e quella verità che né la scienza né la vita riescono a fornirgli. L’idea che lo muove pone, però, alcuni problemi di difficilissima soluzione, intanto perché l’arte – verità richiede il continuo mutare degli interpreti che, dovendo rispecchiare fedelmente la vita del personaggio, ne devono seguire sia i mutamenti nel tempo sia l’estendersi delle relazioni interpersonali; e anche perché l’unica e definitiva risposta possibile non potrà che arrivare con la fine dello spettacolo e perciò con la morte del personaggio – autore, nel quale viene perciò in modo sineddotico rappresentata la verità della vita di tutti.
Tutto il film è, a mio avviso, una profonda riflessione sul non senso della vita e perciò sulla morte, incubo presente lungo tutte le due ore della pellicola, e concluso con l’agghiacciante e poetica scena finale della città di Schenectady priva di vita, come quei corpi che dappertutto giacciono sulle strade che furono, un tempo, lo scenario della loro esistenza. Presente anche, lungo tutto il film, il tema dell’arte, del suo significato e dei modi possibili della rappresentazione del reale, con ampie citazioni da Beckett, a Pirandello a Pinter e a molti altri autori del teatro contemporaneo. Una rappresentazione tutt’altro che semplice, recitata con grande intelligenza e grande cuore da Philip Seymor Hoffmann (Caden), sulla cui eccezionale e versatile bravura si regge quasi per intero un film alquanto arduo, che pur parlando più alla ragione che ai sentimenti dello spettatore, non manca di momenti capaci di suscitare emozioni profonde.

il caso e la morte (Tristana)

Continua a leggere

la vita, qui e ora (Hereafter)


Recensione del film:

HEREAFTER

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Matt Damon, Cécile De France, Joy Mohr, Bryce Dallas Howard, George McLaren – 129 min. – USA 2010.

un bellissimo e sorprendente Clint Eastwood. Andatelo a vedere e parliamone insieme!

Non ero molto attratta da questo film: molto ne avevo letto e mi ero convinta che non fosse fatto per me. Da tempo, per esperienza ahimé, ero persuasa che elaborare un lutto significasse fondamentalmente riuscire a superare la nostra dipendenza dalla persona defunta. Chi abbia visto morire persone care e abbia provato, a un certo punto sollievo nel liberarsi di oggetti, che, pur sacri alla memoria, erano in grado di bloccare con la loro presenza l’urgenza di tornare a vivere, avrà immediatamente compreso la scena, atroce, ma di grandissima pregnanza metaforica, del piccolo Marcus, sopravvissuto al proprio gemello Jason, che si libera, malvolentieri, del berretto che era appartenuto al fratellino. Forse, non si può chiedere a chi non ha ancora avuto esperienza di queste cose, di comprenderle, ma certo questa scena, a mio avviso, contiene la chiave interpretativa dell’intero film. C’è anche un’altra scena, per me straordinaria e memorabile che ci aiuta a capire il film: gli allievi del corso di cucina possono gustare, solo bendati, gli ingredienti di certi piatti. La benda, l’oscurità che si deve produrre per apprezzare appieno la bontà e il gusto delle cose, non è che un invito a evitare di voler conoscere ciò che ci può rovinare la vita: chi, incautamente, prova a farlo, ne porterà le amare conseguenze, perché, in questo caso, si tratta di un sapere regressivo e subalterno. Certo, la visione che complessivamente emerge dal film non è ottimistica, né consolante: la vita, che è soggetta a rischi inimmaginabili e del tutto casuali, va vissuta e goduta sapendo che si tratta di una brevissima esperienza irripetibile al termine della quale non sappiamo né se esisterà qualche cosa, né se quelle che sono universalmente considerate visioni pre- morte possano in qualche misura promettere alcunché di plausibile o di reale. Non sappiamo nulla, questo è il vero problema, e perciò dobbiamo trovare il coraggio di assaggiare al buio le esperienze dolci, amare, sapide, insipide che la vita ci presenterà; il resto è malattia e morbosa curiosità: il “dono” del giovane George, che potrebbe essere una miniera di guadagno per lui, nasce da una malattia, provocata da un intervento umano, che avrebbe dovuto riportare il giovane in salute e anche questo, secondo me ha un significato evidentemente metaforico. Che poi i protagonisti del film confluiscano tutti insieme a Londra, alla presentazione del libro di Marie, e che quindi si trovino lì spinti, con motivazioni diverse, da un interesse comune, non credo costituisca un importante oggetto di indagine e di riflessione: è certo che, se i tre vorranno continuare a vivere dovranno pensare al loro futuro qui e ora, non “dopo”, perché il dopo, comunque si presenterà, non ha nulla davvero da comunicare ai vivi. I sensitivi non sono buoni o cattivi, sono per lo più avidi sfruttatori del bisogno di consolazione di chi non ha il coraggio di vivere; George non lo farà, perché sa che dal dolore altrui non può nascere il gusto della vita; Marcus neppure, perché ha capito e alla fine ha ritrovato la madre; si spera che anche Marie rinunci alle sue indagini, per riuscire anche lei, finalmente a vivere serenamente la sua esistenza. Il film è bello, benissimo raccontato, pulito e classico nelle immagini, sufficientemente teso per mantenere viva l’attenzione e anche la commozione degli spettatori. Gli attori sono tutti molto bravi e diretti con mano fermissima (ma occorre dirlo?) da un Eastwood, più giovane che mai

Lourdes

Recensione del film:
LOURDES
Regia:
Jessica Hausner

Principali interpreti:
Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini, Elina Löwensohn, Elina Lowensohn, Katharina Flicker, Linde Prelog, Heidi Baratta, Jacky Pratoussy, Walter Benn, Hubert Kramar, Helga Illich, Thomas Uhlir, Irma Wagner, Gilette Barbier, Gerhard Liebmann – 99 min. – Austria, Francia, Germania 2009

Una cosa emerge con chiarezza nel film di Jessica Hausner, almeno a parer mio: la solitudine profonda e incolmabile di chi soffre. Non mancano a Lourdes, naturalmente, luoghi deputati all’accoglienza e alla cura dei malati, volontari che aiutano, preti che danno assistenza spirituale, tuttavia l’impressione che rimane è quella di una efficientissima macchina organizzativa che non dà e non può dare un vero e solidale aiuto, perché il dolore non è solo quello che proviene dal corpo, ma è quello dato dal senso di ingiustizia che coglie ogni malato grave, quando riflette sul proprio individuale destino. Alle domande dei sofferenti che non sono diverse da quelle che ciascuno di noi, o prima o poi, nella vita si pone, riflettendo sulla morte, non arriva risposta, perché una risposta, probabilmente non è possibile.
“Dio è libero”, dirà il sacerdote a chi gli chiede ragione di una guarigione improvvisa, che sembra ingiusta, di fronte al persistere della malattia di chi è a sua volta malato ugualmente sofferente.
Da un punto di vista teologico e filosofico la risposta è ineccepibile: Dio è l’essere incondizionato per definizione. Bisogna ammettere però che non è una risposta sufficiente a risarcire chi di questa libertà si sente quasi vittima. L’altra domanda correlata è infatti quella, presente a sua volta nel film, circa il rapporto fra l’onnipotenza e la bontà di Dio. Perché Dio infinitamente buono e onnipotente permette tanto dolore? Christine, la giovane protagonista del film non chiede altro che di vivere, facendo ciò che fanno gli altri giovani e che una crudele malattia le nega: amare, ballare, progettare la propria vita, ma anche gli altri malati non chiedono altro e vivono come un’ingiustizia il “miracolo” che sembra aver graziato solo lei. “Che cosa bisogna fare?” per tenere il dolore lontano da noi? Anche in questo caso la risposta teologica, secondo la quale la Chiesa cura le anime e non i corpi, appare davvero poco convincente e certo in contraddizione con l’apparato medico e terapeutico che intorno al santuario sorge. Il gigantesco rito propiziatorio di massa, che si ripete negli anni e nei secoli, è quindi uno strumento di organizzazione del consenso e una esibizione di potere? La regista,immergendosi in questa realtà, non dà giudizi: prende atto e comunica impressioni, dubbi, sensazioni, ma non ha soluzioni da proporre e ciò, secondo me, va ascritto a suo merito, perché, induce lo spettatore a esercitare il suo senso critico e a rifuggire dalle semplificazioni comode.
Film molto interessante, alieno da retorica apologetica, splendidamente interpretato.