Cronaca di un amore

recensione del film:
CRONACA DI UN AMORE

Regia:
Michelangelo Antonioni

Principali interpreti:
Massimo Girotti, Lucia Bosè, Anita Farra, Rubi D’Alma, Franco Fabrizi, Ferdinando Sarmi, Marika Rowsky, Vittoria Mondello, Rosi Mirafiore, Carlo Gazzabini, Nardo Rimediotti, Renato Burrini, Vittorio Manfrino, Gino Rossi, Gino Cervi – 110 min. – Italia 1950.

Ecco il mio ricordo di una grande interpretazione di Lucia Bosè, al suo secondo film. Il primo era stato Non c’è pace tra gli ulivi di Giuseppe De Santis.

Michelangelo Antonioni, era invece al suo film d’esordio, all’inizio di una nuova fase del suo cinema, dopo i brevi documentari girati fra il ’43 e il ’47, anno d’uscita
del cortometraggio Gente del Po.

Cronaca di un amore è un film di svolta, un resoconto (una cronaca, per l’appunto) cinematografico lontano dai modi neorealisti, dalle riprese in esterno, dagli attori non professionisti che interpretavano se stessi e le lotte quotidiane per sopravvivere dopo gli sconvolgimenti e i lutti della guerra.

Lo sguardo del regista, che del cronista mantiene il tono asciutto e distaccato, ora va alle trasformazioni che nel loro impetuoso susseguirsi stavano cambiando il volto delle città italiane in ricostruzione; il suo obiettivo si sposta negli interni delle dimore borghesi delle grandi città; lunghi piano-sequenza ce ne mostrano l’aspetto raffinato e lussuoso, mentre l’indagine si dirige sui comportamenti umani, penetra nelle inquietudini  del mondo femminile essendo le donne l’anello debole nella catena del “progresso”al quale fideisticamente guardava la cultura dominante del mondo maschile. Qualche donna, come Paola Molon (Lucia Bosè), aveva lasciato la famiglia dopo il liceo, per tentare l’ascesa sociale nella grande città (Milano), scommettendo sul proprio fascino seduttivo.

Per puro calcolo, infatti, Paola aveva sposato durante la guerra l’ingegner Enrico Fontana (Ferdinando Sarmi) industriale tessile milanese pieno di soldi, che si era innamorato di lei l’aveva conquistata (acquistata?) con doni costosi, frequentazioni importanti, prospettive future di ulteriore prestigioso miglioramento.

La giovane, però, a Ferrara aveva lasciato non solo la sua famiglia piccolo borghese, ma una storia passionale con Guido (Massimo Girotti), offuscata dall’ombra di un involontario (forse) omicidio, tormentosa vicenda impossibile da dimenticare e ricomposta, mettendo insieme frammenti di fotografie, indizi, sospetti e ricordi sbiaditi, da un detective privato che si era spostato da Milano a Ferrara per ricostruire, su incarico dell’ingegner Fontana, il passato di quella donna altera, scostante e nervosa che era sua moglie e che sistematicamente lo respingeva.

Fallisce però, il tentativo di illuminare il passato sfuggente della donna bellissima, sulle cui tracce si era messo, allertato dalla lettera di un’amica comune, Guido (convinto che la polizia ora stesse indagando sullo strano incidente dal quale, invano, entrambi avevano cercato di allontanarsi.

Il film, dunque, si muove fra due realtà geografiche a cui corrispondono quasi sempre due diversi piani temporali , sebbene nel corso della narrazione le sponde ferraresi del Po diventino quelle del Naviglio, quasi a sottolineare la continuità della passioni negli anni.

Non rivelerò gli sviluppi imprevedibili e tragici della vicenda, naturalmente.

L’eccezionale qualità del film, in bianco e nero è stata restituita dall’accurato restauro che sottolinea la bellezza della fotografia di Enzo Serafin, della musica di Giovanni Fusco, nonché l’interpretazione eccellente di Lucia Bosè, che con Masimo Girotti ha portato in scena, senza cadute melodrammatiche, la passione amorosa incoercibile, sfidando la mistica familistica diffusa anche dopo la caduta del fascismo.

Non essendo riuscita a trovare un trailer del film liberamente scaricabile, credo di far cosa gradita a tutti aggiungendo alla recensione l’intero cortometraggio Gente del Po, che realizzato da Antonioni nel 1943, ma uscito solo nel 1947,  costituisce un breve ma significativo documentario sul delta padano e sulla gente della zona che ci abitava, ci lavorava e ci moriva.

 

Sono gli stessi luoghi di Ossessione di Luchino Visconti, che uscì in Italia in quello stesso anno. 

Happy Family

Recensione del film:
HAPPY FAMILY

Regia:
Gabriele Salvatores

Principali interpreti:
Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Carla Signoris, Valeria Bilello, Corinna Agustoni, Gianmaria Biancuzzi, Alice Croci, Sandra Milo
– 90 min. – Italia 2010

Un tendone che si apre e si chiude all’inizio e alla fine del film, davanti a un palcoscenico, ci ricorda quello che nessun appassionato di cinema dovrebbe mai dimenticare, cioè che il cinema è soprattutto finzione. In questo caso la finzione prende l’avvio dalla mente creativa di Ezio, scrittore e sceneggiatore di una pièce, che nasce e si sviluppa dalla sua collaborazione con una folla di personaggi, che qui sono in attesa di recitare la loro parte, ma anche di vedere quale sorte, di vita o di morte, di felicità o di sciagura, lo scrittore ha in animo di riservare loro. I personaggi in cerca di autore, che sono più dei sei pirandelliani, danno vita, dunque, a uno spettacolo in cui, nella diversità dei ruoli assegnati da Ezio, si muovono, incrociando casualmente i loro destini, due famiglie, di diversa estrazione sociale. Ad avvicinarle è l’amore che sui banchi del liceo è nato fra i due giovani rampolli dell’una e dell’altra famiglia: Filippo e Marta. Come nelle famiglie vere, anche in quelle di Ezio si delineano i problemi di sempre: dei rapporti coniugali sull’orlo della crisi, delle donne insoddisfatte, di anziane nonne un po’ rintronate, di malattie che inaspettatamente e sinistramente compaiono, costringendo a rivedere stili di vita e comportamenti e a porre il problema della ricerca di una vita piena, in cui possano esistere anche gioia e trasgressione, non solo lavoro e denaro. Lo stesso Ezio è travolto dalla vicenda, e sembra quasi che talora gli sfugga il controllo delle sue creature, che premono per dare, alle storie che li riguardano, un andamento a loro più congeniale. Lo spettacolo, perciò, si interrompe più volte, prima di giungere alla conclusione che fin dall’inizio si era prospettata. Lo scrittore tornerà alla vita vera, ricordandoci con Groucho Marx, che, diversamente da quella rappresentata, non ha una trama ed è perciò unicamente affidata al caso. A noi spetta il compito di renderla un po’più gioiosa, se possibile. Bellissimo sfondo del film è una Milano coloratissima di giorno (con la sua trasgressiva e divertente Chinatown) e soprattutto in bianco e nero di notte, con i fari luminosi delle auto che l’attraversano e con le luci che sottolineano, quasi fantasticamente, la sua vitalità. Presenti però anche altri paesaggi, il mare ad esempio, con valenze simboliche molto pregnanti. Ritengo che il film sia interessante e testimoni la volontà di una ricerca espressiva originale, perseguita con cura e raffinata nella realizzazione, lontana dalla sciatteria della comicità strapaesana di molta produzione italiana. La bravura degli attori (Bentivoglio, Abbatantuono, Buy, Signoris, Bilello) conferisce momenti di verità, talvolta drammatica, talvolta comica, talvolta inquieta allo svolgimento del film, che a mio avviso merita di essere visto e apprezzato.