Peterloo

recensione del film:
PETERLOO

Regia:
Mike Leigh.

Principali interpreti:
Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, David Bamber, Tim McInnerny, Teresa Mahoney, Nico Mirallegro, Karl Johnson, Leo Bill, Mark Ryan, Philip Jackson – 154 min. – Gran Bretagna 2018.

Quest’opera del grande regista britannico Mike Leigh, presentata a Venezia nel settembre scorso, ricostruisce, con estrema accuratezza, un fatto storico fra i più dolorosi della storia del Regno Unito: la spietata repressione del raduno pacifico della popolazione di Manchester, convenuta dalla città e dalle campagne il 16 agosto 1819 nella grande radura di Saint Peter’s Field a sostegno di uno sciopero operaio, forse il primo organizzato dopo che la rivoluzione industriale (nata proprio a Manchester) si era imposta, garantendo altissimi guadagni ai proprietari dei nuovi strumenti meccanici, ai cui ritmi erano tenuti ad adeguarsi i lavoratori inurbati, operai senza diritti, impegnati senza limiti di orario a far funzionare le macchine. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari, dopo le guerre napoleoniche, rendeva durissima la vita di ogni giorno, né era possibile in tempi di carestia dilagante ritornare alla terra, ormai esclusiva proprietà dei rentier che vivevano a Londra impegnandosi nelle feste, nelle chiacchiere di corte, nella discussione politica * La crisi economica colpiva duramente; lo scontento di grandi masse affamate e sfruttate era avvertito come una minaccia sovversiva dalla nobiltà, dal clero e dalla borghesia manifatturiera a cui diventava evidente che non sarebbe bastata la sconfitta militare dei Francesi per liberarsi dalla minaccia della rivoluzione. Una nuova coscienza solidaristica e libertaria si era diffusa, infatti, penetrando persino fra i politici più illuminati del Parlamento inglese, fra i professionisti e gli intellettuali. Fu uno di questi, il radicale Henry Hunt (Rory Kinnear), avvocato londinese, a prendere a cuore l’organizzazione dello sciopero, imponendo, non senza difficoltà, al movimento la propria visione non aggressiva e non violenta: una festa popolare senza provocazioni per evitare che la Guardia Nazionale, inviata dal governo di Londra, disperdesse la folla con i fucili, o a colpi di spada, o con le cariche di cavalleria. Non andò così, purtroppo: i canti e la festa si trasformarono in lutto e alla fine della giornata si contarono 15 morti e quasi mille feriti. Non era bastata a tenere lontana la violenza stragista neppure la presenza di cronisti e gazzettieri di molta parte dell’Europa e anche del continente americano che testimoniarono, nelle loro pagine, lo scandalo e la vergogna di quel massacro. Nacque allora il Manchester Guardian, oggi chiamato semplicemente The Guardian, che si sarebbe impegnato da allora a lottare per l’attuazione della riforma della rappresentanza parlamentare e per l’introduzione di una Carta dei dritti dei lavoratori. La strada era però ancora molto lunga… 

Il regista si preoccupa, nella prima parte del film, di contestualizzare lo svolgimento dei fatti, ricostruendo, con verità e senza fretta, gli ambienti in cui vivevano i lavoratori, le abitudini di alcune famiglie, le loro difficoltà. Allo stesso modo ci presenta le paure dei nuovi borghesi delle manifatture, presto alleati dei notabili locali più conservatori e dei preti, così come estende la sua indagine agli ambienti del governo, ai ministri parrucconi e decrepiti, e alla squallida corte del principe ereditario depravato e incapace.
Nella seconda parte, invece, assistiamo ai preparativi di quella giornata, agli accordi fra Hunt e i lavoratori più ascoltati e carismatici, oltre che alla manifestazione e alla tragedia sanguinosa che non risparmiò neppure i bambini.
Una bellissima fotografia accompagna il lungo racconto corale, che si sofferma soprattutto sul personaggio emblematico di Joseph (David Moorst), tornato a casa distrutto dopo la battaglia di Waterloo, quindi seguito dal suo lento reinserirsi in famiglia, fino alla sua fine drammatica, fra le vittime innocenti di quell’orribile giorno.
Tutto il film testimonia la volontà ferma del regista di rendere giustizia ai morti di allora, risvegliando la nostra pietà e rinfrescando la nostra memoria, soprattutto ora che la crisi sembra riproporre antiche paure e sbrigative quanto inutili soluzioni.
Ottime intenzioni, non sempre sufficienti, purtroppo, a vincere la noia di una rappresentazione molto prolissa, anche se di indubbio valore educativo: numerose sono state, ahimè, le uscite di sala prima del concludersi di questo film, pur molto atteso e sicuramente assai bello. Che peccato!

* Sulle condizioni storiche, sfondo del massacro, rievocate nel film, si possono avere notizie dettagliate QUI

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Turner

Schermata 2015-02-06 alle 21.49.46recensione del film:
TURNER

Titolo originale:
Mr. Turner

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson, Lesley Manville – 149 min. – Gran Bretagna 2014.

William Turner (1775-1851), il più innovativo fra i pittori inglesi del primo Ottocento, viene raccontato in tutta la sua complessità in questo straordinario film biografico del grande Mike Leigh (Belle speranze, Another Year), che ricostruisce con grande rigore storico l’epoca in cui si sviluppano le vicende della sua vita, distribuendo lungo tutto il racconto, non solo perciò nei paesaggi e negli ambienti nei quali il pittore aveva concepito ed elaborato le sue opere, le magnifiche immagini della fotografia di Dick Pope che ha saputo coglierne impareggiabilmente i colori, le luci e le atmosfere. L’ultima fatica di Leigh si è protratta nel tempo, inevitabilmente, poiché il personaggio di cui ricostruisce la storia  è un uomo complesso, sulle cui contraddizioni e sulla cui autenticità (Mister Turner è, infatti, il titolo originale) si incentra molta parte del film. Egli era rude e brutale, di aspetto sgraziato e sgradevole; si esprimeva per lo più a grugniti; si comportava come un animale, soprattutto con le donne. D’altra parte lo splendore luminoso della sua pittura paesaggistica, la pietosa rappresentazione, sulla tela, dei naufraghi trasportati in catene dal continente africano da negrieri senza scrupoli, l’attenzione commossa alla musica con coloriture sentimentali, l’amore per il padre ci parlano di un uomo diverso, sensibile e intelligente, la cui presenza nel film avvertiamo attraverso almeno due scene emblematiche, che, secondo me, hanno quasi la funzione di cerniera utile a stabilire la continuità senza soluzione del suo essere duplice, dionisiaco, e, insieme, paradossalmente, apollineo. La prima ce lo descrive quando, tornato alla casa del padre dopo uno dei suoi molti viaggi continentali in cerca di ispirazione e di conoscenza, comincia a riportare sulla tela le sue impressioni di viaggio. Colpisce che egli lavori impastando le sue terre colorate, le biacche e gli oli con le mani che a poco a poco diventano tavolozza e pennello. Sul palmo di quelle mani egli valuta, infatti, la intensità dei colori che stenderà sulla tela, così come con le dita di quelle stesse mani  egli trasformerà gli effetti uniformi delle campiture più vaste, creando  profondità, sfumature, giochi delle ombre e di luci. Si tratta di un momento del film stupefacente per la sua significanza: l’uomo non teme lo sporco, la terra, la manualità della pittura; sembra, anzi, che se ne compiaccia, quasi che solo entrando nella confidenza più intima e carnale con gli elementi materiali del dipingere gli sia possibile ottenere quei sublimi effetti luminosi che gli permetteranno, nelle ultime opere, di attingere a una particolare forma di spiritualità, dematerializzando e disperdendo nella luce le ultime tracce di rappresentazione “naturalistica”. La seconda scena (che il regista gira accreditando una leggenda a lungo circolata, ma non documentata, sul conto dell’artista) descrive Turner che si fa legare saldamente all’albero di una nave durante una spaventosa tempesta, allo scopo di non farsene  travolgere, abbandonandosi, però, alla terribile potenza delle forze naturali, per diventare egli stesso elemento in sintonia con quella natura selvaggia e primigenia. La memoria corre a Ulisse, che nello stesso modo si era difeso dal canto malioso e distruttivo  delle Sirene, non rinunciando, tuttavia, a conoscerlo: l’arte avrebbe ricomposto in una superiore sintesi, sensazioni ignote e dolorose sofferenze.

Emerge dunque dal film il potente ritratto di un artista che, nonostante l’evidente e imbarazzata rozzezza nei rapporti d’amore*, aveva saputo infondere nelle proprie opere il fuoco profondo di un animo innamorato dell’arte e della bellezza, talvolta insospettabilmente delicato (nella pietà per la prostituta giovanissima, il cui corpo non vorrà violare o per la giovane annegata approdata sulla riva del mare), talvolta fiero nel dignitoso silenzio che quasi sempre oppone all’invidia ipocrita dei più noti pittori del tempo, da Constable a Hydon, così come all’attenzione ammirata, ma supponente, del giovane Ruskin, il futuro grande critico. Egli, inoltre, ignorando i complimenti e i consigli interessati, difende la propria opera preservandone l’integrità complessiva, evitandone la dispersione nelle mani dei mercanti d’arte e disponendone, invece, la donazione allo stato inglese, in modo che, nello spazio pubblico di un museo, tutti i cittadini possano ammirarla e goderla.
Lo splendore straordinario delle immagini, la verità della narrazione, condotta con scrupolo filologico e la superba recitazione di tutti gli attori, del protagonista Timothy Spall, in primo luogo (gli è valsa la Palma d’oro a Cannes), ripagano largamente della inevitabilmente lunga durata della pellicola.

* il film ci parla dell’indifferenza astiosa per Sarah Danby, madre delle due figlie, mai amate; della brutalità degli assalti “usa e getta” alla fedele domestica e anche della tiepida relazione tardiva con la gentile e generosa vedova Booth, con la quale egli avrebbe condiviso, senza troppa continuità, gli ultimi anni della vita.

Londra thatcheriana (Belle speranze)

recensione del film:
BELLE SPERANZE

Titolo originale:
High Hopes

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Philip Davis, Ruth Sheen, Heather Tobias – 112′ min. – Gran Bretagna 1988

Se le sale programmano film che non interessano, si può sempre vedere un bel DVD come questo, scovato per caso fra quelli dell’edicola di un paesetto di montagna!

Quando il grande regista Mike Leigh (ricordate Another Year?) girò questo magnifico film (il suo secondo, dopo quasi vent’anni di assenza dalle scene), nel Regno Unito stava per concludersi l’era thatcheriana, ma era ovunque già visibile lo sconvolgimento sociale prodotto da quella politica. Leigh ne valuta le conseguenze umane sullo sfondo di una Londra sfigurata anche nell’aspetto: vennero messe in vendita, infatti, a costi molto bassi, e successivamente ristrutturate, le case dei quartieri popolari, già affittate dal Comune, a prezzo politico, alla working class, ciò che diede luogo a colossali speculazioni e stravolse i rapporti sociali fin allora esistenti. Alla solidarietà di classe e di vicinato, si sostituì l’indifferenza, quando non l’insofferenza, per gli anziani, troppo poveri per comperare le loro vecchie abitazioni, che, rimasti lì, si sentivano sopportati a fatica, perché erano spesso invitati ad andarsene, per permettere una piena riqualificazione del quartiere. L’atteggiamento sdegnoso dei nuovi ricchi si diffuse anche fra i parenti più stretti, dispostissimi a barattare il legame familiare con la proprietà di un alloggio, probabile fonte di futuri lauti guadagni. Il regista indaga con amara attenzione l’avvenuto mutamento dei cuori e della mentalità, raccontandoci la vicenda della signora Bender e dei suoi due figli, Cyril (Philip Davis) e Valerie (Heather Tobias). L’anziana donna (eccellente Edna Doré), dal volto segnato dal dolore e dai sacrifici, riceve da loro poche attenzioni, in modo particolare da Valerie, casalinga isterica e frustrata, trascurata dal marito, ma pienamente convinta della necessità di sacrificare la madre al proprio desiderio di ascesa sociale. Cyril, al contrario, non rinnega le sue origini e non ambisce a diventare ricco: è affezionato al suo passato familiare e sociale, ma è depresso e si sente vinto: è un personaggio pateticamente ancora fedele agli ideali del socialismo sconfitto, tanto che, insieme a Shirley (Ruth Sheen), la donna con cui convive da dieci anni, va spesso a visitare la tomba di Karl Marx al cimitero di Highgate. Il loro rapporto si è un po’ deteriorato, perché Shirley, che è una donna tenerissima, vorrebbe un bambino, mentre a lui manca il coraggio di progettare il futuro, dopo che le speranze rivoluzionarie si sono spente. Sarà il calore umano di lei, nonché la sua profonda sensibilità, a fargli comprendere le ragioni della vecchia madre e ad aiutarlo a superare il pessimismo che sta mettendo a rischio il loro legame. Il film, che fu presentato in Italia, al festival di Venezia nel 1988, è ancora visibile in DVD. Si tratta di un lavoro molto interessante e convincente, soprattutto là dove Mike Leigh coglie le dolorose conseguenze della spietata “modernizzazione” del paese, avviata dalla Thatcher con fredda lucidità. Il ritratto dei vinti, che ancora orgogliosamente rivendicano, come Cyril e Shirley, l’antica appartenenza a un mondo di valori che, condivisi in un ambiente solidale, rendevano più sopportabile vivere, è raccontato con dolente tristezza e umanissima partecipazione, così come la drammaticità della vecchiaia solitaria e della povertà, disprezzata e snobbata da cinici e ignoranti arrivisti, è resa con drammatico e sobrio pudore, grazie anche all’eccellente gruppo di attori (molti dei quali Leigh riproporrà nei film successivi), di eccezionale espressività.

Another year …il faut cultiver notre jardin (Voltaire)…ahimé!

Recensione del film:

ANOTHER YEAR

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Jim Broadbent, Lesley Manville, Ruth Sheen, Oliver Maltman, Peter Wight -129 min. – Gran Bretagna 2010.

Il film pare iniziare nel momento in cui si conclude Candide di Voltaire: “il faut cultiver notre jardin”. A un minuscolo orto della periferia londinese, infatti, dedicano parte del loro tempo libero due coniugi anziani (la psicologa Gerri e il geologo Tom) che hanno vissuto una vita di lavoro e di avventure (i viaggi), ma anche di sogni (il ’68; l’isola di Wight). Le citazioni da Voltaire potrebbero proseguire: il perdurare dell’affetto fra i due coniugi, nonostante il loro imbruttimento (particolarmente quello di Gerri-Cunegonda); la disillusione dall’utopia ottimistica, che nel film coincide con il progressivo restringersi degli interessi sociali che l’utopia aveva dischiuso, l’accontentarsi (conseguente) di far bene il proprio lavoro e di proteggere la serenità propria e quella della propria famiglia, di cui la coltivazione dell’orto è una bella metafora. In questa loro vecchiaia tranquilla, tuttavia, i due si preoccupano di aprire la loro casa agli amici o ai parenti che sono rimasti soli. La solitudine dei tre ospiti, Mary, Ken e Ronnie, è, però, secondo me, il tema centrale del film: si tratta di una solitudine infinita, cupa e irrisarcibile, riflesso di un inesorabile fallimento esistenziale. I tre personaggi vengono presentati, uno alla volta, nelle diverse stagioni di quell’anno a cui allude il titolo del film, altro anno che si aggiunge a quelli della vita serena e senza scosse dI Gerri e Tom. Per Mary, Ken e Ronnie, sarà l’anno in cui essi acquisiranno la consapevolezza dolorosa dell’irrimediabile loro destino di sconfitti dalla vita.

Il momento della verità, per Ken, che ha sempre compensato l’infelicità con la bulimia nervosa, il fumo incontrollabile e la birra, coinciderà con la brutale ripulsa di Mary, mentre per Ronnie, ultimo personaggio a comparire, il momento della disillusione sarà la morte della moglie e l’impossibilità di ricuperare un rapporto col figlio, che vive lontano da lui (si intuisce non lietamente), in una città dello Yorkshire, e che lo odia. Mary, a differenza degli altri ospiti della coppia, è quella maggiormente presente: lavora con Gerri, si confida con lei e passa molto spesso con i due coniugi l’intero week-end. L’esistenza trascorsa fra amori infelici e matrimoni naufragati non l’ ha per ora piegata: nonostante tutto si sente ancora bella, giovane, desiderabile, ma la sua incontenibile logorrea, l’amore per l’alcool e l’atteggiamento ridicolo e civettuolo nei confronti di Joe, il giovanotto figlio della coppia, ci fanno capire subito che si tratta, anche in questo caso, di un personaggio tragico, come ci confermerà l’ultima scena del film, in cui la ripresa, soffermandosi su di lei, la fisserà in una terribile e drammatica espressione di disperato e cosciente dolore. Da tanta desolazione si salva davvero solo la coppia, coltivando il proprio orticello? Sembrerebbe di sì, ma anche il loro accontentarsi ha nel film il sapore amaro di chi le illusioni se le è tolte rinunciando a una parte importante di sé e dei propri sogni, come avviene nella vita di tutti, ahimé!. Il film è diretto con grande cura e con molto equilibrio, e trasmette un messaggio di disperato realismo sul senso della vita e sulle chanches che ciascuno possiede per cambiare davvero il proprio doloroso destino. La recitazione degli attori è, a dir poco, di una perfezione inarrivabile e raggiunge vette di grandissimo impatto soprattutto con la prova di Lesley Manville nella parte di Mary, e di Ruth Sheen in quella di Gerri

Leggi  QUI: Ancora su Another Year (qualche mia nota, in seconda battuta, su questo grande film)