il cinema (Holy motors)

Schermata 06-2456469 alle 11.57.37recensione del film:

HOLY MOTORS

Regia:

Leos Carax

Principali interpreti: 

Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Elise Lhomeau, Jeanne Disson, Michel Piccoli -110 min. – Francia, Germania 2012.

Questo film può essere molto odiato, perché non è tra i più semplici, anche se il suo contenuto simbolico è abbastanza facilmente interpretabile. Si tratta infatti di una riflessione sul cinema, di fronte alla sfida sempre più aggressiva del mondo”digitale” e televisivo che rischia, come ci appare in una delle prime scene, di addormentare il pubblico, e di fargli perdere l’interesse per il cinema vero, quello che grazie al sacrificio personale di tutti coloro che danno se stessi per la riuscita di un film, riesce a commuoverci, a illuderci, a farci sognare, ma anche a penetrare nei mondi più degradati e sordidi, quello dei reietti dal mondo, o quello del crimine. Oscar, il cui nome sintetizza a “lucchetto” quello del regista (leOS-CARax), è l’interprete del film (eccezionale performance di Denis Lavant), colui che su una limousine bianca, perfettamente attrezzata con tutto l’occorrente, quasi un camerino dell’attore, guidata dalla bionda Céline, attraversa Parigi, recandosi nei luoghi più diversi per presentarsi ai nove diversi appuntamenti di cui è fatta la sua giornata. Ai diversi appuntamenti Oscar si presenta, secondo le indicazioni della sceneggiatura a cui si attiene quasi sempre scrupolosamente, indossando maschere e vesti diverse, perché il suo lavoro consiste appunto nella trasformazione di sé, interprete dei ruoli più disparati, uno, nessuno e centomila nel corso di una sola giornata, al termine della quale egli, stanco, invecchiato e malato tornerà a essere se stesso, per poche ore di sonno, senza sapere in realtà chi sia, perché solo attraverso la finzione e le mille diverse pelli che ne mascherano l’identità egli tornerà a vivere.

Questo film, pertanto, non racconta una storia, ma ci fa vivere le mille storie di Oscar che di volta in volta diventa uomo d’affari; vecchia e curva mendicante che si aggira lungo la Senna; ballerino imprigionato in una tecnologica tuta luminosa (scena suggestiva e altamente simbolica) che non gli permette di amare; ripugnante folle personaggio che si trova a suo agio nelle fogne parigine o nei cimiteri della città dove trova la Bellezza (Eva Mendes) di cui è così geloso da abbigliarla con un Burqa; rapinatore e assassino, capace di uccidere e di risuscitare, dal proprio cadavere, quasi araba fenice; suonatore di fisarmonica, capace di attrarre, come un magico pifferaio, dagli oscuri anfratti di una chiesa gotica, una folla di altri suonatori, in una scena di grandissimo impatto emotivo.

Oscar, però, può diventare anche un vecchio morente, per nuovamente trasformarsi in un padre di famiglia noioso; in un amante alla ricerca del tempo perduto, con la donna già amata, all’interno di ciò che resta della famosa Samaritaine, il grande magazzino “déco” parigino, ridotto ora a un ammasso di manichini senza vita e di inutili suppellettili. Direi che è impossibile non cogliere la chiarezza metaforica di queste trasformazioni, che costituiscono non solo lo spunto per altri possibili film, ma che sono esse stesse episodi dolorosi di quell’arte unica e magica che è il cinema, profondamente insidiato e forse destinato a soccombere per l’invadenza del mondo digitalizzato. Un film molto bello, da vedere solo se si comprende che il cinema non parla di noi, ma a noi; per ricordarci che la sua vita dipende anche dalla “bellezza nell’occhio di chi guarda”, come dice Oscar a un sorprendente e quasi irriconoscibile Michel Piccoli, in una delle storie da lui interpretate.

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tra il palazzo e la piazza (Habemus papam)

Recensione del film:
HABEMUS PAPAM

Regia:
Nanni Moretti

Principali interpreti:
Michel Piccoli, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile, Ulrich von Dobschütz, Gianluca Gobbi, Nanni Moretti, Margherita Buy -104 min. – Italia, Francia 2011.

Durante il Conclave per l’elezione del nuovo papa, i più anziani e devoti cardinali pregano il buon Dio, perché venga esaudito l’individuale loro desiderio di non diventare papa. Con questo esordio, Nanni Moretti ci introduce nella vicenda che ha Michel Piccoli per protagonista: è proprio lui, il cardinale Melville, il venerabile sant’uomo ritenuto degno di succedere al defunto pontefice. Melville, però, non se la sente: è vecchio e si ritiene inadeguato al compito gravoso; preferisce di no, come Bartleby, lo scrivano, ideato dal romanziere che si chiama come lui (e non credo che sia un caso).
Il rifiuto di Meville, che pure ha avuto in Celestino V un precedente storico di grande rilievo, getta nello scompiglio il collegio cardinalizio, mentre il potente cardinale Gregori si adopera con molto tatto per riportare alla ragione il neoeletto. In realtà, ciò che maggiormente preoccupa il gruppo più attivo del sacro collegio è lo scandalo per un fatto inaudito, poco spiegabile e tutto sommato imbarazzante. Meglio sopire il chiacchiericcio e i pettegolezzi dei cronisti, far finta che il papa abbia un momentaneo problema di salute, affidarsi alle cure di uno psicologo, che lo faccia presto rientrare nei ranghi. Viene trovato il più bravo di tutti gli psicoanalisti di Roma (Nanni Moretti), miscredente e scettico, ma professionalmente il migliore: è uno scienziato però e non farà miracoli in fretta, soprattutto perché le condizioni in cui dovrebbe lavorare sono davvero proibitive: incontri davanti a tutti i cardinali, mai parlare di sesso, o di altri argomenti delicati e scabrosi. Meglio, forse, che di lui si occupi la moglie separata dello psicanalista (Margherita Buy), brava anche lei, convinta che ogni suo paziente soffra di “deficit di accudimento”. Il film, da questo momento, si svolge affiancando due diverse vicende: quella del cardinale Melville, che, recandosi dalla psicanalista, si immerge nelle strade di Roma e conosce, finalmente, aspetti della realtà che gli erano ignoti, e quella del collegio cardinalizio, che lo psicanalista, per far passare il tempo necessario alla decisione del nuovo papa, organizza in squadre per un torneo di pallavolo. Questo è, forse, l’aspetto più interessante della vicenda, e anche quello che può fornire la chiave di lettura probabilmente più utile per comprendere l’intera pellicola. In questa parte del film, Melville, vivendo finalmente in libertà, ha modo di comprendere almeno due cose: la prima è l’atteggiamento rispettoso e umanamente solidale delle persone che lo incontrano, che, senza sapere nulla di lui, si adoperano per capire le sue necessità e aiutarlo; la seconda é che fra questa realtà e il “palazzo” esiste poca o nessuna comunicazione. Melville prende coscienza che il problema che la Chiesa (non solo la Chiesa, però) deve affrontare, non è di accudimento, da sempre creduto suo compito, ma di stabilire un rapporto nuovo con i fedeli: un rapporto tra adulti.
La conoscenza del mondo, con la sua complessità, che la la scienza, con i suoi nuovi strumenti di analisi, aiuta a comprendere, devono diventare patrimonio comune di governanti e governati; se ciò non avverrà il potere sarà sempre più autoreferenziale e alla lunga non troverà più ascolto né fra i credenti, né fra i cittadini. “Tra il palazzo e la piazza”, deve finalmente eliminarsi quella ” nebbia sì folta”, quel “muro sì grosso” di cui parlò Guicciardini in uno dei suoi Ricordi più celebri.
Resta il dubbio se la Chiesa, o il potere laico, così come ci si presenta nel nostro paese, siano in grado di fare ciò. La risposta di Moretti – Melville è che non lo sono: la finestra è vuota; le attese novità non si vedono. Un bel film davvero, con un Michel Piccoli di una bravura inarrivabile.

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