La forma dell’acqua


recensione del film:
LA FORMA DELL’ACQUA

Titolo originale:
The Shape of Water

Regia:
Guillermo Del Toro

Principali interpreti:
Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer – 119 min. – USA 2017

A me, colpevolmente all’oscuro dei trascorsi cinematografci di Guillermo Del Toro, questo film ha detto davvero poco, essendomi sembrato l’ennesima versione, sotto mentite spoglie, della favola antica della Bella e della Bestia.

Dopo il “muto” del 1920, con la regia di Umberto Fracchia, fu il film di Jean Cocteau del 1946, La Bella e la Bestia, a iniziare la lunga serie delle belle e delle bestie, che, con altri titoli e con variazioni e contaminazioni da altre fiabe, è arrivata fino ai nostri giorni, per il grande schermo e anche per gli schermi televisivi. Dall’antica fiaba originaria (Amore e Psiche dall’Asino d’oro di Apuleio) molta strada è stata percorsa, ma la malìa di quel racconto e delle sue implicazioni simboliche sembra aver attraversato i tempi incantando ancora. Nella premessa che Jean Cocteau aveva anteposto al proprio film si trova forse il segreto di questo fascino permanente: a molti piace ritornare, nel buio della sala, all’infantile e ingenua disposizione d’animo grazie alla quale, senza sforzo, si crede all’incredibile, ci si abbandona ai sogni e, immaginando che il Bene, incarnato in alcuni personaggi, sconfigga il Male, incarnato in altri, si accoglie la narrazione con grande candore, la razionalità essendo riservata, semmai, al dopo, all’analisi degli strumenti utilizzati per dar vita a un racconto ricco di effetti (talvolta anche di effettacci) sbalorditivi per il loro realismo, o all’abilità narrativa, al montaggio… La favola bella, insomma, deve illudere!

Guglielmo del Toro, a quanto ho appreso, colloca le fiabe dei suoi film in uno scenario storico preciso: così era avvenuto nelle opere precedenti, così  avviene ora  per questo ultimo lavoro.
Ambientato nel Maryland degli anni sessanta in piena guerra fredda, quando dopo il lancio del primo uomo nello spazio da parte dell’URSS, gli scienziati americani progettavano una risposta spettacolare che offuscasse la memoria di quel successo, il film narra che allo scopo si pensava di utilizzare un uomo-pesce, creatura marina “mostruosa” ma intelligente, che era stato catturato in Amazzonia e, successivamente, imprigionato a Baltimora.
L’infelice creatura, in condizioni ai limiti della sopravvivenza, in un laboratorio acquatico sotterraneo, subiva sul proprio corpo squamoso e bellissimo (?) i test più crudeli che permettessero di capire se in futuro avrebbe potuto essere inviato nello spazio, colmando il gap con l’Unione Sovietica. Lo seguiva un medico, spia russa in incognito, a contatto continuo con altri spioni. Della sua esistenza nessun altro cittadino americano era informato, con l’eccezione delle due donne addette alla pulizia dei locali: Elisa e Zelda, amica, confidente e… interprete di Elisa, donna muta che si esprimeva a segni. Le accomunava una solidarietà profonda: Zelda (Octavia Spencer), nera di pelle, mal sopportava il razzismo dell’America pre-kennediana, oltre che il vetero-maschilismo di un marito ottuso; Elisa (Sally Hawkins) reagiva alla solitudine (alla quale il mutismo l’avrebbe condannata) col lavoro, con la fiducia nel futuro e con l’amicizia di Zelda e di un vicino di casa omosessuale, Giles, emarginato e, a sua volta, solo e povero, nonostante le ottime qualità di disegnatore pubblicitario.
Presa da meraviglia pietosa per lo strano uomo prigioniero che tutti i giorni emergeva in catene dalla vasca del laboratorio, Elisa se ne era innamorata perdutamente e, con l’aiuto di Zelda, era riuscita a trascinarlo segretamente fuori dal sotterraneo carcere e a vivere con lui per qualche tempo, trasformando anche la propria abitazione in una vasca tracimante enormi quantità d’acqua sui locali del cinema sottostante. Mi limito a far notare la metafora un po’ ovvia (l’acqua profumata dalla storia d’amore, di cui Elisa è muta protagonista, che piove sul cinema) senza raccontare altro, per non togliere a chi mi legge il gusto della visione, che può risultare gradevole per la sua accuratezza: bei colori, bella musica, buona sceneggiatura e anche per la misura con cui il regista è riuscito a contenere il manicheismo della lotta fra i buoni (Elisa, il suo vicino di casa Giles, ovvero Richard Jenkins, e Zelda) e i cattivi (i guerrafondai di entrambi i fronti), introducendo un cattivo, ma non troppo, nella figura tormentata del medico-spia (Michael Stuhlbarg). Travestito da mostro buono è l’attore Doug Jones, ricoperto da una corazza in plastica finemente cesellata e impreziosita: molto kitsch. Non mi ha convinta fino in fondo, ma il film è da vedere, almeno per curiosità. Se qualcuno ricorda il film di Cocteau, lo dimentichi, per evitare un paragone troppo impietoso e forse ingiusto!

 

Leone d’oro della Mostra del cinema veneziana dello scorso settembre e candidato con ben tredici Nomination all’Oscar (un po’ sopravvalutato?), è ora nelle nostre sale.

 

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Chiamami col tuo nome

recensione del film:
CHIAMAMI COL TUO NOME

Titolo originale:
Call me by your name

Regia:
Luca Guadagnino

Principali interpreti:
Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel – 132 min. – Italia, Francia, USA, Brasile 2017

Ci volevano quattro candidature all’Oscar perché la distribuzione italiana si accorgesse di questo miracoloso lavoro di Luca Guadagnino, regista di origine palermitana, di fama internazionale, molto stimato all’estero ma poco presente nelle nostre sale. Il suo film è un vero gioiello; era stato presentato un anno fa alla Berlinale, in una sezione speciale, ma qui da noi nessuno se ne era accorto, anche se da allora aveva raccolto prestigiose attestazioni di stima e riconoscimenti, fino alle ultime molto clamorose nomination ai Golden Globes e agli Oscar.

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Il film è per alcuni aspetti molto semplice: è il racconto dell’amore estivo di un adolescente, in vacanza con la famiglia in un imprecisato luogo del nord Italia, inevitabilmente destinato a durare “l’espace d’un matin”. Si chiama Elio ( Timothée Chalamet), il protagonista; nel 1983, anno in cui viene collocata la vicenda del film, ha diciassette anni e comincia a radere i suoi primi baffi; il suo corpo è ancora molto esile, ma sta mutando, accompagnato da qualche segnale fisico di disagio: sangue dal naso, vomito… quasi corrispettivo metaforico delle incertezze tormentose sulla propria sessualità, nonché delle normali piccole insofferenze nei confronti del mondo degli adulti, di quei genitori (Michael Stuhlbarg, Amira Casar) così affettuosi da sembrare soffocanti, ma in realtà attentissimi, con impercettibile discrezione, ai suoi problemi: di questo vero e grande privilegio, insieme a Elio, infine, avremo tutti noi spettatori piena coscienza.

Durante la sua vacanza dorata, nell’avita casa di campagna, Elio legge, si vede con la sua amica Marzia (Esther Garrel) a cui dona le poesie di Antonia Pozzi, oppure scrive musica, suona la chitarra e il pianoforte, sul quale si diverte a variare le …Variazioni Goldberg di Bach, occupazioni impegnative che rivelano non solo interessi culturali che oggi sembrano insoliti per quell’età, ma anche un back-ground familiare neppure allora molto diffuso. La sua è una famiglia ebraica, in cui si parlano più lingue  (la madre è americana e di studi francesi) e la cultura è di casa: il padre, che insegna all’università, è un archeologo che ospita in estate giovani studenti stranieri, dottorandi che arrivano per soggiornare sei settimane, al fine di perfezionare la loro tesi, lavorando sul campo e imparando da lui.

Il 1983, accennato anche da una discussione a tavola fra amici che commentano gli ultimi significativi avvenimenti, è l’anno dell’arrivo dello studente Oliver (Armie Hammer), un giovane americano di ventiquattro anni, anch’egli di famiglia ebraica, la cui bellezza sportiva e sensuale ricorda quasi la bellezza suggestiva delle sculture antiche, riemerse come copie ellenistiche nei pressi di Sirmione dalle profondità del lago di Garda
L’acqua, da sempre ricca di significati culturali e simbolici, ha molto spazio nel film: è il lago dell’emersione dall’oscurità degli antichi reperti, è nei fontanili che diventano piscine per i tuffi; è nelle fontane delle cittadine intorno alla casa di campagna, è il bicchiere che disseta, offerto dalla contadina che sbuccia le verdure sulla soglia di casa, è quella che sgorga impetuosa nelle cascate che scendono dalle Alpi Orobie, alimentando i corsi d’acqua della valle, teatro dell’amore nascente di Elio per Oliver, la cui fascinosa bellezza oltre ad aver acceso le fantasie di molte ragazze, aveva colpito Elio. Non era stato facile, però, arrivare a lui, per il senso di responsabilità che gli veniva dalla sua età più matura e anche per il timore di deludere e di ferire quel tenero e fragile ragazzo innamorato lasciandosi invischiare in una passione senza futuro.
Il loro lento avvicinarsi, la gioia dei primi approcci, la tenerezza dolce e il reciproco desiderio impetuoso sono raccontati con delicatezza e grazia inarrivabili e giungono rapidamente alla nostra emotività, facendoci seguire con partecipazione pietosa gli sviluppi di quell’amore nascosto ma profondo che avrà inaspettatamente modo di manifestarsi per soli due giorni in un’esperienza di gioia vera e totale, importantissima per il futuro di entrambi, che hanno imparato a darsi l’uno all’altro, uscendo da sé e dalle proprie paure.

Il film è ricchissimo di riferimenti culturali: ad Antonia Pozzi, la grande poetessa novecentesca, legata a quel paesaggio alpino nel quale aveva cercato la morte; alla pittura di Renoir; alla cinematografia di Bernardo Bertolucci, grande narratore di paesaggi padani (Novecento) e di turbamenti giovanili (The Dreamers, Io ballo da sola, Io e te) nonché a quella degli interni borghesi viscontiani. Il film si presenta, tuttavia, molto compatto, grazie anche alla bellissima sceneggiatura che il regista ha condiviso con James Ivory, il vecchio regista, dal romanzo di André Aciman edito da Guanda qualche anno fa  e opportunamente ristampato e oggi reperibile. Da vedere !

Nuit de juin! Dix-sept ans! – On se laisse griser.
La sève est du champagne et vous monte à la tête…
On divague; on se sent aux lèvres un baiser
Qui palpite là, comme une petite bête…
(Arthur Rimbaud)*

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*Fra i documenti del blog, se volete, potete trovare l’intera poesia di Rimbaud, che si intitola Roman (Romanza), nonché la sua traduzione.

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Sulle ragioni che hanno spinto Luca Guadagnino a produrre e creare i suoi film per l’estero prima che per l’Italia raccomando la lettura della più che istruttiva intervista che la giornalista Cristina Battocletti gli aveva fatto il 9 febbraio2017 per Il Sole 24 Ore. L’intervista è preceduta da alcune notizie sulla Berlinale che si possono tranquillamente ignorare e viene subito dopo il trailer, in lingua originale, di questo film.

 

A Serious man

Recensione del film:
A Serious Man

Regia:
Joel Coen, Ethan Coen

Principali interpreti:
Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Adam Arkin, Aaron Wolff, Jessica McManus, Brent Braunschweig, David Kang, Jack Swiler, Andrew S. Lentz, Jon Kaminski Jr, Ari Hoptman, Benjy Portnoe, George Wyner, Fyvush Finkel, Katherine Borowitz, Steve Park, Amy Landecker, Allen Lewis Rickman, Raye Birk, Peter Breitmayer, Stephen Park, Simon Helberg, Alan Mandell – 105 min. – USA, Gran Bretagna, Francia 2009.

Questo film invita a riflettere su alcuni interrogativi ai quali tutti gli uomini, in tutti i tempi, hanno cercato di dare risposta, attraverso le religioni, attraverso le filosofie morali, ma anche cercandone la spiegazione razionale. Qual è il senso del nostro esistere? Il bene e il male in che modo sono distinguibili? La scienza è in grado di migliorare davvero la nostra esistenza? Il protagonista, Larry, è un serio e impegnato insegnante di fisica della provincia americana, sul cui futuro professionale sembrano aleggiare le oscure minacce di alcune lettere anonime. Le laboriose dimostrazioni matematiche dei fenomeni fisici vengono ascoltate dai suoi studenti sonnecchianti, uno dei quali, gli dice apertamente di ritenere che la fisica sia una pura descrizione di fenomeni e, in quanto tale, del tutto separabile dalla matematica. Nella matematica, invece, secondo Larry, è la spiegazione dei fenomeni stessi, ma al termine dei suoi astrusi calcoli il “principio di indeterminazione” si imporrà, quasi a dimostrare l’inutilità della costruzione razionale così attentamente perseguita. D’altra parte è la vita stessa che si incarica di contraddire la serietà dell’impegno di Larry: le sciagure si accumulano su di lui, incolpevole e incapace di fare del male. La sua famiglia non sta insieme, i suoi parenti lo mettono nei guai e, nel momento in cui egli si rivolge ai rabbini, cioè all’autorità religiosa, ne ricava risposte banali che non riescono a indicargli il senso e la direzione della sua vita, ormai priva di bussola. Quando, per una serie di eventi fortuiti, tutti i guai di Larry sembrano risolversi, alcuni inquietanti segnali esterni, lo ripiomberanno nell’incertezza del futuro e della sua stessa vita: l’indeterminazione sembra essere, dunque, la cifra non solo dei fenomeni fisici, ma anche dell’esistere. In questa incertezza di ogni riferimento, perde valore qualsiasi sistema morale fondato sulla distinzione fra bene e male, perché, spesso, ciò che Larry ritiene un bene, si rivela deleterio, mentre ciò che ritiene un male si rivela utile e necessario a risolvere molti problemi, forse non i suoi, certamente di chi ha più di lui necessità di soccorso e di aiuto. Questa è anche la logica del prologo del film, in cui i protagonisti, che ricompariranno nel corso della narrazione, con ruoli diversi e forse più complessi, interpretano una vicenda apparentemente più oscura, che diventa una specie di falsariga della storia che seguirà, e che si conclude anch’essa con l’indeterminabilità del vero e del falso, del bene e del male. Chi è il Dibuk? E’ davvero morto o è vivo? La donna che lo ha colpito ha fatto bene o male?
Quello che rimane impresso del film è il linguaggio lieve col quale le domande metafisiche diventano racconto intelligentemente ironico e incalzante, che tiene sveglia la mente dello spettatore, ma parla anche al suo cuore, sollecitando una pietosa compassione di Larry e di se stesso.