un film ingenuamente consolatorio – (The Tree of Life)

Recensione del film:
THE TREE OF LIFE

Regia:
Terrence Malick

Principali interpreti:
Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Joanna Going, Hunter McCracken, Laramie Eppler, Tye Sheridan, Jackson Hurst, Lisa Marie Newmyer, Crystal Mantecon, Tom Townsend, Jennifer Sipes, Tamara Jolaine, Will Wallace, Kimberly Whalen, Michael Showers, Danielle Rene, Margaret Hoard, Zach Irsik, Brayden Whisenhunt, Erinn Allison, Jodie Moore, Chris Orf, Cole Cockburn, Christopher Ryan, Alex Draguicevich, Robin Read, Anne Nabors – 138 min. – India, Gran Bretagna 2011

il film descrive la vita di una famiglia texana negli anni ’50, soffermandosi sui rapporti affettivi, e sulle dolorose lacerazioni provocate dalla morte di un figlio: lo sfondo di questa tragedia familiare è il processo grandioso che ha reso l’ambiente naturale adatto all’insediamento della vita vegetale, animale e infine umana, secondo una visione evoluzionistica, che sembra priva di senso e di finalità. Venti minuti di immagini molto belle ed elaborate si susseguono, suscitando sconcerto in alcuni spettatori e meraviglia in altri, per ripercorrere la storia del cosmo e della terra, collocando perciò il dolore dei membri di questo piccolo nucleo, nella più generale tragedia di ogni uomo, per il quale nascita e morte segnano i confini dell’esistenza secondo logiche e leggi che non tengono conto di progetti, di affetti, di voglia di vivere. Il regista, però, fin dall’inizio del film, ci dice che se noi non accettassimo una visione esclusivamente naturalistica dell’Universo, accontentandoci delle sole spiegazioni scientifiche, e ricorressimo a una spiegazione fondata sulla Grazia, potremmo trovare un senso e un fine alle cose e alle vicende che ne paiono prive. Il film ha inoltre un preciso richiamo al libro di Giobbe, nell’incipit, il che significa che la ricerca del senso non comporta necessariamente una risposta positiva all’aspirazione dell’uomo a vivere senza soffrire. Il Dio che Malick postula nel film potrebbe, come quello di Giobbe, chiedere agli uomini fede e obbedienza a leggi umanamente poco comprensibili, apparentemente capricciose e arbitrarie, come fa il padre della famiglia del film, che pare compiacersi dell’arbitrio delle sue assurde imposizioni e che, non a caso, esige che i figli lo chiamino “Signore”. L’accostamento blasfemo, è probabimente plausibile: nel film abbondano, infatti, altri parallelismi più o meno espliciti, che, se meditati, ne permettono una migliore comprensione. La parte centrale (e forse migliore) del film è dedicata alla descrizione della vita familiare e delle dinamiche che si creano fra i diversi membri del piccolo nucleo: un padre severo e autoritario che fissa i paletti entro i quali i figli possono muoversi e agire; una madre dolce e protettiva, a sua volta vittima delle angherie del marito; tre bambini che, incuranti dei divieti paterni, si dedicano all’esplorazione sistematica del mondo che li circonda, ai giochi anche violenti e aggressivi nei quali misurano le proprie forze , sospinti dalla volontà di conoscersi e di conoscere il mondo, come è avvenuto nella storia dell’uomo, il cui incoercibile bisogno di sapere non ha mai accettato limiti. La conoscenza disgiunta dalla Grazia, tuttavia, ha ottenuto solo apparentemente risultati positivi: la razionalità fredda dei bellissimi grattacieli, che nel film paiono quasi gareggiare per imponenza con gli spettacoli naturali, non emoziona, è priva di pathos, non suscita desiderio di protezione e d’amore. Sono le esigenze profonde che postulano l’esistenza di un Dio che ci risarcirà, sia pur tardivamente (è tardivo anche il perdono che il padre chiederà al figlio a lungo vessato), colmando lo scarto fra la creazione, che impone a ogni essere vivente rigidi e dolorosi limiti, e l’aspirazione all’ amore e alla gioia che è in ognuno di noi. Il guaio è, però, che questo tardivo risarcimento, nel film, almeno, è assai poco allettante: un al di là incolore e mieloso in cui solo l’amore domina fra le creature e che se dovesse durare in eterno, sarebbe davvero di una noia insopportabile. Questo film è molto discutibile, così come è più che discutibile la Palma d’oro che a Cannes gli è stata assegnata. Mi ha lasciato molti dubbi e perplessità la frammentarietà della narrazione, quasi impressionistica, che rivela una forma complessivamente non all’altezza del contenuto filosofico, rimasto troppo spesso in una condizione di ingenua velleità.

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Colpo di fulmine – Il mago della truffa

Recensione del film:
COLPO DI FULMINE – IL MAGO DELLA TRUFFA

Titolo originale.
I Love You Phillip Morris

Regia:
Glenn Ficarra, John Requa

Principali interpreti:
Jim Carrey, Ewan McGregor, Leslie Mann, Rodrigo Santoro, David Jensen, Jessica Heap, Marc Macaulay, Beth Burvant, Antoni Corone, Dameon Clarke, J.D. Evermore, Griff Furst, Lance E. Nichols, Louis Herthum, Victor Hugo Palacios, James McDaniel, Tony Bentley, Morgana Shaw, Michael Showers, Brennan Brown, Annie Golden, Marylouise Burke, Marcus Lyle Brown, David Dahlgren, Douglas M. Griffin, Michael Wozniak, James B. McDaniel, Trey Burvant, Clay Chamberlin, Harrison C. Davies, Tommy Davis, Jaime San Andres, DeVere Jehl, Kennon Kepper, Jacqueline King, Denise Robin, Liann Pattison – 102 min – USA, Francia 2009

il film racconta la vera storia di un americano, imbroglione di professione, che sta attualmente scontando una condanna “esemplare” a 144 anni di carcere, elargitagli nel Texas governato da George Bush. Nel film la storia vera del protagonista viene modificata nel finale, ed è narrata da lui stesso, Steve Russel, dal letto di un ospedale, da cui non dovrebbe più uscire, se non morto, poiché lì è stato ricoverato come malato terminale di AIDS. Apprendiamo dunque da Steve alcune cose di lui: si è sempre sentito omosessuale, fin da piccolo; ha, nonostante ciò, contratto un matrimonio con una donna (una insopportabile e bigotta borghesuccia), che lo ha reso padre; è stato poliziotto per cercare di identificare la madre che lo aveva abbandonato nella più tenera infanzia; ha lasciato la moglie e anche la polizia, quando, a seguito di un grave incidente, ha deciso di voler vivere la sua vita, secondo le inclinazioni che fino ad allora aveva represso. Inizia, a questo punto, un difficile percorso da gay, con gravi difficoltà soprattutto economiche, superate da Steve attingendo esclusivamente alle sue doti di intelligente imbroglione. Tutta la sua vita da gay è una vita in fuga: dalla prigione, dalla polizia, dalle sventurate vittime delle sue truffe e delle sue millanterie. In carcere conoscerà Philip Morris, timido giovane gay, che gli resterà fedele negli anni. Questa movimentata esistenza potrebbe dar vita a un film interessante, solo che il regista decidesse di scegliere un filone narrativo e lo seguisse con coerenza. Purtroppo, invece, i registri narrativi che vengono seguiti sono parecchi e la pellicola oscilla fra la descrizione della storia d’amore e di fedeltà con Philip, secondo un cliché romantico, e il racconto divertito, ma non sempre divertente e spesso ripetitivo, delle avventure rocambolesche, delle menzogne, degli inganni di Steve. Non è sufficiente la estrema bravura di Jim Carrey e del suo partner Ewan McGregor per evitare allo spettatore una certa noia, perché davanti a un film che vuole essere d’amore, d’avventura, ma anche di rappresentazione della vita carceraria, di inganni comici (ma, quando sono troppi, diventano prevedibili e non fanno più ridere), fondamentalmente si finisce per essere disorientati e ci si trattiene poco volentieri. Peccato!