L’avenir

schermata-2016-11-26-alle-22-33-28recensione del film:
L’AVENIR

Regia:
Mia Hansen-Løve
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Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Edith Scob, Roman Kolinka, André Marcon, Marion Ploquin
– 100 min. – Francia 2016.

Orso d’Argento alla Berlinale di quest’anno, del tutto ignorato qui in italia, visto al TFF, con la sgradevole sensazione che da noi non arriverà mai. Possibile che proprio nessuno intenda distribuirlo anche qui?

Nathalie (Isabelle Huppert), insegnante di filosofia, era apparsa all’inizio del film quando, ancora giovane, aveva portato i suoi bambini a visitare Le Grand Bé, il luogo caro a Chateaubriand che lì aveva voluto essere seppellito: una piccola altura unita a Saint Malo da una lingua di terra percorribile solo nei momenti di bassa marea, emblematica dell’aspirazione dello scrittore a confondersi con l’eterno fluire del mare, non del tutto staccato, però, dal mondo degli uomini.
Erano passati gli anni, i bambini erano cresciuti e ora vivevano per lo più lontani da lei, mentre si moltiplicavano i suoi problemi: una madre (Edith Scob) con la demenza senile, che di lì a poco l’avrebbe lasciata; una vita matrimoniale prossima alla deflagrazione; una vita professionale ormai priva di soddisfazioni, poiché le sue belle lezioni di filosofia interessavano sempre meno gli studenti, spesso in sciopero per rivendicare spazi e diritti che le sembravano incomprensibili, mentre gli editori dei suoi saggi le richiedevano minor rigore nel linguaggio, maggiore facilità, e la spingevano ad adeguarsi a un pubblico superficiale e poco disposto a letture impegnative. Le era rimasto vicino solo Fabien (Roman Kolinka), l’antico discepolo intelligente, un po’ anarcoide, che aveva seguito con passione le sue lezioni e che si era messo a scrivere di filosofia, col suo pieno sostegno. Ora Fabien, però, aveva fatto una scelta decisiva per la propria esistenza:  aveva iniziato a vivere, in coerenza con le proprie convinzioni, in una “comune”, nelle prealpi del parco regionale del Vercors (il territorio è quello di Grenoble), riducendo al minimo i bisogni e le necessità indotti dalla vita di città, e l’aveva invitata a condividere quella vita con lui e con quanti, come lui, erano disposti a rinunciare ai modelli imposti dalle convenzioni borghesi. Nathalie, avrebbe trovato però, inaspettatamente, nella sua filosofia e in se stessa la forza di affrontare i cambiamenti e le separazioni inevitabilmente legate al passare del tempo, accettate finalmente con consapevole serenità.

Il film, minimalista, come gli altri di questa bravissima regista, indaga delicatamente negli stati d’animo di Nathalie, nelle sue esitazioni, nell’equilibrio instabile della sua esistenza che perde a poco a poco certezze e riferimenti, avvalendosi dell’interpretazione eccezionale di Isabelle Huppert, che senza retorica, con la ricchissima gamma delle espressioni del volto, dello sguardo, della gestualità e delle parole costruisce un personaggio femminile bellissimo e non facilmente dimenticabile.

Da vedere, se arriverà in Italia, s’intende!

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les enfants qui s’aiment (Un amore di gioventù)

recensione del film:
UN AMORE DI GIOVENTU’

Titolo originale:
Un amour de jeunesse

Regia:
Mia Hansen-Løve

Principali interpreti:
Lola Creton, Sebastian Urzendowsky, Magne Brekke, Valérie Bonneton, Serge Renko – 111 min. – Francia, Germania 2011.

Ritengo che questo film sappia dire, come raramente accade, se non alla poesia, l’ineffabile: sono spesso le parole dei poeti quelle che, meglio di altre, esprimono i momenti più delicati e complessi del nostro animo. Per questa ragione, forse, durante la sua visione, mi è tornata più volte alla mente la famosissima lirica di Jacques Prévert: Les enfants qui s’aiment, di cui riporto gli ultimi quattro bellissimi versi:

“Les enfants qui s’aiment ne sont là pour personne
Ils sont ailleurs bien plus loin que la nuit
Bien plus haut que le jour
Dans l’éblouissante clarté de leur premier amour”

Il primo amore è per tutti, appunto, uno di quei momenti delicati e complessi della vita: esaltante, se vissuto con l’intensità e l’assolutezza tipiche dei giovani, ma, insieme, difficile da portare avanti senza dolore, perché gli adolescenti hanno corpi e impulsi da adulti, ma, nelle nostre società, sono costretti a rinviare la realizzazione dei loro sogni e dei loro progetti di convivenza a un futuro assai vago, che verrà dopo la scuola e anche dopo la ricerca di uno sbocco professionale adeguato alle rispetttive capacità e predilezioni. Questo bellissimo film, inoltre, ci dice che oggi le cose possono essere ancora più complicate: la storia di Sullivan è, infatti, anche la storia di un giovane immigrato dal Sudamerica a Parigi, dove si trova male, non riesce ad ambientarsi, non ce la fa a inserirsi nella scuola, che, infatti, abbandona presto. Egli ha in mente di trovare i soldi per tornare, con pochi amici, al paese d’origine, anche a costo di lasciare lei, Camille, che pure gli piace davvero e ama, col cuore a pezzi, in un mare di lacrime, perché d’amore magari non si muore, ma si soffre, eccome! Si separeranno, pertanto, i due ragazzi, e per un po’ si scriveranno, poi le lettere si faranno sempre più rade, mentre la loro vita si differenzierà profondamente nei percorsi culturali, professionali e anche amorosi. Dopo qualche anno si ritroveranno casualmente, profondamente mutati, ma ancora fortemente attratti. Non intendo, naturalmente, raccontare l’epilogo del film, che merita di essere visto, meditato e vissuto attraverso lo svilupparsi della pellicola che attentamente e analiticamente indaga soprattutto nel cuore di Camille, che è ancora alla ricerca di un risarcimento per l’abbandono di Sullivan. Incantevole film che disegna molto bene i diversi percorsi di formazione dei due ragazzi: la giovane regista (ha solo trent’anni!) si muove “en plein air”, fra Parigi, la Valle della Loira e l’Ardèche, con citazioni evidenti soprattutto di Rohmer, senza mai essere leziosa né sentimentale, né patetica nel rappresentare il difficilissimo e doloroso passaggio dall’adolescenza all’età adulta.