il potere (Le idi di marzo)

recensione del film:
LE IDI DI MARZO

Titolo originale:
The Ides of March

Regia:
George Clooney

Principali interpreti:
Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Max Minghella, Jeffrey Wright – 101 minuti – USA, 2011.

Il bel titolo classico di questo film ci riporta alla memoria la storia del nostro passato: la fine di Giulio Cesare ad opera dei congiurati che lo stavano attendendo all’ingresso del Senato, dove, appunto, lo avrebbero pugnalato. Fra i congiurati, Bruto, figlio adottivo di Cesare, diventato da allora, per molti, la personificazione stessa del traditore. D’altra parte, in altri momenti storici, la figura di Bruto ha goduto di fama migliore: il tirannicida, l’eroe della libertà, colui che invano, ma generosamente, cercò di difendere le libertà repubblicane. La riesumazione di questi fatti, evidente dal titolo di questo bel film, ci trasporta, però in un luogo lontanissimo nello spazio, visto che siamo nell’Ohio, e nel tempo: ci troviamo, infatti, al tempo delle elezioni primarie del candidato democratico, Mike Morris, per la candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti. Morris, interpretato da George Clooney, che è anche regista del film, è un candidato saldamente ancorato ai valori della Costituzione americana, sanamente laico, in modo da garantire ai credenti di ciascuna fede il pieno godimento dei rispettivi diritti e anche progressista, soprattutto in tema di conquiste civili; contrario alla pena di morte, favorevole all’allargamento delle libertà per i gay e via dicendo, secondo i canoni di un’avanzata correttezza politica. Non tutto il Partito democratico è con lui: lo sarebbe, ma teme che la rigidità delle sue posizioni comprometta la vittoria, soprattutto nell’Ohio, stato che si è fatto la fama di essere quello il cui elettorato, attraverso le primarie, prefigura l’esito delle presidenziali con una certezza quasi matematica. Il suo staff, a sua volta è spaccato: il nodo cruciale delle primarie può essere affrontato in due modi: cedendo a qualche compromesso sui principi, candidando per esempio l’uomo forte dell’altro schieramento del partito, cosa che Morris non vorrebbe assolutamente fare, oppure scommettendo sulla novità costituita proprio dal suo radicalismo senza compromessi, cosa che gli attirerebbe, secondo lui, la simpatia di strati di popolazione che non si era mai lasciata coinvolgere dalla passione politica, giovani soprattutto. In ogni caso, proprio la difficoltà del momento, insieme alla presenza di un sistema di informazione fondato sul sensazionalismo e pronto a diventare una vera macchina del fango, consiglierebbe la massima prudenza del dire e del fare, da parte di tutti, candidato e staff. Così non sarà. L’andamento da thriller del film non mi consente di aggiungere altro. Qualcuno tradirà (le Idi di marzo, appunto) per ambizione personale o per disillusione profonda, nei confronti di un mondo in cui la spinta ideale pare soffocata dalla sete di potere, a cui pare che nessuno sfugga. Il film si interroga sui rapporti fra politica, che è prassi, fondamentalmente, e perciò costretta a confrontarsi con una realtà spesso sorda agli ideali, ed etica, che è teoria e che in quanto tale rischia di rimanere travolta da esigenze più prosaiche, ma certo a loro volta profonde. Il film è condotto in modo, a mio avviso, ineccepibile: asciutto e senza retorica il racconto; acuta l’indagine dei comportamenti dei diversi protagonisti, ognuno dei quali è portatore di una parte di verità. Nessuno è buono, ma nessuno è cattivo: forse qualcuno è meno peggio di altri, ma tutti sono uomini e donne assolutamente imperfetti. Splendida interpretazione di Clooney, di Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti (il che è ovvio); altrettanto eccellenti gli attori meno noti (Ryan Gosling, tra tutti: sbalorditivo!, così come le due donne, la stagista e la giornalista, attrici perfette per le due parti tanto ambigue quanto difficili). Forse, ma questa è una mia riflessione a margine, la sete di potere e la smisurata ambizione potrebbero essere maggiormente contenute da un sistema politico in cui meno sia presente la personalizzazione dello scontro.

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Agorà

Recensione del film:
AGORA

Regia:
Alejandro Amenábar

Principali interpreti:
Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom, Michael Lonsdale, Rupert Evans, Richard Durden, Sami Samir, Manuel Cauchi, Homayoun Ershadi, Oshri Cohen, Harry Borg, Charles Thake, Yousef ‘Joe’ Sweid, Andre Agius, Paul Barnes, Christopher Dingli, Clint Dyer, Wesley Ellul, Jordan Kiziuk, George Harris, Amber Rose Revah, Angele Galea, Alan Meadows
-128 min. – Spagna 2009.

Tutto ciò che sappiamo di Ipazia viene da Sinesio, che da studente aveva frequentato le sue lezioni e ne era rimasto affascinato. Egli si era successivamente convertito al cristianesimo e aveva invano cercato di salvarla. Di lei non è rimasto altro, perché il fanatismo religioso feroce e distruttivo non si é accanito solo contro la sua persona, ma contro i suoi scritti e contro tutto ciò che del suo pensiero potesse rimanere. Le folle di cristiani ignoranti, appena indottrinate, avevano individuato in lei l’emblema di coloro che da secoli erano responsabili del loro stato di umiliazione e contro di lei avevano cercato la rivincita. Le si rimproverava di essere donna, in primo luogo, di conoscere la scienza e la filosofia, ma non la fede, unico strumento di salvezza e anche di riscatto sociale. Contro di lei si scatenò dunque lo stesso odio che travolse ogni forma di cultura precedente, che portò a poco a poco alla distruzione della biblioteca di Alessandria e che fece di tutta la classicità il nemico da debellare in nome dei nuovi valori. Da questo “scontro di civiltà”, ebbe origine quella stessa cultura cristiana, che a un certo punto si vide quasi costretta al ricupero degli antichi testi e degli antichi autori, attraverso l’opera dei monaci amanuensi. La rimozione della sua figura ebbe fine con la cultura settecentesca: Gibbon, seguito da molti illuministi francesi, ma vorrei ricordare anche che su Ipazia si soffermò a lungo una poetessa piemontese protoromantica: Diodata di Saluzzo Roero, apprezzata anche da Manzoni, che scrisse più versioni di un poema a lei intitolato, e che anche Leopardi la citò nella sua Storia dell’astronomia. Questa premessa mi pare quasi doverosa per chiarire i pregi e i limiti del film in questione. Che il film abbia il merito di divulgare presso un vasto pubblico il ricordo di una figura luminosa di donna filosofa e scienziata, vittima del fanatismo religioso, mi pare non possa essere messo in dubbio da alcuno, soprattutto in questo momento in cui assistiamo a una ripresa dell’integralismo, ahimé anche cristiano, giustificato di nuovo dalla necessità di uno “scontro di civiltà”. Che il film sia bello, invece, mi pare discutibile. Troppo indulge, a mio parere a una spettacolarità da kolossal, certo forse perché si è pensato che in tal modo fosse più facile veicolarne il messaggio. A me sono venuti in mente due bellissimi film, molto più sobri e convincenti: il film di Youssef Chahine, Il destino, che ha raccontato magnificamente la tragica vicenda di Averroé e dei suoi scritti e quello della nostra Liliana Cavani su Galileo. Questo di Amenabar è forse più adatto ai nostri giorni, in cui, senza urlare, non è quasi possibile farsi intendere. Che il film, però, sia altrettanto riuscito, mi sembra davvero un altro discorso. Che poi il film sia stato visto in Italia molto tempo dopo essere stato proiettato in tutti gli altri paesi d’Europa, è una vergogna, che si commenta da sé