Gustave, concierge in Zubrowka (Gran Budapest Hotel)

Schermata 04-2456758 alle 21.54.07recensione del film:
GRAND BUDAPEST HOTEL

Titolo originale:
The Grand Budapest Hotel

Regia:
Wes Anderson

Principali interpreti:
Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Saoirse Ronan, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson, Tony Revolori – 100 min. – USA 2014.

Nell’inesistente regno di Zubrowka, fra la Polonia e la Germania, il fascinoso Gustave (Ralph Fiennes) era il concierge (e anche un po’ il direttore) di un grande albergo, il Grand Budapest Hotel. Si trattava di uno di quei prestigiosi alberghi presenti nell’immaginario di molti lettori dei romanzi mitteleuropei e perciò anche delle opere di Stefan Zweig* a cui, non a caso, il regista Wes Anderson dedica questa sua ultima fatica. L’Hotel aveva tutte le caratteristiche del luogo di vacanza per vecchi aristocratici e per ufficiali al servizio dell’imperatore asburgico alla vigilia della prima guerra mondiale: era monumentale nell’imponenza delle dimensioni, illeggiadrito, tuttavia, dalle decorazioni Liberty; isolato e lontano dal mondo; in cima a una montagna di difficile accesso e molto spesso innevata **. Il regista, anzi (forse per sottolinearne l’ irraggiungibilità, non solo spaziale, ma anche e soprattutto temporale), ci porta a conoscere il grande edificio dell’albergo utilizzando la tecnica mista del cartoon e della ripresa cinematografica, provocando l’effetto di un approccio singolare, come se la facciata dell’enorme costruzione fosse stata anch’essa disegnata, appiattita sullo sfondo di cartone, per staccarsene progressivamente acquistando profondità e assumendo l’aspetto di un grande albergo vero e proprio, ricco di saloni, lussuosamente arredati, di stanze, appartamenti e corridoi, di cucine e dispense e anche di piccole mansarde senza servizi per la servitù. Dopo la grande guerra l’albergo aveva subito alcuni passaggi di proprietà, per giungere infine nelle mani di un anziano signore, chiamato Zero Moustafa, che aveva potuto venirne in possesso dopo una serie di peripezie, vissute prima della seconda guerra, per la maggior parte con Gustave.
Zero Moustafa era infatti giunto in quel luogo prestigioso quando era ancora un ragazzino, tanto che, per invecchiarsi un po’, si era creato dei sottili baffi a colpi di matita; egli non sapeva nulla di nulla (si chiamava Zero!), ma era sveglio e dispostissimo a imparare l’arte della conciergérie da Gustave, a sua volta dispostissimo a insegnargliela. Questo suo maestro, però, era anche un gran seduttore di vecchie e facoltose signore sole, che corteggiava senza eccezione alcuna, amandole devotamente e ricevendone ricche ricompense, arte che gli aveva cambiato la vita quando l’ottantaduenne Madame D. (Tilda Swinton, irriconoscibile, e perfettamente “invecchiata” a dovere) si ricordò di lui nell’ultimo testamento, lasciandogli un’eredità così cospicua da innescare violente reazioni a catena nei suoi eredi che, a cominciare dal figlio Dimitri (un Adrien Brody, spassosissimo vendicatore), condussero contro di lui una guerra senza esclusione di colpi, mentre vere guerre fra il 1914 e il 1945 avrebbero sconvolto l’assetto delle gerarchie sociali in ogni parte dell’Europa, spazzando via il mondo da operetta di arciduchi, principesse e sovrani, in vacanza al Grand Budapest Hotel della terra di Zubrowka.
E’ lo stesso Zero Moustafa a raccontare a uno scrittore in cerca di ispirazione (Jude Law) e di passaggio nell’Hotel, ormai profondamente diverso, il tempo passato e le avventurose storie, di cui fu testimone e protagonista, insieme al leggendario concierge, che ne ricambiò fiducia e amicizia, intervenendo più volte in sua difesa, quando la sua condizione di immigrato senza documenti lo rendeva sospetto e indesiderabile in una realtà nella quale, di lì a pochi anni, qualcuno avrebbe creato la propria fortuna politica teorizzando e praticando il più spaventoso razzismo.

Una vicenda, dunque, fantastica nell’impianto, che ripercorre, secondo gli stilemi dei racconti di avventura più classici (i viaggi; il rapporto servo-padrone; la casualità degli eventi e degli incontri; i colpi di scena; i misteri; la lotta fra bene e male) la formazione del giovane Zero, collocandosi però in una realtà storica che ha i contorni ben precisi della “Finis Austriae” e che conferisce al film notevole complessità e un innegabile fascino, senza perdere la leggerezza divertente e un po’ surreale tipica di tutti i bellissimi film di Wes Anderson (I Tennenbaum Il treno per il Darjeeling, Moonrise Kingdoom).
Un cast di attori straordinari (oltre ai già menzionati ricorderei particolarmente Bill Murray e Mathieu Amalric) fa della visione di questo film un’esperienza indimenticabile.
Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Berlino.

* scrittore (1881-1942) viennese le cui opere furono bruciate dai nazisti nel 1933,

**riferimento possibile a La montagna incantata di Thomas Mann?

***Tony Revolori interpreta il personaggio Di Zero Moustafa da giovane; F. Murray Abraham interpreta lo stesso personaggio da anziano

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un’ interessante e chic operazione (Pollo alle prugne)

recensione del film:
POLLO ALLE PRUGNE

Titolo originale
Poulet aux prunes

Regia
Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi

Principali interpreti:
Mathieu Amalric, Edouard Baer, Maria de Medeiros, Golshifteh Farahani, Eric Caravaca, Chiara Mastroianni, Isabella Rossellini – 91 min. – Francia, Germania 2011.

Il film racconta la triste storia del grande violinista Nasser Alì, che vive a Teheran insieme alla scorbutica moglie, mai amata, Faranguisse, e ai due bambini nati dal loro matrimonio. In seguito a un violento litigio, Faranguisse gli distrugge lo straordinario violino, indispensabile all’eccellenza delle sue esecuzioni, inducendolo a lasciarsi morire d’inedia. Durante gli otto giorni che precedono la morte, Nasser Alì ricostruisce le tappe importanti della sua vita, dagli studi musicali presso il vecchio maestro che gli affidò in eredità il prezioso violino, all’amore ricambiato per la bellissima Irâne, frustrato dall’opposizione dei genitori di lei, ma perenne fonte di ispirazione della sua arte, e vivo negli anni nonostante la lontananza e le vicissitudini successive. Forse è proprio l’ultimo casuale incontro con lei, che pare averlo dimenticato, a determinare la sua ferma volontà di morire. Il film è dunque il racconto, preceduto da una funzionale introduzione, delle otto giornate di Nasser Alì, che disteso sul proprio letto, è in attesa della fine. Dalla prima all’ultima giornata passano davanti alla sua mente i suoi ricordi dolci e tristi, che spesso si confondono con le proiezioni del futuro immaginato per i suoi figli, cresciuti e invecchiati. Nel film si incrociano perciò molteplici piani temporali, in cui presente, passato e futuro si collocano su scenari diversi, fatti di luoghi reali, ma anche di eleganti sfondi, ritagliati dal cartone disegnato e colorato con raffinatezza. In questi luoghi, veri o di cartone, le vicende rievocate vengono rielaborate trasformandosi in favolosi eventi, la cui lontananza nel tempo è espressa anche attraverso l’assenza di prospettiva spaziale tipica del racconto disegnato. Pollo alle prugne è diretto e sceneggiato da Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi, gli autori del libro a fumetti che porta lo stesso titolo; i due che avevano portato sullo schermo, pochi anni fa, il delizioso Persepolis. Il progetto viene portato avanti con poetica ispirazione; colpisce la complessità polisemica dell’amore per Irâne, il cui nome evoca la patria perduta dagli esuli che hanno firmato questo lavoro: una storia d’amore da lontano (omaggio in terra di Francia all’antica cultura cortese?), allusiva di una condizione politica senza speranza, gravata dal dolore disperato per l’impossibile riavvicinamento. Mathieu Amalric, attore realisticamente vivo dalla prima all’ultima scena, è bravissimo e convincente nella sua intensissima e dolente interpretazione. Attorno a lui, altri bravi attori, da Isabella Rossellini, ai due piccini che interpretano i figli di Nasser Alì, così come le molte “maschere” dai volti piatti e poco espressivi, perfette per essere fissate in quel contesto affascinante di fumetto colto e molto chic, che è tanta parte del film.

Gli amori folli

Recensione del film:
GLI AMORI FOLLI

Titolo originale:
Les Herbes Folles

Regia:
Alain Resnais

Principali interpreti:
Sabine Azéma, André Dussollier, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric, Michel Vuillermoz, Edouard Baer, Annie Cordy, Sara Forestier, Nicolas Duvauchelle, Vladimir Consigny, Dominique Rozan, Jean-Noël Brouté, Elric Covarel, Valéry Schatz – 104 min. – Francia, Italia 2009

Le erbe folli sono quelle erbe la cui vitalità ha sempre la meglio nel giardino, per quanto ben coltivato e tosato col tosaerba. Quando si hanno ospiti, è bene che le erbe folli vengano recise di netto, ma la natura presto o tardi avrà la meglio e imporrà agli incauti livellatori del prato la propria anarchica e incoercibile legge. Questa bella metafora è naturalmente valida anche per l’uomo, che, a qualsiasi età e nonostante la razionalità lo sconsigli, sarà sempre attratto dalla curiosità per affrontare l’avventura di nuove conoscenze e di nuove scoperte, qualunque sia il prezzo da pagare. La vicenda di George, nell’ultimo (per ora, glielo auguriamo di cuore!) film di Alain Resnais è per l’appunto proprio la vicenda di un incoercibile trasgressore delle leggi comunemente accettate, poiché, alla sua età, dopo un passato, si suppone, piuttosto accidentato, mantiene viva la disponibilità all’avventura, amorosa e non, nonostante che una graziosa e affettuosa moglie nonché la presenza di figli e nipoti, consiglierebbero a chiunque di tirare i remi in barca. Da questa esile vicenda, che si sviluppa in seguito a un casuale ritrovamento di un portafogli rubato, il grande regista francese ricava una bella storia di indomabile vitalità e di trasgressione, che finirà di coinvolgere anche la famiglia di George, perché, in primo luogo, nel cinema, come dirà la onnisciente voce fuori campo, anche ciò che sembra impossibile diventa naturale; in secondo luogo perché alle ragioni del cuore e dell’imprevedibile non è possibile opporre le noiose e scontate ragioni dell’ordine convenzionale, delle cose. Detto questo, ancora una volta vorrei far notare come la traduzione italiana del titolo del film (gli amori folli) impoverisca le implicazioni metaforiche del titolo francese, allusive non soltanto di una alquanto banale trasgressione erotica, ma di una complessiva indisponibilità al conformismo dell’ordine familiare. Gran bel film, che si avvale di una splendida recitazione degli attori e di una regia sorprendentemente giovane e viva.