Senso

 

SENSO 1recensione del film:
SENSO

Regia:
Luchino Visconti

Principali interpreti:
Alida Valli, Farley Granger, Massimo Girotti, Heinz Moog, Rina Morelli, Christian Marquand, Tino Bianchi, Ivy Nicholson, Sergio Fantoni, Mimmo Palmara, Marcella Mariani, Tonio Selwart, Franco Arcalli, Nando Cicero, Goliarda Sapienza, – 115 min. – Italia 1954.

Sono passati quarant’anni dalla morte di Luchino Visconti, uno dei più grandi registi del nostro cinema, di quelli che hanno maggiormente contribuito a farlo conoscere e amare nel mondo. Difficile rendergli l’omaggio che gli si deve, dopo i fiumi d’inchiostro e le parole che per decenni hanno tentato di interpretarne l’opera. Nel mio piccolo, però, voglio provarci anch’io parlando di uno dei film che ho amato di più.

Un incipit memorabile

Il film si apre sulla scena della Fenice di Venezia dove, il 27 maggio 1866, si rappresentava Il Trovatore. Al termine della cabaletta famosa, Di quella pira (era evidentemente il momento convenuto), dal loggione veniva lanciata  sulla platea, che ancora applaudiva il tenore, una pioggia di volantini tricolori, mentre ad alta voce risuonavano gli inviti a sostenere la guerra imminente (sarebbe scoppiata il 20 giugno e durata fino al 12 agosto) contro gli Austriaci che ancora occupavano Venezia*. Con gli alti ufficiali austriaci del parterre si mescolavano ora i garibaldini, uno dei quali, Roberto Ussoni (Massimo Girotti), coordinava l’arruolamento dei volontari a supporto del fronte meridionale della guerra. Il lancio dei volantini aveva provocato un vero parapiglia: allo sgomento degli ufficiali occupanti e del veneziano conte Serpieri (Heinz Moog), che con questi aveva stabilito rapporti d’affari, facevano eco le parole sprezzanti del tenente austriaco Franz Mahler (Farley Granger), prontamente e imprudentemente rintuzzate dall’Ussoni: ne era seguita l’immancabile sfida a duello, nonché l’arresto e l’esilio del “sovversivo”. Poche scene per descrivere il concitato succedersi degli eventi e presentarne lo sfondo sociale e politico: un incipit tra i più memorabili della storia del cinema.

Una brutta storia

I fatti di quella sera avrebbero cambiato per sempre la vita di Franz Mahler e di Livia Serpieri, la moglie del conte, legata a Roberto Ussoni da rapporti di cuginanza e dagli ideali irredentisti. Livia (Alida Valli), che era una bella donna molto più giovane del marito (che le offriva tuttavia agi, prestigio sociale oltre che rispettosa devozione), aveva seguito con apprensione da un palco l’increscioso incidente che stava compromettendo il futuro dell’impulsivo cugino e ora chiedeva di conoscere il tenente responsabile dell’offesa, fiduciosa che la vicenda si potesse comporre pacificamente grazie alla propria mediazione. Nacque, da quell’incontro, la storia del suo amore appassionato per Franz, sullo sfondo eccezionale di una Venezia bellissima sia nell’oscurità inquieta di quella notte sia al levarsi del sole, quando le calli, le fondamente, i porticati, gli approdi, le prospettive del mare aperto manifestavano con caldi colori luminosi la ripresa della vita e delle attività cittadine. Questa Venezia, stupefacente e tutta viscontiana, lontana dalla città dei viaggiatori sette-ottocenteschi, stava rivelando a poco a poco il proprio fascino segreto, e sembrava quasi corrispondere all’inquietudine e alla dolcezza dell’amore nascente nel cuore di lei. I loro incontri erano proseguiti nella clandestinità delle camere d’affitto fino allo scoppio della guerra, quando Franz aveva dovuto seguire il suo battaglione nel veronese, mentre la famiglia Serpieri si trasferiva nella tenuta familiare di Aldeno, fra Trento e Rovereto.
Chi era il tenente Franz Mahler? Era un giovane disincantato fino al cinismo (e non lo nascondeva), un tenace corteggiatore delle signore ricche e insoddisfatte della buona società veneziana. Per lui, come per tutti gli ufficiali austriaci, si stava avvicinando il momento dell’impegno militare diretto: la vita da ufficiale nella zona occupata, per quanto non priva di rischi per l’ostilità latente della popolazione locale, gli aveva finora permesso di vivere fra piaceri e gioco d’azzardo senza essere soggetto a una disciplina troppo severa. La prospettiva della guerra, unita alla coscienza della probabilissima sconfitta e del progressivo e inarrestabile sgretolarsi dell’impero austriaco, metteva in forse le sue abitudini e i vizi consolidati e imponeva un impegno difficile, richiedeva sacrifici, sostenuti da una visione ideale e da uno slancio del tutto estranei alla sua edonistica visione del mondo. Franz non aveva alcuna voglia di morire né tantomeno di perdere la bellezza del suo giovane corpo per le ferite o le mutilazioni orribili, così comuni nei reduci, per di più in una guerra che percepiva come incomprensibile, senza senso. Egli, anzi, cercava i soldi delle sue ricche amanti per comprare la propria diserzione e contava sull’amore di Livia per ottenerli, ben sapendo che la donna aveva davvero perso la testa per lui: gli avrebbe infatti consegnato i denari destinati ai volontari garibaldini, attestati ora non lontani da Aldeno.
L’illusione amorosa di Livia precipitava verso la deriva abietta del tradimento degli ideali risorgimentali; sarebbe poi arrivata l’umiliazione cocente dell’ultimo incontro con Franz, a Verona, che l’avrebbe indotta a denunciarlo presso i comandi militari per aver comprato la diserzione: vendetta feroce, perseguita con determinazione orgogliosa. Al tradimento degli ideali garibaldini nei quali aveva creduto erano seguite, dunque, la delazione e la fucilazione immediata di lui, in un crescendo melodrammatico sottolineato dalla musica di Anton Brukner (Sinfonia n° 7 in Mi Maggiore). Una storia di inganni e tradimenti, attraverso la quale Visconti lucidamente racconta la più vasta crisi del progetto risorgimentale e di quei settori della società che l’avevano sostenuto. Le vicende della guerra, d’altra parte, avevano messo in luce i difetti organizzativi e politici dell’esercito italiano, le rivalità e la confusione fra i comandanti (e fra loro e il re), causa non secondaria del disastro di Custoza, a cui il film dedica una pagina lunga e importante, soffermandosi particolarmente sulle atroci sofferenze dei militari impegnati nel combattimento inutile e crudele poiché il destino di Venezia si era deciso altrove, sul piano diplomatico e non su quello militare, mentre la vittoria dei garibaldini nel Trentino (l’unica italiana in quella orribile guerra) era stata considerata irrilevante ai fini dell’annessione di quel territorio, che sarebbe diventato italiano solo alla fine della prima guerra mondiale (1918)

Visconti si era ispirato dichiaratamente a un  racconto di Camillo Boito (1836 – 1914)** di cui egli volle conservare, dopo alcune incertezze della produzione, il titolo, sia pure trasformandone la vicenda, cosicché il singolare ritratto di donna che Boito delinea assume un considerevole spessore storico e anche emblematico, facendo confluire nella sua crisi personale la vicenda di un’intera società in uno dei momenti più critici del periodo post-unitario, non dissimile, forse, da quello che egli vedeva nell’Italia dei suoi anni, coll’affievolirsi degli slanci ideali che avevano animato poco tempo prima la lotta antifascista a cui aveva egli stesso partecipato.

Al termine di questo tentativo di analisi di un film bello e difficile come questo, vorrei segnalare ai lettori le pagine dedicate a quest’opera da un’appassionata studiosa delle opere di Luchino Visconti , l’amica blogger Teresa Antolin, che ricostruisce, attraverso gli articoli dei giornalisti e dei critici di allora il clima politico e culturale all’interno del quale il film fu girato: dai dubbi della produzione, ai pesantissimi interventi della censura, ai problemi che avevano preceduto o accompagnato le riprese, alle dichiarazioni dello stesso regista, alle discussioni sul titolo, ai costumi e alla loro ispirazione iconografica…

Si tratta sempre di articoli di grandissimo interesse documentario che forniscono elementi di giudizio assai importanti.

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954/page/2/

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954/page/3/

 

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*era la vigilia della Terza guerra d’indipendenza, ovvero della guerra che avrebbe opposto all’Austria la Prussia, alla quale si era alleato il giovane stato italiano in vista della probabile disfatta austriaca che avrebbe permesso l’annessione del Veneto. Un riassunto abbastanza chiaro della situazione politica e militare italiana prima e durante la Terza guerra d’indipendenza italiana può utilmente essere consultato sulle pagine di Wikipedia QUI

 

**Delle opere letterarie di Camillo Boito (1836 – 1914) , nonostante l’apprezzamento di Benedetto Croce, poco ci si ricorda, forse perché egli scrisse poco e soprattutto scrisse (senza molto crederci) per sé, essendosi dedicato quasi esclusivamente alla professione di architetto progettista e restauratore in cui particolarmente si distinse (QUI le notizie); più noto di lui è il fratello Arrigo, librettista d’opera, poeta e letterato annoverato fra i nostri maggiori “scapigliati” della seconda metà dell’ottocento.

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Medea

Schermata 2016-04-08 alle 23.44.20recensione del film:
MEDEA

Regia:
Pier Paolo Pasolini

Principali interpreti:
Massimo Girotti, Maria Callas, Giuseppe Gentile, Margareth Clementi, Laurent Terzieff, Sergio Tramonti, Piera Degli Esposti – 118 min. – Italia 1969

Ho rivisto questo vecchio lavoro di Pier Paolo Pasolini, incuriosita dal post del blog di Teresa Antolin (Alla ricerca di Luchino Visconti) che me lo ha indirettamente ricordato. Non sapevo che nel 1953 Luchino Visconti avesse portato sulla scena teatrale questa tragedia di Euripide, conferendole attraverso l’ambientazione (insolita, allora, per una tragedia classica) un che di “realistico” grazie al quale  la Grecia antica poteva essere “vista come una terra dall’arcaica civiltà pastorale“. Questo aveva fatto scattare nella mia mente l’associazione col film di Pasolini di cui era rimasta nella mia memoria (oltre che la bellissima e intensa interpretazione di Maria Callas) soprattutto l’arcaica ambientazione pastorale, che Pasolini presentava sullo sfondo suggestivo delle antichissime abitazioni della Cappadocia.
Il tempo aveva cancellato dalla mia mente ogni altro ricordo di questo film, finito ingiustamente nel dimenticatoio anche di critici assai illustri, probabilmente perché oscurato dai grandi capolavori del primo periodo e dalla grandezza delle opere successive. Eppure più di una ragione consiglierebbe di rivederlo, riconsiderandone la singolare bellezza, che va oltre la splendida fotografia dei diversi luoghi: dalla laguna di Grado, con i suoi capanni dal tetto di paglia, alle abitazioni primitive della Cappadocia, al Campo dei miracoli di Pisa.
Alle diverse località, infatti, il regista fa corrispondere le svolte antropologiche più importanti della storia dell’uomo: dalla vita ferina dello “stato di natura”, tempo del “sacro”, quando gli uomini non percepivano la natura come altro da sé, all’agricoltura, momento del primo distacco cosciente fra sé e il mondo, alla razionalità della vita delle città: quelle della Grecia antica, così come Pisa (l’accostamento è geniale!), le città marinare nelle quali avviene la totale separazione fra l’uomo e la natura, fra  razionalità e “barbarie” , fra le conoscenze profonde, scandite da riti oscuri e anche feroci, ma accettati festosamente in piena innocenza, alla freddezza della scienza, fatta di numeri aridi, al servizio del guadagno e del potere. L’immagine significativa che accompagna lo sviluppo del film fin dalle prime scene è quella del Centauro Chirone (Laurent Terzieff), per metà uomo e per metà cavallo, che a poco a poco perde definitivamente l’aspetto animale e si trasforma compiutamente in uomo: allusiva della lunga strada percorsa dall’umanità, ma anche del nostro individuale processo di “incivilimento”, quando, diventando adulti, ci separiamo definitivamente dalle nostre origini oscure per vivere nella piena consapevolezza della morte e del dolore, dell’insensatezza, cioè, dell’esistere che ci condanna alla solitudine, dopo che sono venuti meno i riferimenti pre-razionali che davano un senso alla vita. Questo è anche il significato delle parole disperate di Medea, nel momento dell’approdo all’isola di Iolco, di cui coglie l’origine artificiale, priva di qualsiasi riferimento “sacrale” (non religioso, però) capace di stabilire il giusto legame fra gli abitanti e la loro terra. 
La voce di  Chirone, dunque, ci aiuta a comprendere l’interpretazione pasoliniana della tragedia antica di Medea e di Giasone, del Vello d’oro che lei, per amore, gli aveva permesso di portare via dalla Colchide, e della fine del rapporto d’amore che li aveva legati.

Il re di Corinto, Creonte (Massimo Girotti), infatti, aveva promesso a Giasone (Giuseppe Gentile) il proprio regno in cambio del matrimonio con Glauce (Margareth Clémenti), la sua giovanissima figliola. Giasone, dunque si accingeva a ripudiare Medea (Maria Callas), che pure gli aveva dato due figli, dopo lunghi anni di convivenza serena.
Ispirandosi a grandi linee al racconto di Euripide, il film narra la feroce volontà di rivalsa di Medea determinante per lo sviluppo sanguinoso della tragedia sulla quale non mi soffermerò oltre, ritenendola assai nota ai miei lettori. Se qualcuno, però, non la conoscesse, qui può trovarne un breve riepilogo.

 

 

“…j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais…” Charles Baudelaire (L’ultimo tango a Parigi)

recensione del film:
L’ULTIMO TANGO A PARIGI

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti: Marlon Brando, Maria Schneider, Maria Michi, Giovanna Galletti, Gitt Magrini, Catherine Allégret, Luce Marquand, Marie-Hélène Breillat, Catherine Breillat, Dan Diament, Mauro Marchetti, Peter Schommer, Catherine Sola, Veronica Lazar, Massimo Girotti, Jean-Pierre Léaud – 132 min. – Italia 1972

Il film ha un incipit che richiama alla mia memoria una lirica di Baudelaire (À une passante): La rue assourdissante autour de moi hurlait… Paul (Marlon Brando) cammina lungo un viadotto che attraversa la Senna, scosso dal frastuono assordante della linea esterna del Metro: il suo volto è pietrificato dal dolore: la moglie Rosa si è inaspettamente uccisa. Sul suo stesso percorso incontra fugacemente (Un éclair… puis la nuit!) Jeanne (Marie Schneider), la bella giovinetta che si affretta a sorpassarlo, voltandosi, però, a guardarlo incuriosita dal suo gesticolare solitario. I due si incontreranno ancora, in modo altrettanto casuale e fugace, all’interno di un caffé: lei è lì per telefonare; si ritroveranno infine in quell’appartamento vuoto che entrambi vorrebbero affittare e che diventerà lo scenario della loro passione amorosa. Quello che sappiamo dei due emerge a poco a poco dall’intrecciarsi di più racconti che si inseriscono con sorprendente naturalezza nel film: Paul è un americano squattrinato, che, sposando Rosa e sistemandosi nell’infimo albergo di lei, ha risolto il problema del come vivere a Parigi, accettando, però, tacitamente che la donna, fra i clienti, alloggi il proprio amante. Jeanne è invece fidanzata con Tom, aspirante regista che ora ha un contratto con la televisione per girare un film che dovrebbe parlare di lei, della sua storia molto “normale”, all’interno di una famiglia di piccoli borghesi conservatori, in una casa di campagna, appena fuori Parigi, ancora piena dei ricordi della carriera militare del padre. Jeanne considera con ironia indulgente l’ipocrisia che ha tenuto insieme la vita della sua famiglia, e, pur ritenendo che una spruzzata di modernità potrebbe giovare ai moderni legami matrimoniali (la famiglia pop!), pensa di poterne riprodurre il modello (con tanto di adulterio, quale corollario) sposando Tom, del quale, pure, sa valutare lucidamente mediocrità e limiti: ritiene, infatti, di aver bisogno di lui per dare alla sua vita la rispettabile normalità di facciata cui aspira. L’esistenza di entrambi, dunque, si è svolta, fino a un certo punto, secondo un copione abbastanza risaputo, recitato senza entusiasmo, dando per scontato il sacrificio delle più profonde e naturali pulsioni sull’altare della “normalità”, come quel Marcello, che Bertolucci aveva disegnato nel film di due anni prima, Il conformista. La morte di Rosa, la coscienza dell’inevitabile invecchiare, l’incontro con Jeanne, ancora infantile nel volto espressivo, innocente e provocante nel vestitino sexy, ricoperto dal lungo cappotto, ora insinuano in Paul un’improvvisa voglia di voltare pagina, di vivere una storia d’amore vero, senza compromessi, un amore “assoluto”, cioè sciolto da ogni legame di spazio e di tempo, in quella sorta di Eden senza giardino che diventerà l’appartamento degli incontri con lei. Là dove ingiallite coperte celano le tracce delle vite di chi era vissuto in quelle stanze, anch’essi celeranno nome e passato e qualsiasi altro elemento potenzialmente rivelatore della loro individuale identità, diventando pura energia, vitalità primigenia e innocente, diretta esclusivamente a ricercare nell’altro gioia e piacere, senza costrizioni o norme, come se, rifuggendo dal principio di realtà, il piacere allo stato puro potesse offrire agli amanti l’ ambito in cui si riesce ad abbandonare ogni tabù per realizzare il sogno della più totale libertà, quel non luogo, in cui ci si può rifugiare a costruire un presente di felicità pura senza memoria e senza progetti. Eppure, l’insoddisfazione è in agguato: la buffa ricerca di un linguaggio “naturale”, evocativo dei richiami degli animali innamorati, non colma il senso di vuota solitudine che li attanaglia dopo l’amore, fin dal loro primo incontro, ma indicata, addirittura, come leitmotiv del film dalle due tavole di Bacon che significativamente accompagnano i titoli di testa. L’amore è più complicato di quello immaginato dai due innamorati: non si accontenta della sola conoscenza carnale, né della complicità sessuale, vuole sapere tutto dell’altro, della sua storia dei suoi sogni dei suoi progetti, poiché tende a imbrigliarlo in una prospettiva temporale che ne condizioni il futuro. La realtà, cacciata fuori dal bow window parigino, non tarderà a presentarsi prepotentemente, facendo tragicamente fallire il tentativo di felicità senza storia di Paul e di Jeanne. L’ultimo tango a Parigi nel 2012 compie quarant’anni. E’ stato uno dei più celebri film del nostro cinema, per motivi che, purtroppo, hanno avuto poco a che vedere con la sua straordinaria e complessa bellezza: le vicende giudiziarie che ne hanno determinato il sequestro, nonché la condanna definitiva al rogo (!), coll’ eccezione di una sola copia, lo hanno circondato di un’aura morbosa, che non ha reso giustizia alla sua qualità artistica e all’impegno profuso da quanti ci hanno lavorato con cultura e intelligenza: il suo regista in primo luogo, che ha duramente pagato la propria libertà creativa con la privazione, per ben cinque anni, dei diritti politici, oltre che con l’ostracismo culturale. Bertolucci ha splendidamente diretto uno staff di grandi collaboratori, decisivi per la riuscita dell’opera, dallo sceneggiatore, al fotografo, al musicista, agli attori, magnifici interpreti che hanno dato vita a personaggi indimenticabili.