la vendetta delle donne (Venere in pelliccia)


Schermata 11-2456612 alle 20.44.44recensione del film:
VENERE IN PELLICCIA

Titolo originale:
La Vénus à la fourrure

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric
– 96 minuti- Francia 2013

Contrariamente a quelle che sono le mie abitudini, mi è quasi impossibile non parlare del finale del film. D’altra parte in un film di questo genere, che fa appello più alla nostra intelligenza che alle nostre emozioni, il finale non costituisce lo scioglimento di qualche misterioso interrogativo legato alla vicenda.

La ricerca dell’attrice adatta alla parte di Vanda non aveva dato i risultati sperati, cosicché ora Thomas (un grandissimo Mathieu Amalric), autore e regista della pièce teatrale Venere in Pelliccia, avvilito e frustrato, avrebbe voluto tornare a casa e non pensarci più, almeno per quella sera.
In verità non era lui il vero autore della storia: egli si era limitato a ridurre per il teatro il romanzo erotico dallo stesso titolo, pubblicato nel 1870 e famoso per aver dato celebrità allo scrittore austriaco Leopold von Sacher-Masoch, al cui nome è legata la fenomenologia amorosa che si chiama, per l’appunto, masochismo. Mentre, dunque, Thomas stava per lasciare il teatro, era stato trattenuto all’uscita dall’improvviso irrompere di una donna (la straordinariamente brava Emmanuelle Seigner) non più molto giovane, vestita in modo così provocante e sguaiato da far invidia a una qualsiasi prostituta; era, inoltre, bagnata dalla testa ai piedi dalla pioggia che le aveva disfatto la pettinatura e disciolto anche il trucco del volto, accentuandone ulteriormente la volgarità. Si chiamava proprio Vanda, ma per puro caso, naturalmente: avrebbe voluto anche lei, arrivata con molto ritardo, un’audizione per quella parte, essendo convinta di essere la più brava e anche la più adatta interprete del personaggio. Alcune battute del copione, dette con la giusta intonazione, erano state il lasciapassare che le aveva fatto superare l’iniziale riluttanza di Thomas, il quale, molto seccato, non avrebbe voluto affatto darle retta. Si era imposta vieppiù, invece, grazie alla eccezionale capacità di dare corpo e volto allo spirito profondo del testo. Il regista-autore, allora, non solo aveva osservato con affascinata meraviglia il trasformarsi anche fisico dell’attrice calata perfettamente nella parte, ma era stato anche incantato dalla sua competenza teatrale: solo lei aveva colto l’importanza del gioco delle luci sulla scena, regolandole in modo impeccabile e solo lei aveva pensato all’opportunità di inserire alcune citazioni, un po’ inquietanti, dalle Baccanti di Euripide, evocando le donne di Tebe che, avendo adorato il dio Dioniso, lo avevano vendicato ferocemente quando il re della città lo aveva bandito per impedire a loro, madri, mogli e figlie, di amare il piacere e l’ebbrezza dei suoi riti.
Era cominciato, in tal modo, un gioco davvero strano, nel quale Thomas, che fin allora era convinto di dover guidare la recitazione di lei, ora stava lasciandosi trascinare, sedotto dalla forza inaspettata della sua interpretazione, in un ruolo diverso e subalterno: avrebbe dovuto essere il regista, ma ora diventava l’attore che lei stessa, vera padrona della scena, dirigeva.
L’oggetto della pièce, a poco a poco, stava trasformandosi in una crudele e vendicativa guerra contro di lui, il maschio eternamente assetato di potere, nella quale Vanda, la donna eternamente sottomessa, gli imponeva infine il proprio dominio. Thomas era d’altra parte talmente affascinato da lei da diventarne schiavo, così soggiogato da accettare qualsiasi umiliazione senza reagire. I lacci, dai quali a poco a poco si era lasciato avvolgere, avrebbero trovato una ironica e beffarda rappresentazione nella scena finale, quando lei se ne sarebbe andata con indifferenza fra i tuoni e i fulmini dell’acquazzone che si stava abbattendo su Parigi, dopo averlo truccato e vestito da donna, nonché legato all’altissimo cactus, a forma di fallo, che aveva dominato la scena per tutto il tempo della recitazione.

Questo film di Polanski, molto bello, vero gioco dell’intelligenza, condotto con ironia briosa, non si ispira in realtà direttamente al romanzo di Sacher-Masoch, ma alla sua versione teatrale, intenzionalmente femminista, che David Ives aveva scritto nel 2010 e che avrebbe rappresentato l’anno successivo a Broadway, ottenendo il gradimento crescente e infine trionfale del pubblico femminile di NewYork. Ives aveva voluto scrivere un testo che confutasse il masochismo, nel presupposto che, diversamente da ciò che appare, in quel tipo di erotismo sia il maschio a condurre il gioco, fingendosi sottomesso, ma in realtà pretendendo dalla donna i comportamenti che piacciono solo a lui. Polanski, a sua volta, aveva ritenuto che il ribaltamento dell’ottica maschilista si prestasse a un bell’adattamento cinematografico, che gli avrebbe consentito, fra le altre cose, di valorizzare finalmente le straordinarie qualità di attrice di Emmanuelle Seigner, sua moglie, quasi a compensarla del sacrificio del proprio talento di attrice, di cui era stato causa involontaria, avendola oscurata con la sua personalità e la sua fama. Non per nulla Thomas- Amalric rassomiglia in modo impressionante a Polanski da giovane. Un bell’omaggio e un grande atto d’amore verso di lei!
Questo particolare, di cui la Seigner ha parlato in una bellissima intervista ai Cahiers du Cinema, ci dice però anche quanto complesso e ambiguo sia il gioco dei ruoli in questo film e con quanta attenzione debba essere meditato per coglierne la straordinaria ricchezza.

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quello è un pavone vanitoso, non un cigno! (Il cigno nero)


Recensione del film:
IL CIGNO NERO

Titolo originale:
Black Swan

Regia:
Darren Aronofsky
Principali interpreti
Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder -110 min. – USA 2010.

il tema della giovane (la ballerina Nina – Natalie Portman in questo film), schiacciata dalle frustrazioni materne, che diventa incapace di vivere, dilaniata com’è dai sensi di colpa che la portano ad autopunirsi, è stato ampiamente trattato da quel bellissimo film che è La pianista, di Michael Haneke, dal quale molte scene di attivo masochismo di questo Cigno nero mi sembrano derivate apertamente. La differenza, secondo me, è nella cultura filosofica di Haneke, nel suo indagare incessante circa l’origine del male nel cuore dell’uomo, i cui effetti vengono sempre rappresentati con un’impassibilità che è anche una presa di distanza. Qui, invece, siamo all’indagine psicoanalitica, secondo la “lectio facilior” che di Freud viene data dalle riviste patinate, che non stupisce trovi molti esaltati estimatori, come emerge anche da numerosi commenti che circolano sul Web. Il comportamento masochistico, inoltre, caratterizza non solo Nina: nel film si direbbe un male contagioso dell’ambiente dei danzatori, visto che ne è affetta anche la sua collega più anziana (si fa per dire), nonché lo stesso coreografo (Thomas Leroy – Vincent Cassel). Egli infatti è convinto che il suo potere gli dia il diritto di considerare il corpo delle ballerine come “roba sua”, e si trova, perciò, quasi senza lingua perché la giovinetta (che giustamente reclama la proprietà di se stessa) si difende come può. Egli, tuttavia, impavido corre ulteriormente quel rischio, poiché si ostina ancora nel corteggiamento per… il bene di lei (s’intende) volendo svegliarne la sensualità. E’ convinto infatti, il nostro Leroy, che solo l’esperienza della passione possa consentire a Nina di raggiungere la perfezione interpretativa, anche nel doppio ruolo di Cigno bianco – Cigno nero, poiché la perfezione artistica consisterebbe, secondo lui, nella totale identificazione di lei col personaggio del cigno nero che si toglierà la vita. Evidentemente Leroy non ha letto neppure Il paradosso dell’attore di Diderot, l’ abc per chi lavora nel teatro, soprattutto al Metropolitan di New York. Dall’assunto falso, secondo cui interprete e personaggio debbano identificarsi, nasce l’enfasi che è il dato connotativo dell’intero film, a mio avviso niente affatto tragico, ma solo bolsamente retorico nei toni e nelle immagini, ivi comprese quelle raccapriccianti di lei che si autoaffligge. Questo lavoro mostra, insomma, come un regista ambizioso, che, grazie all’uso di una buona fotografia e all’eleganza del colore, nonché della musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij, realizza un prodotto artigianale, capace di creare negli spettatori una certa tensione, non riesca, tuttavia, a darci un buon film, principalmente per la banalità dei modi del raccontare non troppo originali, e forse per la sua sostanziale povertà culturale.