Dio è donna e si chiama Petrunya

recensione del film:
DIO È DONNA E SI CHIAMA PETRUNIA

Titolo originale:
Gospod postoi, imeto i’ e Petrunija

Regia:
Teona Strugar Mitevska

Principali interpreti:
Zorica Nusheva, Labina Mitevska, Simeon Moni Damevski, Suad Begovski, Stefan Vujisic, Violeta Sapkovska, Petar Mircevski, Andrijana Kolevska, Nikola Kumev, Bajrush Mjaku – 100 min. – Macedonia, Belgio, Slovenia, Croazia, Francia 2019

La cittadina di Stip, dove si svolgono i fatti raccontati dal film, è un importante centro dello stato di Macedonia (sorto dalle rovine della ex Jugoslavia), punto di riferimento economico dei territori limitrofi, nonché sede universitaria per le scienze tecniche e commerciali. Annualmente, dopo la festa dell’Epifania, vi si svolge una processione: la folla dei fedeli, a maggioranza cristiano-ortodossa, segue il suo pope accompagnato dalle autorità politiche locali. Si tratta di una manifestazione di religiosità a cui si mescolano elementi di fideismo superstizioso e di ribalda esibizione muscolare: i maschi della zona gareggiano per impadronirsi del bel crocifisso ligneo finemente scolpito, gettato in fiume, alla fine dell’evento, dal pope medesimo: porterà fortuna e felicità per tutto l’anno a chi prima lo afferra.

L’episodio raccontato dal film e, a quanto sembra, ispirato a un fatto di cronaca, ci rappresenta lo scorrere lento della processione e l’arrivo al ponte da cui la croce benedetta sarebbe stata lanciata; ci fa ascoltare le parole di circostanza del religioso e delle autorità, senza nasconderci l’impazienza dei maschi palestrati che avrebbero voluto in fretta lanciarsi nel fiume gelido per impadronirsi dell’oggetto miracoloso. Si era imbattuta in questa folla eterogenea una giovane donna, che stava tornando a casa dopo essersi presentata, senza successo a un colloquio per ottenere un lavoro: anche lei aveva bisogno di fortuna e di felicità! Si era gettata, perciò, in acqua e aveva afferrato l’ambito premio, sotto gli occhi increduli di tutti e fra le proteste dei concorrenti, gonfi di rabbia e di muscoli, che per settimane si erano allenati per vincere e che ora si sentivano defraudati da chi non aveva alcun diritto di partecipare: era una donna, infatti, ciò che non era mai accaduto; era perciò stesso una puttana, era sicuramente una ladra; peggio, era una ladra sacrilega, era il diavolo in persona…era Petrunya!
Invano, di fronte al crescere degli insulti feroci, il pope aveva tentato di difenderla: qualcuno aveva chiamato la polizia che, per sottrarre la poveretta al linciaggio, l’aveva trasportata al locale commissariato, dove in un ambiguo oscillare fra rassicurazioni e minacce, era stata trattenuta per molte ore, nel vano tentativo di ottenere da lei quella benedetta croce.
L’interesse per gli sviluppi della vicenda era diventato molto grande e aveva coinvolto anche i due inviati televisivi, che, già sul posto per una breve cronaca di routine, avevano ora in mano lo scoop della loro vita: esisteva ancora un po’ di medioevo in un paese che ora, libero e indipendente, si riteneva europeo.  La coraggiosa giornalista (Labina Mitevska)  indotta a rimanere sul posto per ambizione professionale, avrebbe di lì a poco da sola preso a cuore la vicenda di Petrunya, che del suo sostegno e anche della sua comprensione aveva davvero bisogno.

 

Accolto molto bene all’ultima Berlinale – dove la regista è conosciuta e stimata per aver presentato  in passato due altri lungometraggi – questo film è stato apprezzato recentemente anche al TFF. Si segnala infatti per lo stile preciso e asciutto col quale è raccontata la storia dolorosa di una giovane dalla difficile vita familiare.

Petrunyia, trentaduenne non bella e anche un po’ sovrappeso, desidera ascolto e comprensione e vorrebbe invano mettere a frutto i suoi studi (una laurea in storia all’Università di Skopje, poco considerata dalle sue parti) e reagisce agli insuccessi chiudendosi in sé, tormentata dalla vergogna e dalla paura. Disoccupata, come la maggior parte dei suoi coetanei, non è abbastanza desiderabile per trovare qualsiasi altro lavoro:  non ti scoperei si era appena sentita dire dal direttore di un laboratorio di sartoria a cui chiedeva impiego…

Il film è la denuncia molto ferma non solo dell’ingiustizia e della discriminazione sessista, ma della ferocia profonda e quasi animalesca con la quale la popolazione maschile della Macedonia, sostenuta dai politici più conservatori e da una chiesa priva di coraggio innovativo continua ad aggrapparsi ai propri miserabili privilegi persino in uno stato che vanta una costituzione attenta alla difesa delle pari opportunità e dei diritti civili.

Visione sicuramente consigliabile.

Carol

 

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recensione del film:
CAROL

Regia:
Todd Haynes

Principali interpreti:
Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Jake Lacy, Sarah Paulson – 118 min. – Gran Bretagna, USA 2015.

Agli inizi degli anni ’50, gli effetti della guerra fredda si facevano sentire ovunque negli Stati Uniti, dove una pesante cappa di intolleranza sospettosa sembrava soffocare l’America della libertà e dei diritti individuali. La “caccia alle streghe”maccartista avrebbe messo in forse, di lì a poco, i principi stessi della democrazia in quel paese, ma già nei primi anni del decennio tra il 1950 e il 1960 i cittadini che non si adeguavano ai modelli di comportamento ritenuti socialmente accettabili erano considerati ribelli da tenere d’occhio, permeabili alle suggestioni del comunismo, se non addirittura colpevoli di una qualche collusione col nemico.

Usciva in quel clima, nel 1952, il romanzo The Price of Salt, nel quale la scrittrice Patricia Highsmith (già nota ai lettori americani), celandosi prudentemente dietro lo pseudonimo di Claire Morgan, aveva raccontato una storia d’amore fra due donne, dalla quale il regista Todd Haynes ha ricavato questo film, presentandolo all’ultimo festival cinematografico di Cannes e sfiorando la Palma d’oro*.

Ambientandola nel 1951, Haynes racconta, con grande finezza analitica, la complessa vicenda dell’amore fra Carol, ricca e bella donna dell’alta borghesia, e Therese, giovanissima aspirante fotografa, che, per il momento,  in attesa di tempi migliori, si accontentava di vivere in un modesto appartamento newyorkese, sbarcando il lunario con lavoretti occasionali. In prossimità del Natale aveva trovato un lavoro precario da venditrice di giocattoli in un grande magazzino: lì era avvenuto l’incontro casuale con Carol, in cerca di un regalo per la sua bambina. La simpatia fra le due era stata immediata, ma non esclusivamente erotica: Carol  era intenerita dalla freschezza ingenua di Therese, a sua volta incantata dal fascino signorile della bella donna elegante, inarrivabile modello, ai suoi occhi, di raffinatezza e di lusso, indizi di una provenienza sociale preclusa a una giovinetta nelle sue condizioni. Entrambe, in verità, erano molto più infelici di quanto apparisse: Carol aveva sposato un uomo che sembrava amarla tanto da accettarne i tradimenti, alla condizione che non insidiassero l’unità familiare di facciata; Therese si era promessa a un giovane che sognava di relegarla nel ruolo dell’angelo del focolare, ignorandone sogni e aspirazioni professionali. L’amore tra loro, dunque, oltre a rispondere al profondo bisogno reciproco di accettare, riconoscendola, la propria diversità sessuale, contiene anche altri elementi: la tenerezza dolce, quasi materna di Carol, e la fascinazione quasi incredula di Therese, ammessa finalmente nei “piani alti”:  le si aprono le suites più prestigiose degli alberghi, i ristoranti più esclusivi, cioè gli ambienti fino a quel momento irraggiungibili, ma mai esclusi dai propri orizzonti.
La loro storia d’amore è però fortemente minacciata: la richiesta di divorzio, presentata dal marito di Carol per colpa grave e acclarata immoralità, le avrebbe sicuramente tolto la figlioletta adorata, ciò che l’aveva indotta a rompere un legame rischioso per sé, ma doloroso per entrambe, nella convinzione che Therese, giovane e dunque in grado di reagire, avrebbe presto ricuperato, insieme alla propria libertà, la possibilità di orientare diversamente il proprio futuro sentimentale. Siamo alle prime scene del film: tutto ciò che segue procede dal flusso dei ricordi di Therese, che ripercorre a ritroso la propria storia d’amore secondo un procedere emotivo ed evocativo dei momenti lieti e di quelli più dolorosi, nei quali la realtà crudele del pregiudizio sociale e del maschilismo più ottuso aveva avuto la meglio sul diritto alla felicità.

Il racconto è condotto con estrema e raffinata eleganza dall’ottimo regista, che ricostruisce con scrupolo attento, anche nei particolari più minuti, gli ambienti sociali e le atmosfere degli anni ’50, che vengono restituiti anche attraverso la bellissima fotografia leggermente seppiata, come appena ingiallita dal tempo. Allo stesso modo, le scene d’amore, quasi caste, sono rappresentate secondo la sensibilità diffusa all’epoca, assai poco incline ad accettare l’esibizione senza pudori della sessualità. Il film si mantiene dunque all’interno di un tempo soggettivo, scandito dalla memoria e dalle associazioni, sottolineato da una malinconica ed elegiaca tristezza, in cui lacrime e pioggia, memorie e rimpianti si confondono e si alternano non diacronicamente. Questa parte del film ampia e lenta (giustamente) mi ha pienamente convinta. Meno convincente, almeno secondo me, il finale, che inserisce nell’equilibrio narrativo quasi perfetto fino a quel momento un che di dolciastro, che mi è sembrato stonato e del tutto “fuori registro”.  In ogni caso, film da vedere, apprezzabile e alquanto insolito. Ottima e molto intelligente l’interpretazione delle due protagoniste: Kate Blanchett nella parte di Carol e Rooney Mara in quella di Therese, acconciata e truccata alla Audrey Hepburn, la grandissima interprete, insieme a ShirleyMacLaine, di uno dei primi film (1961) che con molta cautela aveva trattato il tema dell’omosessualità femminile: il drammatico Quelle due diretto da William Wyler.

*Il romanzo ora, anche nella traduzione italiana, ha ritrovato il nome vero dell’autrice, nonché ovviamente il giusto titolo: Carol.

Ragazze che odiano gli uomini (Foxfire)

Schermata 09-2456541 alle 21.56.59recensione del film:
FOXFIRE – RAGAZZE CATTIVE

Titolo originale:
Foxfire

Regia:
Laurent Cantet

Principali interpreti:
Raven Adamson, Katie Coseni, Madeleine Bisson, Claire Mazerolle, Rachael Nyhuus, Tamara Hope. Francia 2012 – 143 min.

La regia di Laurent Cantet si cimenta con la durissima vicenda raccontata nel romanzo di Joyce Carol Oates: Foxfire: Confessions of a Girl Gang (1993), dal quale era stato tratto, nel 1996, un film diretto da Annette Haywood-Carter, con Angelina Jolie.
Non si tratta, però, in questo caso del remake di quel lontano film, perché il regista francese è interessato soprattutto a cogliere l’aspetto sociologico del romanzo e, perciò, a rappresentare il comportamento di alcune giovani ragazze di umili origini in una situazione ambientale difficile e ostile. Sullo sfondo, come nel romanzo, è la provincia americana povera dello Stato di New York negli anni ’50, in cui, a pochi chilometri dalla metropoli, è condivisa e accettata la sottocultura ottusa e becera dei maschi locali, per reagire alla quale si forma il gruppo organizzato e segreto delle Foxfire. Si tratta di adolescenti ribelli, compagne di scuola, che, non rassegnandosi a essere continuamente vilipese, decidono di unire le loro forze per attaccare i più ingiusti privilegi sessisti, sognando addirittura di arrivare a costituire, grazie alla loro setta, una società senza maschi. Chi vuole entrare a far parte del gruppo si deve sottomettere a un rito cruento di iniziazione: l’incisione su una spalla di un simbolo di lotta, costituito da una specie di fiamma; deve poi giurare fedeltà, “perinde ac cadaver” e aiuto reciproco, naturalmente nella massima segretezza.
Le Foxfire riconoscono in Legs, giovane carismatica e intelligente, la loro guida: le si affianca Maddy, che assume, fin dal primo momento, il compito di redigere la cronaca minuta della vita del sodalizio femminile che si va formando. Le prime attività delle giovani del gruppo sono di intimidazione e di vendetta nei confronti dei maschi, quei coetanei che a scuola ridono di loro e dei loro insuccessi e che fuori dalla scuola tentano di stuprarle, proprio come quel maturo e rispettato signore, molto per bene, che approfittando della povertà di Maddy si sente in diritto di provarci.
Il gruppo, coll’andar del tempo, si estenderà, accogliendo anche donne meno giovani, ma segnate dalla violenza coniugale, come Agnes, limitando, tuttavia la solidarietà alle sole donne bianche, essendo il pregiudizio razziale profondamente radicato in alcune delle adepte. A poco a poco, però, le provocazioni dimostrative degli inizi si trasformeranno in azioni criminali vere e proprie, facendo emergere, perciò, insanabili e profondi dissensi sugli obiettivi del gruppo delle Foxfire, che finirà con lo sfaldarsi. Preceduta da Rita, che se n’era andata per amore di un gelataio, non ammesso dalla setta, anche Maddy, la cronista, memoria storica della setta, dopo un proprio sofferto percorso di maturazione, seguirà strade diverse, turbata dalla deriva inquietante e quasi terroristica nella quale le giovani stavano scivolando, prive come erano di strumenti culturali e progettuali per la trasformazione della società, e convinte come erano che ai diritti rivendicati fosse necessario arrivare attraverso un crescendo di azioni delittuose. Sul destino delle altre giovani e su quello di Legs sarà possibile soltanto avanzare ipotesi e congetture.

Cantet gira la sua pellicola dopo aver a lungo meditato sul romanzo e dopo aver osservato le dinamiche interne ai gruppi femminili nelle scuole, o negli istituti per il recupero sociale, cioè in quelle realtà che egli individua come le più adatte per reclutare le protagoniste del film, fra le quali, infatti, è presente un’unica attrice professionista: Tamara Hope, quella che interpreta nel film il ruolo di Marianne Kellogg. Del romanzo, Cantet mantiene il contesto sociologico dell’America provinciale degli anni ’50, oltre che la sostanza del racconto, riordinato però secondo un criterio che permette di ricostruire gli eventi nella loro successione temporale, mentre nell’opera della Oates, i ricordi di Maddy emergono a sprazzi, in modo casuale, seguendo i più imprevedibili percorsi della memoria. Il film è molto lungo, ma il racconto è interessante e fluisce senza noia, grazie a una solida sceneggiatura coerente e chiara, ma anche a una pulitissima e netta fotografia e all’eccellente recitazione di tutti gli attori,

Potete trovare una bella e utile intervista a Laurent Cantet QUI.

l’adorabile statuina (Potiche – La bella statuina)

Recensione del film:

POTICHE – LA BELLA STATUINA

Titolo originale:
Potiche

Regia:François Ozon

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Fabrice Luchini, Karin Viard, Judith Godrèche – 103 min. – Francia 2010.

Film delizioso, raccontato con levità, quasi una moderna fiaba. Come sempre, in Ozon, lo scherzo non è gratuito: riflettiamo sui ruoli e sulle convenzioni sociali,e, ancora una volta, sulla maternità, ridendo e scherzando…
La grande Catherine non avrebbe meritato la Coppa Volpi a Venezia?

C’era una volta, a Sainte Gudule, un uomo (Robert), convinto che il ruolo della donna fosse quello della bella statuina, decorativo soprammobile del salotto, che il ruolo del maschio fosse quello di guadagnare per la famiglia, che il ruolo del proprietario di una fabbrica fosse quello del padrone antisindacale feroce e dispotico.
C’era una volta una donna bella e piena di vita (Suzanne) che aveva tentato di evadere dalla lussuosa prigione che il maschio, marito e padrone aveva costruito attorno a lei, ma che alla fine ci aveva rinunciato, perché la maternità le aveva imposto prioritariamente un ruolo insostituibile.
Quella donna, ancora bella, ma un po’ appesantita, dopo aver allevato due figli, cerca di trovare qualche interesse, che motivi la sua vita, nella poesia, nel contatto con la natura, nel prendersi cura della salute del marito.
Il marito, invecchiato a sua volta, continua a esercitare con padronale iattanza le “sue” prerogative su di lei, sugli operai della “sua” fabbrica e anche sulla segretaria, che non sarebbe “sua”. ma che non osa dirgli di no.
La fiaba moderna (siamo nel 1977), però, non permette che le cose continuino così all’infinito: il caso, dispensatore di giustizia, costringerà Robert a letto per curarsi e Suzanne a occuparsi della direzione dell’azienda di famiglia, con grande soddisfazione degli operai, che solo per merito suo sospendono lo sciopero, del figlio, che nell’azienda introdurrà la propria creatività, fino ad allora sterile, del sindaco comunista del paese di Sainte Gudule, Maurice Babin che aveva avuto una breve storia con Suzanne e che ne era rimasto innamorato. Purtroppo il marito, guarito dalla malattia, ma non dalla presunzione e dalle pretese autoritarie, tornerà a rivendicare il suo ruolo proprietario, ma la nuova Suzanne, questa volta, saprà trovare il modo di affrancarsi vivendo realizzata, felice e contenta. La pièce è raccontata in modo brioso e spiazzante: spesso il regista sembra divertirsi a rovesciare le attese degli spettatori, determinando un alternarsi di effetti comici e malinconici, che conferiscono al film una straordinaria finezza: non è farsa e non è commedia sentimentale: è un film di Ozon, che ancora una volta ci invita a riflettere sui ruoli e sulle convenzioni sociali, questa volta con molte invenzioni, leggerezza e ironia. Gli interpreti sono davvero strordinari: Suzanne e Babin sono la coppia Deneuve – Depardieu, invecchiata dai tempi dell’Ultimo metro, ma, se possibile, ulteriormente migliorata; perfetti nel rievocare un passato non più proponibile, suggellato da un ultimo ballo tenero, malinconico e sorridente. Robert ha avuto in Fabrice Luchini un grande interprete, e ha dichiarato di essersi ispirato, per recitare questa parte, a un noto uomo italiano…