The Irishman

recensione del film.
THE IRISHMAN

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano, Bobby Cannavale, Anna Paquin, Stephen Graham, Stephanie Kurtzuba, Jack Huston
– 209 min. – USA 2019.

The Irishman è Frank Sheeran, l’irlandese sicario della mafia che abitava a Filadelfia (magnifico Robert de Niro). All’inizio del film, in una casa di riposo per anziani, racconta la propria vita a un prete cattolico, che raccoglie le confessioni dei ricoverati soprattutto di quelli rimasti soli, senza l’amore di nessuno.
Era stata una vita movimentata quella di Frank: dapprima soldato (fanteria) dell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale; sbarcato ad Anzio, egli aveva percorso la nostra penisola dal sud al Nord e aveva anche imparato ad apprezzare la nostra cucina e la nostra lingua: buon viatico per Russ Bufalino (eccezionale interpretazione di Joe Pesci), boss della mafia italo-americana, che aveva casualmente incrociato sulla strada.
Era andata così: il suo camion, che trasportava carne fresca per le macellerie e i ristoranti, si era bloccato all’improvviso. Russ, mai visto prima, si era avvicinato, aveva individuato e riparato il guasto, senza nulla volere in cambio. Ci sarebbero stati molti altri incontri, ma fin dal secondo Russ aveva capito che ne sarebbe nato un indistruttibile sodalizio poiché entrambi erano davvero Goodfellas, bravi ragazzi prestati al crimine, ma buoni e leali reciprocamente. Così come lo era, d’altra parte, Jimmy Hoffa (bravissimo l’ottantenne Al Pacino, al suo primo film con Scorsese), il potentissimo boss del sindacato degli autisti, ottimo oratore e trascinatore di folle: aveva sostenuto l’elezione di Kennedy, ma era successivamente passato a sostenere i repubblicani, dopo il fallimento dell’impresa che avrebbe dovuto “restituire” ai biscazzieri cubani l’isola finita nelle mani di quel comunista di Fidel Castro…

Un terzetto di bravi ragazzi alleati per la vita: Jmmy, inoltre, molto apprezzava la semplicità sincera della piccola Peggy, una delle figlie di Frank, poiché nell’ingenua intelligenza della bimba, riconosceva la genuinità  e il candore, che in fondo avevano animato la sua vita di sindacalista idealista, che avrebbe voluto cambiare il mondo.
La storia dei tre uomini, che è storia di mafia e di sangue, era organizzata con una leale divisione dei compiti: gli omicidi erano sempre affidati a Frank (la guerra gli aveva insegnato a uccidere “su commissione“, avrebbe detto al suo confessore), il cui macabro soprannome, l’imbianchino alludeva alle tracce lasciate sui muri dalle vittime che aveva ucciso a bruciapelo, con tecnica infallibile.
È anche storia di processi, di avvocati, di galera che per loro è luogo di incontri, di gare di cucina, di solidarietà, ma anche di minacce e aggressioni, di ferocia e di altri delitti, che si svolge parallelamente alla torbida storia dei misteri americani degli ultimi cinquant’anni, delle loro istituzioni garantiste ma politicamente profondamente colluse, troppo, per scoperchiare il pericolosissimo vaso di Pandora della verità.

Jimmy, ufficialmente, sarebbe misteriosamente scomparso senza lasciare tracce di sé, Russ sarebbe morto di morte naturale e Frank avrebbe portato da solo, alla fine della vita, il fardello terrribile dei suoi crimini, mantenendo per sempre la promessa di silenzio, ma mettendone a parte il ministro di Dio, accompagnato da una speranza di perdono che richiede, anche la presa di coscienza dei lutti provocati, del dolore, del male.
Peggy, che aveva capito tutto, non avrebbe più voluto vederlo; ai giovani, che non sapevano nulla, nulla interessava…
Una storia terribile e bellissima, crudele ma tenera e struggente, con grandissimi pregi cinematografici: delle stupefacenti interpretazioni dei tre mitici attori ho detto.
Mi dilungherò ancora un poco per parlare di due fondamentali aspetti tecnici del film: quella del ringiovanimento degli attori, ottenuto con una nuovissima tecnica digitale in post produzione, con effetti pienamente convincenti (almeno così mi sono apparsi durante la mia seconda visione del film); quella dell’alternarsi tra passato e presente, seguendo la tecnica della dissolvenza incrociata, come era da attendersi dalla collaborazione di Thelma Schoonmaker, storica addetta al montaggio dei più famosi film di Scorsese, fedelissima interprete del grande maestro, una delle più grandi montatrici della storia del cinema.

Cercate di vedere questo grande capolavoro, senza spaventarvi per la sua durata. Vi ripagherà largamente del piccolo sacrificio.
Lo troverete ancora in molti cinema e, dal 27 di questo mese, su Netflix, doppiato nella nostra lingua. Consiglio come sempre la versione originale.

Joker

recensione del film:

Joker

Regia:
Todd Phillips

Principali interpreti:
Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Marc Maron
– 122 min. – USA 2019

Todd Phillips era, fino a poco tempo fa, un regista noto soprattutto al pubblico televisivo e anche cinematografico dei più giovani, nonostante qualche piccola incursione nel documentario  per adulti, come Hated: GG Allin and the Murder Junkies (1993), non uscito in Italia, ma ora proiettato in qualche raro cineclub per far conoscere un po’ dei trascorsi cinematografici di chi aveva ricevuto da poco il prestigioso Leone d’oro veneziano.

Questo Joker sembra infatti nascere da una sfida tutta interna al mondo dell’intrattenimento televisivo e cinematografico: è possibile conciliare il mondo scanzonato ed eversivo dei ragazzi, per loro natura aperti alle ipotesi del più radicale cambiamento dell’ordine sociale, con quello serio (e anche un po’ dileggiato) degli adulti colti e schizzinosi che da quel mondo preferiscono tenersi lontani?

1981 – South Bronx ovvero Gotham City

Il film ha la sua collocazione nel South Bronx newyorkese, che viene identificato con Gotham City, la città immaginaria dell’universo dell’immondizia in cui sono ambientati i fumetti delle edizioni DC Comics, che illustrano le avventure dell’eroe “buono” Batman, del quale il perfido Joker è l’antagonista.
Ogni sera rientra a Gotham, dopo le fatiche della giornata, Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) uomo disturbato nella mente che vive con la madre Penny (Frances Conroy) nel South Bronx newyorkese. È povero, depresso cronico e cupo, ma convive dignitosamente con i suoi gravissimi problemi fino a quando, nel 1981, Ronald Reagan, diventato presidente degli Stati Uniti, per mantenere la demagogica promessa elettorale di abbassare le tasse, decide di tagliare le spese sociali, azzerando i servizi socio-sanitari indispensabili a lui, ossessivamente assediato da fantasmi e manie, a cui verranno negati i farmaci gratuiti nonché  la consulenza psicologica.
Il suo ruolo sociale un tempo era rispettato: vestiva da pagliaccio (era lui Joker) per divertire i bambini malati all’ospedale; ne usciva con la sua maschera e con quel vistoso costume portando in giro cartelloni pubblicitari, in attesa che arrivasse il suo momento, quello in cui avrebbe fatto il comico per davvero, in televisione come Murray Franklin (Robert de Niro) e tutti lo avrebbero riconosciuto e amato…Il suo sogno purtroppo, si saebbe scontrato presto con la disumanità che stava soffocando l’America di quegli anni: una generale Gotham City immersa ovunque dall’immondizia fangosa della crudeltà contro i più deboli, a cui non sarebbe rimasta che la ribellione anarcoide e irrazionale, facile pretesto per la repressione poliziesca in piena sintonia con la deriva reazionaria delle classi dirigenti.

Le dichiarazioni di Phoenix

Joaquin Phoenix ha dichiarato in numerose interviste, che si trovano facilmente sul Web, che mai si era sottoposto a una simile fatica, non solo fisica, ma culturale e intellettuale, per l’interpretazione di un film, essendo stata addirittura maniacale la cura con cui, insieme al regista, aveva impostato il proprio ruolo, la propria gestualità, il proprio comportamento. Allo stesso modo il film nel suo complesso era stato studiato nei particolari più minuti, con l’attenzione meticolosa di chi non intende lasciare proprio nulla al caso e all’improvvisazione.

Che dire? personalmente, al di là della ammirazione che non da oggi suscitano in me le interpretazioni di questo grande attore, il film, sicuramente urtante e disturbante, non mi ha suscitato gran commozione. Mi è sembrato al contrario un’operazione astutissima del regista che ha utilizzato le suggestioni di molti vecchi film per strizzar l’occhio agli spettatori in cerca d’autore di cui è chiarissimo indizio la presenza di Robert de Niro, nel ruolo del comico anchorman televisivo che ricalca quello di Jerry Lewis nel film Re per una notte che il grande Martin Scorsese aveva cominciato a girare proprio nel 1981 (guarda caso!) nel quale un giovane De Niro, nei panni di Rupert Pupkin ossessivamente convinto delle proprie straordinarie qualità comiche, aveva organizzato il rapimento del presentatore per sostituirsi a lui, fra le risate di un pubblico di facile contentatura (Re per una notte è la citazione più vistosa, quasi la falsariga su cui è costruito il film).

Il regista, però, non ha dimenticato neppure i giovanissimi nei confronti dei quali esprime,  con lo splendore della colorata e caotica rappresentazione della loro violenza con la maschera di Joker, una solidarietà sospetta, quasi assecondandone la volontà distruttiva, in vista di una palingenesi senza progetto che non può che alimentare la deriva reazionaria di cui Donald Trump (come già Ronald Reagan) sembra essere il più accreditato garante. Col pubblico giovane, inoltre, il dialogo è intessuto di episodi che hanno il solo scopo di spiegare agli adolescenti la dipendenza edipica di  Arthur, esemplificandola in una quantità di segmenti narrativi che appesantiscono la visione del film, dilatandone anche troppo la durata.

Per quanto mi riguarda, perciò, il regista ha vinto la sua sfida ambiziosa solo in parte: mille polemiche hanno accompagnato la premiazione veneziana, probabile frutto di un compromesso ingiusto per non scontentare una presidente di giuria che con le sue inqualificabili dichiarazioni aveva pregiudizialmente posto il proprio veto sull’ultimo film di Roman Polanski.
Questo spiega perché molti di noi (mi ci metto anch’io) amanti del grande cinema, e perciò di Polanski, hanno visto con riluttante diffidenza quest’opera, “ladra” di un onore, abusivamente conquistato.
Vero è, però, che un giudizio critico dovrebbe nascere da un’analisi il meno possibile emotiva, ma siamo umani e ci liberiamo con difficoltà dalle passioni che ci portiamo in cuore e che accompagnano la nostra vita.
Da vedere, in ogni caso.

L’età dell’innocenza

recensione del film:
L’ETÅ DELL’INNOCENZA

Titolo originale:
The Age of Innocence

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Geraldine Chaplin, Michelle Pfeiffer, Winona Ryder, Daniel Day-Lewis, Hugh Smith, Miriam Margolyes, Richard E
Grant, Alec McCowen, Mary Beth Hurt, Jonathan Pryce – 120 min. – USA 1993

Quasi uno studio antropologico: dal romanzo al film

Il grande romanzo di Edith Wharton (uscito nel 1920 e Premio Pulitzer nel 1921) è all’origine di questa grande opera di  Martin Scorsese (1993): egli, all’inizio degli anni ’80, lo aveva letto su consiglio dell’amico e collaboratore Jay Cocks, ricavandone un’impressione profonda “… quello che mi ha colpito del romanzo è stata la sua intensità, la sensazione di perdita che trasmetteva...”
Entrambi ne sarebbero diventati gli sceneggiatori qualche anno dopo, quando la Columbia Pictures decise di approvare il progetto del regista, che pur non intendendo girare un film in costume alla maniera di Ivory, esigeva comunque di realizzare una minuziosa ricostruzione storica di quanto avveniva, alla fine dell’800, fra le villette della  Fifth Avenue, nella New York colta e benestante dei suoi residenti più snob, ciò che necessitava di cospicui investimenti produttivi.
La Quinta strada era abitata dai ricchissimi eredi delle famiglie più antiche della città, custodi gelosi di rendite e privilegi che era stato possibile mantenere, e talvolta incrementare, nel corso dei secoli, grazie a un’accorta strategia dei matrimoni, come avviene nelle società aristocratiche, decisi e concordati in modo da conciliare le aspirazioni all’amore dei giovani e delle giovinette con l’accettazione delle tradizioni e dei riti che ne confermavano l’esclusività.
Chi partecipava di quei privilegi condivideva infatti una Weltanschauung che si manifestava in ogni momento della vita, e che regolamentava persino i gesti, il parlare, lo stile dell’arredamento e l’apparecchiatura delle tavole. Erano codici, non scritti, che imponevano la presenza ad alcuni momenti della vita sociale come gli spettacoli teatrali seguiti dal ballo annuale, nonché il bon ton dell’abbigliamento, adeguato alle diverse circostanze, che si trattasse di un pranzo di gala o delle vacanze a Newport. Una fitta trama di convenzioni e norme, perciò, imbrigliava la vita di quegli abitanti, fra i quali, ancora alla fine dell’800, quando si avvertva l’imminenza dei profondi cambiamenti economici che avrebbero mutato il volto della città, era condivisa la diffidenza verso chiunque, provenendo dall’esterno, potesse diffondere una visione del mondo sovversiva dei valori tramandati con sobria nonchalance, ma con determinazione così ferma da rassomigliare alla crudeltà.

La storia d’amore

Accordi familiari avevano reso possibile il fidanzamento di un giovane avvocato, Newland (Daniel Day-Lewis),con May (Winona Ryder), rispettivi eredi delle antiche e ricche famiglie degli Archer e dei Welland, mentre stava rientrando inopinatamente da Parigi la contessa Ellen Olenska (Michelle Pfeiffer), cugina di May. Nella capitale francese la giovane signora aveva lasciato il  conte Olenskij, suo marito, fedifrago abituale e volgarissimo, ed era tornata alla casa dell’infanzia sulla Fifth Avenue, nella quale  viveva ancora la nonna, l’imponente signora Mingot (Miriam Margolyes), sperando di ritrovarvi il calore di un tempo, e un po’ dell’innocenza perduta. Una ridda di maldicenze e pettegolezzi avevano accompagnato il suo ritorno, tanto che Newland, che in tal modo intendeva anche preservare dalle chiacchiere il proprio rapporto con May, aveva sentito il dovere di difenderla

Di Ellen, che ammirava per l’intelligenza, la cultura e il coraggio dimostrato, egli si era in realtà presto innamorato, ma non aveva trovato la forza per venir meno alla promessa che lo impegnava davanti al bel mondo della sua città nonostante fosse cosciente di due fondamentali verità: che il suo vero amore appassionato per la contessa era altretttanto appassionatamente corrisposto e che che avrebbe sposato una donna mediocre, conformista, tutta vezzi e luoghi comuni.

L’aveva dunque sposata senza amarla davvero e aveva scoperto un po’ alla volta quanta ipocrisia si celasse sotto i suoi vezzi e le sue mossette: May tutto aveva compreso dei suoi turbamenti amorosi e si era adoperata con un incredibile stratagemma per allontanare da lui la cugina-rivale, che lo lo aveva lasciato affranto, per fare ritorno a  Parigi: la signora Mingot le aveva generosamente assicurato un’ottima rendita mensile, a garanzia della sua indipendenza dal marito: là, in un’aria più respirabile e meno ipocrita avrebbe ritrovato le antiche amicizie e ripreso le vecchie frequentazioni.
A cinquantasette anni, ormai vedovo e in visita a Parigi in compagnia del figlio, egli non aveva voluto rivederla, per mantenerne intatto il ricordo non contaminando, col grigiore della propria vita quotidiana, l’incanto di una stagione romantica che intendeva tenere solo per sé, senza rinnegare il matrimonio con May, in fondo riuscito, che gli aveva dato figli amorevoli e un po’ meno costretti dalle convenzioni perbeniste dell’alta società newyorkese, soppiantata dall’aristocrazia del denaro e degli affari.

————–

A Henri Béhar di “Le Monde”, che gli aveva chiesto dove fossero finiti i sanguinosi gangster movies che lo avevano reso famoso negli anni ’80, da Taxi Driver a Quei bravi ragazzi, Scorsese aveva risposto:L’età dell’innocenza è probabilmente il più violento dei miei film”, dimostrando di aver colto in pieno lo spirito tranquillo e corrosivo del romanzo della Warthon, che non per caso gli amici chiamavano l’angelo della devastazione.
Che sotto l’apparente racconto di un amore infelice, Scorsese rappresenti tutta l’ipocrisia feroce di un gruppo sociale preoccupato esclusivamente di mantenere il proprio status, ce lo dice tutto il film, sin dalle scene iniziali, che affiancando i titoli di testa mostrano lo sbocciare miracoloso dei fiori di primavera, subito imprigionati fra i merletti che impreziosendoli, avrebbero forse reso più casto il décolleté di qualche giovane donna: potente metafora  richiamata spesso da altri fiori e da altre scollature, come quella che Ellen esibiva all’Opera, dov’era arrivata in ritardo, suscitando curiosità e sdegnate maldicenze: …Colei che aveva provocato tutto quel trambusto era graziosamente seduta nel suo angolo del palco fissando la scena e rivelando, mentre si sporgeva in avanti, un po’ più di spalle e di seno di quanto a New York si fosse abituati a vedere nelle gentildonne… I movimenti dei binocoli nelle mani dei gentiluomini pettegoli e voyeur, pronti a cogliere il minimo errore nell’abbigliamento di Ellen, ben dissimulano il fastidio per lo scompiglio che la nuova arrivata rischiava di introdurre nelle loro pigre abitudini di rentiers nullafacenti. Newland non era davvero molto diverso da loro, ma un po’ se ne scostava per la maggiore cultura che lo aveva reso più tollerante e meno volgare.

Scorsese realizza uno dei suoi film più belli sulla storia, che gli sta molto a cuore, delle comunità newyorkesi (che, nella loro chiusura agli apporti esterni e nel loro familismo esclusivo legato a codici e riti ovviamente diversi, molto si assomigliano), dirigendo attori grandissimi, sensibili interpreti di  ruoli non proprio fra i più facili, come Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer, e avvalendosi di un cast di collaboratori eccellenti: Dante Ferretti per le scenografie; Gabriella Pascucci per gli stupendi abiti; Elmer Bernstein per la bella colonna sonora e Michael Ballhaus per la suggestiva fotografia.

Le citazioni, dal romanzo di Edith Warthon, fungono talvolta da commento fuori campo nel corso del film, per la voce, nella versione inglese, dI Joanne Woodward.

Una bella e condivisibile riflessione sul romanzo di E. Warthon e suil film si può trovare QUI

 

Silence

schermata-2017-01-12-alle-21-28-12recensione del film:
SILENCE

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Issei Ogata – durata: 161 minuti – USA 2016.

Fin dal 1989 Scorsese aveva manifestato la volontà di portare sullo schermo Silence, il romanzo storico (1966) di Shusaku Endo, di cui era venuto a conoscenza e che molto l’aveva colpito, per ragioni personali, attinenti alle proprie riflessioni circa i problemi della fede religiosa (in questo caso della fede cristiano-cattolica); dell’ adeguarsi con coerenza ai suoi principi fino al martirio; della liceità morale di questa coerenza, anche quando può causare le sofferenze e persino la morte di molti innocenti. Il film, pertanto, realizza un progetto molto a lungo meditato e studiato, ricostruendo con una certa libertà alcuni accadimenti della prima metà del ‘600, allorché i padri gesuiti portoghesi Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver) erano partiti alla volta del Giappone, sapendo che il loro compito sarebbe stato difficile e rischioso, per quanto limitato al solo obiettivo di ritrovare il confratello e guida spirituale Cristovão Ferreira (Liam Neeson), di cui da troppo tempo si erano perse le notizie. Era in corso, infatti, una violenta repressione della comunità cristiana giapponese (che aveva il suo centro a Nagasaki), molto numerosa dopo l’opera di evangelizzazione condotta da Francisco Javier nel corso del ‘500. La persecuzione, che era diventata pesante già alla fine del ‘500, divenne sempre più efferata soprattutto dopo il 1641*, quando i cristiani che non intendevano abiurare si erano rifugiati negli angoli più nascosti e selvaggi delle isole giapponesi, dove praticavano i loro riti in una condizione pressoché catacombale. Il film non indaga sulle ragioni di tanta ostilità, perché l’interesse del regista non è né storico, né documentaristico, ma indugia a lungo sulla crisi di coscienza che aveva accompagnato i due giovani preti in missione, dal momento del loro sbarco sulle coste, all’incontro con i cristiani costretti a vivere nella clandestinità, alla loro separazione e alla successiva cattura di Sebastião Rodrigues, nonché al terribile  confronto con il vecchio Samurai (Issei Ogata) incaricato di costringerlo a rinnegare la propria fede dal governo dei feudatari (shogun) che si erano impadroniti del potere. La tortura, praticata senza sconti e con studiata raffinatezza nei confronti della popolazione cristiana che rifiutava di rinnegare le proprie convinzioni religiose, scuoteva nel profondo la coscienza di Rodriguez, costretto a udire per giorni e giorni gli assordanti lamenti degli uomini e delle donne che, non volendo piegarsi,  subivano inenarrabili crudeltà, quando sarebbe bastato un suo semplice gesto (calpestare un’immagine sacra con l’effigie di Cristo) per far cessare il loro dolore e le loro sofferenze.
Il regista scava nei dubbi del gesuita, ci rappresenta il suo interrogarsi circa il senso della propria intransigenza dottrinaria di cui avverte la pesantissima responsabilità, mentre Dio tace, icommensurabilmente lontano e indifferente. Col linguaggio potentissimo delle immagini che ci parlano di un universo bellissimo e privo di ogni presenza divina, quasi leopardianamente vuoto di senso e di finalità, Scorsese racconta una fede piena di incertezze e di esitazioni, che si sottrae a ogni intento propagandistico per confrontarsi con le necessità profonde dell’uomo, con la solidarietà e l’amore che allevia il dolore e il male di vivere. Questo aspetto del film, secondo me, affronta in modo molto problematico questioni sulle quali la cultura europea, non solo religiosa, si è a lungo interrogata: mi è venuta in mente, per esempio La leggenda del Grande Inquisitore (credo proprio che Scorsese, che è uomo di cultura, conosca I fratelli Karamazov), ma per rimanere nell’ambito cinematografico, non si può ignorare che il bellissimo Nazarin di Louis Buñuel affronta (anche se certo con maggiore cattiveria) il tema dell’impraticabilità del messaggio cristiano nella sua integralità, poiché la sua perfezione e la sua purezza sono destinate a soccombere in un mondo in cui gli uomini non sono né puri né perfetti. A questo proposito, mi sembra che la scena di Rodriguez che si riflette nell’acqua , osservando con orrore il trasformarsi del proprio volto, sia una bella citazione del trasformarsi dell’immagine del ritratto di Cristo nel film buñueliano. Il film, perciò, presenta molti aspetti di estremo interesse per chi ama il cinema di Scorsese anche per la complessità culturale che è spesso in grado di esprimere. Da vedere sicuramente.

____

*in quell’anno”lo shogun Tokugawa Iemitsu varò un decreto, che successivamente divenne noto come sakoku (“Paese blindato”), con il quale proibì ogni forma di contatto tra la popolazione giapponese e gli stranieri. Da allora i cristiani crearono una simbologia, una ritualità, persino un linguaggio tutto loro, incomprensibile al di fuori delle comunità di appartenenza.”  (Fonte: Wikipedia)

Il lupo insidioso (The Wolf of Wall Sreet)

Schermata 01-2456687 alle 14.55.09recensione del film:
THE WOLF OF WALL STREET

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Rob Reiner, Jon Favreau, Jean Dujardin, Cristin Milioti, Jon Bernthal, Ethan Suplee, Shea Whigham, Spike Jonze, Ben Leasure, Michael Jefferson, Chris Riggi, Joanna Lumley, J.C. MacKenzie, Christine Ebersole, Matthew Rauch – 180 min. – USA 2013.

Quest’ultimo film di Martin Scorsese si ispira alla storia reale raccontata nell’autobiografia (tradotta anche in Italia per le edizioni BUR) di Jordan Belfort, avventuriero e faccendiere finanziario che nel giro di pochissimo tempo divenne uno degli uomini più ricchi e potenti degli Stati Uniti.

Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) era un giovane di belle speranze, ambizioso, ma senza grandi esperienze borsistiche e finanziarie, quando, approdato a Wall Street e opportunamente istruito dal manager senza scrupoli Mark Hanna (Matthew McConaughey) sul modo di diventare un broker di successo, creò nel New Jersey un’agenzia di brokeraggio, la Stratton Oakmont, coll’imperativo categorico di guadagnare una quantità di soldi mai vista, per potersi concedere ogni lusso e ogni piacere. Si sarebbe trattato di mettere in atto la strategia più utile affinché un elevato numero di entusiasti e convinti mediatori riuscisse a persuadere una grandissima quantità di investitori ad affidare alla Stratton il proprio denaro, grazie alla promessa di farlo rendere, al riparo dalle tasse e nello spregio più assoluto di ogni forma di legalità. In alcuni periodi storici le lusinghe della ricchezza e dei vantaggi che ne derivano funzionano meglio che in altri: Jordan ebbe la ventura di trovarsi a operare negli anni ancora largamente egemonizzati dal pensiero unico dell’edonismo reaganiano, versione rivisitata e, forse più seducente, del sogno americano, ciò che favorì il veloce successo del suo proposito. L’agenzia ebbe dunque una rapidissima ascesa, consentendo a Jordan di sprecare le ingenti somme che affluivano da ogni parte e che egli rapidamente intascava, nelle spese più pazze per procurarsi donne, alcool, viaggi e droghe, e permettendogli anche di abbandonarsi a eccessi di ogni tipo, sui quali, senza alcuna inibizione moralistica, si sofferma la cinepresa del regista. La prima parte del film, perciò, raccontandoci l’irresistibile arricchimento del protagonista, ci presenta un vasto repertorio delle sue trasgressioni sessuali, orgiastiche, da consumatore compulsivo di droghe di ogni qualità, sgomentandoci e provocando una strana sensazione, insieme di imbarazzo e di compiacimento, poiché ci rende coscienti subito che un’ ambigua fascinazione promana dai comportamenti amorali di Jordan, che diventano aspetti costitutivi della narrazione di Martin Scorsese, che non solo non prende le distanze dal protagonista, ma pare quasi costruirne un’immagine positiva.

I contorni del personaggio di Jordan, in realtà, si precisano meglio nella seconda parte del film, quando alcune cose cominciano a non funzionare come prima nella strategia del nostro eroe. Non è vero, innanzitutto, che i soldi possono comprare tutto e corrompere tutti: saranno due oscuri funzionari dell’FBI a ricordarglielo e a inchiodarlo alle sue responsabilità; la sua concezione maschilistica dei rapporti sociali e familiari, inoltre, si infrangerà di fronte alla resistenza di Naomi (Margot Robbie), la moglie bellissima, che gli ha dato due figli e che non intende sopportare più i suoi tradimenti e la sua vita debosciata. Egli scoprirà, poi, a sue spese, che la droga non è sempre in grado di potenziare le proprie prestazioni: gli accade infatti che l’effetto ritardato di uno stupefacente scaduto, ingollato a gogò, gli provochi un ottundimento psico-fisico terribile, tale da mettere a rischio la sua mente e la sua vita stessa (scena che l’eccezionale performance di Leonardo Di Caprio rende memorabile). In alcuni momenti, inoltre, la vita è resa incerta dalle forze della natura, contro le quali non è facile avere la meglio, come dimostrano le difficoltà della sua nave da crociera durante una tempesta nel Mediterraneo.
Il comportamento di Jordan, così almeno mi è parso, contiene in sé le contraddizioni sufficienti a far vacillare la solidità del castello di illusioni che egli era riuscito a creare per sé e per i pochi altri suoi fedelissimi, amici che, però, egli stesso, per ottenere sconti di pena, non esiterà a tradire, consegnandoli nelle mani della giustizia (attenendosi in ciò a quanto gli aveva suggerito Mark Hanna, cioè che non possono esistere amici a Wall Street). Riuscirà, è ben vero, a cavarsela ancora una volta: una mite condanna gli permetterà, di nuovo di affabulare un pubblico di creduloni ammiratori, durante un’intervista televisiva, segno evidente che il personaggio è un lupo incorreggibile, che, come tutti i suoi simili, perde il pelo, ma non il vizio, ma segno altrettanto evidente che sono sempre troppi gli ingenui che mostrano ammirazione e stima per marpioni di tal fatta.
Il ritratto a tutto tondo di Jordan Belfort è tragicomico e grottesco; buffonesco e inquietante e si colloca, secondo me, fra le pagine più significative del regista, che forse, descrivendo l’insaziabile e oscena bulimia di questo lupo vorace, ci ha dato anche il ritratto del capitalismo finanziario e della sua forza insieme avida, seduttiva e distruttiva. Straordinaria la recitazione degli attori, con Di Caprio, quasi gigione, in stato di assoluta grazia!