Silence

schermata-2017-01-12-alle-21-28-12recensione del film:
SILENCE

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Issei Ogata – durata: 161 minuti – USA 2016.

Fin dal 1989 Scorsese aveva manifestato la volontà di portare sullo schermo Silence, il romanzo storico (1966) di Shusaku Endo, di cui era venuto a conoscenza e che molto l’aveva colpito, per ragioni personali, attinenti alle proprie riflessioni circa i problemi della fede religiosa (in questo caso della fede cristiano-cattolica); dell’ adeguarsi con coerenza ai suoi principi fino al martirio; della liceità morale di questa coerenza, anche quando può causare le sofferenze e persino la morte di molti innocenti. Il film, pertanto, realizza un progetto molto a lungo meditato e studiato, ricostruendo con una certa libertà alcuni accadimenti della prima metà del ‘600, allorché i padri gesuiti portoghesi Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver) erano partiti alla volta del Giappone, sapendo che il loro compito sarebbe stato difficile e rischioso, per quanto limitato al solo obiettivo di ritrovare il confratello e guida spirituale Cristovão Ferreira (Liam Neeson), di cui da troppo tempo si erano perse le notizie. Era in corso, infatti, una violenta repressione della comunità cristiana giapponese (che aveva il suo centro a Nagasaki), molto numerosa dopo l’opera di evangelizzazione condotta da Francisco Javier nel corso del ‘500. La persecuzione, che era diventata pesante già alla fine del ‘500, divenne sempre più efferata soprattutto dopo il 1641*, quando i cristiani che non intendevano abiurare si erano rifugiati negli angoli più nascosti e selvaggi delle isole giapponesi, dove praticavano i loro riti in una condizione pressoché catacombale. Il film non indaga sulle ragioni di tanta ostilità, perché l’interesse del regista non è né storico, né documentaristico, ma indugia a lungo sulla crisi di coscienza che aveva accompagnato i due giovani preti in missione, dal momento del loro sbarco sulle coste, all’incontro con i cristiani costretti a vivere nella clandestinità, alla loro separazione e alla successiva cattura di Sebastião Rodrigues, nonché al terribile  confronto con il vecchio Samurai (Issei Ogata) incaricato di costringerlo a rinnegare la propria fede dal governo dei feudatari (shogun) che si erano impadroniti del potere. La tortura, praticata senza sconti e con studiata raffinatezza nei confronti della popolazione cristiana che rifiutava di rinnegare le proprie convinzioni religiose, scuoteva nel profondo la coscienza di Rodriguez, costretto a udire per giorni e giorni gli assordanti lamenti degli uomini e delle donne che, non volendo piegarsi,  subivano inenarrabili crudeltà, quando sarebbe bastato un suo semplice gesto (calpestare un’immagine sacra con l’effigie di Cristo) per far cessare il loro dolore e le loro sofferenze.
Il regista scava nei dubbi del gesuita, ci rappresenta il suo interrogarsi circa il senso della propria intransigenza dottrinaria di cui avverte la pesantissima responsabilità, mentre Dio tace, icommensurabilmente lontano e indifferente. Col linguaggio potentissimo delle immagini che ci parlano di un universo bellissimo e privo di ogni presenza divina, quasi leopardianamente vuoto di senso e di finalità, Scorsese racconta una fede piena di incertezze e di esitazioni, che si sottrae a ogni intento propagandistico per confrontarsi con le necessità profonde dell’uomo, con la solidarietà e l’amore che allevia il dolore e il male di vivere. Questo aspetto del film, secondo me, affronta in modo molto problematico questioni sulle quali la cultura europea, non solo religiosa, si è a lungo interrogata: mi è venuta in mente, per esempio La leggenda del Grande Inquisitore (credo proprio che Scorsese, che è uomo di cultura, conosca I fratelli Karamazov), ma per rimanere nell’ambito cinematografico, non si può ignorare che il bellissimo Nazarin di Louis Buñuel affronta (anche se certo con maggiore cattiveria) il tema dell’impraticabilità del messaggio cristiano nella sua integralità, poiché la sua perfezione e la sua purezza sono destinate a soccombere in un mondo in cui gli uomini non sono né puri né perfetti. A questo proposito, mi sembra che la scena di Rodriguez che si riflette nell’acqua , osservando con orrore il trasformarsi del proprio volto, sia una bella citazione del trasformarsi dell’immagine del ritratto di Cristo nel film buñueliano. Il film, perciò, presenta molti aspetti di estremo interesse per chi ama il cinema di Scorsese anche per la complessità culturale che è spesso in grado di esprimere. Da vedere sicuramente.

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*in quell’anno”lo shogun Tokugawa Iemitsu varò un decreto, che successivamente divenne noto come sakoku (“Paese blindato”), con il quale proibì ogni forma di contatto tra la popolazione giapponese e gli stranieri. Da allora i cristiani crearono una simbologia, una ritualità, persino un linguaggio tutto loro, incomprensibile al di fuori delle comunità di appartenenza.”  (Fonte: Wikipedia)

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Il lupo insidioso (The Wolf of Wall Sreet)

Schermata 01-2456687 alle 14.55.09recensione del film:
THE WOLF OF WALL STREET

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Rob Reiner, Jon Favreau, Jean Dujardin, Cristin Milioti, Jon Bernthal, Ethan Suplee, Shea Whigham, Spike Jonze, Ben Leasure, Michael Jefferson, Chris Riggi, Joanna Lumley, J.C. MacKenzie, Christine Ebersole, Matthew Rauch – 180 min. – USA 2013.

Quest’ultimo film di Martin Scorsese si ispira alla storia reale raccontata nell’autobiografia (tradotta anche in Italia per le edizioni BUR) di Jordan Belfort, avventuriero e faccendiere finanziario che nel giro di pochissimo tempo divenne uno degli uomini più ricchi e potenti degli Stati Uniti.

Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) era un giovane di belle speranze, ambizioso, ma senza grandi esperienze borsistiche e finanziarie, quando, approdato a Wall Street e opportunamente istruito dal manager senza scrupoli Mark Hanna (Matthew McConaughey) sul modo di diventare un broker di successo, creò nel New Jersey un’agenzia di brokeraggio, la Stratton Oakmont, coll’imperativo categorico di guadagnare una quantità di soldi mai vista, per potersi concedere ogni lusso e ogni piacere. Si sarebbe trattato di mettere in atto la strategia più utile affinché un elevato numero di entusiasti e convinti mediatori riuscisse a persuadere una grandissima quantità di investitori ad affidare alla Stratton il proprio denaro, grazie alla promessa di farlo rendere, al riparo dalle tasse e nello spregio più assoluto di ogni forma di legalità. In alcuni periodi storici le lusinghe della ricchezza e dei vantaggi che ne derivano funzionano meglio che in altri: Jordan ebbe la ventura di trovarsi a operare negli anni ancora largamente egemonizzati dal pensiero unico dell’edonismo reaganiano, versione rivisitata e, forse più seducente, del sogno americano, ciò che favorì il veloce successo del suo proposito. L’agenzia ebbe dunque una rapidissima ascesa, consentendo a Jordan di sprecare le ingenti somme che affluivano da ogni parte e che egli rapidamente intascava, nelle spese più pazze per procurarsi donne, alcool, viaggi e droghe, e permettendogli anche di abbandonarsi a eccessi di ogni tipo, sui quali, senza alcuna inibizione moralistica, si sofferma la cinepresa del regista. La prima parte del film, perciò, raccontandoci l’irresistibile arricchimento del protagonista, ci presenta un vasto repertorio delle sue trasgressioni sessuali, orgiastiche, da consumatore compulsivo di droghe di ogni qualità, sgomentandoci e provocando una strana sensazione, insieme di imbarazzo e di compiacimento, poiché ci rende coscienti subito che un’ ambigua fascinazione promana dai comportamenti amorali di Jordan, che diventano aspetti costitutivi della narrazione di Martin Scorsese, che non solo non prende le distanze dal protagonista, ma pare quasi costruirne un’immagine positiva.

I contorni del personaggio di Jordan, in realtà, si precisano meglio nella seconda parte del film, quando alcune cose cominciano a non funzionare come prima nella strategia del nostro eroe. Non è vero, innanzitutto, che i soldi possono comprare tutto e corrompere tutti: saranno due oscuri funzionari dell’FBI a ricordarglielo e a inchiodarlo alle sue responsabilità; la sua concezione maschilistica dei rapporti sociali e familiari, inoltre, si infrangerà di fronte alla resistenza di Naomi (Margot Robbie), la moglie bellissima, che gli ha dato due figli e che non intende sopportare più i suoi tradimenti e la sua vita debosciata. Egli scoprirà, poi, a sue spese, che la droga non è sempre in grado di potenziare le proprie prestazioni: gli accade infatti che l’effetto ritardato di uno stupefacente scaduto, ingollato a gogò, gli provochi un ottundimento psico-fisico terribile, tale da mettere a rischio la sua mente e la sua vita stessa (scena che l’eccezionale performance di Leonardo Di Caprio rende memorabile). In alcuni momenti, inoltre, la vita è resa incerta dalle forze della natura, contro le quali non è facile avere la meglio, come dimostrano le difficoltà della sua nave da crociera durante una tempesta nel Mediterraneo.
Il comportamento di Jordan, così almeno mi è parso, contiene in sé le contraddizioni sufficienti a far vacillare la solidità del castello di illusioni che egli era riuscito a creare per sé e per i pochi altri suoi fedelissimi, amici che, però, egli stesso, per ottenere sconti di pena, non esiterà a tradire, consegnandoli nelle mani della giustizia (attenendosi in ciò a quanto gli aveva suggerito Mark Hanna, cioè che non possono esistere amici a Wall Street). Riuscirà, è ben vero, a cavarsela ancora una volta: una mite condanna gli permetterà, di nuovo di affabulare un pubblico di creduloni ammiratori, durante un’intervista televisiva, segno evidente che il personaggio è un lupo incorreggibile, che, come tutti i suoi simili, perde il pelo, ma non il vizio, ma segno altrettanto evidente che sono sempre troppi gli ingenui che mostrano ammirazione e stima per marpioni di tal fatta.
Il ritratto a tutto tondo di Jordan Belfort è tragicomico e grottesco; buffonesco e inquietante e si colloca, secondo me, fra le pagine più significative del regista, che forse, descrivendo l’insaziabile e oscena bulimia di questo lupo vorace, ci ha dato anche il ritratto del capitalismo finanziario e della sua forza insieme avida, seduttiva e distruttiva. Straordinaria la recitazione degli attori, con Di Caprio, quasi gigione, in stato di assoluta grazia!