Mal di pietre

recensione del film:

MAL DI PIETRE

Titolo originale:
Mal de Pierres

Regia:
Nicole Garcia

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Louis Garrel, Alex Brendemühl, Brigitte Roüan, Victoire Du Bois, Aloïse Sauvage, Daniel Para, Sören Rochefort, Camilo Acosta Mendoza – 16 min. – Francia 2016.

Provenza – Anni ’50
Sullo sfondo suggestivo dell’abbazia di Sénanque e dei campi di lavanda che la circondano, aveva vissuto la propria adolescenza tormentata Gabrielle (Marion Cotillard). Ai mutamenti del corpo e alla tempesta ormonale conseguente, la giovane aveva reagito cercando di dissimulare debolmente le prepotenti pulsioni sessuali sotto il velo dell’amore passionale, alimentato dalle letture romanzesche consigliate dall’insegnante-bibliotecario locale, colui che sarebbe diventato la futura vittima della sua esuberanza amorosa. Durante una festa sociale, infatti, costui se ne era arrivato accompagnato dalla moglie incinta ed era stato pubblicamente aggredito da Gabriella, le cui escandescenze erano da tempo oggetto delle preoccupazioni dei suoi genitori, ricchi possidenti agrari. La giovane fu messa davanti all’alternativa: o un matrimonio al più presto, con l’onesto operaio José Rabascal (Alex Brendemühl), un esule catalano dopo la vittoria franchista del 1939, che ne apprezzava da tempo grazia e bellezza, oppure il manicomio per il resto dei suoi giorni, unico rimedio praticato nei casi in cui la vivacità sessuale femminile si fosse fosse spinta in modo imbarazzante troppo oltre l’accettabile, secondo le convenzioni del tempo. Gabrielle, pertanto, era diventata moglie di un marito non voluto, che avrebbe a lungo respinto, il quale aveva accondisceso al rapporto asimmetrico con lei, nella speranza di riuscire, col suo comportamento paziente e devoto, a far breccia prima o poi nel suo cuore.

In un lussuoso sanatorio svizzero dove la donna era stata ricoverata per curarsi dei calcoli renali (il mal di pietre) di cui soffriva e che le impedivano di diventare madre, sarebbe avvenuto, però, l’incontro fatale e imprevedibile con André (Louis Garrel), un ufficiale dell’esercito francese in Indocina, ferito a morte e circondato dall’aura fascinosa dell’eroe “bello di fama e di sventura”.
Nel folle amore passionale per lui, Gabrielle, del tutto priva del senso della realtà, sembrava aver trovato, finalmente, la risposta alle proprie ossessioni, ma si era trattato di una risposta dissociata e allucinatoria, di cui, solo molto più tardi avrebbe avuto piena coscienza.

Rifacendosi al romanzo italiano omonimo della scrittrice sarda Milena Agus (2002), la regista Nicole Garcia sembra aver soddisfatto pienamente le attese della sua ispiratrice; non altrettanto si può affermare per il pubblico cinefilo di Cannes, che lo scorso anno espresse il proprio dissenso, anche con molto clamore, rispetto a questa pellicola lacrimosa, che offre davvero poche occasioni di empatia con la protagonista della storia. Gabrielle, infatti, nonostante l’ottima e misurata interpretazione della bravissima Marion Cotillard, non riesce a catalizzare attorno a sé molto altro che la pena e il disagio che si prova generalmente nei confronti di chi è incapace di qualsiasi approccio razionale col mondo. Personalmente, pur ritenendo che la prima parte del film presenti una buona ricostruzione del milieu, legato ai pregiudizi largamente presenti nelle campagne non solo francesi, che si alimentavano della secolare diffidenza nei confronti della sessualità femminile, il film mi è sembrato degno di nota solo per le bellissime immagini della lavanda e dell’abbazia di Sénanque, poiché evoca nel mio cuore luoghi a cui sono affettivamente molto legata. Questa, però, è un’altra storia!

Annunci

Allied-Un’ombra nascosta

schermata-2017-01-25-alle-13-28-56recensione del film:
ALLIED – UN’OMBRA NASCOSTA

Titolo originale:
Allied

Regia:
Robert Zemeckis

Principali interpreti:
Brad Pitt, Marion Cotillard, Jared Harris, Lizzy Caplan, Daniel Betts,
Matthew Goode, Angelique Joan, Jason Matthewson, Iain Batchelor, Peter Meyer, Raphael Acloque, Sally Messham, Raphael Desprez – 147 min. – USA 2016.

Siamo a Casablanca, nei primi anni ’40, dopo che i tedeschi avevano occupato militarmente il Marocco, colonia francese alle dirette dipendenze del governo collaborazionista di Vichy.
Il “quebecois” Max (Brad Pitt) era stato paracadutato (letteralmente) dal controspionaggio inglese nel deserto del Marocco per prendere contatti operativi con la spia della Resistenza francese Marianne (Marion Cotillard), infiltrata fra gli occupanti nazisti per fornire informazioni sui loro movimenti. I due avrebbero dovuto fingersi marito e moglie, coll’obiettivo di permettere a Max di compiere una rischiosissima missione, che solo l’apporto di lei aveva reso possibile.
Ormai “bruciato”, dopo l’azione che aveva concluso con successo, Max era stato trasferito a Londra: nessuno, ovviamente, si era preoccupato dell’amore passionale che quasi subito era nato fra lui e Marianne, largamente prevedibile, per altro, visto che entrambi erano giovani, solidali negli ideali politici, e costretti a convivere.  La richiesta di sposarla, col conseguente avvio di scrupolose indagini sulla vita di lei che avevano allontanato ogni dubbio sulla sua correttezza, ne aveva permesso la partenza per Londra (dove, successivamente si sarebbe celebrato il matrimonio). Era passato parecchio tempo dai giorni di Casablanca: Marianne era incinta e al suo arrivo, ancora dentro all’aeroporto e sotto il primo bombardamento tedesco, avrebbe fatto nascere la loro bambina. Un’abitazione defilata in campagna li attendeva: lì lei avrebbe fatto la madre, mentre lui avrebbe continuato a servire la causa della libertà con le sue missioni pericolose.
La Germania nazista, intanto, stava mettendo a ferro e fuoco l’Europa continentale e la stessa Gran Bretagna: alcune delle sue città erano distrutte dai bombardamenti, mentre alla popolazione, colta all’improvviso dall’immane tragedia, erano richieste lacrime e sangue, senza eccezioni, per affrontare il pericolo mortale che incombeva, cosicché la storia privata dell’amore felice di Max e Marianne era costretta a misurarsi con gli eventi  che stavano sconvolgendo la vita di ciascuno. I servizi segreti, infatti, avevano deciso di indagare più a fondo su di lei, sui suoi documenti, sul suo passato, poiché era sembrato che non tutto fosse stato chiarito ed era sorto il dubbio che  fosse in realtà una spia dei nazisti…
Questo è, a grandi linee, ciò che è narrato nella prima parte del film ed è anche ciò che ritengo si possa dire ai lettori evitando ulteriori spoiler, affinché la storia non perda parte del suo interesse.

Il regista, Robert Zemeckis, conduce l’intera vicenda con una certa abilità, dirigendo uno staff di prim’ordine, affiancato da un bravissimo regista (quello di Locke) come Steven Knight, qui con funzioni di sceneggiatore, oltre che da Marion Cotillard e da Brad Pitt, mostri sacri della recitazione (per la verità la recitazione di Brad Pitt mi è parsa poco espressiva). Il film, però, come spy-story non è davvero il meglio che ci si possa attendere: manca di mistero e di tensione. Se proprio occorre una definizione, lo definirei un mélo con frequenti scivolate verso il feuilleton, soprattutto nella seconda parte. Non è tuttavia un film privo di interesse se lo si considera una specie di repertorio citazionista mirato soprattutto alla ricostruzione degli stilemi che nel corso degli anni ’40 a Hollywood avevano dato l’impronta inconfondibile ad alcuni film di Hitchcock, nonché ai film d’amore e di guerra, primo fra tutti Casablanca, il capolavoro di Michael Curtiz. Casablanca è onnipresente nel film, nella prima parte (gli esterni della città, il mercato con i suoi venditori, i cammelli, l’uccisione dell’ufficiale nella cabina telefonica, gli abiti eleganti e d’epoca degli uomini e delle donne col loro trucco pesante), ma anche, checché se ne dica, nella seconda parte in cui, proprio alla fine, compare il pianoforte, decisivo per scoprire la verità, accompagnato dall’invito, più volte reiterato, a suonarlo (“play it, Sam” chi può dimenticarlo?).
Il confronto fra film così lontani non è possibile e, forse, anche ingiusto; sicuramente, per Zemekis, diventerebbe impietoso, perché assai poco questo suo film è dotato di fascino e di vera capacità di coinvolgerci: ricostruisce ambienti e atmosfere, ma è, almeno secondo me, finto, quasi kitsch.

Si può vedere, anche solo per curiosità, ma rivedere Casablanca, subito dopo, è un imperativo categorico, poiché
“We’ll always have… Casablanca” (per fortuna!) Perdonate la voluta imperfezione della mia citazione!

È solo la fine del mondo

schermata-2016-12-11-alle-19-32-06recensione del film:
È SOLO LA FINE DEL MONDO

Titolo originale:
Juste la fin du monde

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard – 95 min. – Francia 2016.

Gran Premio della regia, quest’anno a Cannes è finalmente visibile anche da noi.

Louis, (Gaspard Ulliel), che è un apprezzato scrittore, è su un aereo per tornare a casa, ma il suo viaggio, senza futuro, è pieno di incognite, come ben si comprende all’inizio del film, quando, su quello stesso aereo, un bimbetto seduto dietro di lui (che gli sorriderà indulgente), gli copre gli occhi con le sue manine con un gesto pieno di grazia, ma fortemente significativo. Louis aveva abbandonato quella casa da dodici anni, durante i quali non aveva mai dato notizie di sé, ciò che lascia indovinare uno strappo alquanto drammatico. Il giovane, ora malato e prossimo a morire, non aveva più visto Suzanne (Léa Seydoux), la sorella allora molto piccola, diventata una bella e infelice ragazza, e neppure Antoine (Vincent Cassel), il fratello maggiore invidioso e rancoroso, né aveva cercato di incontrare la madre (Nathalie Baye), affettuosa ma lontana da lui e dai suoi problemi, troppo presa dalla propria garrula vanità. Nulla sappiamo della sua famiglia in quei dodici anni, se non che Antoine, diventato padre da pochi mesi, usava anche con con la moglie Catherine (Marion Cotillard) l’atteggiamento odioso e arrogante che gli era solito e che la donna vanamente provava a mitigare, opponendo all’aggressività di lui la propria dolce remissività. Allo stesso modo ignoriamo tutto dei dodici anni di Louis lontano da loro, se non che era diventato un noto e acclamato scrittore: tutti i diversi personaggi vivono, infatti, nel momento stesso del loro agire, del loro parlare o del loro silenzio, come si conviene  a personaggi che, prima di diventare cinematografici, appartengono a una pièce teatrale.
Louis era tornato animato dall’intento di offrire la rivelazione della sua fine inevitabile, quale segno del suo profondo bisogno di pacificazione, quasi che ritrovare persone e luoghi che lo avevano visto crescere potesse fargli ricuperare, proustianamente, il tempo lontano delle memorie affettuose (inutilmente ?) perduto. Del tutto vano, però, si sarebbe rivelato questo suo tentativo in una famiglia dove ognuno ascoltava solo la propria voce, cercando di sovrapporla a quella degli altri: solo Catherine sembrava in grado di comprendere con sincera compassione, ma non essendo sufficientemente forte da imporsi era destinata a subire. Il ritorno di Louis, perciò, non avrebbe mutato la situazione di sempre, cosicché qualunque rivelazione diventava impossibile; il suo sorriso tra l’ironico e lo sconsolato non poteva che ribadirne l’impotente solitudine, anche quando una passeggiata con Antoine in auto, nell’aperto paesaggio di una domenica assolata, avrebbe potuto rallentare la tensione e favorire la pacificazione.

L’atteso sesto film di Xavier Dolan è alquanto insolito, poiché questa volta l’enfant prodige del cinema mondiale abbandona il Canada e il suo Quebec (e soprattutto i suoi attori e il suo colorito parlato québécois), per trasferirsi in Francia, attratto dalla possibilità di adattare allo schermo il testo teatrale, dal titolo Juste la fin du monde di Jean-Luc Lagarce, altro enfant prodige, morto di AIDS a Parigi nel 1995, a soli trentotto anni e, fino a quel momento, sconosciuto autore (solo in seguito le sue pièces sarebbero diventate le più rappresentate d’oltralpe e questa sarebbe stata la più rappresentata di tutte. In Italia questa stessa pièce fu messa in scena da Luca Ronconi al Piccolo di Milano nel 2009).
Dolan, dunque, per la seconda volta, come già era accaduto con Tom à la ferme, si cimenta con un testo teatrale: in quel caso l’autore Michel Marc Bouchard ne era stato anche co-sceneggiatore; in questo caso, invece, egli, unico sceneggiatore, ha largamente utilizzato, spesso senza modificarlo, il testo altamente claustrofobico di Lagarce facendone un Kammerspiel, ciò che gli ha permesso di isolare ogni personaggio nel proprio incomunicabile dolore, ma anche di scavare nelle contraddizioni di ciascuno, mettendone in luce, l’umanità, nella convinzione personale che anche i personaggi meno positivi della vicenda soffrano, e che cerchino di difendersi dal dolore ciascuno a suo modo: chi con fatua nevrosi, come la madre; chi con sprezzante arroganza, come Antoine; chi con la trasgressione della droga, come Suzanne. Una lunga intervista, rilasciata nell’agosto 2016  a Stéphane Délorme* contiene a questo proposito molte interessanti dichiarazioni circa i modi con i quali il regista  aveva cercato di rendere cinematograficamente accettabile un testo di estrema durezza, senza tradirne la forza sconvolgente, sia attraverso l’uso ampio dei primi piani, sia attraverso la ricerca continua dell’ equilibrio fra il parlato ossessivo e violento, il silenzio insopportabile del non detto, e la musica (composta per questo film da Gabriel Yared). Ancora una volta il giovane regista si è rivelato ottimo direttore degli attori, perfettamente e credibilmente calati nel proprio ruolo. Non so se, come alcuni sostengono, questo sia il film meno riuscito di Dolan: egli sostiene di aver voluto con questa sua fatica rendere omaggio a un autore sfortunato, cercando di ottenere un’opera molto fedele all’originale (sia pure con le differenze implicite nel mezzo cinematografico) senza riconoscersi perciò pienamente in essa. Credo che a un giovane di ventisette anni, al suo sesto film, vada riconosciuto il diritto di tentare nuove strade e di sperimentare nuove forme espressive! Da vedere.

* pubblicata nel numero di settembre dei Cahiers du Cinema alle pagine 30-33.

il lavoro, oggi (Due giorni una notte)

Schermata 2014-11-27 a 12.43.52recensione del film:

DUE GIORNI, UNA NOTTE
Titolo originale Deux Jours, Une Nuit

Regia:

Luc Dardenne e Jean – Pierre Dardenne

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry, Catherine Salé, Alain Eloy, Olivier Gourmet, Christelle Cornil – 95 min. – Belgio  2014

Sandra (Marion Cotillard) è una giovane madre di famiglia. Finché la salute glielo aveva permesso, la donna aveva lavorato insieme a sedici colleghi in una piccola fabbrica di pannelli solari. Quando, a seguito di una crudele depressione, aveva dovuto assentarsi dal lavoro, il padrone non l’aveva sostituita, ma, per risparmiare sui costi, aveva utilizzato tutti gli altri operai, aumentandone le ore di lavoro settimanali (tre ore in più ciascuno), cosicché questi avevano arrotondato lo stipendio con gli “straordinari”, ciò che, in momenti di crisi economica dilagante, aveva fatto generalmente comodo. Ora Sandra è guarita e vorrebbe tornare al suo posto. Il padrone non ha intenzione di ri-assumerla (in Belgio, dove si svolgono i fatti, nessun automatismo per il reintegro dopo la malattia è previsto per legge), ma non ha il coraggio di dirglielo apertamente: affida, pertanto, al referendum fra i sedici operai che l’hanno collettivamente sostituita la decisione per il suo eventuale e costoso rientro: essi potranno votare per il sì, rinunciando però al premio  di mille Euro promesso a ciascuno di loro, eccezionale gratifica, senza alcuna relazione con gli “straordinari”, che comunque gli operai avevano percepito. Questo non è un particolare di poco conto, poiché determina, fin dagli inizi, lo schierarsi empatico dello spettatore dalla parte di Sandra, che non chiede ciò che non le spetta, perché chi ha lavorato al posto suo è stato pagato di più, ma chiede di rinunciare a un premio, che dimostra, fra le altre cose, che l’azienda non se la passa così male e che, perciò, le motivazioni economiche addotte dal padrone (la spietata concorrenza dei prodotti asiatici) sono pretestuose e celano altro.

Il film rappresenta perciò una situazione precisa, assolutamente credibile in un’ Europa che continua a vantare il suo Welfare, ma dove, in realtà, non esistono soggetti in grado di promuovere qualche forma di solidarietà: assenti i sindacati, ogni lavoratore è lasciato a sé e si difende come può, soprattutto puntando sulla compassione che riesce a suscitare*, sentimento nobile, ma certo pre -politico e quasi fuori dal nostro tempo, che sembra riportare all’indietro la condizione dei lavoratori, privati della loro dignità, di nuovo ricattabili dal padronato da  cui dipendono completamente, non solo per vivere, ma per mantenere livelli di esistenza accettabili, nonché qualche speranza per migliorare, in prospettiva, la condizione dei propri figli. La denuncia dei Dardenne, a questo proposito, è chiara e forte, coerente con larga parte del loro cinema; anche solo per questo la loro ultima fatica merita di essere vista e apprezzata. Non mi sento di affermare, però, che Due giorni, una notte possa essere considerato all’altezza dei loro film più belli, quali L’enfant, Il matrimonio di Lorna o Il ragazzo con la bicicletta. E’ infatti un po’ schematico e si regge quasi esclusivamente sulla straordinaria interpretazione di Marion Cotillard, attenta a contenere l’eccesso di patetismo (sempre in agguato, proprio per l’impostazione “pietosa” di cui ho parlato), grazie al minimalismo dei toni, alla controllatissima gestualità, alla capacità di dar vita a una dolente immagine femminile, piena di delicato pudore, ritrosa e riservata.

*E che Sandra stessa cercherà di suscitare durante il breve Weekend che la separa dal referendum

cupo drammone (C’era una volta a New York)

Schermata 01-2456683 alle 16.52.39recensione del film.
C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK

Titolo originale:
The Immigrant

Regia:
James Gray

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Dagmara Dominczyk, Angela Sarafyan – 120 min. – USA 2013

C’era una volta e c’è tuttora, a sud est di Manhattan, di fronte all’isoletta di Lady Liberty (nota da noi come Statua della libertà), l’isola di Ellis Island. Il suo nome è sinistramente legato alle migrazioni verso gli Stati Uniti: lì sbarcavano, infatti, gli sventurati che speravano di lasciarsi alle spalle miseria e spesso anche persecuzioni, sedotti dal sogno americano, nel grande “paese delle opportunità”. Come è ben raccontato all’inizio di questo film, Ellis Island era organizzata per sottoporre a spietata selezione i nuovi arrivati: medici e agenti federali si affiancavano, nell’edificio, ora Museo dell’immigrazione, per accertare che essi non fossero da espellere in quanto portatori di malattie contagiose, ma anche per respingere ai luoghi d’origine chiunque si ribellasse al loro arbitrio, immediatamente sospettato di simpatie rivoluzionarie e sovversive. Qui erano giunte, intorno agli anni ’20, due sorelle polacche, Ewa (Marion Cotillard) e Magda (Angela Sarafyan), nell’intento di sottrarsi alle discriminazioni ai pogrom e alle vendette che, dopo la prima guerra mondiale, continuavano ad affliggere le popolazioni dell’Europa orientale. Le due giovani, rimaste orfane e molto legate, si erano sostenute a vicenda durante il viaggio confidando, vanamente, nell’accoglienza generosa di una zia che a New York si era sposata e lì da tempo risiedeva. In quella città, però, solo Ewa era entrata, poiché Magda, tradita da un colpo di tosse e sottoposta a immediati accertamenti, dapprima minacciata di espulsione, era stata forzatamente ricoverata in ospedale per curare la tubercolosi da cui era affetta. Su questo sfondo agisce, mescolandosi ai migranti e cercando di non dar troppo nell’occhio, Bruno Weiss (Joaquin Phoenix), giovanotto, ebreo e polacco a sua volta, che nel corso del racconto assumerà un ruolo sempre più importante. Egli era arrivato a New York assai prima delle due sorelle e aveva trovato la sua strada gestendo un equivoco cabaret, fatto di spettacolini sgangherati e volgari in cui si esibivano in uno sguaiato balletto un po’ di ragazze polacche, pronte a prostituirsi dopo la danza, in cambio di un letto e del cibo, cui egli stesso provvedeva, grazie ai turpi guadagni dell’amore a pagamento. Bruno, dunque, era un lenone, alla caccia di fanciulle belle e sventurate cui offrire “lavoro” e casa. Egli, tuttavia, era rimasto molto colpito dalla bellezza fine e delicata di Ewa, di cui, a poco a poco, si era innamorato davvero, tanto che era sinceramente disposto ad aiutarla per far uscire Magda dall’ospedale. Non era, però, disposto a rinunciare ai proventi che dalla sua esibizione e prostituzione gli arrivavano, neppure davanti alla riluttanza disperata di lei. La ricostruzione precisa delle circostanze storiche e delle relazioni umane di dominio o di subalternità che dal primo momento si delineavano, fra chi aveva il potere di decidere della vita altrui e la folla dei diseredati, pronti a tutto, costituisce lo scenario giusto per comprendere perché potessero crearsi situazioni così paradossali, in cui l’incomunicabilità più totale avrebbe impedito l’instaurarsi di qualsiasi rapporto d’amore condiviso, possibile solo nella parità delle condizioni dei due partner.

E’questa, mi pare, la parte migliore di quest’ultima fatica di James Gray, il regista di altri film molto belli, quali I padroni della notte e Two Lovers. Purtroppo nel seguito della pellicola, il regista, invece di sviluppare i temi iniziali che erano stati impostati così bene, introduce l’elemento melodrammatico della rivalità amorosa fra Bruno e il cugino Orlando (Jeremy Renner), fantasista e istrionico prestigiatore, a sua volta innamorato della bella Ewa. Va da sé che i due, non essendo proprio gentiluomini oxfordiani, si affronteranno a suon di botte, di coltellate e anche di pistolettate, introducendo un elemento di grande violenza sanguinaria, del tutto inattesa e poco consona all’andamento malinconico e quasi favoloso dell’inizio della storia, sottolineato anche dalla fotografia appositamente ambrata, ingiallita e sbiadita, molto bella.
Peccato! Il melodramma appesantisce una buona parte di questo film, rendendolo, per i miei gusti, quasi un indigeribile polpettone, alquanto lacrimoso, del quale il regista avrebbe dovuto controllare meglio gli effettacci finali, fra dolori di ossa rotte, lacrime e ferite. Gli attori sono molto bravi.

“e il gelo del cuore si sfa” – Montale – (Un sapore di ruggine e ossa)

recensione del film:

UN SAPORE DI RUGGINE E OSSA

Titolo originale:

De rouille et d’os

Regia:
Jacques Audiard

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts, Armand Verdure, Céline Sallette, Corinne Masiero.  Bouli Lanners, Jean-Michel Correia, Mourad Frarema.

– 120 min. – Belgio, Francia 2012.

Come nel film precedente di Audiard, Il Profeta, il regista ci introduce nel pieno della vicenda (in medias res) senza dirci nulla della storia dei due personaggi principali, il passato dei quali non conosciamo. Sappiamo però che lui, Alì, (Matthias Schoenaerts) è padre di un bellissimo bambino di cinque anni, del quale non si è mai troppo curato, e che lei, Stephanie (Marion Cotillard) convive con un compagno prepotente e possessivo. Alì ha dovuto improvvisamente occuparsi del piccolo, poiché la madre, stufa di far tutto da sola, l’ha lasciato a lui: li incontriamo mentre arrivano in Costa Azzurra, dove Anna, sorella di lui (Corinne Masiero), è disposta ad accoglierli entrambi nel suo alloggio di periferia di una città balneare,che potrebbe essere Antibes, ma, che, in ogni caso, è poco riconoscibile, perché altro non ci viene mostrato che una squallidissima banlieu di anonime case, di gru e di cantieri. Lì, Alì cerca e trova un lavoro da buttafuori presso un locale notturno, dove, appunto, conoscerà lei, essendo costretto a difenderla dai maschi che, vedendola sola, la ritengono, perciò stesso, disponibile. Alì è sempre molto efficiente in queste operazioni: saprà magari fare poche cose, ma a  botte è bravissimo: ha per il proprio corpo le cure attente che non ha mai avuto per il figlio, d’altra parte il corpo gli dà da vivere!

Anche Stephanie vive del proprio corpo, ma non come credono molti suoi importuni ammiratori: la sua scattante agilità e un costante allenamento le permettono di esibirsi all’acquario della città dove addestra alcune orche marine che obbediscono ai suoi cenni e ai suoi ordini con una grande levità ed eleganza. Il lavoro, rischiosissimo, le piace, perché adora essere ammirata e applaudita, ma sarà proprio il suo corpo a fare le spese dell’improvviso imbizzarrirsi di un’orca che le troncherà le gambe. Stephanie, così dolorosamente colpita, cercherà Alì, che si era eclissato rapidamente (l’aveva saputo dalla TV), non diversamente dal suo aggressivo ex fidanzato. Egli, però, adesso, si farà carico di aiutarla offrendole qualche passeggiata, qualche bagno in mare,  nonché un po’ di sesso, purché lei lo voglia e glielo chieda esplicitamente, con un segnale convenuto, via sms. Il giovanotto dà per scontato che le cose debbano avvenire entro determinati limiti, e che perciò i loro rapporti non debbano oltrepassare un’affettuosa e occasionale fisicità, senza alcuna implicazione sentimentale: ha altro a cui pensare, poiché deve allenarsi, ora, anche per accettare le sfide di molti energumeni che danno vita a un mondo di scommettitori clandestini, mentre bellissime donne lo corteggiano, attratte dai suoi muscoli e dai soldi che nel frattempo si sono moltiplicati. Il suo cuore, però, diventa sempre più gelido e sempre più lontano da lei, dai suoi parenti e dal bambino. In questa luce, acquista un potente valore simbolico l’episodio decisivo del film: quello del salvataggio in extremis del figlioletto, che sta per soffocare sotto la crosta del  ghiaccio che l’ha inghiottito e che Alì riuscirà a rompere, con la forza della disperazione, mentre si scioglierà a poco a poco quella sua durezza e quell’insensibilità da incassatore di colpi, così ben raccontata nel corso del film. Anche Stephanie, dunque, troverà finalmente, in quel suo nuovo cuore, il posto che ha tanto desiderato, ricevendo una difficilissima e inattesa dichiarazione d’amore, molto emozionante. Bellissimo film  che si snoda con perfetto equilibrio, mantenendosi dentro un’ elegante e nitida narrazione, che mai indulge al patetismo o a quella che si può chiamare “pornografia del dolore”. Il dolore è nel mutare impercettibile dello sguardo di Stephanie, attrice di inarrivabile bravura, o nell’espressività del bambino, che a poco a poco regredisce nel gelato liquido amniotico di quella pozza d’acqua in cui assume, oltre alla posizione fetale, anche l’aspetto tenero e indifeso del feto che a occhi chiusi attende di nascere a nuova vita.

P.S: La citazione da Montale è tratta dalla lirica I limoni    v.46

un americano a Parigi (Midnight in Paris)

recensione del film
MIDNIGHT IN PARIS

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen, Nina Arianda, Kurt Fuller, Tom Hiddleston, Corey Stoll, Mimi Kennedy, Adrien Brody, Alison Pill, Marion Cotillard, Léa Seydoux, Kathy Bates, Carla Bruni, Gad Elmaleh, Manu Payet – 94 min. – USA, Spagna 2011.

Gil è uno sceneggiatore hollywoodiano, che, scontento del suo lavoro, nonostante gli permetta di guadagnare bene, vorrebbe dedicarsi a tempo pieno all’arte dello scrivere. Per la verità, ha già scritto un romanzo, di cui è gelosissimo custode, ma non è sicuro del risultato ottenuto, né gli pare che le persone che si trovano con lui, a Parigi, in viaggio di piacere, siano le più adatte a capirlo e a darne un giudizio. Sono con lui, infatti, la graziosa fidanzata, da cui Gil è fortemente attratto, insieme ai genitori di lei, repubblicani per convinzione e tradizione. In modo particolare, il futuro suocero di Gil è un fior di reazionario, accanito difensore dei “Tea party”, nonché ottuso avversario di tutto quanto esuli dalla materialità della borsa e degli affari. Ciascuno di questi personaggi da una città come Parigi attende sorprese, emozioni, opportunità, occasioni. E’ d’altra parte tipico delle grandi città offrire ai visitatori un ampio ventaglio di possibilità, dal turismo usa e getta, alle più approfondite meditazioni, allo shopping, agli affari. Questo è ciò che avviene anche per i nostri americani, cosicché Gil, diversamente da tutti gli altri, si abbandona alle suggestioni culturali che a Parigi sono particolarmente evocative e in tal modo compie un viaggio diverso da quello dei suoi compagni. Il suo personale viaggio avviene ogni sera, allo scoccare della mezzanotte, ed è un percorso a ritroso nel tempo, lungo gli anni ’20 del Novecento a bordo di una vettura d’epoca, nella quale viene accolto con cordialità da alcuni degli intellettuali che egli ha conosciuto e amato attraverso le loro opere. Questi lo conducono in giro per la città nei locali, nei salotti, laddove, cioè, cultura, discussioni sull’arte, musica, costituiscono un laboratorio di innovazioni quanto mai stimolante: lì potrà avvicinare i grandi di quel passato, dai coniugi Fitzgerald a Hemingway, da Cole Porter a Gerdtrude Stein da Picasso a Dali e a Bunuel. Un viaggio vero, però, senza effetti di flash-back, perché la smaliziata tecnica del regista è in grado di inserire con estrema naturalezza queste divertenti parentesi notturne del nostro eroe, imbranato, ma amabilmente naïf. I suoi incontri gli permetteranno di impostare con maggior sicurezza il suo romanzo, e di fare scelte precise per la sua vita.
Il film, però contiene numerosi altri spunti di riflessione, principalmente sul senso di un rapporto col passato, in cerca di una perfezione che molto somiglia a una fuga dalla realtà, di cui però non tutto è da buttare (memorabile la battuta di Gil sugli antibiotici!).
Tutta la narrazione ha come sfondo la grande bellezza dei luoghi più noti di Parigi e dei suoi dintorni (Versailles con la sua reggia e con la divertente apparizione di Luigi XIV nella Sala degli Specchi o Giverny col ponticello e le ninfee di Monet): è un racconto pieno di grazia, che si segue senza noia: un po’ poco per Woody Allen.
Il fatto è che Parigi è da cartolina, certamente bella, ben fotografata, ma troppo vista per commuovere davvero, mentre dal passato degli anni venti arrivano nel film compendiosi estratti, le formulette che Gil vuole riascoltare (la debauche della signora Fitzgerald, il suo tentato suicidio, la sofferenza di lui, il vocione rude e macho di Hemingway, i tori di Picasso, le stravaganze di Dalì e via elencando), ma non si coglie un vero rapporto dialogico fra lui e quel tempo. In altre parole Gil, anche se, “venuta la sera, si spoglia di quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et rivestito condecentemente entra nelle antique corti degli antiqui huomini…da loro ricevuto amorevolmente”, non riesce a cogliere se non molto superficialmente il senso di quel lavoro culturale: e cerca solo quelle risposte che già sono nella sua mente nella forma un po’ banale della citazione.

Avrete tutti capito che anch’io ho appena citato Machiavelli e la sua lettera (10 dicembre 1513), famosissima, a Francesco Vettori!