Il MITO e la LEGGENDA

L’amica pittrice Maria Giulia Alemanno mi prega di segnalare la prossima inaugurazione a Crescentino (Vercelli) di una mostra dedicata alle due grandi dive che hanno fatto la storia del cinema:
alla mitica Marilyn viene accostata la leggendaria Brigitte: insieme nelle fotografie che non sono mai state esposte. Un tesoro!

Ecco il programma:

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Orari :

sabato e domenica:

10.00 -13.00 / 15.00 -23.00

lunedì –venerdì:

16.00 -19,30 / 21.00 – 23.00

Info:

http://www.cmtcrescentino.it

Roslyn o l’amore per la vita (Gli spostati)

recensione del film:
GLI SPOSTATI

Titolo originale:
The misfits

Regia:
John Huston

Principalli interpreti:
Clark Gable, Marilyn Monroe, Montgomery Clift, Thelma Ritter, Eli Wallach, James Barton, Kevin McCarthy, Estelle Winwood – 124′ min. – USA 1961

Questo è l’ultimo film girato da Marilyn Monroe e anche da Clark Gable. Il grande e fascinoso Clark, infatti, morì il 16 novembre 1960, due giorni dopo il termine delle riprese, molto faticose per lui che non aveva voluto controfigure. Tutto il film, comunque, al di là delle scene del rodeo e della lotta con i cavalli, impegnative fisicamente per gli attori, era stato pesante da girare, anche per la perenne insoddisfazione della Monroe, che costrinse lo sceneggiatore Arthur Miller, ancora suo marito (dopo il film chiederà il divorzio), a intervenire quotidianamente sul set, per assecondare i suoi “capricci”, cosicché la sceneggiatura fu costruita su misura per lei. La vedova Gable, allora incinta, lanciò alla Monroe l’ingiusta accusa di averle ucciso Clark con le sue bizze e col clima di tensione che era riuscita a creare sul set, ciò che testimonia l’atmosfera surriscaldata in cui avvennero le riprese, non solo, naturalmente, perché furono girate in Nevada!

Il film ci presenta dapprima l’incontro casuale, avvenuto a Reno, in Nevada fra Roslyn (Marilyn Monroe), che è in attesa della sentenza di divorzio, e Guido (Eli Wallach), pilota d’aereo e meccanico in un’officina. I due si rivedranno al bar, dove la donna, in compagnia di un’amica, festeggia la ritrovata libertà: l’uomo è ora insieme a Gay (Clark Gable), cowboy un po’ più anziano, casualmente in città, in attesa di tornare nelle sterminate praterie della zona. Come potremo verificare nel corso del film, Guido e Gay condividono una visione del mondo profondamente individualistica: delusi entrambi, per ragioni diverse, nella vita amorosa, ora trovano il loro piacere e la loro vita solo nei grandi spazi, nel rapporto diretto con la natura, con la quale vogliono misurarsi. Detestano entrambi la vita cittadina “sotto padrone”, che, ai loro occhi, umilia la dignità degli uomini veri, quelli che armandosi del solo coraggio raccolgono le sfide che la natura offre, che si tratti della caccia alle aquile che uccidono gli agnelli, oppure agli animali nocivi che distruggono i raccolti, o della cattura dei cavalli selvaggi, che, non essendo più utilizzabili come animali da compagnia per i bambini, vengono macellati per ottenere cibi in scatola destinati ai cani. Entrambi sono attratti dalla bellezza e dalla grazia di Roslyn, ma sarà Gay, con la sua ferma dolcezza e con la sua comprensione ad attrarla, perché, come emerge nel corso della narrazione, Roslyn non è solo bellissima e piena di charme, ma è sola, insicura e fragile e ha bisogno di un uomo che le dia affetto e tenerezza. Per una settimana Roslyn e Gay soggiorneranno nella casa di campagna di Guido, che grazie alle amorevoli attenzioni di lei acquista nuovamente l’aspetto di un’abitazione decente, mentre Gay si dedica all’orto e si guarda attorno, alla ricerca di occasioni di lavoro. Dopo un volo a bassa quota sull’intera zona, Guido annuncerà ai due di aver individuato un gruppo di 15 cavalli mustang, razza quasi estinta, che potrebbero essere catturati, con l’aiuto di qualche cacciatore esperto, probabilmente rintracciabile nel corso del rodeo di Dayton. Sarà Perce (Montgomery Clift) a unirsi ai due cacciatori per formare il terzetto pronto a catturare i cavalli selvatici. Si prepara a questo punto, introdotta dalle scene del rodeo e degli incidenti gravi a Perce, l’ultima parte del film, la più suggestiva e memorabile, anche se, a mio avviso, alcune scene girate nel locale appena fuori dall’area del rodeo sono da antologia e rivelano l’eccezionalità della direzione di John Huston: scene sinistre, minacciose, presagi di morte, forse, certamente segnali di decadenza e di disumanità. La vecchia beghina che nel bar affollato raccoglie avidamente i soldi per il cimitero; la rissa per le troppe mani che si allungano sulle curve di Roslyn che si esibisce in una specie di gioco dello yo-yo, accompagnato da ritmici movimenti delle anche; il volto inebetito del bambino a cui hanno fatto ingollare un bicchiere di whisky; le risate sgangherate e sguaiate della gente nel bar, tutto insomma sottolinea la diffusa violenza, impulsiva e barbarica, giustificata e nobilitata dal vetusto stereotipo del West, quale mitica terra di uomini veri, insensibili al dolore, alla sofferenza, alle ingiustizie; uomini duri di cuore e incapaci d’amore. Questa parte è quasi la necessaria premessa della successiva rappresentazione, molto famosa, in cui gli “uomini veri” affrontano i fierissimi e dignitosi cavalli in libertà, mentre invincibile cresce la repulsione per la violenza nel cuore di Roslyn, ben decisa a rompere ogni legame anche con Gay, se i basilari principi di umanità e di empatia con tutte le creature deboli non troveranno posto anche nel cuore di lui. Si tratta di un dramma che si svolge in un paesaggio di grande suggestione, in cui solo apparentemente i tre sono animati dal coraggio che ha contraddistinto gli antichi pionieri: come ormai ha ben capito Perce e come presto capirà anche Gay, queste lotte non hanno più alcun senso in un mondo che è cambiato profondamente.

Non resta che Guido, che esprimerà, per rabbia, egoismo e gelosia, tutto il suo disprezzo per il vecchio Gay, ormai destinato, secondo lui, al disonore di finire “sotto padrone”, per compiacere una donna. Questo film, raccontandoci la storia di Roslyn e dei tre spostati, analizza mentalità e comportamenti delle due diverse anime dell’America negli anni ’60, una delle quali è caparbiamente conservatrice e incapace di accettare il cambiamento, mentre l’altra è più aperta alle novità che si affacciano proprio in quegli anni con la presidenza kennediana, più disposta al dialogo e al confronto.

la bella infelice (Marilyn)

recensione del film:
MARILYN

Titolo originale
My Week with Marilyn

regia:
Simon Curtis

Principali interpreti:
Michelle Williams, Eddie Redmayne, Julia Ormond, Kenneth Branagh, Pip Torrens, Geraldine Somerville, Michael Kitchen, Miranda Raison, Karl Moffatt, Simon Russell Beale, Emma Watson, Judi Dench, Dougray Scott, Toby Jones, Pete Noakes, Dominic Cooper, Derek Jacobi – 99 min. – Gran Bretagna, USA 2011.

Il titolo originale dice, meglio di quello italiano, di che cosa si parla nel film: vi si narra della settimana con Marilyn vissuta da Colin Clark, giovane neolaureato di Oxford, col pallino del cinema. Egli si era trasferito dalla casa di campagna a Londra, proprio per lavorare in quell’ambito e, grazie alla sua insistenza, era riuscito a farsi assumere dallo staff di Lawrence Olivier, come terzo aiuto regista, per il film che si stava preparando e che si titolerà Il principe e la ballerina. Siamo nel 1957: Marilyn Monroe, che all’epoca aveva trent’anni, era da pochi mesi la moglie del drammaturgo americano Arthur Miller. Alle sue spalle, una vita resa spesso abietta dalla povertà, ora riscattata dal successo, seguito all’interpretazione di alcuni film che avrebbero fatto epoca: Niagara, Gli uomini preferiscono le bionde, e Quando la moglie è in vacanza, grazie ai quali si stava affermando anche come straordinario sex symbol. Non ha ancora girato il film-capolavoro A qualcuno piace caldo, ma solo pochi anni la separano dall’ultimo suo Gli spostati, diretto da John Huston alla vigilia, quasi, della morte avvenuta, in circostanze misteriose, nel 1962. Secondo il racconto che Colin Clark affidò alle pagine delle sue memorie (My week with Marilyn), l’arrivo di Marilyn era stato preceduto dai preparativi e dagli adempimenti organizzativi, burocratici e … sindacali di tutto lo staff, impegnato a garantirle la migliore accoglienza possibile in un cottage fuori Londra, e aveva introdotto, nel sonnolento mondo della campagna inglese, un misto di euforia e di inquietudine, che si trasmise a tutti, in modo particolare allorché, col pretesto di rivedere i suoi figli, Miller ripartì per New York, abbandonando lei nella più disperata solitudine. Proprio in questa circostanza si creò lo speciale rapporto di amicizia confidente, e forse d’amore, che legò la bellissima al giovane Colin, innamorato di lei, come tutti coloro che con lei o per lei avevano lavorato.
Cominciavano già a delinearsi le crepe del matrimonio, che Miller, intellettuale di mezz’età in odore di comunismo (siamo in piena guerra fredda), aveva tenacemente voluto e nel quale anche Marilyn aveva creduto, finché non aveva ritenuto di scorgere, in alcune pagine di lui, apprezzamenti poco lusinghieri sul proprio conto. Si delinea nel film un ritratto, forse non originale, ma certo umanissimo, della donna più desiderata del mondo, combattuta fra l’istintiva gioia di vivere, che la porterebbe a uscire dal suo rifugio per immergersi nel bellissimo paesaggio della campagna londinese in piena libertà, nella natura, ma anche fra gli ammiratori che accorrono ad adorarla (bellissima la scena degli studenti di Eton che le si fanno intorno) e l’insicurezza profonda. A questo disagio si aggiungono il terrore di non saper recitare, che si manifesta nell’apparentemente capriccioso comportamento sul set (non è mai puntuale, non ricorda le battute, cerca di rubare la scena), nonché l’oscuro desiderio di oblio e forse di morte che la porta a consumare micidiali quantità di aloolici e sonniferi, che la rendono sempre meno presente a se stessa e sempre più infelice.
Il giovane Collin, nella settimana più critica del suo soggiorno inglese, offre a Marilyn una compagnia leale e affettuosamente disinteressata, nonché qualche momento di pace, lontano dall’angoscia che la fa sentire inadeguata a recitare e a vivere come chiunque non sia prigioniero, come lei era, di un personaggio, senza il quale, per altro, ormai non saprebbe che fare.

Il film ci racconta perciò con pietà e ironia molto britannica cose che si sono più volte dette e lette, ma merita di essere visto per due ragioni fondamentali: per riflettere sul mito ancora vivo e presente, anche se da cinquant’anni Marilyn ci ha lasciati, e infine per ammirare la straordinaria recitazione di Michelle Williams, grandissima e credibilissima Marilyn, al di là della sua scarsa rassomiglianza fisica, che presto viene ignorata, tanto vero e palpitante è il personaggio cui dà forma.

Marilyn Monroe, cinquant’anni dopo

L’amica pittrice Maria Giulia Alemanno mi prega di segnalare su questo blog la prossima inaugurazione di una mostra dedicata a Marilyn Monroe a cinquant’anni dalla morte. Come dirle di no? Siamo o non siamo cinefili?
Ecco, dunque, a voi, tutto ciò che può essere interessante e utile per visitare la mostra

Leggiamo dal comunicato stampa:

…S’intitola MARILYN MONROE 50 anni fa come oggi IL MITO la mostra allestita dal 26 maggio al 10 giugno 2012, nei locali dell’ Ex Cinema Moderno, viale Po 15 a Crescentino (Vercelli), dove, negli anni 60, lo struggente splendore dell’ attrice tante volte ha illuminato il grande schermo. Non ci sarebbe dunque spazio più adatto per ospitare l’eccezionale esposizione, frutto dell’appassionata ricerca di un collezionista, di oltre 500 immagini e di un gran numero di riviste, cartoline, poster, locandine e documenti, alcuni unici e rari, legati alla vicenda pubblica e privata di una diva e di un donna indimenticabile.

…Una fotografia del 1945 ci svela Marilyn diciannovenne. Si chiama Norma Jean Baker, è ragazza dallo sguardo triste vestita in modo austero. In altri scatti sorride sulla neve o sorregge un agnellino, apparentemente spensierata. Ha già alle spalle il naufragio di un matrimonio quando inizia la carriera di fotomodella. Apparirà scandalosamente sul primo numero di Playboy e presto i suoi capelli castani diventeranno biondo platino. Sta nascendo la stella destinata a conquistare Hollywood ed il mondo.
E’ del 1948 una rara fotografia di Scudda Hoo! Scudda Hay! il primo film in assoluto di Marilyn. Niente più di una breve apparizione ma la sua straordinaria bellezza non può passare inosservata.
La mostra segue, passo dopo passo, la sua ascesa d’attrice, proponendo scene memorabili di Niagara e di Quando la moglie è in vacanza (il suo sorriso disarmante e compiaciuto nella celebre sequenza della gonna bianca, che si alza sulla griglia di areazione della metropolitana, è uno dei momenti più celebri della storia del cinema). E ancora, per citarne alcuni, Gli uomini preferiscono le bionde, Fermata d’autobus, A qualcuno piace caldo, tutti film che esaltano il fascino, la voce ed il talento di questa donna baciata dal successo e dalla fortuna, eppure drammaticamente sola.
Così, nell’esposizione, accanto alle immagini del trionfo sugli schermi, si susseguono quelle di una vita segnata da una disperata richiesta d’amore: il naufragio dei suoi matrimoni con Joe Di Maggio ed Arthur Miller, le tante avventure, gli eccessi impietosamente riportati dai rotocalchi, le storie intrecciate con i fratelli Kennedy, la sua tragica fine dell’agosto del 1962, ancor oggi avvolta nel mistero, che ha contribuito, tristemente, alla nascita del mito.
I curatori, per ricordarla a 50 anni dalla scomparsa, bandendo ogni morbosità, suggeriscono una visione ed una lettura della mostra cariche di tenerezza e delicata partecipazione. Come spiega il critico d’arte Massimo Olivetti nella presentazione in catalogo: “Mito e sogno s’intrecciano, si confondono e si alimentano nella raccolta e nella rassegna di immagini che ripropongono attimi e momenti, che replicano all’infinito ogni pezzetto di Marilyn, del suo sorriso, del suo latteo candore, della sua sconfinata infelicità alla ricerca di un salvatore. A lei ed a noi è dedicata questa mostra, alla sua persona e alle nostre chimere. Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino, custode dei sogni e dei miti in celluloide, ne ha colto il significato offrendo il patrocinio. Ed Ugo Nespolo, presidente del medesimo museo, lo ha affiancato, esponendo una sua opera dedicata a Marilyn.

Ugo Nespolo © Marilyn, Multiplo in serigrafia, cm 60X60 – 2011.jpg

MARILYN MONROE
50 anni fa come oggi IL MITO, ideata, organizzata e curata da CMT, Collezioni Mostre Turismo Onlus
, gode del patrocinio della Città di Crescentino – Assessorato alle Manifestazioni, della Regione Piemonte, della Provincia di Vercelli, del Consiglio Regionale del Piemonte, del Museo Nazionale del Cinema di Torino ed è stata possibile grazie all’ aiuto e alla collaborazione dell’ Associazione Culturale Onlus Elegguà e dell’ Agriturismo Riso Greppi, a cui si deve la pubblicazione del catalogo.”


Ecco alcune belle fotografie della mostra (Autrice: ©Maria Giulia Alemanno)