C’era una volta… a Hollywood

recensione del film:
C’ERA UNA VOLTA… A HOLLYWOOD

Titolo originale:
Once Upon a Time in Hollywood

REGIA:
Quentin Tarantino

Principali interpreti:
Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Bruce Dern
– 161 min. – USA 2019.

Un anniversario (1969 – 2019)

Al suo nono film, Tarantino ricostruisce il 1969 di Hollywood, anno terribile per il cinema dopo le stragi* che ad agosto segnarono col sangue degli innocenti le sue strade, mentre tardivamente maturava la coscienza collettiva del tramonto di un’epoca.
Il vecchio cinema era finito, travolto e soppiantato dal trionfo della serialità del racconto televisivo gradito alla più vasta platea dei piccoli e medi borghesi che alla sera si chiudevano in casa per seguire le avventure dei loro personaggi preferiti. Nel semplicismo manicheo di un pubblico che non si poneva troppi problemi era il segreto del successo degli attori, che in questo modo, però, rimanevano per sempre legati al loro ruolo di buoni o di cattivi, senza alcuna speranza di mostrare in altro modo la loro ricca professionalità.

Un padrone, un servo e altre ingiustizie

All’inizio del film (e del 1969) il produttore Marvin Shwarz (l’eccellente e ironico Al Pacino) aveva spiegato a Rick Dalton, attore televisivo (un attonito e affranto Leonardo di Caprio) perché avrebbe dovuto mettersi il cuore in pace continuando per sempre a essere il cattivo, o, in alternativa, andarsene da Hollywood e girare a Roma, con Sergio Corbucci, uno o più film di non eccelsa qualità, ma di sicuro successo (i cosiddetti Spaghetti Western) rilanciandosi come grande attore.
Questo, infatti, Rick avreva fatto: insieme a Cliff (interpretato da Brad Pitt, questa volta davvero grande nel suo saggio e affettuoso disincanto), la sua inseparabile controfigura,  aveva preso l’aereo per Roma da cui sarebbe rientrato ad agosto con una immagine rinnovata di sé, tanti soldi e Francesca, (Lorenza Izzo), la moglie italiana…
Cliff è un personaggio singolare: si era lasciato alle spalle un passato oscuro e ancora molto chiacchierato, ma il suo “padrone” Rick lo aveva difeso in ogni occasione. Come uno strano Sancho Panza, egli seguiva Rick ovunque, non solo sul set: era il suo factotum durante la giornata, poi, la sera, tornava alla propria casa dove una fedelissima cagnolona lo attendeva sul divano per il rito del cibo (la scena ferocemente sarcastica verrà ribadita, con altro significato, nella drammatica ultima parte del film).

La società che si muoveva intorno ai divi e alle lore abitazioni era connotata da profonde differenze sociali a cui nessuno, in apparenza, faceva caso.
Sulla collina boscosa di Cielo Drive erano sorti alcuni villini di lusso, che, ben celati alla vista, garantivano tranquillità e privacy ai famosi attori e registi che li abitavano: fra questi Rick, che viveva da solo e che aveva scoperto, fra i suoi vicini, nientemeno che Roman Polanski, da poco sposo felice della giovane e bellissima Sharon Tate  (magnifica e struggente l’interpretazione di Margot Robbie).
A poche miglia, verso la pianura, nella zona della vecchia Hollywood, le costruzioni in disuso, le roulottes e i carri in legno dei vecchi Western erano utilizzati da homeless, come l’ex attore anziano George Spahn (Bruce Dern, che drammaticamente fingeva il sonno per non vedere la realtà) o da comunità di sedicenti hippy – come quella che faceva capo all’esaltato Charlie Manson – in cui convivevano promiscuamente vagabondi consumatori e spacciatori di spinelli all’LSD, ladruncoli e giovani sbandati, nonché molte donne, anche giovanissime, che si prostituivano e spennavano i malcapitati clienti.
Quel mondo marginale, apparentemente non comunicante con quello della collina era emblematico del declino dell’industria del vecchio cinema che, perdendo anche la memoria delle proprie glorie leggendarie, ne mostrava il carattere fittizio, sfondo mobile di un set sul quale andava in scena, ora, il disagio del vivere nei ruoli imposti senza rimedio possibile dalla povertà e dal degrado, ma anche dall’insofferenza ribellistica dei più giovani e delle ragazze che detestavano i valori convenzionali della famiglia.
Tarantino ci racconta la loro disperazione violenta, cui intreccia ellitticamente quella tragicomica della strana coppia del servo e del padrone, così come racconta con amabile empatia Sharon, in giro per la città mentre cerca i regali per Roman, o mentre scopre di essere diventata famosa grazie a un film quasi pornografico, di cui vede le locandine presso un cinema. Mescola realtà e invenzione, utilizzando, come sempre, la citazione e l’autocitazione in un gioco di rimandi e di specchi che diventano il materiale stesso del suo film**, fino all’inversione della realtà storica dell’ultima parte, ben preparata dalla precedente tipizzazione dei personaggi che per caso sono coinvolti in maggiore o minore misura dall’ottusa bestialità della tragedia.

la tragedia della notte più calda dell’anno, secondo Tarantino

È difficile pensare a Sharon Tate senza ricordare la tragedia che l’aveva stroncata a due settimane dal parto, col nascituro che portava in sé, mentre trepidante e fiduciosa sognava il suo futuro di madre e d’attrice, col pensiero costantemente rivolto al suo Roman, da qualche tempo a Londra per lavoro: anche per lui, sarebbe stata la fine di un sogno.

Tarantino ha mostrato, con la commossa ricostruzione dei suoi ultimi mesi, una tenerezza molto insolita nei suoi film, ma anche una grande pietà umana che mai diventa mélo, grazie all’ironia sempre molto presente anche nei momenti più difficili, anche nel momento della ferocia più insensata. Questo finale mi pare consacrarlo davvero come un grandissimo regista che sa parlare alle emozioni più profonde degli spettatori, anche capovolgendo la realtà storica, cosa possibile solo alla magia del cinema e dell’arte, che, come le nostre anime, è …della stessa materia di cui sono fatti i sogni…
Non per nulla le citazioni da Shakespeare sono indirettamente o direttamente presenti in tutto il film… Di questo, chi, come me, ha molto amato questa sua opera, non può che ringraziarlo

 

Ai lettori

Poiché amate il cinema, cari lettori che mi avete seguita fin qui, non fatevi prendere dallo sconforto per le quasi tre ore di quest’opera e non abbandonate la sala non appena compaiono i titoli di coda: Tarantino, forse per premiarvi, vi ha preparato un ulteriore, piccolo regalo!
Promettete, anzi, di non linciarmi se vi invito a rivedere questo film, così malinconico e amabile, nella sua versione in lingua originale, soprattutto se la vostra prima volta è stata nella versione italiana. Lo apprezzerete maggiormente, perché lo slang tipicamente californiano rivela la sua perfetta aderenza al racconto: ne è parte organica, come la bella colonna sonora; non si appiattisce nella trasposizione in un’altra lingua, perdendo il suo colore….Absit iniuria verbis: i nostri doppiatori hanno fatto miracoli, ma non IL MIRACOLO

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* Su questo episodio, uno dei più efferati e oscuri della storia americana del secolo scorso, ho trovato una interessante ricostruzione QUI

** Un bravissimo cinefilo ha riportato in un documentato articolo che trovate QUI il frutto della sua ricerca sulle più importanti citazioni del film. Vi invito a leggerlo perché ritengo sia indispensabile per capire la complessità del lavoro culturale di Tarantino.

Il lupo insidioso (The Wolf of Wall Sreet)

Schermata 01-2456687 alle 14.55.09recensione del film:
THE WOLF OF WALL STREET

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Rob Reiner, Jon Favreau, Jean Dujardin, Cristin Milioti, Jon Bernthal, Ethan Suplee, Shea Whigham, Spike Jonze, Ben Leasure, Michael Jefferson, Chris Riggi, Joanna Lumley, J.C. MacKenzie, Christine Ebersole, Matthew Rauch – 180 min. – USA 2013.

Quest’ultimo film di Martin Scorsese si ispira alla storia reale raccontata nell’autobiografia (tradotta anche in Italia per le edizioni BUR) di Jordan Belfort, avventuriero e faccendiere finanziario che nel giro di pochissimo tempo divenne uno degli uomini più ricchi e potenti degli Stati Uniti.

Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) era un giovane di belle speranze, ambizioso, ma senza grandi esperienze borsistiche e finanziarie, quando, approdato a Wall Street e opportunamente istruito dal manager senza scrupoli Mark Hanna (Matthew McConaughey) sul modo di diventare un broker di successo, creò nel New Jersey un’agenzia di brokeraggio, la Stratton Oakmont, coll’imperativo categorico di guadagnare una quantità di soldi mai vista, per potersi concedere ogni lusso e ogni piacere. Si sarebbe trattato di mettere in atto la strategia più utile affinché un elevato numero di entusiasti e convinti mediatori riuscisse a persuadere una grandissima quantità di investitori ad affidare alla Stratton il proprio denaro, grazie alla promessa di farlo rendere, al riparo dalle tasse e nello spregio più assoluto di ogni forma di legalità. In alcuni periodi storici le lusinghe della ricchezza e dei vantaggi che ne derivano funzionano meglio che in altri: Jordan ebbe la ventura di trovarsi a operare negli anni ancora largamente egemonizzati dal pensiero unico dell’edonismo reaganiano, versione rivisitata e, forse più seducente, del sogno americano, ciò che favorì il veloce successo del suo proposito. L’agenzia ebbe dunque una rapidissima ascesa, consentendo a Jordan di sprecare le ingenti somme che affluivano da ogni parte e che egli rapidamente intascava, nelle spese più pazze per procurarsi donne, alcool, viaggi e droghe, e permettendogli anche di abbandonarsi a eccessi di ogni tipo, sui quali, senza alcuna inibizione moralistica, si sofferma la cinepresa del regista. La prima parte del film, perciò, raccontandoci l’irresistibile arricchimento del protagonista, ci presenta un vasto repertorio delle sue trasgressioni sessuali, orgiastiche, da consumatore compulsivo di droghe di ogni qualità, sgomentandoci e provocando una strana sensazione, insieme di imbarazzo e di compiacimento, poiché ci rende coscienti subito che un’ ambigua fascinazione promana dai comportamenti amorali di Jordan, che diventano aspetti costitutivi della narrazione di Martin Scorsese, che non solo non prende le distanze dal protagonista, ma pare quasi costruirne un’immagine positiva.

I contorni del personaggio di Jordan, in realtà, si precisano meglio nella seconda parte del film, quando alcune cose cominciano a non funzionare come prima nella strategia del nostro eroe. Non è vero, innanzitutto, che i soldi possono comprare tutto e corrompere tutti: saranno due oscuri funzionari dell’FBI a ricordarglielo e a inchiodarlo alle sue responsabilità; la sua concezione maschilistica dei rapporti sociali e familiari, inoltre, si infrangerà di fronte alla resistenza di Naomi (Margot Robbie), la moglie bellissima, che gli ha dato due figli e che non intende sopportare più i suoi tradimenti e la sua vita debosciata. Egli scoprirà, poi, a sue spese, che la droga non è sempre in grado di potenziare le proprie prestazioni: gli accade infatti che l’effetto ritardato di uno stupefacente scaduto, ingollato a gogò, gli provochi un ottundimento psico-fisico terribile, tale da mettere a rischio la sua mente e la sua vita stessa (scena che l’eccezionale performance di Leonardo Di Caprio rende memorabile). In alcuni momenti, inoltre, la vita è resa incerta dalle forze della natura, contro le quali non è facile avere la meglio, come dimostrano le difficoltà della sua nave da crociera durante una tempesta nel Mediterraneo.
Il comportamento di Jordan, così almeno mi è parso, contiene in sé le contraddizioni sufficienti a far vacillare la solidità del castello di illusioni che egli era riuscito a creare per sé e per i pochi altri suoi fedelissimi, amici che, però, egli stesso, per ottenere sconti di pena, non esiterà a tradire, consegnandoli nelle mani della giustizia (attenendosi in ciò a quanto gli aveva suggerito Mark Hanna, cioè che non possono esistere amici a Wall Street). Riuscirà, è ben vero, a cavarsela ancora una volta: una mite condanna gli permetterà, di nuovo di affabulare un pubblico di creduloni ammiratori, durante un’intervista televisiva, segno evidente che il personaggio è un lupo incorreggibile, che, come tutti i suoi simili, perde il pelo, ma non il vizio, ma segno altrettanto evidente che sono sempre troppi gli ingenui che mostrano ammirazione e stima per marpioni di tal fatta.
Il ritratto a tutto tondo di Jordan Belfort è tragicomico e grottesco; buffonesco e inquietante e si colloca, secondo me, fra le pagine più significative del regista, che forse, descrivendo l’insaziabile e oscena bulimia di questo lupo vorace, ci ha dato anche il ritratto del capitalismo finanziario e della sua forza insieme avida, seduttiva e distruttiva. Straordinaria la recitazione degli attori, con Di Caprio, quasi gigione, in stato di assoluta grazia!