Herzog incontra Gorbaciov

recensione del film:
HERZOG INCONTRA GORBACIOV

Titolo originale:
Meeting Gorbachev

Regia:
Werner Herzog, Andre Singer

documentario – Gran Bretagna, USA, Germania 2018.

Un gran bel documentario questo che purtroppo ha poca visibilità in Italia. Questo mio breve commento vuole essere un invito a vederlo, prima che sparisca dalle nostre sale. È l’intervista, condotta in tre tempi, dal grande regista tedesco Werner Herzog e dal famoso documentarista britannico Andre Singer a Mikhail Gorbaciov, l’uomo che aveva introdotto nel sistema dell’economia sovietica le riforme della Perestroika e nella politica del suo paese il principio della Glasnost, ovvero qualche elemento di libero mercato nell’economia ingessata dalla burocrazia, nonché qualche elemento di trasparenza e di controllo nei confronti di un potere politico imbalsamato nell’immobilismo più asfittico e chiuso ostinatamente a ogni forma di confronto.

Alla morte di Breznev, (1982) dopo il susseguirsi grottesco di leader vecchi e malati, finalmente il giovane Gorbaciov era diventato il nuovo segretario del Comitato centrale del Partito comunista sovietico (1985) nonché capo del governo, assumendo insieme alla straordinaria responsabilità nei confronti del proprio paese, l’immagine carismatica di un leader che, venendo incontro alle attese del mondo, diventava simbolo delle speranze dell’umanità, in vista di una pace duratura e senza confini, fino al 1991, quando un colpo di stato della vecchia guardia aveva messo fine al sogno, aprendo in Europa e nel mondo la strada a molti dei processi disgregativi ancor oggi in atto.

È un film costruito grazie al montaggio sapientissimo che alterna le interviste, i ricordi storici e le malinconiche rimembranze personali di un uomo malato e vecchio, ma ancora giovane nel cuore e lucidissimo nell’analisi politica, in cui – tra vecchie fotografie, giornalistiche presenze e immagini di repertorio che avevano fatto il giro del mondo – rivediamo, con i grandi di quegli anni*, anche i tempi delle nostre illusioni, che sarebbe un bene per tutti se non andranno smarrite e  diventassero oggetto di conoscenza delle giovani generazioni.
Oggi, quando si va perdendo troppa memoria storica, questo film può aiutare davvero l’umanità disorientata e distratta a riflettere su quel passato e anche sugli errori di chi… ci aveva provato, generosamente. Come lui, che lo dirà alla fine della bellissima lunga chiacchierata, ma anche come noi che altrettanto generosamente avevamo creduto a quella politica e che ostinatamente continuiamo a credere e a sperare.

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*fra gli altri: Ronald Reagan, durante la sua presidenza degli USA, il sindacalista polacco Lech Walesa, ex leader di Solidarność e presidente della Polonia, ed Helmut Kohl, artefice dell’unificazione tedesca dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 e Margaret Thatcher.

Che sia un film da vedere, dunque, ça va sans dire.

Pride

Schermata 2014-12-17 alle 12.13.46recensione del film:
PRIDE

Regia:
Matthew Warchus

Principali interpreti:
Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West, Paddy Considine, George MacKay, Joseph Gilgun, Andrew Scott, Ben Schnetzer, Chris Overton, Faye Marsay, Freddie Fox, Jessica Gunning – 120′- Gran Bretagna 2014.

Ambientata nel Regno Unito ai tempi della “Lady di ferro”, la storia che il film ci racconta è la veridica ricostruzione dell’alleanza anti-tatcheriana che si determinò quando i minatori gallesi, allo stremo per uno sciopero a oltranza contro il piano governativo che avrebbe voluto privatizzare le miniere carbonifere, trovarono sulla loro strada l’ insperata, e per molti aspetti imbarazzante, solidarietà dei gay, che volevano, a loro volta, uscire dal ghetto a cui parevano inesorabilmente condannati dopo l’ultimo Gay Pride. La società dell’epoca era, infatti, nel suo complesso assai chiusa e bacchettona (non solo in quell’angolo di mondo), né il sindacato, né il Labour Party, sua emanazione politica, erano interessati a occuparsi della liceità degli orientamenti sessuali, poiché il pregiudizio era diffuso ovunque, soprattutto negli ambienti prevalentemente maschili.

I minatori, dunque, sentivano l’estrema urgenza di un sostegno solidale anche economico per riuscire a portare ancora avanti la lotta, ma erano anche molto diffidenti nei confronti dei gay, perché era difficile rimuovere il pregiudizio circa le… temibili insidie che sarebbero venute alla loro virilità, soprattutto ora, che si andava diffondendo l’AIDS. I gay, d’altra parte, desideravano essere accettati in famiglia e nella società, affinché non fosse più considerata un’infamia quella diversità, esibita con fierezza orgogliosa nei Gay Pride, soprattutto ora che i reazionari di ogni risma si sentivano incoraggiati alle persecuzioni dal clima politico inaugurato dalla Thatcher, interessata a creare divisioni nel tessuto sociale. Per iniziativa di uno di loro, il giovane Mark, nacque il gruppo degli LGSM (Lesbians and Gays Support The Miners), che, senza nascondersi, iniziò per le vie di Londra la sottoscrizione a favore dei minatori, ultimata la quale, iniziarono i difficili contatti. L’incontro fu la premessa di un’alleanza che in breve tempo tempo divenne molto salda, grazie anche all’amicizia che presto fece piazza pulita di ogni riserva pregiudiziale, ma grazie, soprattutto, al ruolo decisivo delle donne, le mogli, le madri, le sorelle di quei minatori che presto si offrirono, generosamente disponibili, all’ascolto e all’accoglienza, nel ricordo, forse, delle rivendicazioni di un tempo, quando le loro antenate nel 1912 avevano lottato per il “pane”, ma anche per le “rose”, perché mai più in futuro si dimenticasse che l’uomo ha bisogno di cibo, ma anche di bellezza e di amore.

Il regista ci racconta tutto questo con ironia e commossa leggerezza, senza minimizzare i conflitti, ma facendoci rivivere una bella pagina di solidarietà e di speranza (come sottolineano gli applausi che generalmente accompagnano il finale del film), quando, durante il Gay Pride del 1985 tutti quanti, gay, minatori e donne intonano la bellissima e antica canzone Bread and Roses. Il pensiero, certo, corre al bellissimo film di Ken Loach, ma a me, per il modo del racconto è tornato in mente il più recente: We wont Sex, nonché, per lo spirito anti-thatcheriano, Full Monty.