Martin Eden

recensione del film:
MARTIN EDEN

Regia:
Pietro Marcello

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Jessica Cressy, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Denise Sardisco, Carmen Pommella, Autilia Ranieri, Elisabetta Valgoi, Pietro Ragusa, Savino Paparella, Vincenza Modica, Carlo Cecchi – 129 min. – Italia 2019

È stato un piacere ritrovare al cinema Pietro Marcello, singolare e originale regista italiano, ora al terzo lungometraggio distribuito nelle sale, dopo i due bellissimi racconti-documentari, apprezzati e presentati sulle pagine di questo blog alla loro uscita: La bocca del lupo (2010) e Bella e perduta (2015).

Questa volta, senza tradire il proprio inconfondibile modo di girare, il regista si è cimentato con la fiction, raccontando la storia di Martin Eden*, liberamente traendola dal bel romanzo di Jack London, alle cui pagine, in parte autobiografiche, mi riportano i miei ricordi di ragazzina amante della lettura: pagine, allora, a me molto care (e, ora temo, poco capite).
Il grande scrittore aveva descritto l’ascesa sociale del giovane Martin, il “selvaggio” marinaio, che, infiammato d’amore per la bella e raffinata Ruth, studentessa alto-borghese dei quartieri prestigiosi di San Francisco, aveva individuato nella cultura e nella conoscenza dell’arte e della poesia la strada da percorrere per diventare degno di lei, uscendo dalla povertà e dall’irrilevanza sociale, costringendosi a riprendere gli studi, fra sacrifici e umiliazioni di ogni genere.

La vicenda del selvaggio marinaio di San Francisco viene ripresa quasi alla lettera, ma spostata a Napoli, dove Martin Eden è un bellissimo marinaio che ha il volto e il corpo di Luca Marinelli (Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, assegnata a Venezia pochi giorni fa).
Martin era cresciuto nei vicoli straccioni e sordidi del capoluogo, aveva interrotto gli studi e si era irrobustito imparando a lottare contro i feroci monelli di strada che lo prendevano di mira. Aveva incontrato casualmente la bella Elena Orsini (Jessica Cressy), dopo aver sottratto il fratello Arturo (Giustiniano Alpi) alle botte di un gruppo di feroci teppisti che lo stavano massacrando…La storia, mutati i nomi, è la stessa del romanzo, poiché
Pietro Marcello si è limitato a trasportarla a Napoli, in un periodo imprecisato del secolo breve, collocabile, comunque fra la fine degli anni ’30, alla vigilia della guerra e l’inizio degli anni ’60 (forse prima del boom economico). Ha utilizzato fotografie e spezzoni di documentari e anche di film, per delinearne in modo spezzato la dimensione storica; infine, ha fissato su pellicola da 16 mm. il singolare mosaico, in coerenza con il suo cinema precedente, sempre a basso budget e molto personale.

A spiegare le origini del progetto è lo stesso regista in occasione della partecipazione, in concorso, al Festival di Venezia 2019 quando, intervistato in merito alla scelta di quel testo, apparentemente lontano dai nostri giorni e dalla nostra sensibilità, ha precisato che al di là delle vicende personali di Martin e del drammatico scacco esistenziale che lo avrebbe indotto al suicidio, il romanzo si rivela, se attentamente meditato, quasi profetico delle inquietudini e degli errori che hanno attraversato la storia del ‘900 fra le due guerre, in Europa e nel nostro paese
Le variazioni non piccole che il regista ha apportato nei confronti del romanzo non ne hanno perciò tradito lo spirito (benché, a mio avviso, quell’antico racconto di formazione, riletto con gli occhi di oggi, riveli, oltre ai suoi anni, la sua profonda “americanità”). Si direbbe, anzi, che il film gli restituisca un’imprevista vitalità, grazie ad alcuni arditi accostamenti che forse ne costituiscono la parte più discutibile. Mi riferisco alla seconda parte del film, quella relativa alla nascita della coscienza sindacale del protagonista affascinato dapprima dal socialismo, poi dal darwinismo sociale spenceriano, coerentemente col suo individualismo.
Gli scritti di Spencer, in realtà, ebbero nel corso dell”800 un’importanza enorme, quasi determinante per la nascita della sociologia sociale e per le teorizzazioni del socialismo, ma in Italia (e nella Napoli hegeliana e successivamente neo-hegeliana in modo particolare) erano rimasti per lo più sconosciuti, anche in pieno periodo positivistico**.
Se, come ha dichiarato il regista, lo aveva colpito “la capacità di Jack London di vedere come in uno specchio le fosche tinte del futuro, le perversioni e i tormenti del Novecento”, forse avrebbe potuto e dovuto pescare in altre acque, quelle dell’anarco-sindacalismo soreliano, per esempio, o del sindacalismo rivoluzionario in Italia e delle sue ambiguità.***
Il film, comunque, al di là di questi rilievi, che non intendono sminuirne la bellezza, è tra i migliori visti in Italia in questi ultimi anni, ricco com’è di immagini poetiche belle e suggestive, di citazioni e autocitazioni, di passione registica e interpretativa.
Da vedere.

                                                      ∞Ω∞Ω∞

* era uscito in Italia per la prima volta nel 1925, ma l’edizione americana risaliva al 1909

** Si veda, a questo proposito, QUI

*** Qui troverete un interessante scritto di Marco Masulli:
« Il rapporto tra il sindacalismo rivoluzionario e le origini del fascismo: appunti di lavoro », Diacronie [Online], N° 17, 1 | 2014, documento 8, Messo online il 01 mars 2014, consultato il 13 septembre 2019.

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tre fratelli in Calabria (Anime nere)

Schermata 09-2456926 alle 23.42.31recensione del film:
ANIME NERE

Regia:

Francesco Munzi

Principali interpreti:

Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Barbora Bobulova, Anna Ferruzzo, Giuseppe Fumo, Pasquale Romeo, Vito Facciolla, Aurora Quattrocchi – 103 min. – Italia, Francia 2014.

Il racconto della vita di tre fratelli originari di Africo*, paesetto della Calabria ai piedi dell’Aspromonte, è al centro di questo film, presentato con successo di critica (soprattutto di quella italiana) e di pubblico all’ultimo Festival veneziano.
E’ una storia che per certi aspetti si colloca all’interno della tradizione regionalistica e neorealistica di molto nostro cinema, ricontestualizzata nella realtà di oggi, però, quando la dimensione internazionale dei problemi non può essere elusa neppure ad Africo, luogo che sembra essersi fermato ai tempi arcaici dei pastori-patriarchi, dove la lingua nazionale non è mai arrivata e dove “Garibaldi fece una brutta fine”. Arrivano dall’estero, infatti, più precisamente dall’Olanda, i soldi che due dei fratelli protagonisti della vicenda destinano alla famiglia: Luigi (Marco Leonardi) ne guadagna molti grazie al controllo del traffico di droga, che ha nel porto di Amsterdam il proprio centro operativo; suo fratello Rocco (Peppino Mazzotta) li ricicla a Milano, ripulendoli con la copertura di una improbabile attività di imprenditore. Il terzo fratello, Luciano (Fabrizio Ferracane), invece, non si è mai allontanato da Africo, dove conduce orgogliosamente una vita modesta, quasi povera, fra le capre che porta al pascolo e che gli permettono un commercio pulito di prodotti ovini. Non ha rapporti molto stretti con i due fratelli malavitosi, se non nei brevi periodi in cui essi ritornano al paese per rivedere la vecchia madre (Aurora Quattrocchi), per distribuire balocchi e profumi fra la parentela, soprattutto femminile, rimasta lì ad attendere, e, soprattutto, per decidere affari poco chiari, che possano accrescere il prestigio della “famiglia”.

La grande preoccupazione di Luciano è il figlio Leo (Giuseppe Fumo), un ragazzo intorno ai vent’anni che non lavora, come molti altri suoi coetanei non solo in Calabria, né sa come impiegare il proprio tempo: non vuole fare il pastore come il padre e preferisce rimuginare, invece, su una antica faida paesana che Luciano vorrebbe lasciarsi alle spalle, nonostante l’offesa che lo aveva reso orfano da piccolo e che aveva precipitato l’intera famiglia nel “disonore” della povertà e della scarsa considerazione sociale. Egli vede, con angoscia, che il figlio si sta avventurando in pericolose e stolide provocazioni nel paese, e paventa il suo inevitabile avvicinarsi a Luigi e a Rocco, che ai suoi occhi di ragazzo poco riflessivo paiono gli unici capaci di proteggerlo dopo le bravate, nonché gli unici in grado di restituire alla famiglia l’onore e il rispetto che merita. In questo clima matura la tragedia terribile e imprevista che si abbatterà su tutti loro, vanificandone progetti e aspettative e distruggendo ad uno ad uno i colpevoli e gli innocenti, ma spezzando, infine, la catena delle faide e delle vendette. Per questo carattere di catastrofe fatale, inspiegabile e catartica, degna delle antiche rappresentazioni teatrali, alcuni critici hanno parlato di film costruito come una tragedia greca di cui sarebbero ravvisabili almeno alcuni elementi: la prevalenza maschile degli attori; il ruolo subalterno delle donne, sfondo corale della vicenda; la presenza di un protagonista sconfitto nel proposito di evitare a ogni costo la conclusione drammatica; il tema della vendetta; l’elemento satiresco dei capri. Al di là delle esagerazioni, mi pare in ogni caso che il finale della pellicola, assai sorprendente, costituisca la parte migliore dell’intero lavoro, perché, allontanandosi dal carattere documentario della parte centrale, introduce alcuni elementi di riflessione e insinua qualche dubbio circa il ruolo deterministico dell’ambiente sulla storia dei personaggi, rendendola  meno angusta e gettando una luce più interessante su tutto quanto il film, che resta pur sempre radicato, quanto alle immagini, ai comportamenti e alla lingua, nella piccola realtà di Africo. Attenta e accurata la regia; bravissimi gli attori; belle le immagini di una Calabria poco turistica davvero.