Fai bei sogni

schermata-2016-11-16-alle-16-58-17recensione del film:
FAI BEI SOGNI

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Nicolò Cabras, Dario Dal Pero, Barbara Ronchi, Fabrizio Gifuni, Linda Messerklinger, Miriam Leone – 134 min. – Italia, Francia 2016
.

Non è la famiglia de I pugni in tasca, né la narrazione ha la stessa rabbia violenta, ma neppure questa famiglia se la passa molto bene. Alla fine del film, forse, capiremo perché, e usciremo dal cinema col sollievo di chi, durante tutta la durata della proiezione, ha partecipato con emozione alle vicende di Massimo, da piccolo (Nicolò Cabras), da adolescente (Dario Dal Pero), e da adulto (Valerio Mastandrea) quando sembra aver trovato, finalmente, il senso della propria vita. Il racconto, che Bellocchio ha liberamente tratto dal romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, si svolge a Torino in un arco temporale di quasi quarant’anni (dagli inizi degli anni ’60 alla fine degli anni ’90) e si sviluppa intrecciando i tre momenti della vita di Massimo al cui centro è l’evento tragico della morte della madre (Barbara Ronchi).

La mamma
Era un po’ stravagante, quasi bizzarro il comportamento di quella madre: se giocava a nascondino con Massimo, rimaneva a lungo negli scatoloni di cartone per sottrarsi alla sua vista incurante delle sue ricerche febbrili, delle sue ansie e delle sue paure; si spostava senza meta sui tram, senza trovare mai la fermata giusta per scendere; si incupiva all’improvviso senza apparente ragione; amava evocare il mondo spaventoso e insieme fascinoso di Belfagor, era reticente col marito; era all’origine probabilmente della crescente tensione in famiglia…ma era una madre unica, speciale. Indescrivibile la gioia di Massimo quando la ritrovava e poteva rifugiarsi fra le sue braccia: ogni angoscia se ne andava, si dileguava l’ansia, mentre subentrava la coscienza orgogliosa della protezione sicura, della presenza costantemente amorosa, di un angelo che vegliava sul suo sonno, propiziandogli i bei sogni evocati nel titolo del film e del romanzo.
Poi, all’improvviso, la morte, o, almeno, così si diceva: Massimo non ci credeva affatto: l’avevano portata via in una scura bara di legno, ma ciò non era altro che un’ingiustizia, il segno di un complotto contro di lei: altro che l’eterno riposo delle preghiere funebri! Se riposo aveva da esserci, non avrebbe potuto che essere breve: prima o poi la mamma si sarebbe risvegliata tornando da lui. La rimozione del lutto era diventata, d’altra parte un imperativo categorico per tutti gli adulti della famiglia, che tendeva a occultare la verità, sia per un tabù diffuso in ambito torinese, relativo alla morte per suicidio, che da sempre viene negato ipocritamente e allontanato come una vergogna gravissima, sia per l’inadeguatezza, avvertita da tutti, verso la difficile rivelazione. Il padre poi aveva pensato che la scuola prestigiosa e la cultura, soprattutto quella dei preti, avrebbero trovato il modo di far arrivare a Massimo le risposte che egli non intendeva dare al figlio, e che, inoltre, dalla passione sportiva (dalla amatissima squadra del Torino) sarebbero arrivate anche a Massimo molte gioie e soddisfazioni, così da rendere meno dolorosa quella perdita.

La scuola e l’età adulta
Tanti compagni, qualche amicizia, ma poca vera confidenza. La morte taciuta a tutti: la mamma è negli Stati Uniti! Sarebbe stato un vecchio prete (grande Roberto Herlitzka), studioso di astronomia e soprattutto uomo pensante, a chiarire a Massimo alcuni concetti, il primo dei quali aveva a che fare con la realtà fattuale: nulla di più reale della morte, condizione perché la vita continui. Crescere significa prenderne atto e proseguire a vivere, nonostante la morte, ciò che richiede molto coraggio: è una condanna per tutti gli uomini, ma anche l’opportunità per dare un senso a ciò che fanno. Paradiso, aldilà, ritrovarsi dopo la morte non sono che speranze che appartengono a chi crede, importanti certamente, ma non in grado di offuscare la realtà crudele della solitudine e del dolore universale.
Non era stato facile, purtroppo, per Massimo, nemmeno da adulto, elaborare quel lutto che non riusciva a capire, neppure ora, giornalista brillante e stimato a cui si continuava a far credere a una morte per “infarto fulminante”. Una provvidenziale crisi di panico e qualche spiegazione di Elisa (Bérénice Bejo), il medico del pronto soccorso che l’aveva visitato, lo avrebbero indotto a cercare la verità che gli occorreva per riconciliarsi con le ragioni del proprio vivere.

Lasciare andare il passato, costruire da sé con coraggio il futuro, emergendo come Elisa aveva fatto col suo tuffo dall’altissimo e quanto mai metaforico trampolino, forse gli sarebbe stato possibile; in ogni caso avrebbe tentato, nonostante le ipocrisie, le mezze verità, le troppe bugie!

Il film, per quanto si sia ispirato al romanzo autobiografico di Gramellini, per fortuna non è una biografia che vada ad aggiungersi alle troppe circolanti in questo momento sugli schermi (si sarà capito che non amo i biopic!), ma è una narrazione compiutamente bellocchiana, con una famiglia che al proprio interno racchiude, per nasconderli e ignorarli, i dolori più strazianti, rimuovendoli nell’illusione che prima o poi si potranno superare, compromettendo seriamente in tal modo l’equilibrio emotivo di quel figlioletto vivace, lasciato da solo a elaborare una tragedia troppo grande per lui. Allo stesso modo, appartengono tipicamente al cinema di Bellocchio l’interesse per la figura materna, la religiosità inquieta e quasi disperata del vecchio prete, una delle pagine più interessanti e “vere”del film. Un ottimo cast (Valerio Mastandrea superlativo) un’accurata e letterariamente pregevole sceneggiatura e la bellissima fotografia “scura” di Daniele Ciprì aggiungono ulteriore interesse a questa pellicola, opera finalmente degna del regista famoso che negli ultimi due film aveva, a mio avviso, alquanto deluso. Da vedere.

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Sangue del mio sangue

Schermata 2015-09-09 alle 20.25.53recensione del film
SANGUE DEL MIO SANGUE

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Filippo Timi, Lidiya Liberman, Fausto Russo Alesi, Alba Rohrwacher, Federica Fracassi, Alberto Cracco, Bruno Cariello, Toni Bertorelli, Elena Bellocchio, Ivan Franek, Patrizia Bettini, Sebastiano Filocamo, Alberto Bellocchio – 107 min. – Italia, Francia, Svizzera 2015.

Collegando le due parti del film, Marco Bellocchio ha inteso raccontare (così afferma) la continuità della storia di Bobbio, il suo paese natale, di antichissime origini, essendo sorto nei primi secoli dopo Cristo nei pressi del monastero di San Colombano. La storia del film inizia nel 1600, quando il minuscolo agglomerato di case era diventato un  borgo di artigiani, muratori e commercianti a cui dava di che vivere il monastero, trasformato ora in convento di clausura femminile. Si aprivano su oscuri corridoi le celle spoglie e poco illuminate che ospitavano le giovinette, le quali, ufficialmente, volevano sacrificare all’amore di Dio e alla sua gloria la propria vita, che, invece, erano state rinchiuse in quel luogo, obbligate dalle loro ricche o nobili famiglie, che intendevano evitare la frammentazione del patrimonio, inevitabile qualora avessero dovuto provvedere alla loro dote*. Non è strano, perciò, che le piccole celle delle suore forzate nascondessero amori segreti e cuori spezzati: drammi grandi e piccoli, che, se scoperti, davano l’occasione per allestire processi e condanne “esemplari”, ciò che puntualmente si verificò allorché un alto prelato, della potente famiglia che dominava dal castello sulle colline intorno a Bobbio l’intera vallata del fiume Trebbia, si uccise, facendo emergere la “peccaminosa” storia del suo amore  per la bella suor Benedetta (interpretata da Lidiya Liberman).

Fu il fratello gemello di costui che, raccogliendo il dolore disperato della vecchia madre, si recò a protestare col priore del convento che non aveva concesso al suicida i funerali religiosi, cosicché ora, il suo corpo si trovava in terra sconsacrata.  Il giovane, Federico (Pier Giorgio Bellocchio), fu subito rassicurato: l’empia donna, cui si era provveduto a tagliare ben corti i capelli (Satana, come è noto, trovava facile asilo nelle chiome femminili!) avrebbe quasi certamente confessato la sua alleanza col demonio, dopo di che il funerale religioso sarebbe stato possibile. La vicenda del film prosegue in due direzioni: da una parte si descrivono con dovizia di particolari assai orripilanti le torture contro la presunta assatanata, dall’altra gli incontri furtivi fra il gemello superstite e la poveretta, che, dopo aver perso il suo innamorato, pareva consolarsi (invero velocemente!) con lui di tanto strazio. Non riuscirà, però, a superare la prova del fuoco: confesserà l’alleanza con Satana e riuscirà a non morire fra i tormenti delle fiamme; in compenso sarà murata viva per volontà del gruppo di inquisitori che darà, finalmente, il via libera ai funerali religiosi.

Nella seconda parte del film, ambientato ai nostri giorni, Bobbio è diventato un paesetto di qualche migliaio di abitanti; il convento non ospita più le tenere pulzelle sacrificate dalle famiglie, bensì un vecchio demente, chiamato il conte (Roberto Herlitzka), che passa il suo tempo a letto, circondato da servi e parenti mentre canta Ta pum, il ritornello del canto degli alpini della prima guerra mondiale. Dall’interno della sua dimora conventuale il vecchio non si muove mai, se non di notte, come i vampiri cui forse Bellocchio intende accostarlo, sia perché è la riproposizione di uno dei feroci inquisitori della prima parte del film, sia perché gli è rimasto un solo dente, sia perché nonostante la demenza, esercita su tutto il paese un oscuro potere attraverso i suoi legami con la massoneria locale. Dove sia il collegamento fra le due parti del film, probabilmente ce lo può dire solo Bellocchio: forse nel riproporsi degli stessi attori, alcuni dei quali sono sangue del suo sangue, nel senso che sono suoi figli? o forse nella scoperta che, finito il dominio dei religiosi, un altro dominio si esercita sugli uomini? Non pare una scoperta molto originale! Chi siano i nuovi dominatori degli uomini di Bobbio è un altro mistero del film: saranno i massoni che insieme al vecchio tramano per vendere il convento? Saranno i russi che vogliono comprarlo e farne un albergo? Come si vede un vero puzzle di difficile ricomposizione. L’incertezza nell’uso dei registri narrativi, poi, non aiuta a chiarire gli intenti del regista: tutta la prima parte all’interno del convento è un tentativo abbastanza serio di ricostruire una storia cupa e inquietante alleggerito da un solo sprazzo umoristico, di stampo boccaccesco, all’interno del castello, dove due donne per una sola notte condividono insieme a Federico i piaceri carnali, fra mille finte ripulse e falsi pudori (Alba Rohrwacher, Federica Fracassi). La seconda parte, invece, è raccontata con toni da commedia all’italiana assai grevi.

Recensire un film come questo diventa molto imbarazzante, essendo Bellocchio, piacciano o no i suoi film, uno dei più apprezzati registi italiani, nonché un intellettuale sempre molto lucido e attento ai problemi della nostra società. Egli ha dichiarato di avere un’età in cui finalmente ha potuto concedersi di realizzare i progetti più capricciosi e anarchici, che aveva lasciato a lungo nei cassetti. Bene per lui, molto meno bene per noi, che abbiamo assistito alquanto allibiti a una simile performance, molto pasticciata e insensata.

*Questa prassi, molto nota, è stata narrata più volte dalla letteratura e dal cinema. Credo, anzi, che dato il gran numero di film che narrano di interni conventuali, monache lussuriose, torture e processi alle medesime, condotti con perfidia sadica dai prelati maschi si potrebbe considerare di dar vita a un ennesimo genere cinematografico: quello conventuale.

Uno scenario terribile (Bella addormentata)

recensione del film:
BELLA ADDORMENTATA

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Brenno Placido, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitzka, Gigio Morra, Federica Fracassi – 110 min. – Italia 2012

Molteplici equivoci si sono addensati su questo film, il primo dei quali è che riguardi la vicenda di Eluana Englaro. In realtà Bellocchio, attraverso i documenti di allora (febbraio 2009), evoca quella vicenda terribile, e anche il vergognoso e strumentale schierarsi del governo contro le decisioni dei magistrati, utilizzandola quale scenario di tre diverse storie che hanno solo qualche pallida somiglianza con quella di Eluana, ben più drammatica. Nel film, pertanto, si intrecciano tre racconti, nettamente diversi fra loro, che hanno in comune solo lo sfondo storico dell’Italia degli anni berlusconiani quando, sostenuti dal governo che stava per far approvare una legge ad hoc, in buona o in mala fede, alcuni cattolici fondamentalisti si mobilitarono per bloccare l’ambulanza che stava trasportando Eluana nel luogo dove avrebbe potuto morire in pace e dignitosamente, dopo 17 anni di vita vegetativa e di sofferenze inaudite. La ricostruzione di questi fatti è precisa e accurata e suscita più di un’inquietudine: ragazzini indottrinati e fanatici che cercano visibilità attraverso la sceneggiata dell’acqua o anche usando strumentalmente povere creature handicappate che portano al collo la scritta Ammazzate anche noi: una delle pagine più cupe della nostra storia recente.
Uno dei protagonisti del film, il senatore di Forza Italia Uliano Beffardi (Toni Servillo) si trova in grave imbarazzo nei confronti del suo partito, sia perché ha mantenuto i principi laici che avevano connotato il suo passato da socialista, sia perché aveva dolorosamente aiutato a morire sua moglie, che glielo aveva chiesto come atto d’amore estremo. Questo episodio, che mi ha pienamente convinta, non è solo il racconto della crisi di coscienza di una onesta persona, ma è anche la storia di un uomo tormentato dal dubbio, in mezzo a senatori furbacchioni, carrieristi, nonché a cinici e disillusi yes-men, pronti a votare come vuole il grande capo pur di assicurarsene i favori e i conseguenti vantaggi. Questa gente, calpestata la propria dignità personale, sguazza nella palude dell’opportunismo come l’ippopotamo nell’acqua melmosa: la scena stupenda della sauna collettiva, mentre lo psichiatra (Roberto Herlitzka, bravissimo!) dispensa pillole e consigli sciagurati, mi è parsa una citazione dal Faust di Sokurov (il bagno nella grotta) molto opportuna e molto naturalmente inserita, perfetta metafora di una situazione di diabolica efferatezza, mascherata da indulgente saggezza.

Le altre due storie, a mio avviso, non sono altrettanto interessanti e convincenti: non lo è quella della Divina madre, in cui Isabelle Huppert (che peccato!), atea devota, trascura marito e figlio che hanno bisogno di lei, per occuparsi solo di Rosa, cadavere tenuto in vita da un respiratore artificiale; non lo è neppure quella della giovane drogata, che tenta più volte il suicidio, mentre il medico continuerà ostinatamente a soccorrerla impedendoglielo. In entrambi i casi le ragioni dei laici vengono sostenute da persone socialmente poco accettabili: l’egoista e la drogata, analogamente a quanto avviene nell’episodio, minore certamente, del giovane pazzo che lancia un bicchiere d’acqua contro il volto di Maria (Alba Rohrwacher), la figlia del senatore Uliano, fanaticamente convinta della necessità di “salvare” Eluana. In conclusione, dunque, il film presenta alcuni aspetti non solo molto positivi, ma, direi, eccellenti, anche se nel complesso sembra risentire di un eccesso di prudenza del regista e lascia una sensazione, probabilmente ingiusta, di sgradevole e un po’ pasticciona ambiguità .