Sully

schermata-2016-12-05-alle-23-27-33recensione del film:
SULLY

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney, Anna Gunn, Autumn Reeser, Sam Huntington, Jerry Ferrara, Holt McCallany, Lynn Marocola, Chris Bauer, Max Adler, Valerie Mahaffey, Denise Scilabra, Inder Kumar, Tracee Chimo
– 95 min. – USA 2016

Non è facile a quanto pare andare in pensione negli States: dopo anni di onoratissima carriera non ci va Woody Allen né ci va Clint Eastwood; i due infaticabili registi, anzi, mettono fuori, più o meno ogni anno, il loro bravo film, quasi sempre di buona fattura e dignitoso. Ci vorrebbe andare, invece, il pilota Chesley Sullenberger, “Sully”per gli amici, che dopo 42 anni di onorato servizio alla guida dei caccia americani, era passato all’aviazione civile, avendo ancora bisogno di lavorare per pagare il mutuo dopo l’acquisto della casa. Sully, purtroppo, aveva rischiato seriamente di perdere quel lavoro e anche la pensione, perché la sua compagnia aerea stava mettendo in dubbio la correttezza del suo comportamento in volo quando, nel gennaio del 2009, egli aveva portato in salvo 155 persone che viaggiavano sull’aereo a lui affidato, dopo che lo scontro con uno stormo di oche aveva privato il velivolo dei due motori, durante la fase di decollo. Partito dall’aeroporto La Guardia (uno degli scali di NewYork) e diretto verso il North Carolina, Sully aveva presto constatato l’impossibilità di qualsiasi atterraggio d’emergenza tornando al La Guardia o puntando verso altri aeroporti, troppo lontani in quelle condizioni e aveva rapidamente deciso di tentare un ammaraggio disperato nelle acque gelate del fiume Hudson, che lambisce la costa occidentale di Manhattan, scommettendo sulla sua riuscita e sperando nella rapidità dei soccorsi.
Immediatamente esaltato come un eroe dalla stampa e dalla televisione dell’epoca, Sullenberger era diventato presto oggetto di dubbi e insinuazioni da parte della National Transportation Safety Board, che, anche su pressione delle compagnie di assicurazione, aveva immediatamente avviato un’indagine cercando di imputargli la perdita di un velivolo ormai inservibile e opponendo ai suoi argomenti le prove di simulazione con il computer. Lontano dagli affetti familiari, isolato dall’opinione pubblica dopo che molti giornali e reti televisive avevano deciso di cavalcare lo scandalo e il sospetto, Sully aveva dalla sua, oltre al co-pilota che aveva con lui vissuto lo stesso dramma, uno sbiadito sindacalista e l’avvocato difensore. Era stata però la sua accorata e lucida difesa delle ragioni umane contro le simulazioni che non ne avevano tenuto conto ad avere la meglio e a permettergli di ottenere il riconoscimento pieno dei suoi meriti.

Il film, ricostruendo un fatto di cronaca con fedeltà e asciuttezza giornalistica, riserva gli effetti speciali esclusivamente per lasciarci immaginare quali potessero essere gli incubi terribili che avevano accompagnato i giorni dell’inchiesta, nel lodevole intento di far parlare i fatti sufficientemente drammatici di per sé per aver bisogno di un racconto a tinte più forti e soprattutto più false. Il tormento del pilota, rimosso in quei drammatici minuti, ricompare in forma allucinatoria durante le notti insonni in cui i fantasmi dell’11 settembre sembravano rivivere, prospettando scenari di schianto contro i più famosi grattacieli della metropoli, con un utilizzo sobrio e appropriato degli effetti di simulazione, del tutto giustamente abbandonati nella narrazione “storica” degli eventi. Il risultato è quello di un racconto fluido e contenuto nei canoni classici e composti dei film di Eastwood, sdrammatizzati ulteriormente dall’ironia del co-pilota e dalle scene finali che accompagnano i titoli di coda e che, mostrandoci il vero Sully, circondato dalla famiglia sorridente, ci fa penetrare in quella normalità della middle-class americana per la quale eroismo significa senso del dovere e fiducia nella capacità della società americana di trovare nel momento del pericolo la massima solidarietà collettiva. Null’altro, quindi che la riproposizione della weltanschauung sottesa ai migliori (e anche ai meno convincenti) film di Eastwood: siamo pur sempre nel migliore dei mondi possibili! Splendide interpretazioni di Tom Hanks e di Aaron Eckhart, il co-pilota. Film da vedere.

QUI se volete approfondire, potete trovare tutte le notizie sui fatti del 2009 e sul coraggioso Sullenberger, oltre che qualche intervista e qualche divertente curiosità.

Annunci

i geni del successo (Blue Jasmine)

Schermata 12-2456632 alle 22.49.12recensione del film
BLUE JASMINE

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Alec Baldwin, Cate Blanchett, Louis C.K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, Sally Hawkins, Peter Sarsgaard, Michael Stuhlbarg, Joy Carlin, Richard Conti, Glen Caspillo, Charlie Tahan, Annie McNamara, Daniel Jenks, Max Rutherford, Tammy Blanchard, Kathy Tong, Ted Neustadt, Andrew Long, Lauren Allan, John Harrington Bland, Leslie Lyles, Glenn Fleshler, Brynn Thayer, Christopher Rubin – 98 min. – USA 2013.

Jasmine (eccezionalmente interpretata da Cate Blanchett) ha di sé una stima altissima: è addirittura convinta di possedere i geni che le danno la capacità di emergere in un mondo fatto di persone che si accontentano, come la sorellastra Ginger (grande e umanissima Sally Hawkins), adottata, come lei, da una coppia senza figli.
Jasmine è in realtà una donna che desidera soprattutto essere al centro di ogni attenzione perché si ritiene una “vincente”: è la donna più bella, la più intelligente, la più raffinata, quella che conosce le persone giuste; che ha gli indirizzi giusti; che viaggia con un set di valigie Vuitton; che soffre se la si considera una donna come altre. Sembrerebbe una di quelle insopportabili snob che tutti, o prima o poi, incontrano nella vita, ma non è così. Fin dall’inizio, infatti, Jasmine rivela che l’unico vero oggetto dei propri interessi e della propria comunicazione sociale è se stessa, o, per meglio dire, l’immagine che di sé vorrebbe dare al suo prossimo, per costruire la quale aveva addirittura cambiato il proprio nome, trasformando l’originario Janette in Jasmine, nome misteriosamente evocativo di soavi profumi. Molto importante, a questo scopo, era stato il suo matrimonio con Hal, uomo non comune (per fortuna, direi!) come quelli con i quali si faceva vedere Ginger, i cui geni da “perdente” la portavano ad accontentarsi di qualsiasi muscoloso giovanotto. Si mormorava che Hal fosse un abilissimo truffatore, arricchitosi grazie alla spregiudicatezza con la quale si era impadronito del denaro che gli veniva affidato a scopo di investimento. Jasmine, prigioniera della sua immaginazione, riluttante a prendere atto della realtà, non voleva credere a queste voci, benché nella truffa fosse incappata anche Ginger, così come non voleva vedere i numerosi segnali dell’imminente crisi matrimoniale, che presto l’avrebbe travolta, privandola di balocchi e profumi, nonché delle frequentazioni mondane dei vernissages newyorkesi, delle cene nelle case dell’Upper East Side o del Village, dove i suoi begli abiti nonché i suoi splendidi gioielli erano al centro delle attenzioni e dei commenti di tutti.

Insieme al matrimonio, purtroppo, entrava in crisi quell’equilibrio fragilissimo sul quale la donna aveva costruito la propria menzognera identità. Da New York, Jasmine è costretta a trasferirsi a San Francisco, per ottenere l’aiuto di Ginger, la sorellastra generosa, priva dei geni preziosi del successo. Lascio completamente ai miei lettori la conclusione del film, non senza però aver sottolineato che a San Francisco, forse per la prima volta nel suo cinema, Woody Allen si confronta con la difficile realtà post industriale americana, nella quale i “proletari” di un tempo, neppur troppo lontano, compresa la stessa Ginger, si arrabattano, cercando di riciclarsi all’insegna della più assoluta precarietà, nel mondo produttivo che sta cambiando aspetto. Per la prima volta quindi, non più a New York, ormai totalmente terziarizzata, lo squarcio di una realtà diversa irrompe nei film di questo regista, lasciandoci l’impressione che l’aria degli Stati Uniti gli faccia certamente molto bene, visto che gli permette di ritrovare la propria miglior vena creativa, insieme all’originalità di una rappresentazione sociale insolita, rispetto a quella dei film ai quali ci aveva abituati.
Questo non significa che Blue Jasmine sia un nuovo capolavoro: significa, invece, che nonostante i difetti, il primo dei quali è aver reso troppo elegiaco e malinconico un personaggio tragico, come quello di Jasmine, banalizzandone un po’ i problemi, questo film è, infine, notevolmente migliore di tutti i suoi film girati in Europa.