il medico delle donne (Hysteria)


recensione del film.
HYSTERIA

Regia:

Tanya Wexler

Principali interpreti:
Maggie Gyllenhaal, Hugh Dancy, Jonathan Pryce, Rupert Everett, Ashley Jensen.
– 100 min. – Gran Bretagna, Francia, Germania 2011

Il film non è un capolavoro, ma è divertente ed è altra cosa da quanto ci viene proposto dal trailer e dai numerosi “prossimamente” delle sale, il che mi fa pensare che le promozioni cinematografiche presentino ogni nuova pellicola al peggio, poiché solleticano più le curiosità morbose e pruriginose del pubblico che il suo gusto o la sua cultura (alla larga da questi oggetti misteriosi, per carità!). Il risultato è che un film come questo, che con grazia e garbo ricostruisce accuratamente alcuni aspetti importanti della Londra di fine Ottocento, attira molti spettatori che, illudendosi di vedere scene particolarmente osé, cominciano a ridere sguaiatamente ancor prima che gli attori aprano bocca o si muovano. Nonostante tutto ciò, è piacevole vedere questo lavoro, che è ben costruito, e ci restituisce la verità storica della Londra “fin de siècle”, quando in pieno vittorianesimo puritano e ipocrita, emersero le importantissime lotte sociali condotte dalle suffragette per il diritto femminile al voto, nonché per l’emancipazione delle donne e dei loro bambini dall’indigenza e dall’ignoranza. A questa importante missione si dedica nel film, anima e corpo, Charlotte, una delle figlie del dottor Dalrymple, cioè di colui che curava le signore borghesi di Londra, infelici e depresse per la presunta malattia isterica (prima che gli studi di Freud chiarissero le vere origini di questo disturbo femminile, si pensava che malinconia, tristezza e depressione dipendessero dall’ utero particolarmente irrigidito). Nel corso del film si alternano intrecciandosi le vicende di due mondi paralleli: quello dei quartieri miseri e sordidi di Londra, nei quali si svolge l’opera filantropica di Charlotte, e quello della ricca casa – studio di suo padre, che ne detesta le bizzarrie umanitarie, consolandosi con la tranquilla presenza dell’altra figlia, la più giovane, Emily, tutta casa, pianoforte e studi frenologici. Quando il vecchio Darlymple decise di lasciare il proprio studio, trasmise al suo designato successore, il giovane medico, appena licenziato dall’ospedale dei poveri, Mortimer Grenville, i segreti della cura grazie alla quale era riuscito a “guarire” l’isteria delle sue pazienti: un massaggio esercitato con pressione crescente sulla vulva delle signore, fino al “parossismo”, termine che, secondo la terminologia medica del tempo, avrebbe dovuto indicare l’avvenuto ammorbidimento dell’utero, ma vero e proprio orgasmo, in realtà. Il lavoro di Mortimer ebbe immediato successo, ma gli causò gravi dolori alla mano deputata al massaggio: le invenzioni di un amico, col pallino delle applicazioni elettriche agli oggetti di uso quotidiano, gli diede l’idea di aiutarsi con uno strumento costruito appositamente, un vibratore, che venne dapprima, fra mille cautele, utilizzato in studio, ma che successivamente divenne uno strumento portatile, fonte per lui di guadagno e di indipendenza dal vecchio Darlymple, ciò che gli permise di dedicare le proprie attenzioni a Charlotte e alla sua causa, lasciando al suo destino la sdolcinata Emily. Non voglio aggiungere altro: il film va visto, perché diverte con intelligenza, talvolta maliziosa, non è mai volgare, come lascerebbe immaginare l’argomento trattato. La regista, Tanya Wexler, americana di Chicago e residente a New York, non proprio esordiente, ma poco nota presso il grande pubblico, potrebbe aver trovato l’occasione giusta per farsi apprezzare.

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Crazy Heart

Recensione del film:
CRAZY HEART

Regia:
Scott Cooper

Principali interpreti:
Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall, Ryan Bingham, Rick Dial, Debrianna Mansini, Jerry Handy, Ryil Adamson, J. Michael Oliva, David Manzanares, Chad Brummett, Tom Bower, Beth Grant, Annie Corley, James Keane, Anna Felix, Paul Herman
– 112 min. – USA 2009

Bad Blake, un tempo affermato autore e cantante di musica “country”, ora è sulle soglie della vecchiaia, a corto di quattrini e in condizioni di salute piuttosto precarie. La spietatezza dello “Star System” sforna a getto continuo nuovi cantanti, come Tony, che sono disposti a usarlo ancora come trampolino di lancio per le loro esibizioni, ma non a lasciargli la scena, quali che fossero stati i suoi precedenti meriti. Il pubblico per il quale Bad canta è quello piuttosto anziano del New Mexico, del Texas, dei grandi spazi per lo più desertici, intervallati dalle squallide oasi dei motel, dei bar ospitati da capannoni a ridosso delle pompe di benzina. In parte per consolarsi della tristezza del presente, in parte per abitudine inveterata, in parte per dimenticare i suoi fallimentari trascorsi matrimoniali, Bad consuma super alcoolici e sigarette, ma anche talvolta “erba”, in quantità impressionanti, con immaginabili conseguenze sul suo fegato, sui suoi polmoni e sul suo cuore. Una giovane giornalista, Jean, conosciuta durante un’intervista, suscita in lui una tardiva passione amorosa, mentre il bimbo di lei sembra far riaffiorare nel suo cuore quella voglia di paternità, un tempo tanto lontana da avergli fatto abbandonare senza rimorsi il figlio di pochi anni. La sua vita alla deriva gli impedirà di costruire un saldo legame con Jean, che pure continua ad amarlo, ma sarà proprio la ferma decisione della donna a fargli prendere coscienza che è arrivato il momento di cambiare. Il film propone dunque una serie di temi che non costituiscono una novità né nel cinema, né nella cultura americana: la sregolatezza dell’artista, l’alcool come risposta, la vita on the road negli scenari fascinosi e inquietanti del West americano. Jeff Bridges, tuttavia, nella parte di Bad, riesce a far diventare, con la sua splendida interpretazione, interessante questo film, certamente non nuovo: tanto è giusta e perfetta la sua maschera d’attore che riesce a imprimere verità ad un personaggio che diversamente sarebbe stato un po’ troppo visto. Bellissime le canzoni, che forse avrebbero richiesto un po’ di sottotitoli in italiano, ma qui si dovrebbe porre contestualmente, il problema del doppiaggio (e perciò anche della traduzione) davvero poco “country”.