A beautiful Day

recensione del film:
A BEAUTIFUL DAY

Titolo originale:
You Were Never Really Here

Regia:
Lynne Ramsay

Principali interpreti:

Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman, Judith Roberts, Jason Babinsky, Frank Pando, Kate Easton, Madison Arnold – 95 min. – USA, Francia 2017

Dapprima aveva subìto la violenza di un padre arrogante e manesco fino al sadismo; poi quella barbarica e devastante delle guerre americane: con questa storia personale di paure, di odio e di sensi di colpa, Joe (Joaquin Phoenix) stava continuando a fare i conti, irrobustendo il proprio corpo per temprarlo al dolore più acuto, senza riuscire, però, a indurire il proprio cuore. Al suo ritorno dall’ultima campagna militare, reduce quasi miracolato dal destino, aveva ritrovato la madre (Judith Roberts), della cui sopravvivenza economica ora si prendeva cura volentieri, perché l’amava teneramente, ma aveva fatto fatica a riconciliarsi con se stesso, né gli era bastata l’assistenza psicologica che lo stato americano aveva assicurato a tutti i soldati che come lui avevano portato a casa la pelle. Le spaventose cicatrici disseminate sul suo corpo parevano perciò riflettere soprattutto i mali dell’anima, che si manifestavano durante la notte, percorsa da incubi e paure, dai tormenti che sempre lo riconducevano alle proprie terribili esperienze, in una così claustrofobica coazione a ricordare da togliere il fiato e anche la voglia di vivere. Si manteneva, adesso, con un’attività da investigatore e, all’occorrenza, da sicario professionale infallibile nel colpire e nell’occultarsi rapidamente, interessato soprattutto  a vendicare le vittime degli innumerevoli abusi che colpivano i più deboli. Dopo aver “punito” in modo atroce, su commissione, alcuni delitti sordidi, legati al sottobosco dei pedofili, Joe era stato contattato, perché fornisse la sua opera, da un esponente politico che stava contendendo a un rivale corrotto e vizioso, capo di un’organizzazione mafiosa per lo sfruttamento della prostituzione minorile, la carica di governatore. Costui infatti aveva sicuramente fra le mani Nina (Ekaterina Samsonov) l’irrequieta figlia adolescente, fuggita di casa. Il padre affranto gli affidava l’investigazione, nonché la punizione di tutti i colpevoli, dai manovali del crimine all’illustre organizzatore dello squallido giro di ninfette. Coinvolto in un dramma intessuto anche di trame politiche, Joe stava giocando, in realtà, la partita che avrebbe deciso in ogni caso della propria vita o della propria morte, che egli avrebbe affrontato senza viltà e senza compromessi.

Dopo aver presentato alquanto sommariamente le linee generali del quadro entro il quale si muove Joe, il protagonista del film, voglio aggiungere che si tratta sicuramente di un film molto autoriale della regista scozzese Lynne Ramsay, la stessa che nel 2011 aveva diretto il bellissimo e cupo …E ora parliamo di Kevin. A lei, dunque, dobbiamo ancora una volta la meditazione dolorosa sul male, sul suo insediarsi nell’uomo attraverso percorsi tortuosi e condizionamenti ambientali e sociali difficili da evitare e rimuovere. Del romanzo di Jonathan Ames, che dà il titolo alla versione originale del film, You Were Never Really Here, la regista ha scritto la sceneggiatura che, sebbene premiata dalla giuria di Cannes lo scorso anno, costituisce, a detta di molti critici (assai divisi nel merito), l’aspetto meno convincente del film, costruito più sulla fotografia che sulla scrittura. Grazie alla sua antica passione fotografica, la regista lavora infatti accostando e raccordando, con gusto sopraffino, colori e sfumature, cosicché raffredda in una spettacolare composizione visiva gli effetti splatter più truci e repellenti. Il colore del sangue diventa una sfumatura appena più cupa dei rossi tramonti di Manhattan mentre l’oscurità, puntinata dalle mille malferme luci della notte di NewYork, diventa lo sfondo degli incubi di Joe in cui realtà e immaginazione ossessivamente si alternano e si confondono in un dormiveglia insopportabilmente oppressivo, in cui il presente perde i propri contorni e lascia lo spazio alle allucinazioni e alle angosce. Lo spettatore stesso viene coinvolto in questo incerto susseguirsi di realtà e di immaginazione, ciò che comporta, alla fine del film, una notevole incertezza sulla consistenza verosimile di ciò che ha visto e soprattutto di ciò che ha capito. Non per nulla una parte della critica internazionale ha giudicato severamente questo film, nonostante alcuni pregi innegabili, come la colonna sonora azzeccatissima di Jonny Greenwood e l’interpretazione eccelsa di Joaquin Phoenix, irsuto e imbruttito come non mai, premiato con la Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile. Film abbondantemente citazionista ed evocativo di altro cinema (da Scorsese di Taxi driver all’ Anderson di The master, addirittura al Dillinger di Marco Ferreri chiaramente citato in una scena importante, in cui due cuscini che coprono un volto presentano l’inconfondibile traccia insanguinata dello sparo assassino). Che dire? I difetti rilevati ci sono, ma forse non sono sufficienti a dissuadere un cinefilo dal consigliarne la visione. Era migliore il film precedente, forse, ma questo è intrigante e anche un po’ insolito. Da vedere!

madri e figli (…E ora parliamo di Kevin)

recensione del film:
E ORA PARLIAMO DI KEVIN

Titolo originale:
We Need to Talk About Kevin

Regia:
Lynne Ramsay

Principali interpreti:
Tilda Swinton, Ezra Miller, John C. Reilly, Jasper Newell, Rocky Duer, Ashley Gerasimovich, Siobhan Fallon, Alex Manette, Kenneth Franklin, Leslie Lyles, Lauren Fox, Ursula Parker, James Chen, Leland Alexander Wheeler, Aaron Blakely, Jennifer Kim, Anthony Del Negro, Caitlin Kinnunen, Erin Maya Darke, Joseph Melendez, Neil Hardy
– 110 min. – Gran Bretagna, USA 2011

Questo affascinante e tragico film è la storia del difficile rapporto tra una madre e un figlio, forse non voluto, ma certamente accolto con grande disponibilità a capire e ad amare. Ancora in fasce il piccolo Kevin pare animato da odio profondo nei confronti della madre Eva, impensierita e stupita dolorosamente per la sua aggressività, mentre predilige il padre (meno ansioso di lei), che nei suoi confronti si muove con serena tolleranza, essendo sempre favorevole a perdonare e a comprendere. Il padre, Franklin, aveva voluto tenacemente il trasferimento della famiglia da New York, dove la donna lavorava, a un piccolo centro in mezzo ai boschi e alla natura, più adatto della grande metropoli alla crescita di un bambino. Eva, quindi, per il piccolo Kevin aveva sacrificato il proprio lavoro e la realizzazione di sé, ma non era stata compensata, sul piano affettivo, dall’ atteso e sperato mutare del comportamento del figlio nei suoi confronti: l’odio di Kevin, anzi, sembrava raffinarsi col tempo, tanto diventavano feroci i colpi che il piccolo, con studiata perfidia, riusciva ad assestarle, coll’esplicito scopo di ferirla con progressione crescente, parallelamente all’emergere in lui del pensiero razionale.
La nascita di Celia, la sorellina, complicò la già complessa dinamica inter-familiare, fino a compromettere l’unità stessa della famiglia. Alla vigilia del sedicesimo compleanno, cioè nel tempo legale ancora utile per evitare la pena di morte, Kevin arrivò a organizzare la strage nella scuola, in seguito alla quale fu condannato a una reclusione di pochi anni. In sintesi questa è la vicenda che il film ci racconta, ma il modo di narrare della regista scozzese Lynne Ramsay fa sì che non ci si trovi solo dinanzi a una tragedia annunciata. E’ Eva (nome non certo casuale), infatti, che, rimasta completamente sola e odiata dai suoi vicini di casa, ripercorre in un continuo avvicendarsi di passato e presente tutta la sua vita, ricostruendola in una serie di flash-back che sono la dolorosissima rivisitazione degli episodi più significativi, interrogandosi e interrogandoci sui perché dei drammatici accadimenti, su quello che non avrebbe dovuto fare, schiacciata dai sensi di colpa, che da sempre, di fronte a immani tragedie si impossessano delle donne, come se il peso del male nel mondo non potesse che essere loro addossato.
Questo densissimo film, a mio avviso, ci sfida a pronunciarci sulla fondamentale domanda della filosofia morale: il male che si impadronisce dell’uomo ha davvero sempre e solo spiegazioni psico-sociologiche? Siamo davvero sicuri dell’affermazione rousseauiana, ormai quasi luogo comune, secondo la quale l’uomo nasce buono e viene solo in seguito corrotto dall’ambiente che lo circonda? Il film insinua, inoltre, inquietanti dubbi anche su altri luoghi comuni: le presunte gioie della maternità, il dovere della dolcezza materna, la bugiarda serenità della famiglia televisiva, gli innocenti pargoli ecc. per presentarci una realtà durissima di lacrime e di sangue, che ci riporta ai personaggi tragici archetipici della cultura greco-occidentale, che tutti sembriamo aver dimenticato. Di eccezionale efficacia la recitazione di Eva: Tilda Swinton, la cui mimica facciale rappresenta l’indicibile dei suoi stati d’animo nel tempo, nonché dei suoi timori. Altrettanto eccellente l’interpretazione dei bambini che condividono il personaggio di Kevin, così come quella di John C. Reilly nella parte paciosa e un po’incosciente di Franklin.