A casa nostra

recensione del film:
A CASA NOSTRA

Titolo originale:
Chez nous

Regia:
Lucas Belvaux

Principali interpreti:
Émilie Dequenne, André Dussollier, Guillaume Gouix, Catherine Jacob, Anne Marivin, Patrick Descamps, Charlotte Talpaert, Mateo Debaets, Evelyne El Garby Klaï – 117 min. – Francia, Belgio 2017.

Pas son genre, arrivato in Italia nel 2015 col grottesco titolo Sarà il mio tipo? e altri discorsi sull’amore, era un buon film di Lucas Belvaux del 2014, il ritratto di una bella parrucchiera di Arras che si era innamorata dell’uomo sbagliato e che, avendone preso atto, aveva deciso, fra molte sofferenze, di chiudere la sua storia con lui.
A casa nostra (che correttamente traduce il titolo originale Chez nous), dello stesso regista, in apparenza non si discosta molto dal film precedente: anche se non è Arras, è pur sempre la provincia profonda della Francia settentrionale il teatro delle vicende della protagonista Pauline, che non fa la parrucchiera, ma l’infermiera a domicilio, si innamora dell’uomo sbagliato, e per di più ha il volto della stessa attrice: Émilie Dequenne. Questo film, tuttavia, non è la seconda puntata del precedente, poiché le vicende amorose e familiari della graziosa Pauline si collocano nel contesto esplicitamente politico della Francia alla vigilia di quest’ultima tornata elettorale, quella che ha visto protagonista il Front National di Marine Le Pen. Il regista, qui è la novità del film, pur presentandoci la difficile condizione delle famiglie per lo più operaie che stanno pagando il prezzo della de-industrializzazione, non si ferma al dato sociologico, ma ci racconta come la destra francese più radicale abbia cercato di inserirsi nella crisi ripulendo la propria immagine violenta e razzista grazie alla candidatura di persone per bene, magari un po’ ingenue come Pauline, nelle elezioni locali, per rendersi popolare e presentabile agli occhi degli elettori. Nel film Marine non si chiama Marine, bensì Agnès (Catherine Jacob); il Front non si chiama Front, bensì Bloc, ma i personaggi sono perfettamente riconoscibili, non solo per la somiglianza dell’aspetto e dei modi, ma per i discorsi che nascondono, sotto le mentite spoglie di un senso comune accettabile per molti, i vecchi veleni di un razzismo che non è mai scomparso del tutto. Il regista mette in evidenza, attraverso il racconto doloroso dell’avventura di Pauline, le ragioni per cui certe operazioni di maquillage siano strumentali a un disegno feroce di cui pochi conoscono esattamente i contorni, ma che ha sicuramente nel passato nazista il suo riferimento e ci dice anche per quale motivo ogni ripulitura sia impossibile, quando troppi scheletri nell’armadio diventano facile strumento di ricatto.

Il film è costruito bene e, pur presentando alcuni evidenti squilibri, si lascia seguire con interesse, sia perché le preoccupazioni politiche per le sorti della Francia sono le preoccupazioni di tutti i democratici, sia perché i personaggi sono credibili, ben disegnati e ben interpretati, dalla Dequenne, ai personaggi maschili di André Dussollier (il medico che, con la faccia pulita e i modi gentili, è l’anima nera che ha organizzato la candidatura a sindaco di Pauline), di Guillaume Gouix (l’innamorato sbagliato di Pauline, il neonazista che non le ha detto la verità) e di Patrick Descamps, il padre di Pauline, comunista e sindacalista duro e puro amareggiato e incredulo per le scelte politiche della figlia, a cui evidentemente non aveva saputo comunicare credibilmente i propri valori.

Naturalmente non vi dico come finisce, ma vi invito a vedere questo film.

 

Sarà il mio tipo?

Schermata 2015-04-25 alle 16.04.40recensione del film:
SARA’ IL MIO TIPO?
e altri discorsi sull’amore

Titolo originale:
Pas son genre

Regia:
Lucas Belvaux

Principali interpreti:
Émilie Dequenne, Loïc Corbery, Sandra Nkake, Charlotte Talpaert, Anne Coesens, Danièla Bisconti, Didier Sandre, Martine Chevallier, Florian Thiriet, Annelise Hesme, Amira Casar, Tom Burgeat, Kamel Zidouri, Christophe Moyer, Philippe Le Guay, Orjan Wikström, Michel Masiero, Tiffany Coulombel, Floriane Potiez, Luc Samaille, Philippe Vilain – 111 min. – Francia 2014
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Questo film viene presentato come una commedia, ma non lo è, nonostante qualche volta ne abbia l’apparenza. Neppure, però, si può definire un film drammatico, o, tantomeno, tragico. Se non fosse per la mania di classificare, che impone, non si sa perché, di trovare a ogni costo un “genere” cinematografico in cui incasellare ogni pellicola, si direbbe semplicemente una “tranche de vie”, cioè il racconto impersonale e realistico di un episodio di vita reale, secondo gli schemi del romanzo naturalista: le frequenti citazioni da Zola, nel corso del film, sembrerebbero autorizzare questa lettura. A orientare, però, con maggiore precisione l’interpretazione del film è un altro riferimento letterario più volte utilizzato dal cinema francese, in particolare da Kechiche, nelle due opere La schivata e La vita di Adele, ovvero Marivaux, non citato espressamente, ma presente e neppure troppo sotto traccia, visto che il libro di riflessioni sull’amore scritto dal filosofo protagonista del film si intitola: De l’amour et du hazard, quasi come la celebre commedia* del drammaturgo barocco francese. Ci troviamo, allora, di fronte a un racconto filosofico, cioè alla meditata riflessione su un fatto che pur mantenendo tutte le caratteristiche di una storia vera o vissuta realmente, assume l’aspetto dell’apologo morale secondo la più consolidata tradizione del “conte philosophique”.

Si chiama Clément Le Guern (Loïc Corbery) il professore di filosofia che, insieme alla parrucchiera Jennifer (Émilie Dequenne), è protagonista di questa pellicola. Clément è un giovane studioso di filosofia, costretto dalle circostanze a lasciare per un anno l’insegnamento in un liceo parigino, per essere trasferito in un istituto superiore di Arras, la città di Robespierre, ricca e ben tenuta, ma piattamente provinciale e chiusa alla cultura come i suoi abitanti. Jennifer, che è nata lì, è una giovane e vivace coiffeuse, madre di un ragazzino di cui si occupa da sola: cerca, come può, di conciliare il suo lavoro, con la passione irrinunciabile per il karaoke, e con la sua presenza in casa, accanto al figlio. L’aspirazione immediata di lui è quella di tornare a Parigi, che ora raggiunge solo nel weekend, per non perdere i contatti con gli amici intellettuali. Tenterà, al suo rientro definitivo, la carriera universitaria: articoli, saggi e pubblicazioni  sono lì a testimoniarne i meriti di studioso. Lei sogna romanticamente di incontrare il grande amore, l’uomo che, facendole dimenticare il passato che l’ha delusa, desideri progettare con lei il resto della vita. Jennifer e Clément si incontrano nel salone da parrucchiere dove lei lavora. I due giovani si piacciono, si rivedono, cominciano a frequentarsi e si amano appassionatamente. Sarà la volta buona per Jennifer? Di sicuro, non lo è per Clément, troppo parigino, razionalista e abituato all’analisi delle emozioni più che ai sogni, per comprendere gli entusiasmi ingenui di lei, nonostante la sincerità del proprio sentimento che è fatto di tenerezza oltre che di desiderio. L’asimmetria della storia amorosa non nasce dunque dalla minore o maggiore intensità dell’amore nei due, ma dall’illusione, frequente e diffusa, che il vero amore possa superare anche le differenze culturali più profonde, il che è possibile, in questo caso, solo mascherandosi, travestendosi, diventando altro da sé. Le maschere su cui insistono molti primi piani della regia, verso la fine del film assumono dunque il significato del camuffamento necessario, ma sempre più insopportabile, per portare avanti una storia senza futuro. Riprendere la propria vita, tagliando ancora una volta col passato, diventerà per Jennifer l’mperativo categorico per ritrovare se stessa.

Il regista sviluppa questi temi, calandoli nei personaggi credibili e reali di Clément e Jennifer, che lungi dal diventare esemplificazioni dei concetti che esprimono, vivono e si muovono nella concretezza della vita quotidiana, cosicché si fanno seguire con partecipazione dolorosa. Questo dimostra che il film, che è triste e non semplice, è stato costruito molto bene e che possiede una solida sceneggiatura. Eccellenti gli attori.

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* Le jeu de l’amour et du hazard