Il giovane Karl Marx

recensione del film:
IL GIOVANE KARL MARX

Titolo originale:
Le jeune Karl Marx

Regia:
Raoul Peck

Principali interpreti:
August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Olivier Gourmet, Hannah Steele – 112 min. – Francia, Germania, Belgio 2017

Film biografico riproposto in streaming da RAIPLAY.

Il regista non ricostruisce l’intera vita di Karl Marx (Treviri 1818-Londra 1883), secondo lo schema di un generico biopic: si limita a evocarne, con rigore storico, il breve periodo fra il 1843 e il 1848, indugiando sugli anni che precedettero la stesura del Manifesto del Partito Comunista (1848), che come sappiamo porta la firma di Marx e quella di Friedrich Engels (Barmen 1820-Londra 1895), diventati amici dopo un primo disastroso incontro in un salotto berlinese, seguito, però, dalla lettura reciproca delle rispettive opere, ritenute così importanti da trasformare l’iniziale diffidenza in un sodalizio sorretto da reciproca lealtà e stima, nonostante i due non potessero essere più diversi nel carattere e nell’appartenenza sociale.

Su queste diversità Raoul Peck costruisce l’intero film, avvalendosi della bella sceneggiatura di Pascal Bonitzer.
Alla durezza intransigente del filosofo Karl (August Diehl) – figlio di un ebreo convertito al luteranesimo – provato dalla povertà e dalle persecuzioni politiche e appassionatamente innamorato di Jenny (Vicky Krieps), il regista accosta la gentilezza quasi romantica di Friedrich (Stefan Konarske), coinvolgendoci nel rapporto di amicizia dal quale sarebbe nato il progetto rivoluzionario che avrebbe cambiato il corso della storia dell’800 e del ‘900

Engels era figlio di un ricco imprenditore di Manchester, fervente pietista, comproprietario di un’industria che occupava giovanissime donne irlandesi sottoponendole a turni massacranti e al rischio di invalidità permanenti. Alla loro ribellione contro un ingiusto licenziamento aveva assistito il giovane Friedrich, colpito dalla sprezzante durezza paterna, e contemporaneamente affascinato  dalla bellezza della combattiva Mary Burns (Hannah Steele), un’operaia che aveva voluto far sentire al padrone le ragioni della rivolta.
Attraverso la conoscenza diretta della fabbrica e dei suoi meccanismi inesorabili, e anche attraverso Mary, che sarebbe diventata sua moglie, Friedrich aveva approfondito gli studi sul lavoro di fabbrica e sulle conseguenze sociali che trasformavano le periferie delle citta negli spazi luridi in cui si aggiravano gli immigrati irlandesi abbrutiti dall’alcol, dalla prostituzione e dalle malattie.

Marx si era laureato in filosofia a Berlino (1841), dove aveva seguito i filosofi della sinistra hegeliana scrivendo per la Gazzetta Renana. L’esperienza di un massacro in difesa della proprietà della terra a Colonia  (1843), evocato nella prima scena del film, lo aveva convinto della necessità di elaborare un progetto politico e legislativo che, impedendo l’arbitrio dei proprietari, allontanasse il rischio della vendetta popolare, sicuramente destinata alla sconfitta e alla dolorosissima repressione successiva.  Aveva subito l’arresto ed era stato espulso dal territorio tedesco, cosicché aveva accettato l’invito dell’editore della Gazzetta, di dirigere un giornale più apertamente innovativo a Parigi, città, per tradizione, più tollerante.
È il 1844: alcuni incontri importanti sulla sua strada (Bakunin, Proudhon, il pittore Courbet) e ancora Engels, rivisto presso il vecchio editore della Gazzetta a cui l’avrebbe legato, oltre all’amicizia, il progetto di scrivere un libro insieme a lui, prima di lasciare la città ostile non meno di Berlino a qualsiasi progetto rivoluzionario. Friedrich sarebbe tornato a Londra per ritrovare e sposare Mary Burns; Karl sarebbe presto partito per Bruxelles, espulso anche dalla Francia.
Fra spostamenti, incontri, studi, squarci di vita privata, la famiglia cresce di pari passo con la miseria, mentre arrivano i provvidenziali assegni periodici di Friedrich insieme alle notizie dall’Inghilterra dove i fermenti rivoluzionari, guidati e frenati dalla Lega dei Giusti, erano pericolosamente privi di sbocchi politici.

Nonostante i pregiudizi, nell’organizzazione si faceva strada (l’onnipresente spettro del comunismo!) l’idea di utilizzare al suo prossimo congresso (1847) l’apporto innovativo che Karl e Friedrich avrebbero portato al suo interno con la freschezza delle loro proposte e con la rete estesa delle loro conoscenze. Quello stesso congresso avrebbe sancito la nascita della Lega dei comunisti. Cinque settimane dopo, nel febbraio del 1848, avrebbe visto la stampa il Manifesto del partito comunista, mentre a marzo un esteso movimento rivoluzionario avrebbe cambiato il volto alla vecchia Europa della Santa Alleanza.

Girato e presentato alla Berlinale del 2017 dal poco noto regista haitiano Raoul Peck, il film è vivace testimonianza del perdurare nel tempo (e fra i popoli del pianeta) dell’adesione convinta all’analisi marxiana dei rapporti di potere fra le classi sociali, nella prospettiva del loro superamento rivoluzionario, non in nome di un principio astratto di palingenetica giustizia, ma dell’urgenza reale di superare lo squilibrio contraddittorio fra i lavoratori, che producono ricchezza, e i capitalisti, che la detengono, ciò che rende pericolosamente instabile ogni forma di società che su questo squilibrio si fondi.

Questo film, un po’ spiazzante e probabilmente inattuale alla sua uscita del 2017, sembra tornato di attualità ora che le mutate condizioni della vita sul pianeta ripropongono, ancora una volta, il dibattito sulla necessità di sottrarre al dominio di pochi le risorse umane e materiali che assicurano la nostra sopravvivenza.

Peterloo

recensione del film:
PETERLOO

Regia:
Mike Leigh.

Principali interpreti:
Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, David Bamber, Tim McInnerny, Teresa Mahoney, Nico Mirallegro, Karl Johnson, Leo Bill, Mark Ryan, Philip Jackson – 154 min. – Gran Bretagna 2018.

Quest’opera del grande regista britannico Mike Leigh, presentata a Venezia nel settembre scorso, ricostruisce, con estrema accuratezza, un fatto storico fra i più dolorosi della storia del Regno Unito: la spietata repressione del raduno pacifico della popolazione di Manchester, convenuta dalla città e dalle campagne il 16 agosto 1819 nella grande radura di Saint Peter’s Field a sostegno di uno sciopero operaio, forse il primo organizzato dopo che la rivoluzione industriale (nata proprio a Manchester) si era imposta, garantendo altissimi guadagni ai proprietari dei nuovi strumenti meccanici, ai cui ritmi erano tenuti ad adeguarsi i lavoratori inurbati, operai senza diritti, impegnati senza limiti di orario a far funzionare le macchine. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari, dopo le guerre napoleoniche, rendeva durissima la vita di ogni giorno, né era possibile in tempi di carestia dilagante ritornare alla terra, ormai esclusiva proprietà dei rentier che vivevano a Londra impegnandosi nelle feste, nelle chiacchiere di corte, nella discussione politica * La crisi economica colpiva duramente; lo scontento di grandi masse affamate e sfruttate era avvertito come una minaccia sovversiva dalla nobiltà, dal clero e dalla borghesia manifatturiera a cui diventava evidente che non sarebbe bastata la sconfitta militare dei Francesi per liberarsi dalla minaccia della rivoluzione. Una nuova coscienza solidaristica e libertaria si era diffusa, infatti, penetrando persino fra i politici più illuminati del Parlamento inglese, fra i professionisti e gli intellettuali. Fu uno di questi, il radicale Henry Hunt (Rory Kinnear), avvocato londinese, a prendere a cuore l’organizzazione dello sciopero, imponendo, non senza difficoltà, al movimento la propria visione non aggressiva e non violenta: una festa popolare senza provocazioni per evitare che la Guardia Nazionale, inviata dal governo di Londra, disperdesse la folla con i fucili, o a colpi di spada, o con le cariche di cavalleria. Non andò così, purtroppo: i canti e la festa si trasformarono in lutto e alla fine della giornata si contarono 15 morti e quasi mille feriti. Non era bastata a tenere lontana la violenza stragista neppure la presenza di cronisti e gazzettieri di molta parte dell’Europa e anche del continente americano che testimoniarono, nelle loro pagine, lo scandalo e la vergogna di quel massacro. Nacque allora il Manchester Guardian, oggi chiamato semplicemente The Guardian, che si sarebbe impegnato da allora a lottare per l’attuazione della riforma della rappresentanza parlamentare e per l’introduzione di una Carta dei dritti dei lavoratori. La strada era però ancora molto lunga… 

Il regista si preoccupa, nella prima parte del film, di contestualizzare lo svolgimento dei fatti, ricostruendo, con verità e senza fretta, gli ambienti in cui vivevano i lavoratori, le abitudini di alcune famiglie, le loro difficoltà. Allo stesso modo ci presenta le paure dei nuovi borghesi delle manifatture, presto alleati dei notabili locali più conservatori e dei preti, così come estende la sua indagine agli ambienti del governo, ai ministri parrucconi e decrepiti, e alla squallida corte del principe ereditario depravato e incapace.
Nella seconda parte, invece, assistiamo ai preparativi di quella giornata, agli accordi fra Hunt e i lavoratori più ascoltati e carismatici, oltre che alla manifestazione e alla tragedia sanguinosa che non risparmiò neppure i bambini.
Una bellissima fotografia accompagna il lungo racconto corale, che si sofferma soprattutto sul personaggio emblematico di Joseph (David Moorst), tornato a casa distrutto dopo la battaglia di Waterloo, quindi seguito dal suo lento reinserirsi in famiglia, fino alla sua fine drammatica, fra le vittime innocenti di quell’orribile giorno.
Tutto il film testimonia la volontà ferma del regista di rendere giustizia ai morti di allora, risvegliando la nostra pietà e rinfrescando la nostra memoria, soprattutto ora che la crisi sembra riproporre antiche paure e sbrigative quanto inutili soluzioni.
Ottime intenzioni, non sempre sufficienti, purtroppo, a vincere la noia di una rappresentazione molto prolissa, anche se di indubbio valore educativo: numerose sono state, ahimè, le uscite di sala prima del concludersi di questo film, pur molto atteso e sicuramente assai bello. Che peccato!

* Sulle condizioni storiche, sfondo del massacro, rievocate nel film, si possono avere notizie dettagliate QUI

sebben che siamo donne… ( We want sex)

Recensione del film
WE WANT SEX

Titolo originale:
Made in Dagenham

Regia:
Nigel Cole

Principali interpreti:
Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson, Geraldine James, Rosamund Pike – 113 min. – Gran Bretagna 2010.

Film da vedere, né tragga in inganno il titolo: vi si parla di tutto, fuorché di sesso, che invece, a quanto pare, sembra ossessionare quelli che curano l’edizione italiana dei film. Che dire? Andate a vederlo: se amate la giustizia, la parità dei diritti, le parità che non dipendono dagli attributi maschili o femminili, questo film non vi deluderà.

Questo è un bel film, con un titolo che sembra pensato apposta per catturare qualche ingenuo, sedotto da pruriginose promesse. In realtà le donne che vengono raccontate nel film non vogliono sesso, ma vogliono parità, di salario innanzi tutto, perché sembra ovvio che, a parità di mansione, corrisponda una parità di trattamento economico per uomini e donne. Il film tuttavia ci ricorda che da soli quarant’anni, dopo una lotta dura e difficile, questo principio di giustizia elementare è stato raggiunto in Europa, e neppure dappertutto, se è vero come sappiamo da inchieste e statistiche recenti, che in Italia, per esempio, anche oggi il lavoro femminile è meno retribuito di quello maschile. Attraverso il racconto del film, inoltre, emergono molti altri problemi della donna lavoratrice: il basso salario, infatti, fa comodo anche ai mariti, che mantengono saldamente nelle loro mani il ruolo di capo famiglia, cui spettano le decisioni: mentre alle donne spettano, oltre al lavoro mal retribuito, le camicie da lavare e stirare, la cura dei figli, il farsi carico delle nevrosi e ossessioni dei maschi di casa. Questa condizione faticosa e ingiusta è, però, trasversale ai più diversi settori della società: riguarda le operaie della Ford a Dagenham, protagoniste della storica rivolta del 1968, così come le mogli dei dirigenti della medesima fabbrica, perché, anche se si sono brillantemente laureate a Cambridge, per il marito sono elementi della casa, utili solo per portare alla tavola degli uomini quel particolare tipo di Stilton che deve essere servito alle persone importanti. Non è un caso, perciò, che si crei, fra donne, una solidarietà che prescinde dall’appartenenza sociale e che sarà uno degli elementi che permetterà alle operaie di resistere in sciopero, nonostante tutto, cioè nonostante l’opposizione dell’intero universo maschile, da quello padronale (ovvio) a quello familiare (ovvio) a una ampia sezione di quello sindacale (molto meno ovvio) a quello politico del Labour Party, al potere in Gran Bretagna in quel momento, e in cui un solo ministro (donna) accetta di prendere in mano la questione per arrivare a un accordo. Impressiona nel film la determinazione di queste donne, la voglia di lottare senza lasciarsi intimidire dalle minacce dei dirigenti che fanno intendere di essere pronti a “delocalizzare” la produzione delle auto (ricorda qualcosa di molto recente questo discorso!) creando disoccupati in Gran Bretagna, se le operaie non rinunceranno alla parità. Colpisce il loro orgoglio: bastano poche parole della loro leader, Rita O’ Grady, perché anche la più fragile di loro non accolga il tentativo di divisione messo in atto dal padrone, che le promette un futuro da modella: una bella scritta sul ventre nudo ricorderà al fotografo e al padrone che l’obiettivo è la lotta per la parità. Tutto questo è detto con grande semplicità dal regista, che non è, né vuole rassomigliare a Ken Loach, ma che nei toni leggeri di una commedia ben recitata, dirige ottimamente un lavoro che ci racconta un’importantissima pagina del nostro recente passato (ma siamo così sicuri che non ci riguardi ancora?)